Il campione è un film di sport e amicizia all’americana ambientato nel mondo del calcio

Il campione è un film di sport e amicizia all’americana ambientato nel mondo del calcio

La cosa più importante in assoluto de Il campione non la si capisce subito, nelle prime scene, ma dopo un po’: è fatto bene. Se per ogni film è importante essere ben fatto, per uno che ha a che vedere con il calcio nel paese del calcio che non riesce a fare film sul calcio è proprio determinante, serve a non finire subito nella categoria dei tentativi velleitari. E velleitario non lo è per niente questo film su un campione giovane e squilibrato (le somiglianze si intravedono con gli atteggiamenti di un Balotelli o un Cassano), fortissimo e incontrollabile che la società sportiva decide di punire tenendolo un po’ fuori rosa e di provare a raddrizzare con un tutore, un professore che lo costringa a studiare e, si spera, a infondergli in questo modo il senso della disciplina.

Il campione ha la caratteristica chiave dei film migliori: sembra scritto da qualcuno che ha vissuto in quel mondo o che è passato per quelle situazioni. Invece no, quest’illusione è frutto dell’ottima scrittura di Giulia Steigerwalt (e sono tre: dopo Marito e moglie e Croce e delizia), della regia dell’esordiente Leonardo D’Agostini e della produzione di Groenlandia (cioè Matteo Rovere e Sydney Sibilia). La casa, i parenti, le reazioni dei tifosi, le interazioni con il procuratore e il mondo di appassionati che il protagonista incontra ogni giorno sono perfetti e servono bene la vera storia. Perché ne Il campione il calcio è uno sfondo a uso e consumo di un rapporto tra un ragazzo e un professore. I riferimenti sono molto chiari e molto americani, vanno da Scoprendo Forrester a Will Hunting fino a L’uomo senza volto, ma proprio aver centrato così bene il mondo in cui tutto è ambientato gli dona una credibilità che fa la differenza.

Produttivamente Il campione è una bomba, non c’è una scena che suoni inverosimile, fuori tono o realizzata con poco, tutto è granitico. Addirittura anche i più noti commentatori recitano bene, o almeno meglio di quando registrano i commenti per i videogiochi. Non ci sono giocatori veri (meglio così, altrimenti si sconfina ne L’allenatore nel pallone) ma non se ne sente la mancanza tanto è buono tutto il resto. Christian Ferro, attaccante della Roma, vive in una villa immerso nelle Lamborghini e nei megaschermi che rimandano immagini di videogiochi, si veste malissimo a costi altissimi, ha un taglio di capelli che grida vendetta, una fidanzata-immagine e un padre svogliato. Al contrario questo suo nuovo professore non sa niente di sport e addirittura nemmeno conosce il ragazzo prodigio del calcio italiano, non ha un soldo ma ha capito come prenderlo e come insegnargli la storia e la geografia ma ovviamente anche l’umanità e il controllo di sé. In lui Christian Ferro troverà un vero padre.

Come è chiaro oltre agli esempi hollywoodiani la trama è incredibilmente vicina a Scialla! di Francesco Bruni. Il campione non è scritto così bene ma è diretto con maggiore solidità e capacità di andare dritto al punto, il lato calcistico poi fa la differenza, fornendogli delle basi di una solidità impressionante. Andrea Carpenzano ha il corpo perfetto del calciatore moderno (anche se non è vero, spesso è imbottito, ma sembra perfetto) e le espressioni giuste. Stefano Accorsi dopo Veloce come il vento non sbaglia più un ruolo da mentore. In questo modo anche la perfetta prevedibilità della storia e il suo sentimentalismo basilare (motivo per il quale Scialla! è scritto meglio, perché non somiglia a niente ed è realmente personale) diventano tappe note da percorrere con piacere e non con noia. Sappiamo da subito più o meno come andranno le cose ma l’esecuzione è impeccabile e il finale è quello giusto. Leonardo D’Agostini ha la rara dote per un regista italiano di non metterci nemmeno un minuto in più rispetto al dovuto.

Alla fine è inevitabile che più di tutte si facciano notare le scene all’Olimpico (è tutto vero tranne il quadrato verde, aggiunto al digitale) o quelle in cui Carpenzano gioca (non sa giocare in realtà, molto è frutto di un buon montaggio e quando fa i palleggi a figura intera il corpo è di Stephan El Shaarawy e solo il volto è suo), ma più il film si avvicina alla fine più è chiaro che questa “americanata”, così complicata da realizzare a questi livelli in Italia, ha un’anima. Il campione racconta una storia molto piccola e molto semplice, non cerca mai di essere una parabola complicata e ha il merito gigantesco di raggiungere tutti i propri obiettivi, esattamente nel modo in cui se lo era preposto. Non è poco per niente, significa mantenere tutto quello che si promette e vista la difficoltà delle promesse di questo film è un trionfo.

The post Il campione è un film di sport e amicizia all’americana ambientato nel mondo del calcio appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Il campione è un film di sport e amicizia all’americana ambientato nel mondo del calcio