Uno scudo contro gli attacchi hacker ai dispositivi medici connessi

Uno scudo contro gli attacchi hacker ai dispositivi medici connessi

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(foto: Caiaimage/Sam Edwards via Getty Images)

Smartwatch, pacemaker, visori per la realtà virtuale, braccialetti per il fitness: siamo sempre più tecnologici e connessi a internet. Tanto che il nostro corpo stesso potrebbe in teoria diventare il bersaglio degli hacker, per attacchi informatici che intercettano il segnale e le informazioni inviate dal nostro corpo proprio grazie alla connessione internet.

Per ora non è mai avvenuto, ma gli esperti stimano che potrebbe accadere nel giro di dieci anni. Per scongiurare questo potenziale pericolo, oggi, un gruppo di ricerca della Purdue University negli Stati Uniti ha elaborato una strategia per aumentare la sicurezza, attraverso un dispositivo elettronico che fornisce una sorta di scudo protettivo. I risultati sono pubblicati su Scientific Reports. Qui un video di presentazione del prototipo.

Finora, per esempio, abbiamo utilizzato la tecnologia bluetooth per inviare segnali sul corpo e intorno al corpo. Nel caso di una persona con un pacemaker che comunica con uno smartwatch, questa comunicazione avviene attraverso una rete wireless. Il segnale elettromagnetico inviato viaggia attraverso il corpo, dato che i tessuti e i fluidi corporei sono ottimi veicoli di questo segnale, e si propagano anche all’esterno, per alcuni metri.

Così, in un futuro ipotetico potrebbe avvenire che in questo spazio si inserisca un hacker si serva del segnale trasmesso dal corpo per sferrare un attacco informatico. Questo anche tenendo conto che la tecnologia fa sempre più parte della nostra vita, da braccialetti per il fitness a strumenti di realtà aumentata fino a dispositivi biomedici impiantati come pacemaker e pompe di insulina.

L’idea degli scienziati è di ridurre l’estensione esterna del segnale, facendo sì che rimanga aderente (ma non interno) al corpo, un po’ come un vestito su misura. Per raggiungere questo scopo i ricercatori hanno sviluppato un dispositivo, basato su un particolare circuito elettrico. Tale sistema fa sì che il segnale rimanga intorno al corpo, dentro la distanza di pochi centimetri.

Questo dispositivo, che funziona con un’energia 100 volte inferiore rispetto a quella delle comunicazioni bluetooth, mantiene il segnale dello smartwatch attaccato al corpo umano, che viene utilizzato come un conduttore naturale. In questo modo, anche se il segnale non si propaga all’esterno, può però diffondersi da un distretto ad un altro, seguendo la naturale linea del corpo, dalle orecchie alle braccia fino ai piedi.

La sfida, inoltre, non è solo quella di mantenere questa comunicazione in prossimità del corpo, come spiega Shreyas Sen, coautore dello studio, affinché nessuno possa intercettarla, ma anche di raggiungere una maggiore larghezza di banda e un minore consumo della batteria.

Intanto gli autori hanno dimostrato che in questo prototipo le onde rimangono localizzate all’interno di una distanza inferiore a 15 centimetri, mentre nella comunicazione tradizionale si diffondevano per 5-10 metri. Ora il gruppo di ricerca sta lavorando insieme alle istituzioni governative e alle aziende per incorporare questo dispositivo in un circuito minuscolo integrato nei dispositivi indossabili o impiantabili. L’idea è quella che si possano riprogrammare i dispositivi medici impiantati senza intervenire chirurgicamente.

Oltre a combattere gli attacchi degli hacker questa tecnologia potrebbe aprire le porte alla medicina bioelettronica a circuito chiuso, cui cioè dispositivi indossabili o impiantabili possano trattare diverse malattie croniche mediante l’invio di segnali elettrici. Un’altra ipotesi riguarda applicazioni neuroscientifiche come la generazione di immagini cerebrali ad alta velocità, il tutto in maniera sicura.

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