Sui rifiuti nucleari l’Italia è già in ritardo. Ma si prende altro tempo

Sui rifiuti nucleari l’Italia è già in ritardo. Ma si prende altro tempo

Una fase del decommissioning nucleare (Sogin)
Una fase del decommissioning nucleare (Sogin)

Il deposito nazionale dei rifiuti nucleari in Italia ancora non c’è, nemmeno sulla carta, ma si sonda il terreno per spedire all’estero alcune delle scorie senza nemmeno passare dal futuro cimitero pubblico.

La mozione

Mercoledì 3 luglio è approdato in Senato un documento che ha fatto poco clamore: la bozza di risoluzione che chiude l’indagine sui rifiuti radioattivi condotta dalla commissione industria, turismo e commercio.

Nello schema, firmato dal presidente Gianni Girotto, in quota Movimento 5 Stelle, si chiede al governo in via prioritaria di capire se altri Paesi hanno l’interesse fin da subito a farsi carico dei rifiuti nucleari italiani ad alta e media intensità, ossia quelli che impiegano più tempo a decadere, senza che siano parcheggiati  a tempo determinato in quello nazionale.

Ma c’è un altro snodo dirimente. È “l’assenza di alcuni dettagli fondamentali”, come un’analisi sulla “strategia del “brownfield”, ossia la trasformazione degli attuali siti in depositi di sé stessi, rispetto alla realizzazione del deposito nazionale”. Lasciando cioé le scorie là dove sono, nelle quattro ex centrali nucleari (a Trino, Caorso, Latina e Garigliano) e negli impianti del combustibile (Saluggia, Bosco Marengo, Casaccia e Rotondella). In sostanza si delinea un piano b, alternativo alla costruzione di un deposito centrale, su cui l’Italia ha accumulato notevole ritardo.

La mappa degli impianti nucleari in Italia (Sogin)
La mappa degli impianti nucleari in Italia (Sogin)

Contatti all’estero

Quella dell’invio delle scorie più radioattive all’estero è una tesi che, come Wired ha potuto documentare già a febbraio, vede allineati i 5 Stelle impegnati sul dossier nucleare: Girotto quindi, e il sottosegretario alla partita al ministero dello Sviluppo economico, Davide Crippa. L’idea è: mando fuori i rifiuti più “pesanti” da far digerire alla popolazione, in modo da rendere più accettabile il deposito dei restanti.

L’argomento ha un appiglio nelle norme, visto che i due documenti ufficiali, ai quali far riferimento per costruire il deposito nazionale, presentano una sottile differenza.

Il primo, il decreto legislativo 31 del 2010, prevede che lo smaltimento dei rifiuti dell’atomo avvenga in un parco tecnologico, composto da due unità: un deposito per i scarti a bassa e media intensità (78mila metri cubi, dato Sogin) e uno temporaneo (50-100 anni) per i 17mila metri cubi ad alta intensità, che poi dovrebbero comunque essere avviati all’estero.

Nel secondo però, le linee guida che stabiliscono i criteri per capire in quali località di Italia potrà sorgere questo impianto (e stilare la Cnapi, la carta delle aree potenzialmente idonei), manca il riferimento all’alta intensità. Quindi l’idea dei 5 Stelle è di saltare la casella del deposito nazionale, avviando queste scorie all’estero e lasciandole là per sempre, pagando un contratto per il decommissioning.

La centrale nucleare di Garigliano (Sogin)
La centrale nucleare di Garigliano (Sogin)

Cosa fanno gli altri Paesi

Altri governi stanno lavorando alla gestione dei rifiuti ad alta intensità. La Finlandia aprirà nel 2020 un deposito sotterraneo per le scorie più pericolose, progettato per resistere per migliaia di anni, vicino alla centrale di Olkiuoto. Nei Paesi Bassi ce n’è uno operativo dal 2003, in Svezia dal 1985. Anche Germania, Gran Bretagna, Romania e Repubblica Ceca stanno scegliendo dove localizzarlo. Nel complesso, Confindustria ha censito 17 Paesi in Europa che hanno un programma di gestione centralizzata delle scorie nucleari.

