Sarà un agosto degno dei libri di Herman Melville?

Sarà un agosto degno dei libri di Herman Melville?

(foto: Getty Images)

Ogni 1° agosto è tra le tante cose il compleanno di Herman Melville. I suoi libri hanno da sempre raccontato ai suoi lettori di avventure esotiche ma anche di viaggi spirituali mostruosi, di vita e peripli sul mare e isole remote, ma anche delle patologie, ingiustizie e idiosincrasie della società moderna e americana – compreso lo schiavismo e il razzismo – che paiono ancora attuali, in tempi di chiusure forzate e patemi lavorativi. 

In questo agosto che inizia coi contagi in rialzo nel resto del mondo ma ancora contenuti in Italia, questo mese che suggella l’inizio della non-vacanza per molti e che perde per una volta il ruolo di tempo vacanziero per eccellenza in Italia, rileggere l’autore di Moby Dick può essere più di un ottimo passatempo estivo. Perché non partire, in un periodo come questo, di turismo forzatamente a chilometro zero, dai suoi racconti esotici e novelle di mare, invece che dal mastodontico Moby Dick

Una voce imprescindibile potrebbe essere Benito Cereno. La novella è stata più volte discussa come un testo visionariamente abolizionista (benché addirittura qualcuno l’abbia definito, al contrario, razzista): viene messo in scena l’ammutinamento da parte degli schiavi africani del capitano spagnolo Benito Cereno sulla nave San Dominick al largo delle coste del Cile. 

E di messa in scena si parla proprio: perché il lettore viene accompagnato con una tensione narrativa geniale al cospetto del vascello inquieto di Cereno, dalla prospettiva del capitano americano Delano, che si avvicina alla San Dominick.

Mentre tutti quanti fingono un’apparente normalità – benché gli schiavi africani abbiano ucciso il loro proprietario, siano dediti ad atti cannibalici, e vogliano ritornare con quella nave in Senegal capitanati dal vice di Cereno, Babo – Melville è capace di farci sentire l’inquietudine di Delano, la sua prese di coscienza del teatro che viene inscenato.

Come in un thriller psicologico modernissimo, la novella di Melville diventa una meditazione metafisica sulla malvagità umana e un confronto tra la mentalità del colono impassibile e quelle inquietate da possibili rivolte future dovute alla schiavitù di intere etnie e popolazioni. 

Passando per i primi romanzi autobiografici di avventura, dove Melville racconta della propria esperienza sulle baleniere e per i Mari di mezzo mondo, tra nativi di isole esotiche, coloni imperterriti o impazziti, ammutinamenti e diserzioni, sia in Typee che in Omoo – il romanzo di avventure sulle baleniere per mare forse più ironico, assieme al gulliveriano Mardi – un altro imprescindibile racconto di mare, pubblicato postumo nel 1924, è sicuramente Billy Budd – tradotto in Italia tra gli altri da Eugenio Montale – dove il conflitto umano tra vari personaggi in una nave viene ancora di più scandagliato con toni quasi biblici. 

Il giovane e aitante ventenne Billy Budd viene arruolato come mozzo in una nave inglese e da lì tutti i suoi sogni di gioventù verranno infranti nell’ambiente opprimente della nave. In primis, a causa del diabolico maestro d’armi Claggart, che arriverà fino a farlo accusare di insubordinazione. La reazione omicida di Billy Budd lo porterà fino ad un tragico epilogo, nonostante il capitano della nave dimostri razionale empatia per le sorti del giovane. Un epilogo che però lo farà ricordare dagli altri quasi come un santo o addirittura come un Cristo crocifisso per fa espiare i peccati di quella comunità marina. 

Cosa è così Billy Budd davanti ai suoi lettori? Un racconto di invidie spicciole tra uomini di mare? Oppure un apologo filosofico sulla giustizia? O ancora un gioco dell’assurdo per scardinare la morale puritana dell’epoca o in genere quella americana? Come si legge nel racconto “alcune brevi esperienze divorano il nostro tessuto umano come un fuoco segreto nella stiva di una nave consuma le balle di cotone”. E noi lettori di Melville ci facciamo spesso inquietare da sogni di mare che paiono anche racconti dell’orrore. 

