Frozen 2: Il segreto di Arendelle non rinnova la magia del primo film

Frozen 2: Il segreto di Arendelle non rinnova la magia del primo film

Come capita sempre di più ai sequel animati quando le idee scarseggiano (anche quelli live action di casa Disney) anche in Frozen 2: Il segreto di Arendelle, scopriamo un regno nascosto. Uno dei personaggi che pensava di essere unico viene a scoprire che c’è una zona della mappa che prima era inaccessibile (ma che come in un videogioco viene sbloccata da alcuni eventi a inizio storia) e si trova di fronte ad un nuovo luogo in cui può capire le proprie origini perché là c’è la sua storia personale, finalmente chiara, finalmente raccontata.

Così questo secondo film di Frozen attacca quasi subito dopo il precedente. Le sorelle sono pacificate, il regno prospera ma arriva una nuova minaccia dal passato. Ad essere contesa è l’identità individuale, come nel primo. Se in Frozen infatti Elsa scopriva che le donne possono trasformarsi da vittime in eroine e salvarsi a vicenda là dove tradizionalmente ci sarebbe stato un uomo, ora la osserviamo esplorare più approfonditamente il proprio personaggio. Mentre Anna conferma se stessa e Olaf pure conferma di essere la peggior spalla Disney di sempre (paternalista, moderato, buonista, pieno di prediche e scemenze, invece che di ironia graffiante e furbizia com’è tradizione), Elsa cambia fino addirittura a rivedere il proprio character design.

Sfruttando l’ampio bacino della mitologia nordica il film si muove ancora più a Nord per scavare nel passato. Ci sarà un nuovo popolo e un nuovo scontro di civiltà (una questione tra passato e presente che fa acqua da tutte le parti), l’importante come sempre è che sebbene Frozen 2 non abbia il piglio femminista deciso, arrembante e combattivo del primo (rivoluzionario) comunque posizioni chiaramente i personaggi femminili nelle situazioni importanti da cui dipende il destino di tutti mentre quello maschile venga mandato ad occuparsi di questioni triviali in una trama parallela blandissima. Questa differenza, che è la più superficiale, è l’unico retaggio delle dirompenti rivoluzioni del primo film.

Purtroppo al rigore e alla precisione nelle caratterizzazioni e nella storia di Frozen qui si sostituisce una sciatteria evidente. Prima di tutto perché le due sorelle che vivono d’amore l’una per l’altra si comportano adesso come madre e figlia, poi perché i personaggi intorno a loro hanno motivazioni di cartapesta, agiscono come fanno per tradizione o per generica fiducia, una ragione pronta a cambiare come cambia il vento senza troppo sforzo e infine perché le dinamiche di molti eventi spesso non sono proprio cristalline, anzi un po’ farraginose e opache.

Invece di fondare la propria essenza sulla capacità di creare immagini potentissime, qui i personaggi stanno continuamente a dirsi a vicenda cosa provano l’uno per l’altro. Parlare invece di mostrare, proprio l’anticinema, il che è ancora più grave in un cartone animato, la forma di produzione che più dovrebbe vivere di immagini. Frozen 2 preferisce puntare su creature e vestiti, sulla superficie di un rapporto vero con le spettatrici, invece che sulla profondità, cioè sulla rappresentazione delle loro paure e dei loro desideri rispetto a come il mondo le veda e come gli altri interagiscano con loro.

Anche la parte di trama che riguarda i genitori, il passato e un retaggio conservatore che Anna, da regina, cerca di combattere è molto in secondo piano. Quella parte lì che subito pare la più fiera, quella in cui una donna cerca di costringere tutti intorno a lei ad essere diversi a non ragionare come si è sempre fatto solo perché lo si è sempre fatto (che poi sarebbe il punto di Mulan), diventa un pretesto narrativo in poco tempo, buono per inquadrare costumi, cavalli marini e cantare canzoni.

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