Il governo sta creando una “secessione dei ricchi” in Italia?

Il governo sta creando una “secessione dei ricchi” in Italia?

Magnificent interiors of the shopping arcade Galleria Vittorio Emanuele II in Piazza del Duomo in Milan, at twilight. Milan, Italy
La Galleria Vittorio Emanuele a Milano. (foto: Getty Images)

Ferve il dibattito sul nuovo sistema cosiddetto di autonomia differenziata per le regioni: una rivoluzione che, salvo imprevisti, sarà finalizzata con un accordo tra il premier Giuseppe Conte e rappresentanti delle amministrazioni regionali italiane il 15 gennaio. Secondo diversi esperti la riforma rischia di rappresentare, di fatto, una vera e propria secessione della parte più ricca del paese a discapito soprattutto del Sud, con effetti potenzialmente devastanti per i servizi pubblici e la sanità nazionale.

Ma andiamo con ordine. Il nuovo regime prevede che ulteriori materie legislative rispetto alle attuali (tra le aggiunte si annoverano sanità, istruzione e tutela dell’ambiente) vengano date in gestione esclusiva alle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, sottraendole a quella congiunta dello Stato.

Il 15 febbraio è prevista la presentazione a Roma dell’intesa sull’autonomia per queste tre regioni. Il contenuto della stessa potrà determinare anche il destino delle altre regioni a statuto ordinario, al momento impegnate in tavoli tematici aperti con diversi ministeri, nella speranza di un maggiore coinvolgimento nel processo devolutivo. Altrimenti – annuncia la Campania – ci sarà ricorso alla Corte Costituzionale. Quel che è certo è che il tempo stringe.

Un iter iniziato due anni fa
Nell’autunno del 2017 si sono tenute due consultazioni referendarie regionali, in Lombardia e in Veneto, per conoscere il parere degli elettori sulla possibilità di attribuire ulteriori forme e condizioni di autonomia al proprio ente territoriale: ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto, ma con oltre il 90 per cento di approvazione la proposta è passata in entrambe le regini. Successivamente i consigli regionali delle regioni interessate (a cui si è unita anche l’Emilia-Romagna, senza passare per un referendum) hanno approvato, a larghissima maggioranza, risoluzioni che conferiscono ai governatori il mandato di trattare con lo stato.

Infine, dopo mesi di trattative, il 28 febbraio 2018 i presidenti di regione Roberto Maroni, Luca Zaia e Stefano Bonacina firmano col sottosegretario Gianclaudio Bressa un accordo preliminare. Questa settimana l’accordo verrà definito una volta per tutte, in attesa di essere approvato definitivamente dal parlamento.

La secessione dei ricchi
Tra i principali critici della riforma c’è l’economista Gianfranco Viesti, che ha dedicato all’importante riforma dell’amministrazione italiana un breve saggio presso la casa editrice Laterza, Verso la secessione dei ricchi?, scaricabile gratuitamente.

Le osservazioni di Viesti si concentrano sull’obiettivo fondamentale dell’iniziativa messa in atto dalle tre regioni del Nord, vale a dire quello di “ottenere, sotto forma di quote di gettito dei tributi che vengono trattenute, risorse pubbliche maggiori rispetto a quelle oggi spese dallo stato a loro favore“. Dal punto di vista concreto, secondo Viesti, attribuire maggiori risorse a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna non significa altro che ridurre i finanziamenti alle altre regioni, attribuendo un ulteriore vantaggio economico al Nord, a prescindere da ogni considerazione circa il divario che già separa questi territori dal Sud, particolarmente disastrato dopo la crisi.

Dal punto di vista concettuale, Viesti mette in discussione la nozione di residui fiscali, adoperata nel progetto di riforma federalista. Con l’espressione si fa riferimento al risultato ottenuto “sottraendo dalla spesa pubblica che ha luogo in un territorio l’ammontare del gettito fiscale generato dai contribuenti residenti sullo stesso territorio“. In pratica, se il risultato è negativo, allora la popolazione di quella regione riceverà in spesa pubblica meno di quanto versa in imposte.

Ma soprattutto, secondo Viesti, aggregare i cittadini sulla base della loro appartenenza territoriale è, oltre che giuridicamente sbagliato, ideologicamente arbitrario: a beneficiare della spesa pubblica e a pagare le imposte non sono infatti i territori regionali, ma i singoli cittadini, sulla base della loro condizione di benessere o di bisogno, indipendentemente da dove sono nati o risiedono.

Un piano diabolico?
La sensazione è che, mentre la nuova Lega di Salvini chiedeva e otteneva i voti al centro-sud per andare al governo, la vecchia Lega Nord continuava a concentrarsi sull’obiettivo dell’autonomia territoriale. Tutto questo non è avvenuto in un quadro di tensioni interne al partito, bensì in una manovra coordinata e perfettamente oliata.

