Perché Venezia non ha ancora un piano per affrontare i cambiamenti climatici?

Perché Venezia non ha ancora un piano per affrontare i cambiamenti climatici?

(foto: Getty Images)

I danni dovuti all’allagamento di Venezia delle ultime ore dovranno essere quantificati a emergenza rientrata, ma si parla già di cifre altissime. Danni che toccano soprattutto il patrimonio storico-artistico di una città-museo ammirata e visitata dai turisti di tutto il mondo. Eppure, nonostante il clima stia vistosamente cambiando e episodi di allagamento non siano sconosciuti a una città ovviamente vulnerabile alle inondazioni, non esiste ancora un piano pubblico e ufficiale per l’emergenza climatica e la tutela culturale. Eppure i lavori da parte del comune sarebbero iniziati.

Non è un caso, quindi se il Comitato per il patrimonio mondiale dell’Unesco ha richiamato ufficialmente l’Italia e la città di Venezia a una maggiore collaborazione per la preservazione del sito. Durante l’ultima sessione di luglio 2019, nella dichiarazione finale, si prende nota della preparazione di un Piano d’azione per il clima, l’Unesco nella parte dedicata a Venezia “nota con preoccupazione la mancanza di una regolare comunicazione fra l’Italia e il World Heritage Centre”. Si invita poi lo stato a “rafforzare il proprio sistema di monitoraggio per la vulnerabilità delle aree del patrimonio ai cambiamenti climatici e al rischio di catastrofi”.

Di fatto, dire che il comune non stia lavorando al tema sarebbe inesatto. Infatti, dal 2014 la giunta del Comune di Venezia ha approvato un documento “Venezia Clima Futuro”, che però altro non è – come si legge sul sito – che “una la traccia preliminare di sviluppo di un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici per la nostra città”. Nel 2018, poi, l’amministrazione comunale ha avviato tramite una delibera la redazione del nuovo Piano di azione per il clima entro il 2020. È proprio di questo piano che prende nota – come citato sopra – il comitato dell’ente legato alle Nazioni Unite. Un piano che sarebbe però ancora in fase di redazione, come si legge sul sito del Comune.

Questo nuovo piano “conterrà come primo step la valutazione del rischio e della vulnerabilità ai cambiamenti climatici per tutto il territorio del Comune di Venezia (Terraferma, Venezia centro storico, isole e laguna), le proposte di azioni di mitigazione e adattamento con orizzonte 2050” si legge sempre sul sito del Comune.

Non è un caso quindi che la dichiarazione del comitato Unesco specifica come ultimo punto quello di presentare “entro il 1 ° febbraio 2020, un rapporto aggiornato sullo stato di conservazione della proprietà per un esame da parte del Comitato del Patrimonio Mondiale nella sua 44a sessione nel 2020, al fine di considerare l’iscrizione della proprietà nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo se le misure di mitigazione implementate e il sistema di gestione adattato non portano a progressi significativi e misurabili nello stato di conservazione della proprietà”.

In maniera quasi premonitoria, nelle dichiarazioni finali dell’Unesco si legge anche la volontà di essere informati sullo stato di completamento del Mose, l’opera ingegneristica che dovrebbe difendere Venezia dall’acqua alta. Il Centro desidera infatti essere informato “sul progetto e la sua manutenzione” e, in maniera più specifica, chiede “di riferire sulla prospettiva a medio e lungo termine per raggiungere l’obiettivo di evitare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici, in particolare inondazioni temporanee e innalzamento del livello del mare”.

Patrimonio e cambiamento climatico

Allo stato dei fatti, quindi, seppur si consti un lavoro e la redazione di un testo, un piano ufficiale e pubblico non esiste. Potrebbe sembrare un paradosso, visto che già nel 2007 l’Unesco aveva ravvisato la problematica a livello globale, pubblicando un rapporto intitolato “The Impact of Climate Change on World Heritage Sites”, ovvero l’impatto del cambiamento climatico sui siti del patrimonio mondiale. Se, da allora, a livello mondiale la cooperazione fra la scienza e la protezione della cultura non sembrano aver fatto passi avanti, l’Icomos, ovvero l’International Council on Monuments and Sites, proprio in occasione della dichiarazione di luglio scorso ha pubblicato un altro rapporto: The Future of our Pasts, finalizzato a coinvolgere il patrimonio culturale nell’azione per il clima. Quest’ultimo invitava a un approccio multidisciplinare e a una collaborazione fra gestori di siti, scienziati, ricercatori, attivisti climatici e universo politico.

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