La plastica delle mascherine potrebbe diventare un biocarburante

La plastica delle mascherine potrebbe diventare un biocarburante

mascherine
(foto: Patcharanan Worrapatchareeroj via Getty Images)

Cosa ne facciamo dei miliardi di mascherine utilizzate in tutto il mondo? È una domanda che forse ci siamo posti, durante l’epidemia di Covid-19, al momento di buttarle. Mascherine, guanti e altri dispositivi sono tutti oggetti di plastica che devono essere smaltiti nell’indifferenziata, come sottolinea l’Istituto superiore di sanità (e possibilmente inseriti in sacchetti prima di essere buttati), dunque finiscono nei rifiuti non riciclabili. Ma oggi uno studio pubblicato sulla rivista Biofuels del gruppo Taylor & Francis mette in luce che la plastica contenuta nelle mascherine potrebbe essere convertita e riutilizzata per produrre biocarburante. A condurre la ricerca è un gruppo della University of Petroleum and Energy Studies, in India, che spiega in che modo potrebbe avvenire questa conversione.

Miliardi di mascherine nell’ambiente

Attualmente l’attenzione è concentrata su come contrastare la pandemia di Covid-19, ma non bisogna dimenticarsi anche dell’ambiente e dei cambiamenti climatici. Dall’inizio dell’emergenza coronavirus ad oggi sono stati indossati miliardi di mascherine (in Italia circa un miliardo in un mese, secondo uno studio), che possono diventare un’ulteriore minaccia per l’ambiente, come sottolineano i ricercatori. I materiali plastici finiscono nelle discariche o negli oceani e ci vogliono decenni prima che si decompongano, dato che la loro degradazione naturale.

Mascherine, una risorsa dal polipropilene

Gli autori hanno analizzato la composizione delle mascherine. Quelle chirurgiche e le N95 sono costituite dal polipropilene, un polimero utilizzato in molti oggetti di uso comune (recipienti alimentari, i tappi e le etichette delle bottiglie di plastica, i paraurti delle auto, le capsule del caffè e molto altro). Questo materiale potrebbe essere convertito in biocombustibile da utilizzare come carburante per i mezzi di trasporto. Per riciclare questo polimero sono necessari metodi chimici e fisici, presi in considerazione dagli autori.

Un biocarburante liquido

Il metodo più frequentemente utilizzato è quello della pirolisi. In questo processo si decompone il materiale riscaldandolo ad elevate temperature, ma in assenza di ossigeno (presente nella combustione classica). In questo modo il materiale passa dallo stato solido a quello liquido e viene trasformato in biocrude o bio-oil, o ancora olio di pirolisi, un combustibile sintetico oggi studiato come opzione per sostituire il petrolio. Gli autori illustrano le diverse fasi del processo. In particolare hanno osservato che i risultati migliori si ottengono con la pirolisi (in specifici reattori) tenendo le mascherine fra i 300 e il 400 °C per la durata di un’ora.

Biocarburante, una risorsa

Questo metodo consente non solo di evitare i gravi effetti collaterali per la salute e per l’ambiente dovuti all’inquinamento da plastica ma rappresenta una fonte di energia che può essere sfruttata, come scrivono gli autori nel paper. Secondo la co-autrice Bhawna Yadav Lamba questo metodo è fra i più promettenti e sostenibili rispetto alla scelta di smaltirli nelle discariche oppure negli inceneritori. Questo anche perché si produrrebbe olio di pirolisi, altamente biodegradabile. “Le sfide della gestione dei dispositivi di protezione individuale e dell’aumento della richiesta di energia potrebbero essere affrontate contemporaneamente con la produzione di combustili liquidi provenienti dai kit dei dispositivi”, spiega la ricercatrice. “Il combustibile liquido generato dalla plastica è pulito e ha proprietà simili a quelle dei combustibili fossili.

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