Per la procura di Bergamo ci sono stati oltre 100 casi sospetti di coronavirus tra dicembre e gennaio

Per la procura di Bergamo ci sono stati oltre 100 casi sospetti di coronavirus tra dicembre e gennaio

(Photo by Karl-Josef Hildenbrand/picture alliance via Getty Images)

Nel corso dell’inchiesta condotta della procura di Bergamo sulla mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, una delle aree più colpite dal Covid-19 in Italia, è emerso che nell’ospedale di Alzano, già a dicembre 2019, erano stati ricoverati ben 40 pazienti infettati da un virus ancora non riconosciuto. Casi che, per le loro caratteristiche, potrebbero essere riconducibili al Sars CoV-2. Gli investigatori coordinati dal pm Maria Cristina Rota hanno ascoltato medici, infermieri, operatori sanitari, farmacisti e altro personale tecnico e, incrociando i dati, hanno scoperto che nella zona erano state registrate decine di polmoniti sospette di cui era impossibile, al momento della diagnosi, individuare l’agente patogeno. I casi, dalla fine dell’anno fino a gennaio 2020, sono arrivati a essere circa 110, nessuno di questi trattato adeguatamente.

La ricostruzione dei inquirenti

L’ipotesi investigativa è partita dalle testimonianze di alcuni farmacisti di Alzano che hanno venduto, in maniera massiccia, farmaci per “polmoniti anomale” o “atipiche”, dietro prescrizione dei medici di base. A fine febbraio queste medicine, inserite in seguito nel protocollo farmacologico del coronavirus, erano praticamente introvabili. Nella mancata individuazione di questi casi e, soprattutto, nel loro mancato isolamento per evitare che il Covid-19 si diffondesse ancora di più hanno pesato sostanzialmente due fattori.

Il primo dipende dal fatto che, a fine anno, l’epidemia era ancora circoscritta in Cina e non c’erano stati ancora casi in Europa. Il secondo è invece legato alle linee guida dettate dal governo nella fase iniziale del contagio in Italia: si tratta di due protocolli del 22 e del 27 gennaio che chiedevano, rispettivamente, di segnalare una persona che avesse manifestato un quadro clinico insolito o sospetto (per esempio con un improvviso deterioramento, dopo aver ricevuto cure) e, in seguito, di considerare tra questi solo quelli che si erano recati nella città di Wuhan e nella provincia di Hubei in Cina “nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia” o quelli che avevano “visitato o lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan e/o nella provincia di Hubei”.

Linee guida che, comunque, sono rimaste in vigore fino al 23 febbraio quando è stato scoperto il paziente 1 di Codogno. Come scrive Repubblica, dai dati forniti da Ats Bergamo e Asst Bergamo Est emerge che, da fine dicembre, c’è stato un picco di polmoniti non classificabili. Circostanza che era nota sia al personale tecnico sanitario, Ats e Regione Lombardia, ma che nessuno ha mai controllato in maniera più approfondita, anche quando si iniziava a parlare del virus in Italia. Tutti elementi che hanno contribuito alla grave situazione di febbraio nel Bergamasco con centinaia di vittime e positivi.

 

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