Lo schema di Girotto prevede di bussare alle porte delle altre cancellerie anche per ottenere lo smaltimento di 64 barre di combustibile nucleare uranio/torio, non ritrattate. In Italia manca la tecnologia, scrive il senatore. E lo confermano da Sogin, la società pubblica che si occupa del decommissioning nucleare. Stipate nel sito Itrec di Rotondella, in provincia di Matera, le barre arrivano dal reattore di Elk River, negli Stati Uniti.

L’Italia ha già stoccato temporaneamente in Francia e Regno Unito scorie che devono rientrare entro il 2025 nel deposito nazionale. Sogin ha anche ottenuto 26 milioni di sconto. Ma con il progetto ancora al palo, il rischio di dover prolungare i contratti, e di conseguenza le spese, si concretizza.

Lo smantellamento dell'alternatore nella centrale nucleare di Garigliano (Sogin)
Lo smantellamento dell’alternatore nella centrale nucleare di Garigliano (Sogin)

Le barre made in Usa

Nel frattempo, come emerge dal documento del Senato, tutto il progetto per chiudere il ciclo del nucleare è in ritardo. “La cosa più preoccupante – si legge – è che ben poco è stato fatto nelle due situazioni più critiche”. Ossia l’Itrec di Rotondella (in provincia di Matera) e Saluggia.

In Basilicata, spiega a Wired Emanuele Fontani, direttore disattivazione impianti di Sogin, è in fase di approvazione il progetto per trasferire le barre ex Elk. “Dobbiamo spostare il torio/uranio in contenitori per il trasporto in un altro paese, perché non possono essere trattate in Italia. Per la realizzazione dei due contenitori ci vorranno 32 mesi”, aggiunge.

In parallelo si sta lavorando a “rimuovere un deposito di rifiuti interrati, che sarà completato entro la fine dell’anno”, spiega Fontani, e poi occorre cementare le scorie radioattive liquide. Un processo legato a doppio filo a Saluggia, dove ne sono stoccati 300 metri cubi (contro i 3 metri cubi dell’Itrec).

Il piano di spesa del piano di decommissioning nucleare (Sogin)
Il piano di spesa del piano di decommissioning nucleare (Sogin)

Focus su Saluggia

Nella città in provincia di Vercelli sorge l’Eurex, uno dei quattro centri per la lavorazione del combustibile irraggiato finiti sotto la responsabilità di Sogin. Quello dello stabilimento sulle rive della Dora Baltea è considerato il progetto più delicato del decommissioning, tant’è che Sogin stima di chiuderlo nel 2036, con un esborso di 474,8 milioni di euro.

Già nel 1977 all’Eurex (allora del Cnen, poi Enea, Sogin arriva nel 2003) sono stati dati cinque anni di tempo per trattarli e renderli solidi. Operazione mai iniziata e che, lo scorso 21 giugno, ha ottenuto dal ministero dello Sviluppo economico (Mise) altro tempo. È il rinvio numero cinque e posticipa al 2023 la scadenza per costruire il Cemex, l’impianto per solidificare i rifiuti liquidi e metterli in sicurezza, considerato – si legge nel documento del ministero – una “delle attività finalizzate alla progressiva riduzione del livello di rischio degli impianti nucleari”. Dopodiché avrà, spiegano dal Mise, 18 mesi per completare il trattamento delle scorie.

L’ultima scadenza fissava la consegna del Cemex a giugno del 2019. Tuttavia nel 2017 Sogin ha fatto saltare il contratto con il vincitore dell’appalto, un raggruppamento di imprese guidato da Saipem (il colosso delle infrastrutture per petrolio e gas partecipato da Eni e Cassa depositi e prestiti, con il quale è in corso una causa), e il cantiere è finito su un binario morto.

Ad aprile Sogin ha firmato il contratto per costruire un deposito, mentre il sottosegretario Davide Crippa fa sapere a Wired che “la nuova gara per il completamento delle rimanenti opere dell’impianto di cementazione, sono in corso tutti gli adempimenti affinché possa essere avviata nel secondo semestre 2019 e concludersi nel primo semestre del 2020”.

