Il complicato scandalo che ha investito la magistratura italiana

Il complicato scandalo che ha investito la magistratura italiana

Foto di Pier Marco Tacca/Getty Images

Da qualche giorno i principali mezzi di informazione italiani seguono un’intricata indagine per corruzione che ha posto al centro dei riflettori Luca Palamara, tra i volti più noti e influenti della magistratura italiana, con un passato alla presidenza dell’Associazione nazionale magistrati ed ex membro togato del Consiglio nazionale della magistratura. Sul suo conto pende la pesante accusa di aver accettato gioielli, viaggi e denaro per favorire alcune nomine e impedirne altre – se necessario facendo ricorso a vere e proprie operazioni di killeraggio – ma le indagini sembrano più in generale destinate a far luce su un sistema interno al Csm che uno dei suoi consiglieri, Giuseppe Cascini, ha paragonato allo scandalo P2.

Le indagini

L’attenzione mediatica sulle indagini è divampata lo scorso 30 maggio, il giorno in cui la Guardia di finanza ha eseguito una perquisizione nell’ufficio e nell’abitazione privata di Palamara. Il magistrato è stato uno dei componenti del Csm fino al 2018 e alla vigilia dell’inchiesta era tra i favoriti per il ruolo di procuratore aggiunto di Roma, procura per la quale lavora (la procura di Roma ricade sotto la giurisdizione di quella di Perugia, e dunque quest’ultima è la titolare delle indagini nonostante esse siano partite da Roma e Messina).

Stando alle carte, Palamara conserverebbe comunque un certo potere all’interno del Csm, oltre che per l’influenza guadagnata negli anni da consigliere, anche per il suo ruolo di leader della corrente Unicost (Unità per la costituzione), che gli avrebbe garantito inoltre la fedeltà di Luigi Spina, consigliere togato in carica dimessosi in seguito alla notizia delle indagini.

La ricostruzione – parziale e in corso d’accertamento – che emerge dai faldoni in mano ai pm Gemma Miliani e Mario Formisani, racconta di un uomo “disposto a vendere la sua funzione” agli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore e al faccendiere Fabrizio Centofanti, lobbista considerato vicino al Partito democratico, in cambio di regalie di vario genere, tra le quali figurano cene, vacanze, un solitario e 40mila euro in contanti.

In cambio, secondo l’accusa Luca Palamara offriva i servizi che il suo ruolo era in grado di riservargli, e ciò comprendeva decidere le sorti di colleghi e delle rispettive carriere all’interno della magistratura, da favorire o affossare a seconda della necessità. Come racconta Carlo Bonini su Repubblica, ad esempio, Amara e Calafiore avevano chiesto al magistrato di “sfregiare professionalmenteMarco Bisogni, pubblico ministero di Siracusa il cui unico torto era stato quello di indagare sul loro conto. A tal fine, i due presunti corruttori avevano montato un pretestuoso provvedimento disciplinare che Palamara, al tempo ancora consigliere del Csm, aveva tenuto in vita nonostante fosse al corrente della sua inconsistenza.

Al contrario, nel 2015 Centofanti e Calafiore si mossero per una promozione, chiedendo a Palamara di “issare” (citiamo) Giancarlo Longo alla carica di procuratore di Gela per conto di Piero Amara. L’avvocato, collaboratore legale di Eni, è considerato un facilitatore di grande potere, con agganci giusti e piuttosto trasversali all’arco politico. Nella circostanza, Amara nutriva preoccupazioni circa l’esito di un provvedimento riguardante Eni, di competenza proprio della procura di Gela. Secondo le indagini, Luca Palamara fece valere tutto il potere di Unicost, schierando la pattuglia di voti che quasi fece ottenere la poltrona a Longo – nomina poi bloccata dal diniego del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (il quale tra le altre cose, presidiede di diritto il Csm).

La fuga di notizie e il versante politico

Tra aprile e maggio 2019, Palamara riceve la soffiata che apre il secondo livello delle indagini. Grazie a Luigi Spina, collega di corrente e uomo di Palamara nel Csm, il magistrato romano viene informato della sua iscrizione al registro degli indagati per corruzione. Altre e più approfondite informazioni – rigorosamente coperte da segreto d’ufficio – arrivano invece da Stefano Fava, collega e amico di Palamara a Roma, nonché titolare delle indagini su Amara e Centofanti per un breve periodo, che Palamara definisce “angelo custode”.

Il ruolo di Fava risulta centrale nella comprensione dell’indagine, dal momento che proprio il procuratore romano sarebbe l’autore dell’esposto contro il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone – da un mese in pensione – il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che avevano fatto partire le indagini, prima di trasmettere gli atti a Perugia.

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, il piano a lungo termine di Palamara comprendeva la nomina di un pm a Perugia “sensibile alla sua posizione procedimentale” e a tal fine l’ex presidente dell’Anm avrebbe incontrato Cosimo Ferri e Luca Lotti, rispettivamente ex sottosegretario alla Giustizia e sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi, entrambi di area Pd. Insieme a loro, diversi incontri avvenuti in hotel avrebbero coinvolto anche Luigi SpinaCorrado ArtoniAntonio LepreGianluca Morlini e Paolo Criscuoli, tutti consiglieri del Csm.

Nelle ultime ore Ferri – molto influente nella corrente Magistratura indipendente – ha ribadito la sua estraneità ai fatti (“non abbiamo fatto niente di male, la sera uno può fare quello che vuole ed incontrare chi vuole”), mentre sull’intera vicenda è calata l’ombra di Claudio Lotito, presidente della Lazio, che stando alle accuse avrebbe partecipato ad alcuni di quegli incontri e in seguito avrebbe elargito a Palamara biglietti per la tribuna autorità, utilizzati tra gli altri da Luigi Spina.

Non risultano al momento indagini pendenti su Cosimo Ferri e Luca Lotti – entrambi oggetto di una dura presa di posizione dell’ex procuratore nazionale antimafia e neoeletto europarlamentare Pd Franco Roberti – mentre il terremoto giudiziario ha già portato alle dimissioni di Luigi Spina e all’autosospensione degli altri 4 consiglieri del Csm coinvolti nelle indagini, di cui l’Anm chiede con forza le immediate dimissioni.

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