L’immortale non è “Gomorra riciclata” ma un nuovo importante capitolo della saga

L’immortale non è “Gomorra riciclata” ma un nuovo importante capitolo della saga

La saga di Gomorra si arricchisce di un nuovo capitolo pronto a entusiasmare i fan e riaprire vecchie polemiche. Dopo il successo travolgente del film di Matteo Garrone e delle quattro stagioni della serie tv targata Sky (venduta in 190 paesi) sbarca al cinema L’Immortale. La pellicola è scritta, diretta e interpretata da Marco D’Amore, nella serie Ciro Di Marzio, ai secoli l’Immortale, nemico/amico del boss Genny Savastano. I fan gli avevano detto addio alla fine della terza stagione. Qui lo ritrovano per scoprirne un passato finora sconosciuto. Altro non possiamo aggiungere perché non vogliamo essere accusati di spoiler che possano rovinarvi la sorpresa.

Più che i suoi risvolti della trama ci concentriamo sulla validità di un prodotto che è da molti ritenuto l’ennesima tappa di un’operazione di marketing infinita. Dunque tante le aspettative, altrettanti i pregiudizi. Sgombriamo il campo dai dubbi affermando che L’Immortale non è brutto film, anzi è un esordio notevole e complesso, scritto e pensato con attenzione. D’altronde la sciatteria non è mai stata cifra stilistica di Gomorra e ne L’Immortale emergono tutte le capacità della squadra che ha reso questo progetto così apprezzato anche a livello internazionale.

Quello che avviene in questo caso è un crossover tra cinema e tv mai visto prima in Italia. Se i fan vorranno sapere cosa accade nella quinta stagione della serie dovranno scomodarsi dal divano per precipitarsi al cinema (il film esce il 5 dicembre). Affermare addirittura che si tratti di un film autonomo, come hanno fatto i produttori di Cattleya, pare esagerato. Senza una conoscenza delle trame e dei protagonisti di Gomorra buona parte dei riferimenti presenti nel film risulterebbero allo spettatore del tutto incomprensibili.

Eppure per quanto lodevole sia questa novità produttiva, proprio l’attaccamento alla serie, con un espediente già noto al grande pubblico, appare forzato e quello di Ciro Di Marzio sembra più un accanimento terapeutico che un ritorno in grande stile. Le musiche dei Mokadelic, autori della colonna sonora di Gomorra, riorchestrate proprio per il film, sottolineano un’epica spesso non sostenuta da un racconto per immagini all’altezza. Ciro è un personaggio alieno e alienante per il quale si fa quasi fatica a provare interesse. Gli indignati di professione stiano pur tranquilli: non c’è rischio di affezionarsi a questo boss, per quanto cool possa essere, né di giustificare le sue deprecabili azioni una volta a conoscenza del suo passato da orfano. È pur sempre l’uomo che ha strangolato sua moglie perché non fosse di intralcio alla sua ascesa criminale. E il famoso rischio di emulazione? Nella vita c’è sempre una scelta, parola di Ciro Di Marzio.

Ma è quando entra in scena Giuseppe Aiello, il fenomenale undicenne che interpreta il Ciro bambino, che intuiamo ciò che questo film avrebbe potuto essere e che non è. L’Immortale vive i suoi momenti migliori nel racconto della sua infanzia, nel viaggio nella disgraziata Napoli degli anni Ottanta dove migliaia di bambini abbandonati a se stessi andavano a costituire la manovalanza delle prime famiglie criminali. Negli sguardi, nei movimenti e nei sorrisi di Ciro bambino un sentito omaggio alla migliore tradizione cinematografica italiana, dal neorealismo di Vittorio De Sica a Nuovo Cinema Paradiso.

È nel rapporto che Ciro instaura con Bruno, padre putativo con ambizioni criminali, che il film cresce e ritrova il sottotesto forse più interessante di Gomorra. Quello che Massimo Recalcati definirebbe l’evaporazione del padre. Se nelle prime stagioni della serie eravamo stati testimoni dell’indebolimento dell’autorità paterna nel caso di Pietro Savastano, con Ciro, rimasto orfano, si compie il passo successivo: il sovvertimento dei ruoli tra genitori e figli, con i secondi a fare le veci dei primi. Sul finale che, rimanendo fedeli alla promessa iniziale, non riveleremo tornano i colpi di scena a cui i fan di Gomorra sono abituati e una spettacolarità che sembra a tratti mutuata da Stefano Sollima (a lungo showrunner della serie tv). Rimane lecito il dubbio che l’operazione commerciale, intesa come un innovativo crossover, avrebbe potuto lasciare spazio ad un vibrante racconto di formazione criminale.

L’Immortale è una scommessa di lusso (450 copie distribuite sono un numero altissimo per un esordio di genere), trainata dal successo commerciale di Gomorra ma anche dal talento dei suoi protagonisti, in primis gli sceneggiatori che hanno fatto sì che la nostra televisione varcasse dopo tanto tempo i confini nazionali. Per cui L’Immortale è sicuramente un’operazione di marketing ma che non sacrifica la qualità sul suo altare.

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