Povertà, la vera pandemia del 2021 (e dei prossimi anni)

Povertà, la vera pandemia del 2021 (e dei prossimi anni)

I nodi stanno venendo al pettine, un pettine che in fondo anche prima della pandemia ne era già zeppo. Secondo l’Istat, nel 2020 le persone in povertà assoluta sono state un milione in più rispetto all’anno prima, per un totale di 5,7 milioni. Quelle a rischio povertà rischiano un’esplosione e già nel 2019 erano più di un quinto della popolazione italiana. Di recente, il centro studi Unimpresa ha messo il dito nella piaga, spiegando che gli italiani a rischio a causa della crisi innescata da Covid-19 siano molti di più, 10,4 milioni. Tra questi, i quattro milioni di disoccupati e i 6,3 di occupati in situazioni instabili o deboli, i cosiddetti “working poor”, un’eredità tossica che sta aggravando la situazione e che ci portiamo in eredità dall’era dell’austerity: un’analisi della Confederazione europea dei sindacati ha evidenziato come, tra 2010 e 2019, la fetta dei lavoratori poveri sia aumentata in 16 paesi europei. In Italia sono saliti del 28%.

Milano, coda di persone davanti ala società Pane quotidiano – immagine iPa

Gli ultimi numeri sulla disoccupazione non lasciano ovviamente ben sperare: un milione di posti andato in fumo nel corso dell’ultimo anno, con la crescita degli inattivi di oltre 700mila unità. Sono quelli che non solo non hanno un lavoro ma non lo cercano. E che nei calcoli statistici edulcorano il tasso di disoccupazione. Se a febbraio si è interrotto il trend negativo, l’Istat ha ricavato quei 700mila aggiornando le modalità di conteggio allineandosi finalmente alle regole europee, togliendo per esempio dagli occupati i lavoratori fermi da almeno tre mesi. Così, confermando il fatto che la realtà cambia a seconda di quali paia d’occhiali s’indossi per osservarla, gli occupati sono diminuiti di 945mila nel giro di un anno e a tutti i livelli e classi di età.

Rispetto a un anno fa il tasso di occupazione è più basso di 2,2 punti percentuali e quelli di disoccupazione più alto di 0,5 punti. Le tensioni di questi giorni un po’ in tutta Italia, nonostante le evidenti strumentalizzazioni, non sono che i primi segnali di una primavera che in molti vedevano come momento della ripresa e che invece, visto che non abbiamo un piano e non possiamo proporre ai cittadini un programma almeno di massima di riaperture come accaduto nei paesi che hanno vaccinato tanto, non sembra poter avvenire in tempi decenti.

Ancora, gli allarmi della Caritas ormai non si contano. Nelle grandi città la povertà è una prospettiva, anzi una dimensione, che aggredisce fasce sociali prima al sicuro, o quasi. Che prima ce la facevano e adesso non sanno che fare. Mutui, bollette, spese condominiali, prestazioni sanitarie, emergenza abitativa (anche questa non è una novità), spesa. A Roma, per esempio, il Rapporto 2020 sulle povertà presentato lo scorso dicembre spiegava che il 18% dei residenti è a rischio povertà, il 10% va in crisi per spese fisse o improvvise, il 7% vive in condizioni di grave deprivazione abitativa, con incrementi a tre cifre per il sostegno relativo ai beni alimentari, specialmente alla fine della scorsa primavera. Anche a Firenze, crollo delle visite specialistiche, che significa seminare potenziali patologie non intercettate in tempo. A Milano, da ottobre a dicembre, il numero delle famiglie che si sono rivolte ai soli empori solidali di Caritas è aumentato del 45%. Tutto questo senza contare che i fenomeni sociali sono lunghi, si fanno sentire col tempo, corrompono il tessuto sociale che prova a resistere dando fondo a ogni risorsa ma poi si strappa. E quando si strappa è ovviamente già tardi.

Il punto è che, se è vero che senza salute non può esserci ripresa economica, allora ogni sforzo andava e va messo su quel fronte. Altrimenti non se ne esce e, anzi, si ottiene il pessimo risultato di indebolire la considerazione suprema del primo pilastro – fare a meno della salute – pur di cavarsela sul secondo: e se una gran fetta della società inizia a spingere in quella direzione, non ci sono zone rosse o lockdown che tengano. La scarsa adesione delle ultime settimane alle misure di contenimento, resa solo meno evidente dai controlli laschi, ne è un ulteriore segnale: erano zone rosa, non zone rosse. E tutti sanno che oltre non ci si può spingere.

Nel frattempo continuiamo a contare centinaia di decessi al giorno, segno ad esempio che la campagna vaccinale ha lungamente ignorato i principali destinatari di protezione, gli anziani e i fragili. Basti vedere quella voce, “Altri”, nel report commissariale delle vaccinazioni: 2,1 milioni di somministrazioni destinate fuori da ogni priorità nazionale contro 1,1 milioni di vaccinazioni nella fascia 70-79 anni e 1,2 in quella 60-69. Sono solo tracce e indizi nei quali le persone trovano tante delle promesse mancate da parte degli ultimi due governi: vaccinare bene e presto perché si possa ripartire prima possibile. E cercare di interrompere la spirale della povertà che oltre tutto viene toccata solo in minima parte da strumenti utili ma insufficienti e che meriterebbero una riorganizzazione. Così come meriterebbe un rafforzamento il Fondo povertà, depauperato dal Reddito di cittadinanza e precipitato a meno di 600 milioni di euro per il 2020.

La luce in fondo al tunnel di cui il ministro della Salute Roberto Speranza parla fin dallo scorso novembre rischia semplicemente di non accendersi. Per tutti gli italiani, certo, ma soprattutto per milioni di persone che non possono permettersi di aspettare le inefficienze della campagna vaccinale: non potevano quasi permetterselo prima, eppure abbiamo chiesto loro di aspettare perché “Covid ha i giorni contati”. Non possono permetterselo adesso e l’unica risposta che possiamo dare loro, oltre a intervenire sul sostegno, è vaccinare come se non ci fosse un domani. Perché rischia di non esserci.

The post Povertà, la vera pandemia del 2021 (e dei prossimi anni) appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Povertà, la vera pandemia del 2021 (e dei prossimi anni)