Di Moby Dick è stato invece scritto ovunque e meglio di come potremmo fare qui, quindi ci limitiamo a consigliarvelo per questo lungo agosto, nonostante la mole e l’enciclopedismo tipici del romanzo dell’epoca. E per alcuni motivi: è certo un romanzo-mostro filosofico sulla lotta tra il Bene e il Male (senza vincitori e prese di posizione troppo nette) tra il capitano Achab e il capodoglio bianco. La balena Moby Dick non è solo la natura indomabile di fronte all’umanità, ma anche un fantasma dell’Assoluto che rode la mente e le avventure dell’equipaggio dell’ormai mitico Pequod, e rivela anche aspetti attualissimi che possiamo rivedere guardandoli oggi. 

“La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo…” traduce un passo così Cesare Pavese – ma dal punto di vista dell’alter-ego dell’autore, Ismaele (l’unico che sopravvive, alla fine), e dell’equipaggio variegato e indimenticabile della Pequod potrebbe benissimo descrivere la cultura americana complessa, oggi forse alla deriva, tra ansie di giustizia e iniquità profonda, incapace di riconoscersi nel mostro marino che sta cacciando come un fantasma.

Dal mare alla terraferma, con soluzione di continuità (e di riflessione filosofica), andando a esplorare altri abissi meno umidi, quelli della società altrettanto percorsa da ricerche inquiete. Prima di arrivare all’arcinoto Bartleby lo scrivano, il racconto che con un secolo di anticipo ha anticipato Beckett e l’esistenzialismo, il meno noto L’uomo di fiducia andrebbe letto o riletto.

Ambientato a bordo di un battello sul Mississippi – il giorno del 1 aprile, è una commedia dell’assurdo che si snoda, attraverso vari personaggi, attorno ad un impostore che truffa vari viaggiatori in modo mefistofelico. 

Con un’allegoria satirica della Caduta dove il diavolo tentatore è proprio l’ambiguo confident-man – “Un primo aprile al levar del sole, sul molo della città di St Louis fece improvvisamente la sua comparsa, come Manco Capac sul lago Titicaca, un uomo con un vestito color panna… era chiaro che si trattava di un forestiero, nel senso più completo del termine” – Melville ha provato in questo romanzo a demolire pezzo per pezzo l’ottimismo statunitense mostrandone credulità e inganni attraverso le scene e i dialoghi del battello Fidèle.  

Arriviamo così, nella vera e propria terra ferma – e senza dimenticare il particolarissimo Pierre o delle ambiguità – al racconto newyorkese Bartleby. Il suo rifiuto assurdo nel suo impiego potrebbe farci ricordare di certe assurdità del lavoro smart di questi mesi – e dei possibili crolli nervosi, specie in relazione a città come quella di New York, colpitissima dal virus.

Il protagonista o meglio l’oggetto del racconto è appunto lo scrivano Bartleby, copista di un studio legale di Wall Street, che un bel giorno dichiara il suo famoso assunto spiazzante, il suo famoso I would prefer not to, apparente dichiarazione di inettitudine che però diviene al contrario pura ribellione, al suo lavoro, ai suoi capi, ma quasi alla vita stessa. Decide ciononostante di rimanere nella società e di non fuggire verso la natura, come in un personale hikikomori. Forse perché è cosciente della assoluta malvagità della Natura già espressa in altre opere di Melville? 

Il percorso melvilleano sarebbe ancora lungo e da intraprendere in questo agosto, ma ci limitiamo a chiudere qui consigliando non solo la prosa, ma anche i versi dell’autore. In Italia è uscito di recente sia Poesie di Guerra e di Mare tradotto da Roberto Mussapi per lo Specchio Mondadori sia Poesie, una selezione dalle tante raccolte di Melville pubblicata in Italia per l’editore La Vita Felice. Mentre Polidoro editore ci ricorda dei viaggi italiani di Melville e propone per la prima volta al pubblico italiano Napoli al tempo del re Bomba, poema molto interessante che racconta dell’esplorazione della città partenopea dell’autore in occasione del carnevale del 1857.

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