Trump è di nuovo sotto impeachment. E tutto gli sta crollando intorno

Trump è di nuovo sotto impeachment. E tutto gli sta crollando intorno

La Camera ha votato a maggioranza l’impeachment a Donald Trump: il presidente uscente è stato accusato di aver istigato una insurrezione contro gli Stati Uniti d’America. Nella giornata del 13 gennaio non sono stati solo i democratici a votare a favore del processo che si terrà al Senato, ma anche diversi repubblicani. È una mossa entrata nella storia, perché non era mai successo che un presidente fosse accusato due volte. Ora la palla passa al Senato, dove si svolgerà il processo, anche se non è ancora chiaro quando. L’insediamento di Joe Biden alla presidenza e della sua maggioranza democratica in entrambe le camere avverrà il 20 gennaio.

L’assalto al Congresso dei manifestanti pro-Trump del 6 gennaio sembra essere stato un punto di svolta per il percorso politico del presidente in carica. Quell’attacco, che lui stesso ha fomentato solo poche ore prima e che ha causato cinque morti, sembra averlo messo all’angolo perché ne ha, di fatto, svelato la pericolosità. Certo, non lo hanno abbandonato i suoi fedelissimi, lo zoccolo duro del suo elettorato crede ancora in lui, ma molti altri gli stanno voltando le spalle, compresi alcuni suoi importanti alleati e membri della sua stessa amministrazione. La radice di questo declino politico è, per dirla con il titolo, perfetto, dell’articolo del New York a firma Jonathan Chait, che “il negare l’autoritarismo di Trump ora è finito”. Dopo i video e le foto che mostrano plasticamente come qualche centinaio di violenti e fanatici possono effettivamente mettere a repentaglio una democrazia tentando un golpe, è diventato impossibile negare che le parole hanno un peso. A lungo andare il fomentare l’odio con bugie, fantasie cospirazioniste e tweet rissosi, porta a una trasformazione di quella violenza verbale in violenza fisica.

Così Donald Trump, nelle sue ultime settimane da presidente, ha visto alcuni membri della sua stessa amministrazione allontanarsi o disconoscerlo — ed è una notizia perché le ripercussioni di questa perdita di potere politico andranno oltre il 20 gennaio, data di insediamento del presidente Biden. Partiamo da Mike Pence, innanzitutto, cioè il più alto in grado dopo lo stesso Trump. Pence ha fatto due cose quel sei gennaio, entrambe considerate un tradimento dai fanatici pro-Trump: ha convocato la Guardia nazionale per proteggere il Congresso dall’assalto – stando a quanto ha riferito il segretario alla Difesa Christopher C. Miller Trump è stato aggirato, cosa che fa intendere non fosse d’accordo – e ha concluso e presieduto l’ufficializzazione della vittoria di Biden (proprio quella che i rivoltosi volevano bloccare, e che di solito è una pura formalità). Pence, in tutta risposta, ha visto i manifestanti trumpiani insultarlo e fare cori sul fatto che andrebbe impiccato: non un fatto da poco, se consideriamo che quei video sono poi stati visti in tutto il mondo, sancendo una rottura tra il presidente e il suo vice.

Ma di nomi importanti che hanno abbandonato Trump ce ne sono altri: la segretaria ai Trasporti Elaine Chao e quella all’Educazione Betsy DeVos, per esempio, hanno rassegnato le proprie dimissioni. DeVos non è soltanto un nome di spicco della destra religiosa, è anche la sorella di Erik Prince, un potente ex appartenente al corpo dei Navy Seals e imprenditore, oltre che finanziatore del partito repubblicano. Per quanto riguarda Chao, va sottolineato che il suo abbandono arriva dopo quello di suo marito Mitch McConnell, potente capo dei senatori repubblicani anche lui oramai tra gli ex fedelissimi di Trump. La lista dei nomi dei dimissionari continua: ha abbandonato Mick Mulvaney, uno dei consiglieri di Trump sin dalla prima ora, con delega all’Irlanda del Nord, oltre che ex capo dello staff della Casa Bianca. Mulvaney, nel dimettersi, ha detto che “coloro che scelgono di rimanere lo stanno facendo perché sono preoccupati che il presidente possa mettere qualcuno di peggio al posto loro”). Di nuovo torna il tema di Trump visto come sinonimo di pericolo e instabilità.

E ancora, ha lasciato il suo posto il responsabile della sicurezza informatica della Casa Bianca, John Costello, poi un nome di peso della politica economica trumpiana, cioè Tyler Goodspeed, direttore del White House Council of Economics. Anche Matthew Pottinger ha lasciato il suo posto, era consigliere di Trump per la politica estera in Asia e per la Sicurezza Nazionale. Sono nomi che non si sentiamo alla TV, ma che in un’amministrazione hanno una certa importanza. La stessa cosa si può dire per Stephanie Grisham e Rickie Niceta, rispettivamente capo dello staff e importante consigliera di Melania Trump, anche loro hanno deciso di dimettersi. 

