Tutti parlano di web tax, ma a che punto siamo davvero?

Tutti parlano di web tax, ma a che punto siamo davvero?

Web tax (Getty Images)
Web tax (Getty Images)

Oltre all’ambiente, l’altro tema caldo che sta tenendo banco in questi giorni al World economic forum di Davos è certamente quello relativo a una possibile web tax internazionale. E anche su questo fronte le posizioni degli Stati Uniti e quelle dei paesi dell’Unione europea sembrano essere molto distanti, in particolare con la Francia.

Le minacce degli Stati Uniti

Lo scorso 22 gennaio, per bocca del segretario del Tesoro americano Steve Mnuchin, Washington è tornata a parlare di dazi e possibili aumenti delle tariffe sui prodotti importati dall’Europa se non dovessero cambiare le condizioni messe in campo dai diversi paesi dell’Unione sulla questione della tassazione ai giganti tecnologici. Stando alle parole del presidente americano Donald Trump riportate da Repubblica, a essere colpite potrebbero ora essere soprattutto le case automobilistiche, con tariffe del 25% sui veicoli importati.

La posizione dell’Europa

Dal canto loro, i paesi europei guardano ora all’Ocse per riuscire a trovare al più presto un accordo comune sulla web tax, ma da Francia e Italia i rispettivi ministri dell’Economia fanno sapere che sono disposti a proseguire con le proposte già avanzate in sede nazionale se non si dovesse raggiungere un’intesa internazionale.

Il ministro italiano Roberto Gualtieri ha infatti affermato: “O ci sarà un accordo globale sulla web tax o l’Italia andrà avanti sulla tassazione digitale”. Del resto, un piano per la web tax è già stato inserito nella legge di Bilancio del 2020 e prevede un’aliquota al 3% sui ricavi dei servizi di società tecnologiche che fatturano oltre 750 milioni di euro a livello globale, di cui 5,5 milioni in Italia. Ma il pagamento della tassa partirà nei prossimi anni, ha precisato Gualtieri, per un gettito complessivo annuo stimato attorno ai 700 milioni di euro annui.

Stesse condizioni per la web tax francese, che però è già stata approvata dal parlamento lo scorso luglio ed è in vigore da inizio gennaio. Proprio nei giorni scorsi però, come riporta Reuters, il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire e il suo omologo americano hanno concordato una sospensione del pagamento del primo acconto dovuto dalle compagnie tecnologiche americane a Parigi in attesa che si arrivi a un quadro normativo comune in sede Ocse. Nel caso francese, la quota dei ricavi tassabili ottenuti in all’interno dei confini nazionali sale a 25 milioni.

Secondo quanto riportato da Cnbc, infine, anche la Gran Bretagna punta a raggiungere una definizione normativa comune a tutti i paesi, ma precisa anche che se non fosse raggiunta un’intesa andrebbe avanti da aprile con la propria proposta di tassazione. In quel caso, Londra applicherebbe un’aliquota del 2% per compagnie tecnologiche con fatturato globale al di sopra dei 500 milioni di sterline, ma precisa anche che si tratterebbe comunque di una tassa temporanea in attesa di recepire una direttiva internazionale.

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