Le Mans ’66, sullo sfondo dell’epica lotta tra Ford e Ferrari, una storia di sport e amicizia

Le Mans ’66, sullo sfondo dell’epica lotta tra Ford e Ferrari, una storia di sport e amicizia

Negli anni ‘60 la Ford aveva tentato di acquistare una Ferrari all’epoca piena di debiti, vennero anche in Italia a trattare. Le trattative, all’insaputa degli americani, erano state organizzate in realtà da Enzo Ferrari per convincere Agnelli a comprare l’azienda e farla rimanere in Italia. Da questo fatto (mostrato nel film) parte la sfida di Le Mans ‘66, cioè dal livore del proprietario della Ford Motors, erede del Ford fondatore originale, arriva il sogno di battere Ferrari nella 24 ore di Le Mans, gara in cui le macchine italiane erano da anni imbattibili. Un’impresa impossibile visti i tempi stretti.

Intorno a questa storia, James Mangold architetta grazie ad un script non eccezionale e molto classico un film di amicizia e dedizione americana. Una storia di uomini che lottano contro altri uomini in un trionfo di etica, senso della competizione, aspirazione alla vittoria e grande rispetto. Tutto mentre le donne guardano. Non è propriamente un film bilanciato questo, ma uno che ha ben chiaro cosa dire e come farlo, che ha a cuore la storia di due uomini, interpretati da Matt Damon e Christian Bale, che hanno compiuto un’impresa. È per l’appunto la storia più classica del cinema hollywoodiano ma davvero James Mangold (regista di Logan e Copland) è troppo bravo per far sì che sia solo questo.

Bale e Damon nei panni dei veri Carroll Shelby e Ken Miles sono hardware e software, l’ex pilota ora costruttore, progettista e team manager e il pilota scavezzacollo, abile e istintivo, sono pulsione e ragione, passione e politica, quel connubio che nella mentalità americana è indispensabile per arrivare alla vittoria. Ogni team vincente nella retorica statunitense per trionfare deve trovare armonia tra la parte razionale e metodica e quella necessariamente furiosa e audace. Come Bale e Damon animino queste virtù fatte personaggio è fantastico. Il primo stranamente non cerca sempre di primeggiare ma mette davvero la sua capacità di lavorare sul corpo dei personaggi al servizio del film (Miles ha una postura incredibile che tradisce un nervosismo unico) mentre il secondo sembra essere perfettamente conscio di dover fare anche con il pubblico il lavoro che Shelby faceva con i dirigenti Ford: lo deve ammaliare, conquistare e tenere in pugno. E ci riesce. Matt Damon ci affascina mentre Christian Bale ci convince.

Rigorosamente schierato tutto dalla parte dei ranghi più bassi della squadra, Le Mans ‘66 mostra come la cultura imprenditoriale americana ai massimi sistemi vessi quell’individualismo che invece è la pietra fondante della sua mitologia. Shelby e Miles vincono non grazie alla Ford ma nonostante la Ford, nonostante le decisioni politiche, il fatto che persone di potere vogliano decidere in ambiti che non li riguardano, nonostante ingerenze esterne alle corse e invidie di piccolo conto. Invece che esaltare il talento individuale (caratteristica essenziale per lo spirito americano) la grande azienda qui lo sminuisce e lo mette in difficoltà. Alla fine, sarà abbastanza netta la divisione tra i burocrati da una parte e i piloti esperti che rischiano davvero dall’altra.

Nonostante lo schematismo c’è un brivido fantastico che percorre questo film così ben realizzato, equilibrato e dosato a perfezione, che quasi fa sentire in pista, coinvolti nella grande lotta lunga 24 ore (che diventano 40 min. nel film ma tutti necessari, tutti appassionanti). Perché Mangold non si appoggia mai solo alla scrittura e alle battute ma sa usare tutte le componenti per orientare il pubblico dove gli serve. Si guardino i costumi, un classico nei film d’epoca che qui diventa uno strumento. Tutti indossano dei costumi come fossero supereroi o cartoni animati, hanno delle divise che li caratterizzano e dichiarano la loro appartenenza. Shelby con il suo vestiario buono, alla moda ma casual, Miles con una onnipresente tuta da meccanico, gli uomini Ford in completo nero tutti uguali, Enzo Ferrari con il suo cappotto italiano. Ogni variazione di questi costume è coerente con le premesse e racconta qualcosa, ogni volta che li vediamo in campo sappiamo già come sono schierati e contro chi lottano davvero.

Non è infatti Ferrari il vero nemico (troppa stima per il personaggio spigoloso interpretato da Remo Girone, viene tradita dal film) ma il nemico interno. La differenza di classe e l’appartenenza al reame di chi si sporca le mani rispetto a chi firma contratti o si fa fotografare è ciò che conta per Mangold e ciò che rende il film una storia di uomini oltre che una di piloti.

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