Scorie nucleari (foto Sogin)
Scorie nucleari (foto Sogin)

Le ispezioni

Nel frattempo la neonata autorità per la filiera dell’atomo, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), ha chiesto a Sogin un’ispezione sullo stato di salute dei serbatoi in cui i rifiuti sono conservati a Saluggia. Il risultato è “un buon stato di conservazione”, scrive Isin al Mise.

Tuttavia è stata rilevata la “presenza, nel fondo delle celle, di liquido, non contaminato, non riconducibile al contenuto dei serbatoi”, che però “rende indisponibile il sistema di allarme di eventuali perdite”. Tanto che Isin, che pure fa sapere a Wired che “non ci sono situazioni di rischio”, ha chiesto a Sogin di intervenire subito sulla rimozione di quei liquidi.

Fontani spiega la risposta dell’Isin: “A Saluggia c’è un sistema di allarme a due segnali. Uno è la caduta del livello nel liquido nel serbatoio, che non si è mai verificato, l’altro è la presenza di liquido nel pozzetto di racolta. Siccome le celle non hanno una tenuta stagna, abbiamo trovato acqua piovana, mai contaminata. Sapevamo che questo sistema di allarme era inibito. Ora stiamo facendo un intervento manutentivo”.

Il risultato operativo di Sogin (Sogin)
Il risultato operativo di Sogin (Sogin)

Il rinnovo dei vertici di Sogin

Ultimo tassello è la nomina del nuovo consiglio d’amministrazione di Sogin. Il mandato del duo al vertice dell’azienda, il presidente Marco Ricotti e l’amministratore delegato Luca Desiata, è terminato. Ed entro luglio si attende che il governo, attraverso il Mise, indichi i successori. Come sarà gestito il valzer di poltrone? Desiata e Ricotti sono riusciti a tagliare il traguardo di un mandato in un’azienda dove si registravano avvicendamenti politici ogni due anni.

Rispetto alla future nomine di Sogin, dobbiamo evitare il ritorno di vecchi nomi corresponsabili dei ritardi storici delle attività e del conseguente aumento dei rischi e dei costi in bolletta”, fa sapere Girotto.

Hanno presentato a febbraio un consuntivo con il picco storico di attività di decommissioning – 80,4 milioni di euro – e un margine operativo lordo di 5 milioni. Hanno esteso le collaborazioni all’estero. E tessuto rapporti con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che a fine giugno ha organizzato nella sede di Sogin la prima conferenza sull’economia circolare nella filiera dell’atomo.

Abbiamo fatto emergere buone pratiche per avviare al riciclo calcestruzzo e metalli dopo essere stati decontaminati”, racconta Desiata: “È il terzo progetto con l’agenzia. Prima abbiamo fatto una revisione sul ciclo a vita intera e sullo smantellamento del vessel (i contenitori del combustibile radioattivo, ndr)”.

Tuttavia Sogin ha speso tra il 2001 e il 2018 3,8 miliardi, foraggiati dal prelievo in bolletta, senza aver ancora avviato il perno del progetto di smantellamento, il deposito nazionale, e aumentando di 400 milioni il costo del piano, da 6,8 miliardi a 7,2 miliardi. E serve un potenziamento dell’Isin, visto che il 30% del personale è a un passo dalla pensione. Lo chiede l’ispettorato, gli fa eco Sogin e lo reclama anche Girotto.

All’Isin è ora arrivata l’ultima versione della Cnapi, aggiornata da Sogin con un innalzamento dei parametri sismici. Nel frattempo, spiega Desiata, “noi siamo impegnati a ottimizzare le fasi di avvio dei lavori, ma non abbiamo più fatto un aggiornamento sul piano del deposito”. Ci sarebbe ancora tempo per aprire i primi moduli entro il 2025. Ma ora la palla passa alla politica. E ancora una volta, non si sa quando suonerà il gong.

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