È tempo che in Italia cambino le leggi sul terrorismo?

È tempo che in Italia cambino le leggi sul terrorismo?

Post inneggiano a Luca Traini sui social

Lo scorso 29 aprile sono state presentate le motivazioni della sentenza che il 29 marzo ha confermato la condanna a 12 anni per strage aggravata da motivazioni razziali per Luca Traini. Era il 3 febbraio 2018 quando Traini, uscendo dalla propria abitazione di Tolentino, in provincia di Macerata, guidò per le vie della città marchigiana sparando ad altezza uomo all’indirizzo di chiunque avesse la pelle nera.

Alla fine del suo tour Traini ferì sei persone. Sparò anche contro la sede locale del Partito democratico e disse fin da subito e ripetutamente nel corso del tempo di aver agito per vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro, la giovane romana morta solo cinque giorni prima proprio a Macerata per mano dello spacciatore Innocent Oseghale.

Traini all’epoca dei fatti aveva 28 anni e dopo la strage è diventato l’idolo dell’estrema destra online. Un’inchiesta di Simone Fontana su Wired e il podcast Buco Nero hanno spiegato che Traini è diventato fonte d’ispirazione per i suprematisti di tutto il mondo. L’esempio più eclatante è forse quello di Brenton Tarrant, l’attentatore di Christchurch che aveva scritto il nome dello stragista di Macerata sui caricatori dell’arma che usò per uccidere più di cinquanta musulmani riuniti in preghiera nella moschea della città neozelandese.

Nonostante l’atto fosse mirato ad uccidere indiscriminatamente chiunque avesse la pelle nera e avesse forti motivazioni ideologiche e politiche, Luca Traini non è mai stato accusato né processato per terrorismo. Il motivo è semplice: secondo l’ordinamento italiano quello di Traini non può essere un atto terroristico. Ma questo crea un problema etico e politico, ancor prima che giuridico.

I terroristi su internet

Negli ultimi quindici anni il terrorismo internazionale si è trasformato molto. Il ruolo delle organizzazioni sovversive si è ridimensionato ed è cresciuto esponenzialmente il fenomeno dei cosiddetti lupi solitari, vale a dire i terroristi che agiscono senza affiliarsi né ricevere alcun tipo di sostegno da parte di gruppi organizzati. Buona parte di questi cambiamenti sono da ricondurre alla diffusione di internet e in particolare di siti (ad esempio gli imageboard) o applicazioni (come Telegram) che consentono comunicazioni individuali o di gruppo anonime e rendono quasi impossibile tracciare sia ciò che viene detto che l’identità di chi scrive.

Internet ha reso quasi invisibile il cosiddetto percorso di radicalizzazione, ossia la fruizione di contenuto di propaganda che porta all’estremizzazione dell’individuo. Mentre nei decenni precedenti la radicalizzazione avveniva soprattutto all’interno di circoli culturali, di centri sociali o di sezioni di partito (talvolta clandestine), oggi buona parte dei terroristi riceve formazione online, mentre si connette da casa propria.

Tutto questo non solo rende estremamente più complesse le operazioni di polizia, ma ha anche determinato profondi cambiamenti nei rapporti sociali all’interno dei gruppi terroristici. Barbara Lucini, sociologa e ricercatrice del centro Itstime dell’Università Cattolica di Milano, spiega a Wired che internet ha segnato una svolta così ampia nel fenomeno del terrorismo internazionale da aver determinato una obsolescenza del sistema normativo. “L’Italia ha conosciuto il terrorismo in modo sistematico durante gli Anni di Piombo, e per quanto sia stata aggiornata nel tempo, la normativa ancora risente molto di quell’impostazione storica”, osserva.

La normativa italiana

Nello specifico, il codice penale italiano all’articolo 270 bis punisce con la reclusione da sette a quindici anni “chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico”. Inoltre è prevista al danno del condannato la confiscadelle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego”.

