La ricandidatura della Raggi è frutto di un M5s che non sa mettersi in discussione

La ricandidatura della Raggi è frutto di un M5s che non sa mettersi in discussione

Ieri è stato finalmente risolto un dilemma che da qualche tempo crucciava la gente romana, alla ricerca di risposte che non si riuscivano a trovare. Virginia Raggi ha annunciato ad alcuni consiglieri comunali di avere intenzione di ricandidarsi a sindaca di Roma per un secondo mandato. “Non ci sto ad apparecchiare la tavola per far mangiare quelli di prima. Sono convinta che dobbiamo andare avanti”, ha dichiarato, in attesa che gli iscritti al Movimento cinque stelle, attraverso la piattaforma Rousseau, confermino la sua decisione.
La notizia della sua ricandidatura non poteva che essere accolta in questo modo: con un bus dell’Atac in fiamme in viale Regina Margherita. Si tratta delle perfetta metafora della sua gestione della città, una costante autopromozione e autoesaltazione mentre alle sue spalle la capitale dell’Italia andava in malora, senza che ce ne si rendesse conto, o senza che si volesse farlo. La Raggi era arrivata a Roma per cambiare il vento, ma dei mille problemi cittadini sulla cui risoluzione si basava la sua elezione, non ne ha sistemato mezzo. Oggi quella che è una città che dovrebbe brillare agli occhi di italiani e stranieri, si presenta come un centro in decadenza, ferito, una nobile decaduta che avrebbe tutte le carte in tavola per risollevarsi ma che non riesce a farlo, proprio per colpa di chi la amministra.

I due problemi principali continuano a essere quello dei rifiuti e quello dei trasporti. Roma resta una delle città più trafficate del mondo, la mobilità è un incubo in tutti i sensi, tra ciclabili inesistenti, metropolitane a singhiozzo, buche nascoste solo da post della sindaca sulla manutenzione di microtratti di facciata, bus che prendono fuoco con una frequenza da brividi e aree periferiche irraggiungibili senza automobile. L’immondizia continua invece ad accumularsi su strade e marciapiedi, soprattutto nelle periferie, mentre dal Campidoglio non hanno fatto altro che cambiare ogni due per tre i consigli di amministrazione dell’Ama, la partecipata del comune che si occupa della gestione dei rifiuti, mentre nuovi tmb andavano in fiamme e non si è trovato un sito per la nuova discarica. La Raggi per larghi tratti ha concentrato i suoi sforzi sulle facili (elettoralmente) crociate per il decoro, in un perenne stato di sgombero di campi rom e centri sociali attivi nella solidarietà cittadina. Un attivismo istituzionale con cui mostrare che si sta facendo qualcosa, mentre non si sta facendo nulla. E poi la questione dello stadio, l’assenza di politiche abitative adeguate per rispondere all’emergenza casa romana, le indagini e gli scandali che hanno coinvolto soprattutto nei primi tempi la sindaca stessa o suoi fedelissimi.

Difficilmente si troverà un gruppo di aficionados della sindaca Raggi, mentre il suo primo mandato volge al termine e ci si prepara alle elezioni del 2021. Roma non solo non si è risollevata da una crisi che viveva già da anni, ma sotto molti aspetti ha proseguito la sua caduta, alla faccia del vento che doveva cambiare. Il bilancio raggiano è negativo, eppure nulla sembra voler fermare la sindaca a una nuova ricandidatura, neanche il fatto che il regolamento pentastellato lo impedirebbe, dal momento che ha già esaurito il limite dei due mandati tra quello di consigliera comunale e quello, appunto, di prima cittadina. 

Ma nel Movimento cinque stelle sono fatti così, si sa. Sempre pronti ad aggirare le loro stesse regole, non per tornaconti personali ma per continuare ad accompagnare i cittadini in viaggi descritti come rose e fiori, in realtà grigi. Il partito tanto a livello nazionale quanto a livello locale ha sempre fatto fatica a riconoscere i propri limiti e insuccessi e questo si è spesso tradotto in un autogol politico. L’incapacità di farsi da parte quando questa dovrebbe essere la scelta logica fa sì che il Movimento viva costantemente sulla graticola. Il dimezzamento dei consensi dell’ultimo biennio ne è la diretta conseguenza. 

A Roma Virginia Raggi non è riuscita in alcun modo a lasciare il segno, eppure vuole restare lì per non abbandonare una tavola apparecchiata, dove si prospetta però un pasto di pessima qualità. É il classico autolesionismo pentastellato, una festa a cui sempre più frequentemente sta partecipando anche il Partito Democratico, che ha rinunciato a battagliare contro le destre sulla base dei suoi principi e ideali, preferendo a questo il loro scimmiottamento o, nella migliore delle ipotesi, il voto utile. Non è un caso che già si vociferi come nel 2021 la sindaca Raggi possa trovare un sostegno proprio dal Pd, interessato unicamente a non offrire Roma a Giorgia Meloni che non a costruire un’alternativa politica credibile per la capitale italiana.

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