La complicata estate del superministro del bluff

La complicata estate del superministro del bluff

Matteo Salvini nell’aula del Senato (foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

La politica è una complessa questione di leve, equilibri, spesso giravolte, in cui la coerenza tradizionalmente non paga e il trasformismo e la capacità di reagire sono questione di sopravvivenza: all’Italia lo hanno insegnato quasi tutte le famiglie del potere, dai melliflui democristiani agli arrembanti renziani dell’inner circle, ma mai nessuno finora si era spinto fino alle vette di Matteo Salvini da Milano, leader della Lega e ministro dell’Interno in carica. Ieri, nella concitata (eufemismo) discussione al Senato sulla sfiducia al governo Conte, il Capitano ha estratto più assi di quante maniche avesse a disposizione. Ma – siccome il troppo stroppia, come si dice – non gli è andata bene.

Come ogni talento politico baciato da una benedizione alle urne e dotato di uno spirito tracotante, il ministro Salvini ora crede di essere invincibile. Non è una pigra supposizione: basta ascoltare attentamente ciò che dice, e soprattutto il come lo dice, gli allestimenti dei suoi comizi e dei suoi interventi (quello recente di Siracusa è diventato un piccolo caso, per via di quell’inquietante intermezzo da crociato col rosario) e i perni della sua retorica che echeggiano sui media (anzitutto social). I “pieni poteri” richiesti agli italiani da un palco e l’inno di Mameli suonato in un localaccio romagnolo, più che un primo passo verso il regime fascista paiono, pur in modi diversi, passi più lunghi della gamba di chi è convinto di dover solo percorrere una strada già tracciata.

Eppure, ieri, 13 agosto, Matteo Salvini ha scoperto di poter ancora perdere: il voto sulla sfiducia a Giuseppe Conte avverrà solo la settimana prossima, e soprattutto di fatto a sconfiggere le sue mozioni per l’anticipo della data del voto parlamentare è stata una nuova maggioranza, M5s, Pd, LeU, +Europa. E dire che tutto era andato come da copione: Salvini aveva preso la parola, era stato ferocemente contestato da un’opposizione a cui aveva avuto il coraggio di contestare “l’abbronzatura” (lui!), aveva sparso qualche – più di qualche, a dire il vero – battutina salace sul senatore Matteo Renzi e, soprattutto, aveva presentato il jolly dei jolly: “Prendo e rilancio” – ha scandito al fianco di Roberto Calderoli – “la Lega voterà per anticipare il taglio dei parlamentari, si chiude in bellezza con la promessa fatta agli italiani e poi, per dignità, onesta e coerenza si va subito al voto”.

Parbleu: nessuno – a partire dal povero Luigi Di Maio, ancora una volta vittima designata degli aggiustamenti di rotta salviniani – si aspettava che il leader leghista potesse accampare una proposta del genere (forse anche perché, parlando di “coerenza”, nemmeno ventiquattr’ore prima aveva definito il taglio dei parlamentari “un SALVA-RENZI”, comprensivo di maiuscolo, altro che “promessa agli italiani”), e sulle prime si è udito un coro di può davvero farlo?

La realtà (che quando si parla di Salvini è quasi sempre costretta a un ruolo minore sullo sfondo) è che no, non può farlo: sostanzialmente, la nuova strategia della Lega per lo scacco matto al M5s è aprire sul taglio dei parlamentari prima della sfiducia formale all’esecutivo di Conte, e poi giocoforza andare al voto con la legge elettorale attuale, e rieleggendo lo stesso numero di parlamentari (la riduzione dei parlamentari, con il ridisegno dei collegi e l’eventuale referendum, farebbe infatti slittare il ritorno alle urne almeno alla metà del 2020). Vi sembra poco degno, onesto e coerente verso gli italiani? Beh, non avete tutti i torti, e alcune voci sui giornali dicono che se ne è accorto anche quel signore che risponde al nome di Sergio Mattarella, scettico (altro eufemismo) all’idea di posporre modifiche costituzionali alla prossima legislatura, pur votandole in questa.

In buona sostanza, ancora una volta Salvini ha bluffato: a parole, col suo tono perennemente strafottente e indolente, è un capitano coraggioso; coi fatti è rimasto alla visita di leva. Nel marasma del Senato è riuscito anche a imputare al Partito democratico l’aver “inventato gli aumenti dell’Iva”, che invece sono una comprovatissima invenzione del governo Berlusconi IV, anno 2011, di cui faceva parte guardacaso proprio il suo partito, così come alcuni personaggi che gli sedevano intorno applaudendo entusiasti.

E, soprattutto, tra attacchi, battutine, nacchere e colpi a effetto, nel discorso al parlamento di Salvini c’è stato un grande assente: il perché ha voluto staccare la spina al governo. Non è un dettaglio: fino a ieri sia lui che i suoi alleati di governo lodavano l’esecutivo come l’unica salvezza per un paese che finalmente era tornato a marciare (secondo loro, almeno: non risultava altrettanto ai dati economici, ma lasciamo stare), mentre oggi la priorità sembra tornare a elezioni, a un anno di distanza. Perché? Al Senato della Repubblica non è dato saperlo. In compenso, moltissime gag. E una valutazione di importanza primaria, da statista vero, condivisa oggi in un’intervista col Corriere della Sera: “Il mio discorso in aula ha fatto 40mila visualizzazioni. Chi può dire altrettanto?”.

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