La politica ha messo all’angolo Donald Trump anche soltanto continuando a rispettare le leggi: il presidente e i suoi seguaci sono ora considerati deboli e meno credibili di prima nello stesso Partito repubblicano, tanto da aver reso plausibile per poco l’applicazione della rimozione del presidente tramite il 25esimo emendamento, che per essere applicato necessita anche del voto di molti repubblicani al congresso.

Per Trump il pericolo di essere mandato via dall’ufficio ovale prima della scadenza naturale del suo mandato si è fatto concreto. C’è stata l’applicazione scongiurata del 25esimo emendamento, ma è poi arrivato il secondo impeachment, cioè il procedimento politico per cui un presidente in carica può essere rimosso dal congresso se ritenuto responsabile di “gravi crimini”. C’è però un’enorme differenza tra l’apertura del procedimento con la quale un presidente è, ufficialmente, sotto impeachment e la sua effettiva rimozione. Di procedimenti di impeachment nella storia statunitense ce ne sono stati venti, solo in tre casi hanno riguardato il presidente, ma di rimozioni avvenute nemmeno una. Questo per dire che le possibilità non sono molte, soprattutto perché in ogni caso Trump lascerà la Casa Bianca entro il 20 gennaio, e i procedimenti potrebbero concludersi molto dopo. Il punto però è puramente politico: si tratta, secondo i democratici, di conseguenze obbligate agli atti golpisti senza precedenti del presidente Trump, come dire che non importa se avranno effetti concreti o no, ci sono delle conseguenze politiche che devono essere messe in moto comunque perché sono da considerarsi automatiche.

C’è un altro motivo per cui i democratici, e parte del Partito repubblicano, stanno isolando Trump in modo così netto nonostante stia per lasciare la Casa Bianca: è considerato pericoloso. Da qui al 20 gennaio c’è un’altra settimana, e l’Fbi ha allertato gli stati sulla possibilità di altre manifestazioni violente. Non solo: la portavoce della Camera Nancy Pelosi ha fatto dei riferimenti diretti alla possibilità che Trump faccia disastri con le armi nucleari, chiedendo rassicurazioni. Sono paure che, quando espresse da pezzi delle istituzioni così importanti, hanno conseguenze anche politiche. In altre parole: Trump va limitato nel suo essere un pericolo per il suo stesso paese, e questo pericolo non finirà con il suo abbandono della Casa Bianca. Una vignetta del New Yorker apparsa pochi giorni fa e subito diventata virale mostra un enorme mostro che sta distruggendo la città, tre persone osservano il disastro e una esclama “buone notizie! tra una settimana se ne andrà!”. Quel mostro è, ovviamente, Trump.

Ma non è solo la politica ad abbandonare Trump. Ci sono alcuni importanti attori economici che hanno fatto un passo indietro, vale la pena citare il colosso tedesco Deutsche Bank che, stando a quanto scrive Deutsche Welle, non farà più affari con Donald Trump. La stessa città di New York, dove Trump ha sempre vissuto e fatto affari, ha annunciato che terminerà i suoi contratti con la Trump Organization, nello specifico non andranno avanti nel loro lavoro due piste di pattinaggio e dei campi da golf. Lo ha annunciato lo stesso sindaco Bill de Blasio. Sono segnali importanti, che rischiano di avere effetti a valanga.

Anche gli amministratori di molte piattaforme dopo l’assalto al congresso, sembrano aver capito che il sovranismo è troppo pericoloso per essere accettato. Twitter e Facebook, innanzitutto, hanno deciso di silenziare temporaneamente gli account del presidente, con delle misure senza precedenti prese a causa della violazione delle linee guida che vietano la condivisione di contenuti che promuovono la violenza e le notizie false. In questo modo i due principali social network del mondo occidentale hanno mandato un messaggio molto duro, accettando di ricevere critiche e di fare quello che hanno sempre evitato di fare, cioè assumersi la responsabilità di essere anche degli editori e quindi rispondere dei contenuti pubblicati dai loro utenti. Allo stesso tempo, bloccando Trump, hanno per forza di cose regalato ai trumpiani la possibilità di continuare con la retorica vittimista, quindi di urlare alla censura e di proseguire con l’immagine di eroi in lotta contro poteri misteriosi.

Ma anche Amazon ha deciso di non fornire più i propri server a Parler, un social network molto frequentato dalla destra estremista e complottista. Google e Apple, nel frattempo, hanno eliminato l’app dai loro app store. E gli amministratori di YouTube hanno cercato di non rendere il proprio servizio utile alla mossa golpista di Trump e alle sue possibili azioni future, eliminando un numero imprecisato di video dalla piattaforma. Lo stesso hanno fatto molti altri social come Reddit, TikTok e Snapchat. Questa presa di coscienza collettiva è, agli occhi dei pro-Trump, una prova di un complotto ai loro danni: nella realtà è una risposta, puramente simbolica e probabilmente tardiva, a un problema, quello dell’odio e delle falsità online, che ha dimensioni che lo rendono difficile da contenere.

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