Su Telegram sono triplicati i gruppi dove si scambiano foto e video intimi

Su Telegram sono triplicati i gruppi dove si scambiano foto e video intimi

(Photo Illustration by Thomas Trutschel/Photothek via Getty Images)

Su Telegram ci sono almeno 89 gruppi e canali frequentati da utenti italiani, dove vengono scambiati foto e video intimi di partner o ex, numeri di telefono, email o profili social per l’identificazione e materiale pedopornografico. Solo pochi mesi fa, a febbraio, erano 17. Allora si stimavano 1,1 milioni di account (alcuni dei quali presenti in più gruppi). A novembre conta un milione di utenti, per la precisione 997.236, solo il canale più numeroso. È un’escalation, quella che fotografano i numeri raccolti da Permessonegato, associazione no-profit nata a un anno fa per dare sostegno tecnologico alle vittime di violenza online, di diffusione non consensuale di materiale intimo e di attacchi di odio.

Nel suo ultimo osservatorio, datato novembre 2020, Permessonegato evidenzia come “il fenomeno appare in rapida crescita”. Da maggio a oggi il numero di canali è triplicato: da 29 a 89. E altrettanto gli utenti complessivi (alcuni dei quali, quindi, presenti in più gruppi): da 2,2 milioni a 6 milioni 13.688. Di questi, circa il 60% sono quelli che si sovrappongono di canale in canale, quindi sono almeno 2,4 milioni, stando all’ultimo censimento, gli account unici che bazzicano in questi canali. Dove il traffico di foto e video intimi va oltre quello che è entrato nel gergo comune come revenge porn, ossia la violenza perpetrata dopo la fine di una relazione, diffondendo in rete immagini intime dell’ex partner.

Dai dati alla pedopornografia

In questi gruppi gli utenti si passano di mano foto e video intimi, girati per rimanere all’interno della coppia e invece offerti al gruppo “al fine di condivisione, di scambio o di mera “valutazione””, si legge nel rapporto di Permessonegato, che lo scorso anno ha gestito 500 segnalazioni e rimosso 3,5 milioni di contenuti online, ma anche immagini carpite di nascosto. Si diffondono i contatti della vittima: rubriche complete di profili sui social network, email e numeri di telefono, come anche Wired ha potuto verificare dopo la segnalazione di un lettore, che ha sporto denuncia alla Polizia postale.

E nei gruppi sono attivi utenti alla ricerca di materiale pedopornografico e senza filtri, lanciando platealmente l’amo nei canali per poi procedere con una “corrispondenza diretta tra domanda e risposta”, chiosa l’associazione. L’analisi delle conversazioni fa emergere scenari inquietanti: oltre a casi di minori irretiti “dietro promessa di compensi”, scrive la no-profit, in altri casi “sono stati blanditi, costretti o hanno ricevuto forti pressioni”.

Come moneta di scambio vengono usati anche materiali pirata scaricati da Onlyfans, il sito inglese su cui i 30 milioni utenti, dietro pagamento, possono fruire dei contenuti degli attuali 450mila creator. Molti dei quali sono proprio professionisti dell’industria del sesso o modelle e modelli amatoriali. Video e foto vengono quindi scaricati e piazzati sulle chat di Telegram per ottenere altro materiale. In questo caso il danno è prettamente economico, dato che per molti sex worker Onlyfans è diventato un proficuo canale di introiti.

Il ruolo delle piattaforme

Il rapporto di Permessonegato è stato inoltrato nelle scorse ore ai vertici di Telegram, alle forze dell’ordine italiane e internazionali, all’Autorità garante delle comunicazioni e della privacy, ad Apple e Google. L’obiettivo è spingere la piattaforma a intervenire contro questi gruppi, che continuano a macinare iscritti. Tra le molle anche i riferimenti nelle cronache di casi di violenza e diffusione illecita di foto e video intimi dei gruppi in cui questo materiale circola. In corrispondenza di questi episodi, “il numero di accessi”, spiegano dall’associazione, “sale verticalmente”, tanto che il consiglio è di non fornire dettagli utili a identificare la vittima o i luoghi di scambio per limitare i danni.

Telegram è la più lenta e sorda delle piattaforme a prende provvedimenti. Se Facebook, con cui Permessonegato collabora in un progetto pilota per prevenire la diffusione di contenuti intimi, risponde in meno di 24 ore alle segnalazioni e in tempi più lunghi “ma comunque effettivi” arrivano anche Microsoft e Google, “tortuose, per nulla scontate e spesso ignorate” sono le richieste inoltrate a Twitter e a molti siti a luci rosse. Ma Telegram, insieme a forum specifici, è ancora più indifferente. “C’è la scelta politica di non fare niente per accaparrarsi quote di mercato bloccando il meno possibile”, taglia corto Matteo Flora, imprenditore del settore digitale, esperto di reputazione online e presidente di Permessonegato.

La app di messaggistica, fondata in Russia da Pavel Durov e oggi con sede a Dubai e 400 milioni di utenti all’attivo, si muove solo, e nemmeno sempre con successo (come dimostrano i dati di Permessonegato), per bloccare le violenze sui minori. Al ritmo di 500 gruppi al giorno. Segno che, come la mitologica Idra, per una testa tagliata ne crescono a dozzine.

I numeri del codice rosso

Dall’anno scorso l’Italia si è dotata di regole specifiche contro la diffusione illecita di materiale intimo. È dei reati introdotti lo scorso agosto nel codice penale con il pacchetto “Codice rosso” e prevede la reclusione da uno a sei anni e una multa, da 5mila e 15mila euro. Nel primo anno di applicazione, stando ai dati del ministero della Giustizia, ammontano a 1.083 i procedimenti iscritti per la nuova fattispecie di reato, circa tre al giorno, e 121 hanno già avviato un’azione penale verso i responsabili. Sei le condanne già emesse, con tre patteggiamenti e due condanne.

A ottobre il servizio analisi della direzione centrale della Polizia criminale contava 718 casi (dal 9 agosto 2019 all’8 agosto 2020), di cui 141 denunciati in Lombardia, 82 in Sicilia, 74 in Campania, 67 in Emilia Romagna e 46 in Lazio. L’83% delle vittime è rappresentato da donne.

Come osservano da Permessonegato, “la diffusione non consensuale di immagini private a sfondo sessuale, a scopo di vendetta o meno, mostra un rischio generalizzato: nessuna classe sociale o demografica è esclusa” e ha “effetti quasi sempre devastanti sulle vite dei soggetti coinvolti”, dalla sfera degli affetti alle conseguenze sul lavoro. Al punto che, dato della no-profit Cyber civil rights initiative (che tutela i diritti di chi subisce violenza online), il 51% delle vittime ha meditato il suicidio.

Crescono gli sforzi per aiutare chi è vittima di questo genere di reati. In Italia i ministeri di Giustizia e Interno stanno lavorando sulla formazione di giudici e forze dell’ordine per rendere più efficaci gli interventi, creare reti di protezione e prevenire i reati. Nei soli mesi di marzo e aprile le chiamate al numero antiviolenza, 1522, sono aumentate del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019 (5.031 telefonate). La peculiarità della violenza sui social, tuttavia, chiama in causa competenze specifiche. Permessonegato, per esempio, integra il lavoro di esperti di tecnologia, sicurezza informatica, legge e criminologia, per identificare, segnalare e rimuovere contenuti sensibili dalla rete.

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