The Chain, cosa sei disposta a fare per riavere tua figlia?

The Chain, cosa sei disposta a fare per riavere tua figlia?

Arriva in Italia un romanzo che negli Stati Uniti è stato applaudito e continua a essere applaudito come un capolavoro del genere thriller. Don Winslow ne ha parlato in termini elogiativi (“Brillante. Scritto benissimo. Un capolavoro di tensione“) così come Stephen King (“Una storia che non riuscirete a togliervi dalla testa per moltissimo tempo“) e Ian Ranking (“Se fossi bloccato su un’isola deserta mi assicurerei di avere con me un libro di McKinty“). Si intitola The Chain ed è edito da Longanesi. L’autore, Adrian McKinty, all’estero già vincitore di numerosi premi, era sconosciuto ai lettori italiani. Fino ad oggi.

Su The Chain va detta una cosa: si basa su un’idea forte, anzi, fortissima che ne segna la fortuna già in partenza. Davvero ci sarebbe voluto un pessimo scrittore per rovinare un’idea simile, svilupparla male e confezionare un brutto romanzo. E McKinty non è un pessimo scrittore, tutt’altro. Ha una prosa al servizio della trama: rapida, concisa che si adegua a una vicenda il cui ritmo non può che essere serrato.

Dato che questa idea portentosa è esposta nelle prime pagine e sintetizzata già in quarta di copertina, non faccio nessuno spoiler ad anticiparvela: a una madre di nome Rachel viene rapita la figlia, per liberarla dovrà pagare un riscatto e organizzare un rapimento uguale a quello subito; chi ha rapito sua figlia difatti, è un’altra madre a cui a sua volta è stata rapita la bambina e anche lei per riaverla dovrà pagare un riscatto e far sì che il rapimento che ha organizzato ai danni di Rachel vada a buon fine secondo i termini sopra esposti.

Ecco l’idea portentosa. Ecco il perché del titolo: The Chain. Una catena di Sant’Antonio di rapimenti. Organizzata da chi? Perché? Rachel riavrà sua figlia? Ed è giusto che per riaverla organizzi un rapimento ai danni di una madre innocente? Tutte queste domande assaltano la mente del lettore fin dalle prime pagine.
In realtà la catena umana di rapimenti non è un’idea su cui l’autore può esercitare diritto di copyright.  Lo spunto del romanzo, come lui stesso ci informa nella postfazione, gli è venuto a Città del Messico, nel 2012, dopo essere venuto a conoscenza di un particolare tipo di rapimento locale in cui un membro della famiglia si offre come ostaggio in cambio della liberazione di qualcuno di più vulnerabile.

Parlavamo dell’idea e di come non basti perché un romanzo, una volta decollato, viaggi su velocità di crociera soddisfacenti per un lettore esigente. Se la prima parte del romanzo segue Rachel e il suo disperato tentativo di riavere la figlia, nella seconda il ritmo rallenta sensibilmente e veniamo a conoscenza del sistema dietro la catena di rapimenti, chi lo organizza e perché.

The Chain è un capolavoro come hanno sostenuto tanti illustri scrittori? Non proprio. Il suo punto di forza è anche la sua debolezza: una trama e una prosa rapida che hanno una presa efficace sul lettore. Ma, specie nella prima parte, tale rapidità va a detrimento di un’indagine psicologica e qualche descrizione in più che non avrebbero nuociuto. Si parla di armi, tecnologia e dark web con una disinvoltura più da film che da romanzo. Ma si tratta di una piccola macchia di quella che è una lettura assolutamente da affrontare se siete amanti del genere. E anche se non lo siete.

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