Il mito di Roberto Calasso, scrittore-editore che ha scritto di tutti i miti

Il mito di Roberto Calasso, scrittore-editore che ha scritto di tutti i miti

Era una tempesta diversa da tutte quelle che aveva già attraversato”. Il lettore di oggi che apra il nuovo libro di Roberto Calasso, La Tavoletta dei Destini (Adelphi, uscito l’8 ottobre) si troverà subito in una certa sintonia con i tempi di nuovo all’apparenza al tracollo che stiamo vivendo in questi giorni o mesi pandemici. 

La stessa ossessione per la cosiddetta seconda ondata ha una certa ascendenza diluviana e mitologica e tutti i toni di una catastrofe per tsunami. Viviamo però certo tempi ben poco “sacri”, come quelli spesso esplorati da Calasso, intellettuale e scrittore nato a Firenze, nome che ha girato tra i papabili di un Nobel italiano, che inaspettatamente però e meritatamente è arrivato alla poetessa americana Louise Gluck

Fondendo il mito babilonese del Diluvio con il personaggio di Sinbad il Marinaio, la storia de La Tavoletta dei Destini si apre con l’arrivo di quest’ultimo sull’isola di Dilmun, dove il Noè babilonese, Utnapishtim, reo di aver salvato l’umanità dal volere di annientamento per acqua degli Dei, passa i suoi anni condannato ad una terribile immortalità.

Quest’ultimo libro, a metà tra il saggio, il romanzo, l’epica antica e il pastiche fa parte a detta dello stesso Calasso di una “work in progress” iniziato con l’originalissimo La rovina di Kasch nell’ideale di una letteratura svincolata dai generi e dalla mode, senza per questo farsi criptica, dove i miti dai greci a quelli orientali, dal mito della modernità a quello di scrittori come Kafka, vengono come messi assieme in una fusione nucleare unica. 

C’è da dire che nei suoi libri, Calasso mette a tutt’uno il suo scrivere con il suo essere editore, in un ideale di “fratellanza” tra libri e culture, alla quale richiama pure il nome della casa editrice da lui fondata, appunto Adelphi. “Che cos’è una casa editrice se non un lungo serpente di pagine?,” ha dichiarato in passato lo stesso Calasso.

Seguiamo un po’ questo percorso in alcuni dei suoi libri, tra miti, culture e modernità, che l’autore ha definito “l’innominabile attuale, con una sorta di ossimoro.

Parte di quel ciclo programmatico già citato è anche un classico calassiano oramai bestseller, pubblicato negli anni Ottanta, Le nozze di Cadmo e Armonia

Nel libro anch’esso indefinibile – è un romanzo? è un ciclo di racconti? è una raccolta di saggi sul mito? – Calasso ci accompagna in un viaggio enciclopedico accurato, aneddotico e allo stesso tempo fantastico – visto che il mito è a metà tra verità e favola – tra i miti della Grecia antica, dove lussuria, fraudolenza, avidità e l’avversione per l’altro in quanto mostro la fanno da padrone, rendendo gli dei molto umani e gli eroi umani dei semidei molto imperfetti, perché anche “l’eroe è mostruoso. Subito dopo i mostri muoiono gli eroi”, si legge. 

Le nozze di Cadmo e Armonia furono l’ultima occasione in cui gli dèi dell’Olimpo si sedettero a tavola con gli uomini, per una festa e da questo evento spartiacque parte il racconto di Calasso, dove molte immagini dialogano con il testo, a suggellare il racconto labirintico.

Labirintico e assieme linguisticamente lussurioso, violento e barocco, che intreccia, tra le altre, le vicende di Achille che da fantasma ritrova Elena nell’aldilà, il rapimento della principessa Europa da parte di Zeus trasformato in toro, ma anche Erigone che si impicca e infine Cadmo, che dona l’alfabeto ai mortali e inaugura così la scrittura dopo la narrativa orale. 

“Si danno due regimi dei rapporti fra gli dèi e gli uomini: la convivialità e lo stupro. Il terzo regime, quello moderno, è l’indifferenza”, che però non vuol dire assenza, direbbe. E il lettore di Calasso che proseguirà con Ka (1996) ritroverà questa comunione tra mortalità e immortalità senza alcuna indifferenza, di fronte alla molteplicità di storie che l’autore racconta anche in quest’ultimo libro, nell’idea suggestiva già espressa in epigrafe che Il mondo è come l’impressione che lascia il racconto di una storia. 

Vorticando a partire proprio alla storia del mitico progenitore Prajapati detto appunto segretamente Ka, Calasso qui si cimenta magistralmente con i Veda, ovvero i testi sacri di quello che poi diverrà poi l’induismo. Perché gli interessano? Perché fanno parte di una storia e di una civilità remotissime, pressoché scomparse per un cambiamento epocale, ma molto legate a noi.

Perché Siva, Brahma, Visnu sono alcuni dei protagonisti-miti-dei raccontati dal libro, in un dotto tour de force che però ha il fascino del racconto e non la noia del saggio di religione, perché si focalizza sugli amori, le lotte, le armi e sofferenze di queste umanissime divinità. 

“Quanti eventi, quante storie una dentro l’altra, che in ogni giuntura nascondono altre storie…”, pensa Garuḍa l’uccello mitologico che plana dubbioso e intossicato di pensieri già dalle prime pagine del libro di Calasso. Dove la metamorfosi, la possessione, l’ebbrezza e il sacrificio toccano alcuni dei protagonisti della mitologia vedica, come Rudra, come gli eroi del poema epico indiano Mahābhārata, e anche come Buddha che appare come uomo di transizione, in un’epoca vicinissima alla nostra, perennemente declinante. 

E andando ancora più vicino a noi, ci sono altri due gioielli della produzione calassiana, dedicati non al passato remoto quanti a due miti della modernità, K. incentrato sul mito di Franz Kafka e La Folie Baudelaire che prende avvio da un sogno del poeta de I fiori del male.

Se Ka si apriva con il quesito dell’uccello Garuda “Chi è Ka?”, è curioso – ma nell’idea del legame di tutti i libri della produzione di Calasso, del suo work in progress – che il libro “su” Kafka si chieda “Chi è K.”? E soprattutto, ancora una volta, con Calasso: cos’è questo libro? Una biografia di Kafka? Una parafrasi o traduzione delle opere di Kafka in un saggio-romanzo che ritrae Kafka e vi si ritrae? 

Qui il mito è uno solo, quello dello scrittore praghese, ma Calasso è abile nel raccontare vite e opere con soluzione di continuità, mettendo in parallelo i romanzi, focalizzandosi sui testi più minuti, tra i quali il celebre Le metamorfosi per poi andare a pescare da taccuini, diari, corrispondenze, nella bellezza e nel forte simbolismo delle opere di Kafka.  

Se quello su Kafka pare una sorta di rapsodica riscrittura-commento, La Folie Baudelaire c’è il racconto di un sogno del poeta francese in un bordello che si presenta anche come uno spazio museale. 

Come Buddha se vogliamo, Baudelaire e la sua “folie” non è altro che un pretesto per parlare della svolta letteraria dell’Ottocento, e di figura come quella di Manet, Degas, Ingres, che qui vengono raccontati assieme ai tanti che si confrontarono con il mito di Baudelaire.

E che non può prescindere dal fatto che il poeta si confonde qui con la stessa città vitale di Parigi, una città oggi ben poco vitale per via della recenti restrizioni, che lo accolse al suo centro, come innovatore inimitabile, fino quasi a scomparire dietro di lui.

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