Dirty John, la serie su un amore ossessivo che sfiora la soap

Dirty John, la serie su un amore ossessivo che sfiora la soap

Se questi anni appena passati sono stati quelli del boom delle serie tv, c’è chi sostiene che il prossimo periodo sarà invece dominato dai podcast. In America sono già una realtà galoppante, qui da noi fanno piccoli ma significativi passi. Eppure è più probabile che le due tendenze dell’intrattenimento non saranno alternative ma si integreranno: dal più celebre podcast statunitense, Serial, Hbo sta traendo un adattamento televisivo, mentre da un’altra acclamata serie audio true crime del Washington Post, Dirty John, il network americano Bravo ha tratto una versione a episodi che arriva da noi su Netflix dal 14 febbraio.

Quale data migliore di San Valentino, in effetti, per raccontare una storia d’amore emblematica quanto tragica. Determinata a superare i suoi quattro matrimoni falliti, l’affermata interior designer Debra (Connie Britton) si getta nella selva del dating online: dopo una serie di incontri noiosi quando non catastrofici, arriva il match inaspettato con John (Eric Bana), un anestesista reduce dall’Iraq che la conquista con disinvoltura. Fra i due è intesa immediata, anche perché lui sembra conoscere tutti i modi in cui solleticare i desideri della donna. Ciononostante, le figlie di lei, Veronica (Juno Temple) e Terra (Julia Garner), avvertono qualcosa di poco convincente nel nuovo pretendente.

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La cornice è glamour se non stucchevole: siamo nella super posh Newport Beach, in California, dove ci si incontra negli yacht club, le ragazze vanno in giro con costosissime borse rigorosamente appese all’avambraccio e pure le chiese sono ipertecnologiche e minimali. Ciò è sia un motivo di fascino sia un freno all’escalation della serie. In effetti il meccanismo è piuttosto chiaro: fin da subito lo spettatore che assiste alla nascita di questa romance praticamente perfetta capisce che bisogna temere il peggio. Piccoli lampi di rabbia, piccole idiosincrasie, piccoli misteri che riaffiorano: non è che il John galante e premuroso, che sembra non avere famiglia né passato, è veramente il Dirty John del nomignolo affibbiatogli dagli compagni di corso di legge (e perché un anestesista ha studiato legge e ha solo un diploma da infermiere)?

La sceneggiatrice principale della serie è Alexandra Cunningham, che nel suo curriculum ha soprattutto un titolo come Desperate Housewives, e non si può fare a meno di tracciare paralleli: questa serie infatti ha ambizioni da prestige television, come si dice oggi, cercando di mettersi nel solco di produzioni acclamate come Big Little Lies; eppure la distillazione della tensione e certi personaggi stereotipati (le figlie viziate e ostili, la vecchia madre ammaliata ecc.), per non parlare di una certa ostentazione estetica patinata, appiattiscono l’adattamento che sfiora talvolta il genere soap. La sensazione è spesso che i personaggi e fatti reali siano stati più caricaturati che trasfigurati.

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Eppure è innegabile che molta della forza di Dirty John pesi sulle spalle del cast protagonista: Britton, attrice forse fin troppo sottovalutata relegata com’è stata finora in serie deteriori come Nashville o pulp come American Horror Story (ma riscopritela in 911), si prende la scena con un’interpretazione che è giustamente interdetta rispetto alla storia d’amore tanto agognata che le si sgretola di fronte, illusioni, esitazioni e dubbi compresi; Bana è altrettanto convincente riuscendo a modulare senza molti sforzi da una parte l’adulazione romantica del corteggiatore e dall’altra la calcolata freddezza del mentitore incallito.

Questa serie è una lenta e per certi versi frustrante spirale verso conseguenze tragiche. Tutto si declina attraverso segnali minimi se vissuti dall’interno, che suonano come campanelli allarmanti agli spettatori esterni: la proposta di installare delle telecamere, la richiesta di conservare dei contanti (troppi contanti) in casa, l’arrivo di strane lettere, l’allontanamento dalla famiglia ecc. Se Dirty John non è abbastanza trash per diventare un guilty pleasure né abbastanza eccelsa per diventare cult, almeno può essere vista come un monito nei confronti di certe relazioni tossiche: i segnali ci sono sempre, l’importante è vederli (o farsi aiutare a vederli) e scappare subito prima di passare quello che ha passato la povera Debra, nella vita vera come nella fiction.

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