Per un pugno di like, se ai social network non piace il dissenso

Per un pugno di like, se ai social network non piace il dissenso

“Per un pugno di like”, dettaglio della copertina (illustrazione: Stefano Maria Girardi)

Qual è la vera storia del Mi piace? In che genere di ecosistema ci ha catapultato la dittatura dell’ottimismo del Like, per cui non esiste una formula di reazione speculare e contraria? La risposta nel libro Per un pugno di like (120 pagine, 16 euro) scritto dal giornalista e collaboratore di Wired Simone Cosimi, pubblicato da Città Nuova e in uscita dal 23 gennaio. Di seguito ne trovate un estratto.

I social network ci hanno traghettato all’interno di un mondo in cui il passato si è accorciato. Su Facebook e compagnia viviamo cioè in un ambiente in cui ciò che ci siamo lasciati alle spalle sembra irrimediabilmente compresso mentre, per converso, la nostra stessa presenza su quegli ambienti digitali appare più lunga di quanto in effetti non sia. Il social di Mark Zuckerberg, per esempio, è disponibile in Italia dal 2008, dunque ha appena 12 anni. Eppure fatichiamo ad allungare lo sguardo oltre quella soglia. A ricordarci come si faceva prima.

Non si tratta solo di una faccenda legata agli aspetti pratici: come si comunicava, come ci si metteva d’accordo per un appuntamento, come ci si scambiavano contenuti multimediali o si veniva a conoscenza di una notizia. Piuttosto, il cambiamento che queste piattaforme – Facebook su tutte – ha portato al nostro modo d’interpretare l’universo in cui viviamo è di tipo psicologico. Forse non ce ne accorgiamo, perché quando si acquisisce una serie di abitudini, quando si precipita nella “matrice”, diventa poi complicato romperla, ma siamo stati abituati a ragionare a senso unico. A reagire, almeno fino a un certo punto, a senso unico. Quando si parla di “senso unico” non si intende ovviamente allo stesso modo. Più che altro, con una gamma estremamente ridotta di possibilità espressive. Specialmente nella manifestazione del pensiero e del dissenso.

Certo, abbiamo a disposizione i commenti, che riempiamo con le peggiori nefandezze che ci escono dalla tastiera (o anche, di rado, innescando una disputa felice e virtuosa). E, dal febbraio del 2016, le cosiddette reaction, le faccine che hanno arricchito le possibilità espressive sulla piattaforma di Menlo Park (da lì inizia il nostro viaggio). Eppure l’unica modalità, la reazione-chiave della nostra presenza sulle piattaforme sociali consiste nel lasciare un segno inequivocabilmente positivo. Il cosiddetto like, il Mi piace, il pollicione o comunque vogliamo chiamarlo. Quella è la formula che segna il nostro esserci o non esserci, il nostro apprezzare o non apprezzare, l’attenzione che dedichiamo a un tema, un post, un argomento, una persona, un brand, un personaggio o altro. Non disponiamo di alternative, men che meno di alternative negative. O che esprimano negatività in quanto opposizione speculare al Mi piace.

Ma come, ci si chiederà? Fra le reaction esistono modi di differenziare le proprie reazioni: c’è il faccino stupito, quello piagnucolante, l’emoji arrabbiata che ucciderebbe chiunque le passasse davanti. E poi la solita risata a crepapelle, il cuore o, primo a sinistra e scelta di default a meno che non si abbia la volontà di tenerci sopra il mouse per un momento o di tenere premuto il dito sullo smartphone, l’onnipresente pollice alzato. Vero ma fino a un certo punto. L’osservazione più semplice è infatti una sola: non esiste il Non mi piace. Non c’è il cosiddetto dislike. Non esiste cioè, per farla breve, un pollice verso. Un elemento grafico che, dal punto di vista logico, comunichi agli altri utenti un messaggio altrettanto chiaro rispetto a quello veicolato dal Mi piace.

Viviamo in una dittatura dell’ottimismo che ruota fondamentalmente intorno a un principio: chi ha qualcosa di diverso da dire rispetto a un banale pollice alzato deve faticare. Che, in termini digitali, significa che deve produrre contenuto: che si tratti di scegliere una faccina specifica o, meglio, mettersi a scrivere un commento, replicando in vari modi, magari con un’immagine o, appunto, con un intervento. Un principio che Facebook, pescandolo a sua volta da altre piattaforme che lo avevano abbozzato ma anche dalle teorie di marketing degli anni Novanta che per prime sperimentarono questo approccio di discrezione mutilata (o ti piace o niente, non c’è alternativa), ha ovviamente passato a tutte le altre piattaforme. Se su Twitter c’era una stellina, diventata poi nel tempo un cuoricino, anche Instagram – sempre controllata dal colosso californiano – sfoggia i cuoricini. Così come TikTok, la piattaforma di lip sync su cui pascolano eserciti di adolescenti che (pseudo)cantano e ballano, Pinterest e YouTube, una delle poche realtà a tentare il salto nel vuoto e a proporre il dislike come Netflix, che pure dalla complessità della valutazione a stelline di un titolo è passata negli scorsi anni al ricorso ai pollicioni.

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