Tutto quello che è successo a Wired Health 2019

Tutto quello che è successo a Wired Health 2019

Foto: Frank Russo e Selene Maestri
(doto: Frank Russo e Selene Maestri)

L’intelligenza artificiale e le app. Gli esoscheletri e le comunità digitali. I big data e la blockchain. Sul palco di Wired Health, andato in scena il 13 marzo a Milano, tutti i protagonisti della salute del futuro. A inquadrare l’importanza del settore dell’healthcare ci ha pensato in apertura Viktor Savevski, Chief Digital Officer di Humanitas. “La spesa sanitaria continua a crescere. Ad ogni tra il 10 e il 20% del Pil di ogni nazione è dedicato alla sanità. Stiamo parlando del settore più importante per il futuro”. Un settore che sta vivendo profondi cambiamenti. “La gran parte dei decessi legati a errori medici oggi è dovuto alla fragilità umana. E la tecnologia potrebbe cambiare questa dinamica”, ha sottolineato John Nosta, presidente di NostaLab.

Maurizio Cecconi, responsabile Anestesia e Terapia intensiva di Humanitas, ha invece illustrato il ruolo del machine learning nei reparti di terapia intensiva. “L’utilizzo di grandi database di dati anonimizzati, come il Mimic III che contiene informazioni su 54mila pazienti, ci aiuta a determinare le dosi di liquidi e di farmaci da somministrare ai pazienti affetti da sepsi”.

La tecnologia nel mondo della sanità passa anche attraverso l’utilizzo delle app. Come Cleo, applicazione sviluppata da Biogen per chi è affetto da sclerosi multipla, oggi presente sugli smartphone di 20mila tra pazienti e caregiver. “Il 14% la utilizza quotidianamente”, ha sottolineato la dottoressa Giovanna Borriello, neurologa dell’università La Sapienza di Roma.

“I trial clinici hanno un tasso di drop out del 30%, dovuto allo stress vissuto dai partecipanti. Questo richiede il coinvolgimento di nuove persone, ovvero tempo e soldi. Noi abbiamo realizzato un gilet che monitora il livello di stress delle persone, collegato a un’intelligenza artificiale in grado di prevedere quando diventerà eccessivo”, il contributo di Jaquie Finn, Head of digital health di Cambridge Consultants.

L’innovazione nella sanità è anche open innovation. Ne è un esempio Roche, con la sua call per startup e idee Health builders. “La tempistica tra il primo prodotto che si lancia in una certa indicazione e il successivo è diminuita del 50% in dieci anni. Chi arriva sul mercato per primo non lo sarà per molto tempo”, ha spiegato Elia Ganzi, Business Operations & Established Portfolio Director di Roche, “l’investimento in innovazione è sotto pressione, la sfida è avere un programma come questo che da la possibilità di complementare ai prodotti soluzioni e servizi”.

Tra i 138 partecipanti alla call anche Stefano Carugo, cardiologo e docente del polo universitario San Paolo di Milano. “Il 50% degli accessi ambulatoriali che abbiamo sono inutili, potremmo seguirle a domicilio. Oggi possiamo dare dei device attraverso i quali possiamo controllare a distanza i parametri del paziente. Questa è l’idea e vogliamo realizzarla utilizzando gli smartphone”.

Maria Rescigno, Principal investigator del laboratorio di Immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas, ha raccontato di come cambi la flora batterica intestinale in un paziente affetto da cancro al colon. “Abbiamo verificato che il microbiota si altera. Quindi abbiamo isolato i ceppi di batteri che si perdono. E abbiamo notato che restituendoli si blocca la crescita del tumore”.

Di innovazione hanno discusso anche l’ad di Pfizer Massimo Visentin e quello di Medtronic Michele Perrino. Per il primo significa “lavorare con piccole aziende e università, creare piattaforme web sulle quali i pazienti possono raccontare la loro esperienza con la malattia, impiegare l’intelligenza artificiale”. Mentre il secondo ha annunciato il lancio di “un incubatore di idee che coinvolga dei laureati in scienze umanistiche”.

Un aspetto trascurato, quando si parla di aziende farmaceutiche, è il loro impegno nel “prendersi cura delle persone”. Lo ha sottolineato Claudio Cipriani, Customer engagement director di Msd. Azienda che con questo obiettivo ha lanciato Crowdcaring, un “programma di open innovation che vuole sostenere, attraverso il crowdfunding, progetto ideati dalle persone per le persone”.

Del ruolo dei dati nella medicina ha parlato invece Esteban Czwan, VP Business development di Sophia Genetics. Utilizzando i dati che arrivano dalla diagnostica per immagini e dalla genomica, “ottimizziamo lo svolgimento dei triali clinici e l’accesso dei pazienti a questi ultimi”. Il tutto grazie ad un’intelligenza artificiale oggi utilizzata da oltre 900 ospedali in 77 Paesi del mondo.

