Le ultime sulla crisi di governo, per chi non ci sta capendo niente

Le ultime sulla crisi di governo, per chi non ci sta capendo niente

(foto: Roberto Monaldo / LaPresse)

Ieri, 13 agosto, è stata una delle giornate più importanti da quando il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto di tornare alle urne dicendo che “non c’è più una maggioranza”.

Ci sono almeno tre motivi per affermarlo: il primo è che il Partito democratico e il Movimento 5 stelle hanno votato insieme sul calendario, cioè sull’agenda dei lavori di Palazzo Madama, e così facendo hanno sconfitto il centrodestra, alimentando le voci di una possibile alleanza di governo nel futuro prossimo.

Il secondo ha a che fare con Matteo Salvini stesso. Il leader della Lega ha detto di essere disponibile a votare in ultima lettura la legge costituzionale che prevede il taglio di 345 parlamentari. Ha, però, condizionato questa approvazione a un ritorno immediato alle urne, un accostamento che gli analisti non ritengono possibile.

Infine, la giornata di ieri è stata importante anche perché ha calendarizzato l’intervento del presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Senato e alla Camera per il 20 e 21 agosto prossimi. In quei giorni la crisi verrà dunque inaugurata ufficialmente.

Ma andiamo con ordine e riavvolgiamo il nastro.

Il voto al Senato

Martedì 13 agosto i senatori sono stati richiamati dalle ferie in via straordinaria per decidere quando calendarizzare gli interventi di Conte al Senato e la mozione di sfiducia presentata nei suoi confronti da parte della Lega. Come ha ricordato la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, la seduta era necessaria perché la conferenza dei capigruppo – che si era riunita il giorno prima – non era riuscita a trovare un accordo.

Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia chiedevano che la mozione si votasse subito. Anna Maria Bernini, capogruppo dei forzisti, proponeva di programmare il voto per la stessa giornata di ieri. Il Partito democratico e il Movimento 5 stelle, invece, erano favorevoli a rinviare questa data alla settimana prossima. Nella seduta di ieri, 13 agosto, al voto di Palazzo Madama è prevalsa quest’ultima linea ed è stato deciso che Conte riferirà in Senato il 20 agosto.

Alcuni osservatori hanno detto che questo voto congiunto potrebbe essere il segnale di una futura alleanza tra Movimento 5 stelle e Partito democratico. Poche ore prima del voto, il senatore ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva infatti rilanciato durante una conferenza stampa al Senato un’idea un’idea che aveva esposto qualche giorno fa in un’intervista al Corriere della Sera: quella di un’alleanza tra i due partiti. Renzi è sempre stato uno dei più strenui oppositori a qualsiasi tipo di accordo coi pentastellati, ma ha cambiato idea dopo l’apertura della crisi di governo, dicendo che solo un governo di scopo come questo potrebbe evitare l’aumento dell’Iva e l’esercizio provvisorio che scatterebbe a partire da gennaio se non si riuscisse ad approvare la legge di bilancio entro il 31 dicembre 2019.

Ufficialmente, il M5s non ha mai accettato la proposta di Renzi, così come non lo ha mai fatto gran parte del suo partito, a partire dal segretario Nicola Zingaretti. Il voto di ieri potrebbe però essere un punto di partenza per intavolare una nuova trattativa e arrivare a un governo di scopo.

Una mossa a sorpresa

Come si diceva, Matteo Salvini ha accettato (o meglio, come vedremo tra poco, fatto finta di accettare) la proposta di Luigi Di Maio di approvare, in ultima lettura alla Camera, la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari e poi andare al voto.

L’annuncio ha sorpreso un po’ tutti, dagli analisti ai suoi ex alleati di governo. Stefano Patuanelli, capogruppo del Movimento 5 stelle al Senato, ha risposto chiedendo di ritirare la mozione di sfiducia a Conte. Luigi Di Maio, prima, ha rilanciato, proponendo anche di dimezzare gli stipendi dei parlamentari. In un secondo momento ha fatto un passo indietro e accusato Salvini di essersi infilato in un vicolo cieco, definendo la sua una “mossa della disperazione”.

Quanto dice Salvini si può fare davvero?

Secondo diversi osservatori, Salvini ha aperto al taglio dei parlamentari per evitare la possibilità che si formasse una nuova coalizione di governo Partito democratico-Movimento 5 stelle, che avrebbe evitato il ritorno alle urne.

Alessandra Sardoni, inviata del TgLa7, ha sottolineato anche un altro motivo durante lo speciale condotto da Enrico Mentana. Secondo alcune indiscrezioni, i ministri leghisti non erano disposti a dimettersi come, pare, avesse chiesto loro Salvini.

I costituzionalisti hanno spiegato che quello di Salvini è poco più che un bluff: il vicepremier ha infatti proposto di tagliare il numero dei parlamentari e poi andare “subito” al voto, citando l’articolo 4 della legge costituzionale che recita: “Le disposizioni di cui agli articoli 56 e 57 della Costituzione, come modificati dagli articoli 1 e 2 della presente legge costituzionale, si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore”.

In base a questa disposizione, la legge potrebbe essere votata e poi congelata se le camere venissero sciolte entro 60 giorni, come Salvini spera. Ma così facendo, ovviamente il taglio dei parlamentari non sarebbe effettivo. Alle prossime legislative, si eleggerebbero comunque 945 parlamentari anziché 600 e la riduzione avverrebbe solo a partire dalla legislatura successiva. Cioè, forse tra cinque anni.

Questo aspetto è stato sottolineato, tra gli altri, anche da Francesco Clementi, docente di Diritto comparato all’università di Perugia. “Delle due l’una: o consenti il completamento dell’iter della riforma costituzionale per la sua eventuale entrata in vigore (e si parla di almeno aprile 2020) oppure voti con l’attuale legge senza che la riduzione dei parlamentari sia davvero in vigore”, ha scritto su Twitter.

Secondo Clementi, per rendere effettivo il taglio dei parlamentari è necessario aspettare fino ad aprile 2020 perché bisogna “rifare i collegi (2-3 mesi) e celebrare l’eventuale referendum (3 mesi)”.

Salvini non è disposto ad attendere tutto questo tempo, e il Movimento 5 stelle, da parte sua, non vuole terminare l’esperienza di governo senza aver prima approvato la riforma costituzionale ed essersi assicurato che entri in vigore.

Le prossime tappe

Questa settimana dovrebbe concludersi senza grandi scossoni. La prossima sarà invece decisiva per capire le sorti del governo italiano.

Il 20 agosto, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte riferirà al Senato sulla crisi di governo. Il giorno successivo sarà alla Camera e quello dopo ancora si voterà il taglio dei parlamentari. Il voto in programma per il 22 agosto è l’ultimo dei quattro previsti dalle legge fondamentale dello stato italiano per le modifiche costituzionali.

In tutto questo, è bene ricordare due cose: ufficialmente il governo non è ancora caduto e l’ultima parola, quando e se ciò avverrà, spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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