Come spiega a Wired il docente di diritto penale dell’Università di Tor Vergata Paolo Iafrate, a partire dal 2016 in Italia sono puniti anche i reati di finanziamento di attività aventi finalità di terrorismo e il cosiddetto terrorismo nucleare, ed è prevista una nuova ipotesi di confisca obbligatoria per qualunque reato venga commesso con finalità di terrorismo. L’anno precedente, nel 2015, era già stato approvato un decreto-legge poi convertito in legge che non solo ha attribuito alla Direzione nazionale antimafia e al procuratore nazionale antimafia le competenze aggiuntive in materia di antiterrorismo, ma ha anche introdotto nuove fattispecie di reato. In particolare le pene previste per chi viene addestrato sono state estese anche a chi si addestra da sé e sono state aumentate le pene per chi commette gli atti “mediante strumenti informatici o telematici”. Tutto questo, spiega Iafrate, “aveva l’obiettivo di punire anche i cosiddetti lupi solitari, e nel complesso dimostrava una certa sensibilità politica verso il nuovo terrorismo”.

E i suprematisti bianchi?

Tuttavia la strage di Macerata sembra aver evidenziato un vuoto legislativo. Un atto fortemente politico e mirato all’uccisione di bersagli casuali è infatti riuscito ad eludere la normativa perché, spiega Iafrate, “manca l’organizzazione. Cioè Traini non era in alcun modo membro di nessuna organizzazione né si era arruolato o addestrato tramite materiale divulgato online o offline”.

Lucini sottolinea che questo “dimostra che siamo ancora fermi all’idea per cui per fare terrorismo serva una forma di associazionismo, quando non è più così. A livello europeo manca una definizione univoca di terrorismo, e ancora oggi ogni Paese usa riferimenti diversi”. Tanto in Italia quanto in Europa le normative antiterrorismo hanno iniziato a essere modificate e rafforzate all’indomani degli attacchi di matrice islamista. Dunque le modifiche apportate hanno determinato un inasprimento a danno di questo tipo di terrorismo ma sembrano non aver coinvolto la violenza di natura suprematista, che invece più spesso di quella islamista è del tutto scevra da organizzazioni precostituite definite come terroristiche.

Per Lucini “in Italia c’è una sottovalutazione del terrorismo di estrema destra e tendiamo a pensare ai terroristi solo in quanto estremisti religiosi”. Per fare un esempio, la relazione dell’anno 2019 rilasciata dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) sottolinea la presenza di alcuni corsi formativi organizzati per il contrasto alla radicalizzazione in carcere. Delle sei tematiche affrontate durante questi corsi, due sono teoriche, una operativa e ben tre citano direttamente l’Islam o le tematiche religiose. “Anche i manuali per le forze di polizia italiane – aggiunge Lucini – parlano del terrorismo come di un fenomeno legato esclusivamente all’Islam”.

La sottovalutazione politica e amministrativa non coincide però con una sottovalutazione investigativa tout court. Sia i servizi segreti che la polizia di prevenzione in Italia sono infatti molto ben consapevoli del pericolo rappresentato dal suprematismo bianco, come ha anche raccontato il direttore della polizia di prevenzione Eugenio Spina nel podcast Buco Nero. E da qui arriva una forte contraddizione: spesso i suprematisti sono oggetto di indagine da parte dell’antiterrorismo, anche se quasi mai vengono accusati di reati legati al terrorismo.

A dimostrarlo ci sono i dati. Al 31 dicembre del 2020 il Dap denunciava la presenza di 79 persone detenute per reati legati al terrorismo: di queste 46 (cioè il 58%) sono riconducibili al terrorismo di matrice islamista, mentre altre 32 sono in carcere per terrorismo nazionale (soprattutto persone attive durante gli Anni di Piombo) e solo una per terrorismo internazionale. “Sono dati che dimostrano una sottovalutazione politica dell’estremismo di destra che potrebbe però essere superata con strumenti culturali – dice Lucini -. Dopo un’azione culturale si potrebbe immaginare certamente un adeguamento della normativa antiterrorismo che sia più consapevole delle nuove forme di terrorismo nell’epoca digitale”.

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