Come cambierà Hollywood sotto la nuova presidenza?

Come cambierà Hollywood sotto la nuova presidenza?

Nonostante non sia sembrato, sono stati 4 anni complicati per Hollywood, a più di un livello. Nulla ha impedito agli Studios di distribuire e mettere in tv serie e film (se non la pandemia), ma tutta la rete di relazioni politiche, innovazione e possibilità di avanzamento del business è stata resa complicata da un apparato governativo incerto e contraddittorio. Per dirne una: il lento processo di penetrazione del cinema americano in Cina (dove solo una piccola quota di film stranieri è ammessa ogni anno e gli Stati Uniti stanno lottando per allargarla) non solo si è fermato ma è anche regredito.

La presidenza Biden è la grande promessa di un cambiamento su questo e molti altri fronti, innanzitutto quello pandemico. I lockdown mai veramente imposti, le norme mai approvate e l’inesistenza di un approccio nazionale alla pandemia hanno portato gli Stati Uniti a non riaprire i cinema praticamente mai. I singoli stati hanno messo a punto Drive-in o hanno potuto riaprire singolarmente e per tempi limitati senza coordinazione nazionale. Per non dire della fatica nella creazione di pratiche e incentivi alla produzione. La presidenza Biden con la sua promessa di un approccio aggressivo alla pandemia dovrebbe regolare anche tutto questo.

Il complotto contro l’America

Il nodo cruciale in questo senso sarà Kamala Harris, perché Biden non ha tra i propri donatori nessuno di Hollywood. Che è inusuale per un candidato democratico. Solitamente i finanziamenti per le campagne elettorali democratiche provengono in buona quantità da studi di produzione, registi e attori. Per Biden non è così. Lo è invece per Kamala Harris, che è nata in California ed è stata senatrice per quello stato. Alle sue campagne di raccolta fondi hanno contribuito il capo della Universal Donna Langley e Damon Lindelof, creatore di Watchmen e showrunner di Lost. Lei sarà il tramite tra Washington e Hollywood sicuramente.

C’è dunque da aspettarsi una riapertura graduale delle attività con l’imposizione di severe regole anticontagio. Questo coinvolgerà in primis i set e poi, un giorno, si spera, le sale. Vale la pena qui ricordare che è un tema che interessa anche noi, perché gli studios americani non fanno uscire i loro film da nessuna parte nel mondo se non possono uscire, e bene, in America. Prima aprono le sale americane, prima anche da noi arrivano i film grandi e quindi può tornare il grande pubblico in sala. E un altro paio di maniche sarà quali film vedremo. La presidenza Trump, come tutte quelle invise ad una buona parte di Hollywood ha stimolato reazioni, film e serie duri e critici (The Boys, in cui la persona più potente è la più infantile e pericolosa o Il complotto contro l’America, in cui il paese diventa fascista), mentre quella Biden potrebbe aprire le porte a quei movimenti molto forti e pressanti che chiedono integrazione e rappresentazione di tutte le minoranze. Bene per chi lavora e (forse) male per noi. Storicamente è con i presidenti avversi che escono i film migliori.

Il simbolo della produzione durante la presidenza Trump: il massimo del potere nell’ultima persona che dovrebbe averlo

Anche la lotta alla pirateria dovrebbe vedere un forte di ritorno di fiamma. Non solo perché la pirateria, in sé, sta tornando ad essere forte, visto il proliferare di piattaforme a pagamento con contenuti desiderabili (e la corrispondente bassa voglia di pagare per tutte), ma anche perché Biden si è molto occupato di quello durante la sua vicepresidenza. Durante la presidenza Trump invece poco o niente è stato fatto in politica estera e quindi tutta la parte di trattati internazionali che riguarda la circolazione di proprietà intellettuali, gli standard e, come corollario, la lotta alla pirateria è stata totalmente trascurata dagli Stati Uniti.

Infine c’è anche molto che potrebbe peggiorare per Hollywood. Almeno dal punto di vista degli studios. Se è vero che la presidenza Trump ha rotto le scatole alla fusione tra AT&T (il provider di telefonia ex monopolista) e Warner, quella Biden potrebbe fare molto di più in situazioni simili, perché storicamente i democratici sono molto più rognosi quando si parla di fusioni tra mega-gruppi. Operazioni come quella tra la Fox e Disney potrebbero essere soggette ad esami molto più accurati. Come potrebbero essere soggetti ad esami più scrupolosi anche le dichiarazioni di reddito e le tasse pagate dai colossi. Trump le aveva abbassate, Biden già ha promesso di alzarle e ridurre i margini sui profitti fatti all’estero (cruciali per uno studio di produzione).

Non c’è un bell’orizzonte nemmeno per le piattaforme. Amazon e Google, ma anche Apple in un certo senso, hanno un doppio ruolo: vendono servizi e fanno da piattaforma. In diversi modi si avvantaggiano da questo. Google sui suoi motori di ricerca predilige i risultati che riguardano i suoi prodotti ad esempio mentre Amazon usa i dati personali che raccoglie con le vendite a beneficio della piattaforma. Sono posizioni dominanti sfruttati in modi facilmente attaccabili e che dovrebbero essere molto meno tollerati e più combattuti da entità come la Federal Trade Commission o il dipartimento della giustizia, una volta nominati dei capi vicini all’amministrazione Biden e una volta spinti ad imporre le regole con più perizia.

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