Davvero il fondo pensione della Norvegia dice addio al petrolio?

Davvero il fondo pensione della Norvegia dice addio al petrolio?

Una piattaforma Equinor nel giacimento Johan Sverdrup, Mare del Nord (Foto: Equinor)
Una piattaforma Equinor nel giacimento Johan Sverdrup, Mare del Nord (Foto: Equinor)

Stando a quanto accade in questi giorni in Norvegia, l’era delle fonti fossili sembrerebbe avviarsi verso un lento, ma inesorabile, declino. Il governo di Oslo ha proposto recentemente di escludere ogni compagnia coinvolta in esplorazione e produzione di petrolio e derivati dal carnet di titoli posseduti dal Fondo pensione governativo della Norvegia.

Una decisione annunciata dal ministro delle Finanze, Siv Jensen, nella giornata di venerdì 8 marzo che in realtà era stata a lungo discussa nei banchi dello Storting, il parlamento norvegese. Uno studio affidato alla Banca centrale norvegese, invitava a ridurre l’esposizione verso il mercato petrolifero per evitare shock facendo diventare “il patrimonio del governo meno vulnerabile rispetto a permanenti cali nei prezzi di petrolio e gas”.

Quel che però si è visto negli ultimi due anni è un aumento dei prezzi di fonti fossili ed è naturale chiedersi perché, nonostante il mercato dia segnali positivi per gli investitori in questi settori, il governo norvegese sembri intenzionato a marcare deliberatamente, in senso contrario all’andamento delle piazze d’affari, la propria politica di investimenti, volta a tutelare le future generazioni di propri cittadini.

Una piattaforma offshore in Norvegia. Il Fondo pensioni reinveste i proventi del petrolio (fonte: Fondo pensioni Norvegia)
Una piattaforma offshore in Norvegia. Il Fondo pensioni reinveste i proventi del petrolio (fonte: Fondo pensioni Norvegia)

Come funziona il fondo
La forza dirompente del fondo stesso risiede nei suoi 844 miliardi di euro di investimenti in oltre 73 paesi e 9mila compagnie al mondo. O se preferite circa l’1,4% di tutte le aziende quotate sul mercato globale. Il fondo è al contempo azionista in tutte le principali società quotate al mondo, fra cui Apple, Samsung, Microsoft e Nestlé, soltanto per citarne alcune.

Ecco perché un segnale avverso all’industria del fossile, da parte di un fondo approvato dal governo nel 1990 e che dal 1996 riceve gran parte dei proventi derivati dalla produzione di petrolio e gas in Norvegia, ovvero il principale produttore nell’area di Schengen, potrebbe rivelarsi al primo sguardo dirompente.

Innanzitutto occorre specificare che, nonostante il capitale del fondo nel settore oil & gas si aggiri attorno i 33 miliardi di euro, il valore delle azioni di cui il governo andrà a disfarsi si aggira attorno i 6,7 miliardi di euro.

Al momento sono 150 le compagnie indicate dallo stesso governo norvegese, e coinvolte a vario titolo nel mercato energetico, che vedranno prossimamente ritirare il fondo dall’elenco dei principali azionisti. Mancano i nomi illustri del mercato, come la francese Total, l’americana Conoco Phillips, l’inglese Bp o la stessa Eni. Neppure Equinor, o Statoil prima del maquillage dello scorso anno, al 67% di proprietà del governo norvegese, vedrà ridurre gli investimenti del fondo.

D’altro canto, va sottolineato che, nell’elenco delle compagnie che subiranno gli effetti della decisione, vi sono importanti asset del mercato della raffinazione e lavorazione di idrocarburi, oltre che alcune aziende i cui progetti sono localizzati in mercati in forte crescita, come quello dell’Artico russo.

Saranno in particolare le compagnie americane a subire l’impatto maggiore, con circa 3,1 miliardi di euro di investimenti che dovrebbero venire a meno in progetti in corso d’opera. A essere coinvolta sarà non soltanto l’industria del fracking, ma anche aziende impegnate nell’export. Un esempio su tutti è Chenerie Energy, che punta ad essere una delle compagnie leader globale del settore del gas naturale liquefatto (gnl) entro il 2020 e che sta realizzando diversi terminal per l’esportazione di gnl nel Golfo del Messico. Questi impianti, oltre che mirare un mercato in costante crescita negli ultimi anni, costituiranno un importante strumento geopolitico nelle mani di Washington, che ne ha sostenuto apertamente la costruzione negli ultimi anni.

La decisione del governo norvegese di “abbassare i rischi” e ridurre l’esposizione nel medio periodo verso l’industria degli idrocarburi è dunque un segnale importante ai mercati, i quali hanno infatti reagito con vendite consistenti nel settore energetico. Oggi invece, il prezzo del petrolio è tornato di nuovo a crescere, avvicinandosi nuovamente ai 70 dollari al barile. È questo il tramonto o l’alba dell’industria petrolifera?

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