La salute digitale necessità però anche di infrastrutture e investimenti. “Nel 2017 sono stati spesi 1,3 miliardi per la digitalizzazione della sanità”, ha sottolineato Federico Protto, amministratore delegato di Retelit. Uno sforzo che nell’immediato genera dei risparmi. Ma che è anche in grado di creare valore. “Le tecnologie che consentono di analizzare dati sanitari permettono ai medici di prevenire una malattia o diagnosticarla tempestivamente”.

L’innovazione in sanità coinvolge, giocoforza, anche il settore pubblico. L’Asst Rhodense, per esempio, ha sviluppato un progetto di telemedicina dedicato alle cure palliative. E lo ha fatto in collaborazione con Molteni Farmaceutici e Samsung. “Monitorare in tempo reale quanti e quali farmaci stanno assumendo i pazienti, consente di intervenire in caso di criticità”, ha sottolineato Rodolfo Perriccioli, eMBA corporate marketing manager di Molteni.

Operazione resa possibile grazie ai device messi a disposizione da Samsung. In rappresentanza della quale l’Head of product and solutions Antonio Bosio ha spiegato come “i nostri investimenti in ricerca e sviluppo ci danno la possibilità di essere presenti sul territorio accanto a progetti  che richiedono la nostra capacità di avere nuove tecnologie o utilizzare in maniera diversa quelle esistenti”.

Il risultato, illustrato dal dottor Michele Sofia, direttore del dipartimento interaziendale per le cure palliative e la terapia del dolore dell’Asst Rhodense, che segue ogni anno circa 600 pazienti a domicilio. “Dai questionari somministrati ai care giver dei pazienti, abbiamo avuto risposte confortanti sia come valutazione generale che per il senso di sicurezza garantito loro”.

Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas, ha invece fatto il punto sulle frontiere della ricerca. “Gli approcci digitali e computazionali ci aiutano ad affrontare le sfide della salute”. In che modo? “Stiamo riscrivendo e mappando il sistema immunitario a livello di singola cellula. La sfida è identificare i pazienti che possono trarre beneficio dall’immunoterapia”. In questo modo si eviterà di esporli a terapie inefficaci, con l’ulteriore beneficio di una riduzione dei costi a carico del sistema sanitario.

Nuova frontiera sulla quale si collocano anche le terapie avanzate. “Non sono una panacea, ma rappresentano una grande opportunità. Sono un esempio fantastico di terapia di precisione, una soluzione disegnata sul bisogno specifico del paziente”, ha spiegato il ceo di Anemocyte Marco Ferrari, “non si tratta solo di un cambio di paradigma per le aziende farmaceutiche. Qui il paziente diventa centrale, è intorno a lui che si creano i presupposti per elaborare una cura”.

Sul palco del Wired Health anche un esoscheletro che consente alle persone rimaste paraplegiche a seguito di un incidente di camminare. Lo ha indossato Antonio Spica, presidente di Access Emotion. “La disabilità è sempre stata associata alla malattia”, ha spiegato, “l’utilizzo delle nuove tecnologie ha cambiato tutto”. Con lui sul palco Sandro Vedovi, responsabile progetti di Fondazione Ania. “Il nostro obiettivo è che, se alla fine della sperimentazione, l’esoscheletro funziona, la compagnia di assicurazione che deve risarcire può investire su questo prodotto”.

Tecnologie più diffuse, come gli smartphone, posso aiutare i pazienti affetti da malattie croniche, come il diabete. Che, invece di pungere un dito per avere una goccia di sangue e misurare la glicemia, possono farlo attraverso il proprio telefono. Basta passarlo sopra un device che i pazienti indossano su un braccio. “Più di un milione di persone lo sta utilizzando e in media effettua le misurazioni 13 volte al giorno. E questo comporta un miglior controllo dei livelli di glicemia e una riduzione dei rischi connessi alla malattia”, ha sottolineato Ismene Grohmann, Senior director innovation Diabetes care di Abbot.

Mario Caironi, coordinatore del laboratorio di Printed and molecular electronics dell’Istituto italiano di tecnologia, ha parlato invece di circuiti edibili. Realizzati con materiali biocompatibili, sono inseriti o sul cibo o su capsule. “La sfida è combinare quello che stiamo facendo con altre funzionalità per realizzare sistemi complessi”, ha spiegato. Ad esempio “una pillola con  un sensore che misura al livello del Ph, permettendo di sapere quando passa dallo stomaco al duodeno. Dall’esterno si può a quel punto attivare la somministrazione del farmaco”.

“Democratizzare l’intelligenza artificiale, renderla comprensibile a tutti”, è invece la parola d’ordine di Silvia Peviani, co-founder di Vidiemme e BU Pharma dicrector. Che, insieme al Digital healthcare  Innovation director di Takeda Andrea Bottalico di Takeda ha presentato alcune applicazioni in ambito sanitario. “Dal 2010 ad oggi abbiamo vissuto l’era del digital marketing, limitandoci alla promozione del prodotto. Ora dobbiamo passare alla digital healthcare”.

