Nel 2020 i campi di concentramento esistono ancora

Nel 2020 i campi di concentramento esistono ancora

(Foto: Spencer Platt/Getty Images)

Nel Giorno della memoria, a distanza di 75 anni dalla fine dello sterminio nazista degli ebrei, non solo preoccupano i dati sull’antisemitismo in Italia e in Europa, dove episodi di odio razziale sono sempre più frequenti, ma inquieta anche la situazione globale, dove la lezione della storia sembra passata sostanzialmente inosservata. Nel mondo infatti esistono ancora strutture non dissimili dai campi di concentramento: in altre aree, con altre persone, per altre ragioni e con dinamiche differenti, certo, ma la cui esistenza non è meno intollerabile. Delle persone vi vengono segregate a tutt’oggi, confinate in luoghi senza diritti e in condizioni umanitarie precarie.

I lager libici

In Libia, circa 5mila richiedenti asilo sono ancora detenuti per un tempo non definito in circa dieci principali centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dipartimento per combattere l’immigrazione illegale (Dcim) del governo di accordo nazionale (Gna), riconosciuto a livello internazionale. Qui vengono rinchiusi i migranti che arrivano dall’Africa subsahariana con l’obiettivo di raggiungere l’Europa e una vita migliore. Dal 2017, infatti, l’Unione Europea finanzia la Guardia costiera libica per impedire ai migranti di raggiungere le coste europee. In questo modo, questi ultimi restano bloccati in veri e propri lager senza nessuna garanzia e in condizioni disumane, come spesso hanno denunciato varie ong internazionali. Alcuni lager si trovano anche in zone di guerre, altri in aree ad alto tasso criminale dedite alla tratta di esseri umani.

Il genocidio dei rohingya

La persecuzione dei rohingya, un gruppo etnico di religione musulmana che abita prevalentemente in Myanmar, va avanti in forma acuita dalla fine del 2016, quando le forze armate e la polizia hanno iniziato una dura repressione contro questo popolo, soprattutto nella regione nord-occidentale del paese. È di pochi giorni fa, invece, la notizia che la commissione d’inchiesta indipendente birmana, pur ammettendo violenze e crimini di guerra, ha negato che ai danni dei rohingya sia stato perpetrato un genocidio. Intanto la corte internazionale di giustizia ha ordinato che il governo del Myanmar prenda misure per “prevenire il genocidio di musulmani rohingya”. Oltre alle migliaia di morti causate da questa persecuzione, si può tratteggiare il terribile scenario attuale, che vede oltre 150 rifugiati in Malesia dove sono detenuti in appositi centri e trattati come migranti illegali, spogliati di ogni diritto. Il maggior numero di coloro che sono scappati vivono tuttavia in Bangladesh, in quello che viene considerato uno dei campi profughi più grandi al mondo.

(foto: Mustafa Kamaci/Getty Images)

Gli uiguri in Cina

Nei laogai cinesi, dei veri e propri campi di concentramento, vengono portati prevalentemente coloro che appartengono a minoranze etniche (ma anche dissidenti politici). È il caso, ad esempio, degli uiguri, di cui si è parlato molto a livello internazionale ultimamente. Secondo rapporti stilati da organizzazioni internazionali, da un milione a un milione e mezzo di persone appartenenti a questa etnia di fede musulmana sarebbero finite senza processo in centri di rieducazione con lo scopo di estirparne tutte le presunte idee estremiste e pulsioni separatiste, di fatto non compatibili con il regime. L’ong Human Rights Watch (Hrw) ha incluso nel suo rapporto annuale 2020 un’analisi sullo stato dei diritti umani in Cina, invitando la comunità internazionale a respingere “l’oppressione più brutale e pervasiva che la Cina ha visto in decenni”. Alcune stime riportano più di quasi otto milioni di detenuti in tutti i laogai in Cina.

I capi di prigionia Kwanliso

Ci troviamo in Corea del Nord e di questi veri e propri campi di prigionia abbiamo soltanto immagini satellitari. Come scrive Amnesty International centinaia di migliaia di persone – bambini compresi – sono rinchiusi in questi campi, essenzialmente per dissidenti politici. Molte di esse non hanno commesso alcun crimine: la loro colpa è quella di essere membri di famiglie ritenute colpevoli. Secondo Amnesty, negli ultimi anni questi luoghi di reclusione si starebbero addirittura ampliando, da quanto si vede dalle immagini aeree. Le testimonianze di ex detenuti e funzionari rivelano come i prigionieri trascorrono la maggior parte del loro tempo costretti a lavorare in condizioni estremamente pericolose con cibo insufficiente e poche ore di sonno. Il più grande è Kwanliso 16, vicino a Hwaseong nella provincia di North Hamgyong.

(Foto: DigitalGlobe/Getty Images)

Si potrebbe poi parlare dei migranti provenienti dalla Siria, per fuggire dalla guerra, che sono stati stipati in Turchia dopo gli accordi con l’Ue. Oppure citare gli episodi avvenuti al confine fra Stati Uniti e Messico nel 2019, dove sono stati trattenuti 250 minori non accompagnati, e in condizioni disumane. Si potrebbe, insomma, continuare e citare altri casi, e dimostrare quanto ancora oggi non abbiamo superato i problemi delle minoranze e delle differenze – e, soprattutto, quanto i diritti umani siano ancora terribilmente violati a ogni latitudine.

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