Che fantastica storia è quella delle serie tv

Che fantastica storia è quella delle serie tv

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Fra un binge watching e l’altro, vi siete mai domandati quante serie vengano prodotte nel mondo? Per una prima risposta non è necessario essere in possesso di dati precisi, basta dare un occhio alle homepage dei principali servizi di streaming: una miriade soverchiante di titoli da ogni paese del globo. Poi, una ricerca d’inizio 2020, riportata dal New York Times, ha contato solo negli Stati Uniti oltre 500 produzioni scripted all’anno, dato che va moltiplicato parecchie volte così da includere altri mercati attivi, da quello ispanoamericano a quello britannico, da quello nordeuropeo a – nel suo piccolo – quello italiano. Insomma, siamo immersi nelle serie e questo potrebbe dar sempre più adito alla cosiddetta paralisi della scelta: maggiori opzioni a disposizione e meno riusciamo a scegliere.

Nel frattempo ci sono diversi libri che cercano di sistematizzare questo mondo delle serie sempre più variegato. Anche in Italia ne sono usciti numerosi che sperimentano altrettanti format: si va da elenchi generalisti come Serial Moments di Marco Villa e Diego Castelli o Il dizionario delle serie tv cult di Matteo Marino e Claudio Gotti a studi più specialistici sui singoli generi come La sitcom di Luca Barra. Persino il Morandini, mitico dizionario del cinema, ha iniziato da qualche anno a inserire i titoli seriali. Da ultimo, in queste settimane è uscito Storia delle serie tv, due volumi pubblicati da Dino Audino e curati da Armando Fumagalli, Cassandra Albani e Paolo Braga.

L’intento è quello di “mettere ordine, ricostruire la storia, le ascendenze, i legami, le innovazioni, la creatività, l’audacia di un mondo narrativo, professionale e industriale”. Insomma, non un mero elenco di titoli, bensì un tentativo di tracciare parametri e confini di quella che non è solo una rivoluzione dei consumi culturali, ma anche un momento di grande rinnovamento dei processi di produzione e distribuzione dell’intrattenimento (d’altronde, come si legge nell’introduzione, “il cinema e la televisione sono infatti sempre arte e industria, contemporaneamente”). A compilare i capitoli sono studiosi e accademici che si occupano di televisione e di media, professionisti del settore, autori, sceneggiatori e produttori con un’esperienza di prima mano nel mercato.

I due volumi (il primo dagli anni ’50 all’alba dei Duemila, il secondo fino ai giorni nostri) seguono sia linee cronologiche, per esempio partendo dai classici esempi della serialità antologica americana con titoli come Alfred Hitchcock presenta Ai confini della realtà fino alle più recenti novità italiane Skam o Doc; sia linee tematiche di genere, dalle miniserie del cosiddetto prestige cable al teen drama passando per le sitcom e le serie kids. Si tratta di un tentativo di ordinamento che è al contempo denso e agile, strutturato su percorsi che possono essere affrontati singolarmente ma che, attraverso continui rimandi, costruiscono un tessuto molto più ampio, che ci permette di tracciare cambiamenti e rivoluzioni che stanno gradualmente modificando il panorama.

Ogni capitolo di approfondimento accademico è seguito da una scheda di analisi più puntuale di una serie specifica (da I Simpson a Lost, da Gomorra a The Mandalorian), tra curiosità e aneddoti. Per esempio, è interessante scoprire che un giallo classico come Colombo, di cui di solito si sottolineano le innovazioni narrative quali il detective trasandato e insospettabilmente acuto o l’inversione della trama con lo svelamento dell’assassino, è particolare soprattutto in quanto metafora delle contraddizioni del sogno americano, con personaggi che si macchiano di delitti perché incapaci di mantenere uno status che non merito. Oppure è suggestivo pensare che le due serie apparentemente diverse fra loro E.R. – Medici in prima linea e The West Wing condividono una specie di Dna comune, raccontando il sacrificio in nome di un ideale (etico o politico che sia). Passando in rassegna i vari titoli selezionati dagli autori si comprendono persino i limiti di un luogo comune come la morte della tv generalista.

È forse, però, nella disamina delle produzioni italiane che Storia delle serie tv si distingue. Partendo dal presupposto di “non disprezzare le opere generaliste”, e quindi superando lo snobismo di certe pubblicazioni che guardano al mondo americano come unico e inarrivabile, sono molte le analisi che riguardano le serie nostrane in genere bistrattate: dalla fiction Distretto di polizia (esempio di “intreccio fra scelte editoriali, motivazioni produttive ed elementi di scenario commerciale che farà scuola nel futuro della serialità italiana”) a Don Matteo (“uno dei casi più eclatanti per l’affezione degli spettatori e per gli ascolti”), senza dimenticare Gomorra. Ma è forse nelle pagine dedicate a Un posto al sole che si trovano le chiavi per comprendere un successo mai troppo analizzato: un mix fra l’importazione di un formato produttivo molto rigido ed efficiente di stampo internazionale (quello dell’australiana Neighbours) e “le logiche di localizzazione” che sfruttano le tipicità napoletane per così dire neorealistiche.

Siamo soliti dire che una serie ci piace o meno per via della trama, dei personaggi, degli attori, del ritmo che sostiene. Eppure, capiamo leggendo Storia delle serie tv, che il nostro giudizio è frutto invece di un preciso processo culturale e industriale. Comprendere il modo in cui vi siamo immersi è forse un’ulteriore arma per orientarci in un oceano di titoli che ci può portare all’apnea. Operare scelte consapevoli, in un mercato così strabordante di proposte e stimoli è quasi un dovere da parte di noi consumatori che vogliamo essere padroni delle nostre scelte. Inoltre, approfondire come cambia la narrazione seriale significa cogliere il mondo che ci circonda e, in definitiva, come (ci) raccontiamo.

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