Darwin Day, come raccontare l’evoluzione ai creazionisti

Darwin Day, come raccontare l’evoluzione ai creazionisti

Darwin Awards
(Foto: Getty Images)

Il 12 febbraio è il Darwin Day, l’occasione per ricordare e celebrare il contributo del naturalista Charles Darwin alla nostra comprensione del mondo. La ricorrenza cade nell’anniversario della sua nascita nel 1809 e per celebrarla sono diversi gli eventi organizzati in Italia e in giro per il mondo. Negli anni anche Wired si è unito all’evento, ricordando il padre dell’Origine delle specie in modi diversi: dagli errori che facciamo sulla sua teoria dell’evoluzione, alle cose che Darwin in realtànon ha mai detto, alle bufale più diffuse tra i creazionisti. Quest’anno, continuando il filone, l’idea è quella di partecipare alla ricorrenza ricordano le leggende metropolitane legate all’evoluzione e mettendo insieme una piccola lista di concetti utilizzati per spiegare l’evoluzione per selezione naturale agli scettici per eccellenza, storicamente contrapposti alla tesi di Darwin e del collega Alfred Russel Wallace, i creazionisti. Per farlo abbiamo chiesto aiuto a Telmo Pievani, evoluzionista e filosofo della scienza all’università di Padova.

Non esiste un’unica forma di creazionismo
Doverosa premessa. Non esiste un unico filone di creazionisti: accanto a coloro che negano l’evoluzione delle specie in toto, e considerano l’esistenza degli esseri viventi azione diretta di un’entità divina avvenuta secondo dettami e tempi descritti nei testi sacri, esistono alcune forme più sfumate di creazionismo, storicamente più recenti, che ammettono una visione meno radicale. Sono quelle forme che contemplano l’evoluzione come processo indiretto di creazione e accettano l’idea di selezione naturale, pur sostenendo dietro tutto questo una finalità, un progetto ideato da un’entità superiore, un progettista intelligente. “Un tipo di creazionismo che – racconta Pievani – negli anni ha fatto progressivamente dei passi indietro, fino a trincerarsi in quella che è una posizione innocua ai fini del dibattito scientifico, perché interessa un piano filosofico e religioso più che scientifico. Parallelamente negli ultimi anni abbiamo assistito anche al risorgere (non in Italia) di posizioni creazioniste fondamentaliste tra le fila religiose di protestanti e islamici per esempio, anche grazie alla rete. E sono queste le più insidiose perché di fatto raccontano menzogne e inquinano il dibattito”.

Queste posizioni sono pericolose per la teoria dell’evoluzione, perché “abbiamo a che fare con una delle conquiste più grandi non solo della scienza ma di tutta la conoscenza umana. Negarla, ignorarla, significa ignorare e non capire in che modo abbiamo interagito e interagiamo con gli ecosistemi, non comprendere il posto dell’essere umano all’interno della natura”.

Come parlare allora a chi si trincera su queste posizioni? Quali le strategie e gli esempi che potrebbero arricchire il dibattito? “Nei confronti delle posizioni creazioniste abbiamo osservato dinamiche molto simili a quelle degli antivax e allo stesso modo un atteggiamento che bolli queste posizioni come antiscientifiche, basate sull’ignoranza non serve”, commenta Pievani, alcuni sostenitori di queste correnti sono colti ma rimangono confinati nel loro confirmation bias. L’obiettivo di queste discussioni non deve essere il convincimento di chi si trova su posizioni diametralmente opposte: dobbiamo rivolgerci alla platea, a chi ascolta, prendere parte al dibattito con disponibilità e mostrando le evidenze inoppugnabili, portando la discussione su un piano metodologico condiviso di scetticismo razionale, con argomentazioni pacate”. E di cosa si potrebbe parlare di fronte a questa platea?

Non ci sono solo i fossili: la biologia molecolare parla
L’evoluzione delle specie per selezione naturale è oggi il modello migliore che abbiamo per spiegare la grande varietà di esseri viventi che osserviamo nell’albero della biodiversità, corroborata tanto da evidenze fossili che genetiche: “Oggi non abbiamo solo le prove a livello macroscopico ma anche le corrispondenze a livello microscopico e ben oltre, nei geni”, ricorda Pievani, “l’analisi del dna ci permette di identificare i geni associati a determinati cambiamenti, e possiamo anche datare l’insorgenza della mutazioni”. Le basi su cui lavora la selezione naturale.

