Chi sono e cosa vogliono gli attivisti ecologisti di Extinction Rebellion

Chi sono e cosa vogliono gli attivisti ecologisti di Extinction Rebellion

Come ogni protesta globale, la settimana della ribellione proclamata da Extinction Rebellion contro l’emergenza ambientale ha preso il via dall’Australia, dove una trentina di manifestanti – inclusi alcune adolescenti – sono subito finiti agli arresti dopo il rifiuto di abbandonare un blocco stradale. Ma è stato solo il preludio di un’ondata di disobbedienza civile che si è propagata nel resto del mondo. Ad appena un anno dalla sua comparsa, Extinction Rebellion – che si presenta come una rete globale di attivisti non violenti – conta già oltre 630 gruppi in 54 paesi. Blocchi, proteste e centinaia di arresti sono in corso nelle principali capitali europee. Gli attivisti italiani, che animano undici sezioni dal Piemonte alla Sicilia, da martedì sono in sciopero della fame davanti a Montecitorio, a Roma, per chiedere al parlamento di dichiarare l’emergenza climatica.

È però nel Regno Unito, dove il movimento è nato ed è più radicato, che gli attivisti intendono alzare il livello del confronto. Hanno annunciato il blocco di ogni singola strada nel centro di Londra e intendono proseguire finché il governo britannico non prenderà impegni concreti per evitare un collasso ecologico e sociale.

La dichiarazione di ribellione

La storia del movimento comincia il 31 ottobre 2018, quando a Londra un migliaio di attivisti si dà appuntamento sotto la mole di Westminster per annunciare la “Dichiarazione di ribellione contro il governo del Regno Unito”. Molti vengono dall’esperienza del movimento Rising Up! e hanno aderito a un appello lanciato qualche mese prima da un centinaio di accademici britannici per reagire alla sesta estinzione di massa. Nelle settimane seguenti occupano per protesta cinque ponti sul Tamigi, piantano alberi nel bel mezzo di Parliament Square e scavano una buca per seppellire in una bara il nostro futuro.

Si torna a parlare di loro in aprile, quando per ben undici giorni migliaia di attivisti paralizzano Londra con blocchi stradali e die-in, una sorta di sit-in in cui ci si sdraia a terra fingendosi morti, come fanno anche al Natural History Museum. In quell’occasione vengono arrestati oltre mille attivisti. Tra loro c’è persino John Curran, un ex ufficiale della polizia, che afferma: “Farsi arrestare è una delle poche armi che abbiamo per far capire al governo come ci sentiamo per colpa della sua inazione”. Il governo britannico è costretto a rispondere dichiarando l’emergenza climatica, il primo successo simbolico che il movimento può rivendicare.

In giugno altre azioni eclatanti vanno in scena a New York, Berlino e Parigi. L’organizzazione si basa sull’autonomia e sul decentramento: chiunque aderisca ai principi e ai valori fondanti di Extinction Rebellion può agire in suo nome. Tra questi principi c’è anche il rifiuto di incolpare e giudicare il comportamento dei singoli: “viviamo in un sistema tossico, ma nessuno è da biasimare”. È il sistema che deve cambiare.

Il tempo scorre

Extinction Rebellion ha tre richieste per i governi. Primo: dire la verità ai cittadini e riconoscere l’emergenza ecologica e climatica, abbandonando le politiche dannose per l’ambiente. Secondo: adottare misure vincolanti per azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2025. Terzo: affidare a un’assemblea nazionale di cittadini, con il supporto degli scienziati, le scelte politiche per arrestare la perdita di biodiversità e limitare il riscaldamento globale.

Sono richieste decisamente ambiziose, che richiedono interventi radicali sull’intera architettura politica, economica e sociale. Non sorprende perciò che alcuni giornali britannici abbiano etichettato i membri di Extinction Rebellion come “ecomaniaci” (Daily Mail) “radicali” (Times) e “pericolosi” (Daily Telegraph). Ma al punto in cui siamo, ribattono gli attivisti, che annoverano anche molti ricercatori, è solo quel che occorre fare, e pure in fretta, per evitare una catastrofe ecologica. Non a caso il simbolo del movimento (creato dallo street artist Goldfrog Esp) è un cerchio che racchiude una clessidra: il cerchio rappresenta il pianeta, la clessidra il poco tempo che resta a milioni di specie prima dell’estinzione.

Ecco perché il cardine dell’azione di Extinction Rebellion è la disobbedienza civile non-violenta. L’obiettivo dichiarato è riuscire a mobilitare in ogni nazione il 3,5% della popolazione, una percentuale che alcuni studi indicano come sufficiente a rovesciare un regime. L’ultima opzione pacifica per ribellarsi all’estinzione.

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