Sacrifichereste una vita umana per un robot?

Sacrifichereste una vita umana per un robot?

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(foto: STR via Getty Images)

Robot contro essere umano: quanto vale un androide? E saremmo disposti a sacrificare una vita umana per una macchina? Questa la domanda che si sono posti alcuni scienziati della università di Radboud nei Paesi Bassi e dalla università Ludwig Maximilian di Monaco. Per rispondere hanno interpellato un gruppo di partecipanti umani. La sorpresa è che in certi casi i partecipanti non metterebbero a rischio un robot, soprattutto se dalle sembianze umane, per salvare un gruppo di persone. Il risultato, solo teorico e frutto di risposte a un questionario, mostra come i robot stiano entrando a far parte della società e come sia necessario affrontare anche aspetti morali sul loro uso nella nostra vita. I risultati sono pubblicati sulla rivista Social Cognition.

I robot sono ormai utilizzati nei campi più disparati, da quello militare, per disattivare bombe e mine antiuomo, a quello domestico, per le faccende di casa, dalla medicina fino all’intrattenimento e all’educazione. Così questi robot, dalle fattezze sempre più simili a quelle dell’essere umano, sta entrando nella nostra quotidianità. “Siamo a conoscenza del fatto che il personale militare possa piangere un robot utilizzato per disattivare mine antiuomo”, spiega la scienziata Sari Nijssen, prima autrice del paper ed esperta di scienze comportamentali. “Per loro vengono organizzati dei funerali”.

Per questa ragione, prosegue la ricercatrice, il gruppo ha voluto comprendere fino a che punto si spinge l’empatia verso i robot e quali principi morali influenzano le scelte e i comportamenti messi in atto verso queste macchine. “Finora poche ricerche sono state svolte in questo ambito”, sottolinea Nijssen. Gli autori hanno individuato la domanda centrale da indagare: in quali circostanze e in quale misura le persone sarebbero pronte a sacrificare un robot per salvare degli esseri umani? Per capirlo hanno svolto alcuni esperimenti, prospettando a partecipanti umani scenari diversi a partire da questa situazione.

I ricercatori hanno selezionato un gruppo di quasi 100 studenti dell’università di Radboud cui sono state mostrate delle immagini di diversi robot sugli schermi dei loro computer. Ai partecipanti è stato chiesto se e quanto fossero pronti a sacrificare un essere umano, un robot umanoide – una macchina intelligente la cui struttura riproduce quella umana – con una fisionomia antropomorfa (con il viso umano e in tutto e per tutto uguale ad un essere umano) e in ultimo ancora un robot qualsiasi chiaramente riconoscibile come una macchina. Il tutto per salvare un gruppo di persone ferite, che rimangono anonime e non vengono visualizzate sul computer. Il robot in certi casi è stato descritto come un essere compassionevole o con le sue percezioni, esperienze e pensieri.

Quando il robot era percepito dai partecipanti come essere senziente, con pensieri e emozioni, i partecipanti erano propensi ad impedire (circa nella metà dei casi) che il robot fosse sacrificato piuttosto che salvare “persone rimaste anonime”. “Quanto più il robot veniva presentato come umano e quanto più gli venivano attribuiti sentimenti”, illustra Markus Paulus, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università Ludwig Maximilian di Monaco e coordinatore dello studio, “tanto meno i partecipanti erano disposti a sacrificarlo. Questo risultato indica che il nostro campione attribuisce in qualche misura uno stato etico al robot”. Una possibile implicazione di questo risultato, prosegue Markus, è che il tentativo di umanizzare i robot potrebbe non andare molto lontano: lo sforzo di farlo somigliare all’essere umano entra in conflitto con l’obiettivo del robot, quello di salvarci – almeno in ambito militare.

“Un robot dalle sembianze umane, conclude Nijssen, “può suscitare sensazioni e spingere a comportamenti che sono in contrasto con la funzione per cui è stato sviluppato – aiutarci. Ed ora la questione è se questo sia desiderabile per noi”.

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