Roma e la guerra impossibile al parcheggio selvaggio

Roma e la guerra impossibile al parcheggio selvaggio

La Procura di Roma preme il piede sull’acceleratore, o almeno su quello dei mezzi pubblici. Da circa un anno infatti nel mirino degli inquirenti romani ci sono quegli automobilisti poco educati che, parcheggiando la macchina in maniera poco consona, bloccano un servizio pubblico. L’accusa contestata ai guidatori indisciplinati è infatti proprio quella di “interruzione di pubblico servizio”. Si parla di un reato che può costare agli indagati da 6 mesi a un anno di carcere. E non si tratta solo di una teorica applicazione del codice penale. Tra i corridoi del Tribunale penale di piazzale Clodio esistono infatti già una decina di fascicoli. Da chi blocca un tram parcheggiando tra i binari fino a chi abbandona la macchina davanti ai cassonetti impedendo ai netturbini di ritirare la spazzatura passando per chi lascia l’auto in doppia fila ostruendo il percorso di un’ambulanza.

Tutte azioni più o meno gravi che l’azienda dei trasporti pubblici capitolina segnala almeno un centinaio di volte a settimana e che adesso, nel 5% dei casi, costringono gli automobilisti a nominare un avvocato e difendersi in un processo penale: un esborso sicuramente più consistente della solita multa. Ancora una volta quindi la giustizia deve intervenire per supplire alle carenze educative, morali, politiche e della semplice logica. Nata come sistema di mediazione dei rapporti sociali tra uomini che non riescono a trovare accordi attraverso un normale senso di rispetto reciproco, il sistema giustizia dovrebbe essere un male estremo a cui ricorrere. Condannare un uomo al carcere, in generale punire, è un’estrema ma necessaria risposta che dovrebbe impedire mali più gravi. Ma nell’inciviltà la legge è costretta a intervenire su tutti i temi. Dai roghi di rifiuti che violano le regole basilari del rispetto della salute fino alle auto in doppia fila.

I magistrati sono ormai costretti a esprimersi sull’etica, come nel caso di dj Fabo, aiutato a morire in Svizzera. Gli inquirenti devono sorvegliare anche gli educatori nelle scuole con telecamere nascoste e sistemi di indagine un tempo riservati solo alle organizzazioni criminali. Ed è stata sempre la giustizia a dover certificare la morte di un partito, la Democrazia Cristiana, con l’indagine Mani Pulite, nel cui pool, ironia della sorte, c’era lo stesso magistrato che da un anno, tra una maxi indagine e l’altra, è riuscito a occuparsi anche della sosta selvaggia. Insomma alla legge ormai vengono affidati tutti quei territori lasciati scoperti dalle altre istituzioni, dai valori e dal senso civico. Come una sorta di Cenerentola costretta a rassettare il castello lasciato in disordine dai coinquilini. E così adesso deve anche accodarsi alla richiesta che il sommo poeta Francesco Salvi aveva inciso 30 anni fa nell’album “Megasalvi”: “C’è da spostare una macchina”.

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