Nel mondo del coronavirus le teorie del complotto sono diventate una consolazione

Nel mondo del coronavirus le teorie del complotto sono diventate una consolazione

Un frame del servizio di Tgr Leonardo finito nell’occhio del ciclone (Rai)

Se è vero che una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi le scarpe per uscire, come diceva Mark Twain, figuratevi quando la verità è costretta in casa da un’inedita quarantena globale, e la bugia si trova la strada spianata da una psicosi di massa come poche altre se ne sono viste nell’era contemporanea.

Le fake news erano un problema anche prima che il mondo fosse colpito e rivoltato dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2, certo; eppure qualcosa è cambiato, e in questi lunghi giorni di noie domiciliari sembriamo non far altro che occuparci di cretinate: prima era la vitamina C, da assumere per prevenire il contagio come indicato da certi guru di sette alimentari, meglio se insieme a un po’ di tè caldo che, lo saprete, neutralizza il virus (ma proprio no); poi è stata la volta delle catene sulle disinfestazioni notturne a mezzo elicotteri, come in un blockbuster di serie B; quindi un profeta in terra straniera ci ha indicato la soluzione a ogni male: l’Avigan, un farmaco giapponese di cui non sappiamo praticamente nulla, proposto da un commerciante di manga di Roma attualmente disoccupato; per finire, in queste ore abbiamo scoperto e discusso di un vecchio servizio del Tgr Leonardo – il telegiornale a tema tecnologico e scientifico di Rai3 – del 2015, che ci ha attirato a sé con un titolo pavloviano: “Il rischio del supervirus”.

Nel video marchiato Rai finito in ogni smartphone d’Italia si riporta un esperimento cinese per creare un ibrido di virus – anzi: di coronavirus, che è una categoria di appartenenza – in laboratorio, innestando una proteina del virus SHC014 dei pipistrelli a ferro di cavallo sul virus della Sars nei topi, al fine di studiarne la forma e i possibili effetti sugli organismi. Se si aggiunge che nel servizio il conduttore Daniele Cerrato si chiede retoricamente se ha senso “rischiare incidenti” per motivi di ricerca, il complottismo a scoppio ritardato non rimane che un apostrofo rosa tra i bias di conferma. Incidentalmente nella ricerca cinese non c’era nulla di segreto: nel 2015 è stata regolarmente pubblicata su Nature Medicine, la maggiore rivista scientifica di settore del mondo, e la stessa pubblicazione ha dovuto apporre una postilla a un articolo di 5 anni fa che dava conto delle discussioni della comunità scientifica inerenti all’opportunità di sviluppare questi esperimenti in laboratorio, pur ai massimi livelli di sicurezza, per precisare che “gli scienziati credono che la fonte più probabile del coronavirus”, quello del 2020, “sia un animale”.

Nel mezzo di tutto questo, pressoché ogni scienziato ed esperto ha tentato in punta di piedi di spiegare a nuove folle inferocite che un genoma creato in laboratorio è perfettamente distinguibile da un virus che ha fatto un salto di specie da un pangolino o un pipistrello, e che l’origine animale del coronavirus è già stata provata oltre ogni dubbio, ma invano: i grandi primatisti della balla – ben rappresentati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni – avevano già dato fiato alle trombe per chiedere “verità”, giustizia, interrogazioni parlamentari, offrire sponde a chi vuole vedere una storia diversa da quella raccontata da professori e studiosi e ottenerne 15 minuti di celebrità elettorale. Ne è risultato che uno studio – discutibile: ed è la comunità scientifica stessa che l’ha discusso già al tempo, ma da tutt’altre prospettive – messo in piedi per trovare soluzioni prima, nella vulgata è diventato la fonte dei problemi di dopo.

Perché le care vecchie catene e fake news, da tempo compagne inseparabili del nostro ciclo informativo, in queste settimane sembrano piacerci così tanto? Sarà la dipendenza ansiosa dalle fonti di informazione – col significato di sterminata ampiezza che questa espressione può avere nel 2020 – e l’infinito susseguirsi di notizie, accuse, dichiarazioni contraddittorie e dubbi; sarà l’età media più colpita dal Covid-19, con l’annessa minore dimestichezza con la verifica delle fonti; sarà l’avere un presidente degli Stati Uniti in carica che parla senza particolari remore del “virus cinese”; sarà che la paura va esorcizzata: certo è che il sottobosco del complottismo sembra pulsare di una luce nuova, come ai tempi mitici dei primi siti di controinformazione e la loro scalata al mainstream. Niente è vero ma molto è verosimile: e questo ci basta se conferma il sospetto strisciante, il colpevole credibile, la consolazione di una teoria. Rimanere in casa sul divano da soli può causare relativamente meno tristezza, se mescolato al nobile risarcimento della rabbia da indirizzare verso un empio intrigo internazionale.

Ma forse c’è anche un’altra ragione che sa di contrappasso, dietro quegli spasmodici “inoltra” su WhatsApp: è l’esserci ritrovati all’improvviso tutti scienziati, per certi versi. Come ha scritto il biologo Darren Saunders su The Conversation, pressoché da un giorno all’altro siamo stati strappati alle nostre confortevoli vite quotidiane per entrare nel regno dell’incertezza e della frequente mancanza di risposte chiarificatrici, cioè siamo entrati nella mente di uno scienziato, dove si vedono “infinite sfumature di grigio, invece di quel comodo mondo in cui tutto è bianco o nero”. In società sempre meno capaci di cogliere le gradazioni di colore, significa trovarsi di punto in bianco senza la terra sotto ai piedi. E a quel punto, meglio rifugiarsi nel lavacro consolatorio di una certezza impossibile da verificare.

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