Prima del dna potevamo solo procedere per analisi e comparazioni morfologiche, osservando la distribuzione geografica degli esseri viventi, la sequenzialità delle prove fossili, con aumento graduale del livello di complessità, la somiglianza di alcune strutture tra specie completamente diverse ma che vivono nello stesso ambiente, le similitudini nello sviluppo embrionale (un pesce e un essere umano sono praticamente indistinguibili nei primi stadi di sviluppo). E ancora, le somiglianze a livello molecolare. Nei primissimi istanti di sviluppo si accendono nei geni, in specie molto distanti tra loro come un moscerino e l’essere umano, che sono simili nella loro sequenza: anche in questo caso come spiegare tutto questo se non con la loro origine da un antenato comune? La storia dell’evoluzione delle specie è una storia di famiglia, confermata non solo dalle similitudini anatomiche ma anche da quelle, scoperte solo in tempi più recenti, scritte a livello molecolare.

L’imperfezione come prova
L’appendice, il dente del giudizio, il coccige. Si chiamano organi vestigiali, strutture che hanno perso la loro funzione o non funzionano più come passato e sono la prova dellimperfezione dell’evoluzione, del compromesso che caratterizza l’evoluzione darwiniana, riprende Pievani. “Questi organi al contrario raccontano una storia: la doppia curva della nostra colonna vertebrale racconta la storia dell’evoluzione del bipedismo, di quando ci siamo alzati e spostato tutto il peso del corpo sugli arti inferiori, rimaneggiando l’anatomia del corpo. Il coccige, la parte finale della colonna vertebrale, è quel che rimane di un’antica coda che era presente nei nostri antenati, per esempio”.

Ma di esempi di imperfezione ce ne sono anche altri, perché tutto quello che ha funzionato nel corso dell’evoluzione non si è sviluppato in un’ottica di perfezione appunto, ma è arrivato con un costo, continua Pievani:“È tipico dell’evoluzione darwiniana: gli organismi selezionati per avere successo in determinato ambiente lo hanno a un costo, con dei compromessi. Nella nostra specie per esempio, il vantaggio della posizione eretta, della visione a lungo raggio, dell’avere le mani libere per raccogliere frutti, maneggiare strumenti e accudire la prole, di apparire anche più intimidatori dalla loro alta posizione, è arrivato al costo di non rari mal di schiena: possiamo fare tutto quanto di cui sopra, ma distribuire tutto il peso su due arti anziché quattro, beh, non è la stessa cosa.

Un mix di vecchio e nuovo
Parallelamente a un’evoluzione per compromessi, le prove oggi a sostegno per la tesi di Darwin si potrebbero rintracciare anche nel patchwork di strutture vecchie e nuove che coesistono nelle specie moderne. Uno degli esempi più classici riguarda anche il cervello, l’organo forse che più di tutti viene citato come esempio di macchina perfetta, meravigliosa: “Il nostro cervello ha la conformazione tipica di un processo evolutivo perché mescola parti vecchie con nuove: strutture come l’amigdala e il cervelletto su cui si sono innescate altre di più recente evoluzione come la neocorteccia”, ricorda Pievani, quale ingegnere, creando qualcosa ex novo, avrebbe mescolato così parti vecchie e nuove?”. L’evoluzione non lavora ex novo, ma preserva ciò che funziona, mantenendo ciò che conferisce un vantaggio, con dei costi, di nuovo, sempre: così, nel caso del nostro grande cervello, accanto alla grande e rapida capacità di elaborazione, memoria e apprendimento e pensiero astratto, come scotto abbiamo dovuto pagare l’enorme dispendio energetico richiesto da una macchina così complessa e il dolore e le difficoltà associate al parto.

La resistenza agli antibiotici
A volte però non è necessario andare a cercare le prove delle teorie darwiniane indietro nel tempo, né nascoste dentro la scatola cranica o nel dna. È sufficiente girare per un ospedale. “Il problema della resistenza gli antibiotici è un esempio classico di selezione naturale – ricorda Pievani gli antibiotici usati per debellare un’infezione di fatto possono selezionare i ceppi che hanno una mutazione per resistere al farmaco. In presenza di antibiotici la mutazione dà un vantaggio”. Un fenomeno naturale, ma che può essere accelerato da alcuni fattori, quali l’utilizzo improprio ed eccessivo degli antibiotici.

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