La secessione de facto era, del resto, già nel contratto di governo, fortemente voluto dalla Lega, il cui peso politico sta “esplodendo” negli ultimi sondaggi e con il passaggio dell’esperienza di governo (tutto a svantaggio dei Cinque stelle e di Forza Italia). Per i critici, il risultato di tale riforma sarà che le regioni che hanno più risorse ne otterranno ancora di più, e le otterranno prima che si decida a livello nazionale cosa serva fare per quelle che invece hanno di meno.

La protesta dei medici
Nel frattempo, il Sindacato Medici Italiani (Smi) ha lanciato una petizione  (indirizzata, tra gli altri, al premier Giuseppe Conte e al ministro della Salute, Giulia Grillo) chiedendo il rinvio del voto parlamentare sull’autonomia.  L’iniziativa, ideata da medici di famiglia e dai pediatri, dagli specialisti ambulatoriali, da quelli dell’emergenza territoriale, dalle ex guardie mediche e dalla dirigenza sanitari, punta ad “assicurare il carattere di universalità all’assistenza medica e sanitaria in tutta Italia” e a fare in modo che il regionalismo differenziato “non rappresenti la pietra tombale del Ssn“.

L’allarme del sindacato riguarda la possibilità per le regioni interessate di rimuovere i vincoli di spesa relativi alle politiche di gestione del personale dipendente convenzionato o accreditato: “Avranno mano libera in materia di accesso alle scuole nazionali di specializzazione e potranno stipulare specifici accordi con le università presenti sul territorio regionale. Potranno, inoltre, redigere contratti a tempo determinato di specializzazione lavoro per medici, alternativi al percorso delle scuole nazionali di specializzazione”.

In questo modo, avvertono i medici, il Servizio sanitario nazionale potrebbe abbandonare il suo carattere omogeneo e trasformarsi in una somma di servizi sanitari regionali.

La Lega delle origini e il ritorno agli anni Novanta
In fondo, la riforma federalista ha tutto l’aspetto di un richiamo al progetto primario della Lega, quello che il partito di Umberto Bossi sviluppò una volta superato l’ingresso nel mainstream politico all’inizio degli anni Novanta: la necessità di un’Italia, piuttosto che di un’Europa, a due velocità. 

L’euro al Sud non se lo meritano“, diceva l’allora segretario lombardo della Lega Nord, Matteo Salvini, nel 2012. La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere“. La proposta era stata già anticipata dal segretario leghista Roberto Maroni nelle settimane precedenti, facendo riferimento a un articolo del Financial Times che ipotizzava una mappa continentale divisa in due aeree con monete diverse.

Ancora prima, questa visione federalista era condivisa anche da parte del centrosinistra. Nel 1999, i Democratici di sinistra tentavano di premiare Umberto Bossi per aver scelto la strada della “civilizzazione“, deponendo la metafora dei fucili e i tank a San Marco. Pietro Folena, il numero due di Botteghe Oscure, aveva iniziato a parlare di federalismo a due velocità, ed anche citato esplicitamente il modello Catalogna: il centrosinistra al governo offriva, cioè, la sponda di un autonomia solida, alla spagnola.

Era Silvio Berlusconi, più che la Lega, a venire visto come un pericolo per la democrazia, un destabilizzatore. La Lega sembrava il partito più integrabile in un sistema di valori condivisi, dopo anni di camicie verdi e identità padana. Il popolo delle partite Iva – il tessuto di capitalismo di massa che fa la ricchezza del Nord – dopo essersi chiuso impaurito di fronte al mercato globale, in quegli anni provava a capire come avrebbe potuto starci. 

A che modello rifarsi? Il sistema tedesco? Un’illusione. Era stato concepito per un sistema ordinato, un paese omogeneo come la Repubblica federale: “Gli stessi tedeschi, dopo lo shock della riunificazione, si pongono il problema della sua flessibilizzazione“, spiegava Folena. “Il federalismo in Italia non può che essere asimmetrico, a velocità variabile. Alla Padania occorre dare risposte diverse e in tempi diversi da quelle che cerca il Sud, e una flessibilità che ha i suoi modelli negli Usa, dove un federalismo forte si adatta alle esigenze locali“. 

Sarebbe stata una svolta, già allora. Al Sud non ne erano entusiasti, e poi Bossi sarebbe ritornato con Berlusconi e non se ne fece nulla. Ma un punto era già chiaro: la questione meridionale non poteva essere più risolta con un semplice trasferimento di risorse dal Nord, mediato da Roma.

Vent’anni più tardi, il sogno leghista sembra a un passo dal divenire realtà. E non più per gentile concessione del centrosinistra, ma grazie al nuovo alleato di governo – il Movimento 5 stelle – che quel centrosinistra, al Sud, lo ha praticamente sovrastato.

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