Proximie, azienda inglese, si occupa di portare la realtà aumentata in chirurgia. “Ad oggi il modo migliore per vedere come si svolge un’operazione è essere presenti in sala operatoria”, ha sottolineato il commercial lead Matthew Ginn. L’utilizzo della realtà aumentata consente di superare questo limite, dando ai chirurghi uno strumento di apprendimento. E contribuendo a ridurre gli outcome negativi.

Oltre alla realtà aumentata, anche la stampa in 3D ha applicazioni mediche. “Il bioprinting ci permette di stampare con materiale biologico e biopolimeri”, il racconto di Luca Borro, ricercatore all’unità di Innovazione e percorsi clinici dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, “realizzando dei materiali in grado di mimare una funzione fisiologica”.

Sul palco del Wired Health anche progetti che sono andati oltre la cura. Come Io non sclero, progetto di patient awareness per chi soffre di sclerosi multipla lanciato da Biogen. “Abbiamo costruito una comunità on line di 77mila tra pazienti e familiari, la seconda in Italia”, ha sottolineato l’Associate director public affairs Ilaria Prato.

Il gruppo Farmacie italiane ha invece creato un servizio che permette di chattare con i farmacisti. “Vogliamo porci come presidio intermedio, elevare la professione del farmacista, portalo ovunque e cercare di evitare che si acquistino farmaci in maniera sbagliata”, ha spiegato il responsabile per lo Sviluppo digitale Umberto Gallo.

Ancora in termini di open innovation, Sanofi ha lanciato Uwell, piattaforma aperta per l’innovazione in sanità. “Ha l’obiettivo di aiutare le persone a semplificare il loro percorso della salute e vivere meglio. Abbiamo scelto l’open innovation perchè difficilmente possiamo raggiungere questo obiettivo da soli”, ha spiegato la Head of innovation and digital consumer health Milena Leone.

Partner del progetto Dottori.it e Pazienti.it, rappresentati sul palco rispettivamente dalla Chief operation officer Angela Maria Alvino e dalla Digital marketing manager Federica Ferrazzani. “Da un lato serviamo il paziente garantendo un’informazione corretta, dall’altra rappresentiamo un supporto per la trasformazione digitale dei medici”, ha spiegato la prima. Mentre la seconda ha ricordato che “il paziente ha bisogno di informazioni vere. Il nostro lustro è il portale editoriale rivisto da un comitato scientifico che abbiamo voluto per contrastare le fake news”.

In tema di assicurazioni è salute è intervenuto Ivano Bosisio, Head of operations and customer excellence di Generali Welion. “Il nostro obiettivo per i prossimi tre anni è di non limitarci ad essere presenti nel momento di denuncia di un sinistro. Vogliamo lavorare con loro per offrire servizi che aiutino da un lato a prevenire l’altro, dall’altro accompagnandolo nel percorso di cure del sistema salute”.

Cesare Guidorzi, country manager di InterSystems, si è concentrato su come migliorare la sanità italiana, già oggi una delle migliori al mondo. “Una larga fetta dei 650mila decessi annui sono dovuti ad eventi avversi che si ingenerano nel sistema sanitario. E sono quindi evitabili”, ha ricordato. Le soluzioni? Ad esempio la condivisione di informazioni. Il che significa digitalizzazione, fascicolo sanitario elettronico, collegare i dati per ricavare intelligence.

Spazio anche al tema della blockchain. “La transazione di un lotto o clinico farmaceutica rappresenta una transazione. Blockchain abilita alla transazione di più asset logistici all’interno di una filiera. E questo vale anche per i dati forniti con una cartella clinica elettronica”, ha spiegato Jacopo Montigiani,  General manager & R&D director di Jsb Solutions. “Blockchain è un supporto alla trasparenza ed alla sicurezza dei dati”, ha aggiunto Max Barawitzka, Healthcare communication expert and Shareholding partner di Cysed.

In collegamento da Roma è quindi intervenuta la ministra della Salute Giulia Grillo. Esponente del governo che ha parlato del suo impegno per ridurre le liste di attesa e per redistribuire le risorse impiegate per finanziare la sanità. Un lavoro, il suo, che passa anche dal contrasto alle fake news. “Ho chiesto di sviluppare un’app sulla maternità”, l’annuncio, “che fornisca alle donne solo informazioni certificate”.

Chiusura affidata a Massimo Buscema, presidente e direttore di Semeion. Suo il compito di spiegare il ruolo degli algoritmi che stanno alla base dell’intelligenza artificiale. “Quando tentiamo di capire un processo cerchiamo di capire le invarianti tramite la matematica, le simuliamo su un computer e compariamo col processo naturale. Così comprendiamo se abbiamo capito”. È così che funzionano, ad esempio, che funzionano i software che distinguono i nei innocui dalle patologie tumorali e quelli che permettono di capire da dove hanno avuto origine le epidemie.

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