The Turning cerca l’orrore degli anni ’90 senza trovarlo

The Turning cerca l’orrore degli anni ’90 senza trovarlo

Che The Turning è ambientato negli anni ‘90 è la prima cosa che scopriamo, e ce lo dice subito, all’inizio, l’audio di un televisore acceso mentre annuncia il funerale di Kurt Cobain. La morte cruciale della cultura giovanile anni ’90, quella da cui non si torna indietro, apre questo film di morti irreversibili. È un dettaglio che in realtà non ha una vera utilità nella trama, che non serve necessariamente al racconto, ma che è cruciale per il suo senso. Abiti, musica e atteggiamento della protagonista e mood ce lo ricordano di continuo. Dietro questo horror per ampi tratti molto, troppo convenzionale c’è Floria Sigismondi, regista di videoclip cruciale per gli anni ‘90 e 2000 (Marilyn Manson, David Bowie, Bjork, The Cure, Fiona Apple…), poi passata al cinema con lo sfortunato The Runaways e diversi episodi di serie tv. Per questo l’ambientazione non è casuale.

La trama è abbastanza semplice: una ragazza accetta di lavorare come insegnante e tata di due bambini in una grande magione e appena arriva si trova di fronte uno scenario abbastanza spaventoso, ha continue visioni d’orrore e viene tormentata da incubi. Sembra avere paura di tutto, i due bambini le rendono le vita impossibile e sempre di più l’ambientazione spaventosa e gli eventi inspiegabili sembrano convincere la ragazza di tesi audaci, di reincarnazioni e presenze di fantasmi che pare vedere ovunque.

Se tutto questo suona già sentito è perché The Turning adatta Giro di vite, una novella dell’orrore celeberrima e più volte rifatta, trasposta, modificata, adattata e rimodulata (la versione più famosa forse è The Others di Alejandro Amenabar). Questa versione anni ‘90 di Floria Sigismondi azzecca subito la palette di colori (ovviamente) e (sempre ovviamente) non sbaglia la colonna sonora non originale, molto presente e sempre importante (la musica è anche un tentativo che la protagonista fa di stabilire un rapporto con i bambini). È semmai molto più dubbio che il film centri un’idea propria, originale e davvero funzionante di paura, visto come si rifugia nelle soluzioni più semplici e rumorose, con una costanza ben presto fastidiosa, riuscendo solo a sembrare più spaventato di non riuscire a spaventare che in controllo della situazione.

Al centro di tutto c’è il topos della casa malefica, un po’ gotica nell’architettura, dotata di ali in cui è meglio non andare, stalle paurose, anfratti e manufatti come statue di cera che sembrano concepiti con il solo obiettivo di mettere paura in un film. Con una certa passione per la exposition palese, la magione ci viene proprio mostrata stanza per stanza quando la protagonista ci arriva, viene illustrata a lei perché sia illustrata a noi. Purtroppo però The Turning non conosce soluzioni spaventose che vadano più in là del jumpscare, cioè la comparsa all’improvviso di qualcosa di pauroso accompagnata da un’impennata molto forte del volume degli effetti sonori. Esattamente quello che evitava di fare il racconto di casa infestata più influente di questi anni, la serie The Haunting of Hill House, che intorno alla casa costruiva una mitologia, un ambiente inquietante e mille possibilità di terrore che non fossero mai improvvise ma sempre lentamente caricate.

Non c’è un luogo stereotipico che manchi all’appello o non abbia il suo momento di ombre e nebbie, non ci sono macchine da cucito che non partano da sole all’improvviso, manichini che non si muovano senza che nessuno li tocchi o immagini terrificanti che si riflettono dal nulla sulle finestre o ancora spaventosi disegni di fantasmi fatti dai bambini. A condire una spruzzata di voci sussurrate che non si sa da dove vengono in una notte di tempesta contrappuntata da fulmini. Siamo nel racconto gotico come se non fosse invecchiato mai. Mancano solo catene e cigolii.

The Turning il proprio campionario di convenzioni se le tiene strette e vorrebbe usarle per parlare in realtà della sua ambientazione retrodatata (per l’appunto gli anni ‘90). A Floria Sigismondi sembra stare a cuore più che altro questa post adolescente dell’aprile del 1994, con taglio, abiti, gusti musicali e aspirazioni della propria epoca. Ogni volta che deve lasciar andare questa caratterizzazione per usare MacKenzie Davis come la protagonista di horror che è in questo caso, soffre. Non sembra interessata alla personalità e alla recitazione di Finn Wolfhard (il volto giovanissimo dell’horror contemporaneo dopo Stranger Things e IT) né vuole rivedere il classico. Non le interessano questioni da studenti di cinema come il corpo della donna nel cinema di paura, né ancora i dispositivi che creano la tensione. Lei, che ha contribuito a creare l’estetica gotica moderna con i suoi videoclip, sembra non esserne più interessata e così tutto quel che pure di buono ci potrebbe essere nella scelta degli anni ‘90 è annacquato nell’horror più convenzionale possibile.

The post The Turning cerca l’orrore degli anni ’90 senza trovarlo appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: The Turning cerca l’orrore degli anni ’90 senza trovarlo

Poty è l’orto verticale sostenibile e intelligente

Poty è l’orto verticale sostenibile e intelligente

L’orto verticale Poty (foto: Hexagro)

Per chi ha poco spazio a disposizione e il pollice non particolarmente verde, ecco la soluzione: un orto verticale sostenibile (è fabbricato con materiali riciclati e riciclabili), modulare e smart (nel senso che permette di dialogare con un chatbot-giardiniere). Lo ha lanciato Hexagro, azienda hi-tech specializzata nel vertical farming, e si chiama Poty.

Pensato per balconi e terrazzi di città, occupa uno spazio limitato dato che si sviluppa in altezza, ma permette di contenere fino a 20 piante nella versione più piccola e fino a 40 in quella grande. I vasi a quadrifogli sono indicati per coltivare piccoli frutti come fragole e lamponi, verdure a foglia, ortaggi e  piante aromatiche stagionali (dal basilico alla salvia). La struttura è fatta di metallo e plastica riciclati e riciclabili, in modo da promuovere un modello di economia circolare per combattere gli sprechi e riutilizzare i materiali.

Oltre a essere green, Poty è anche intelligente: ha un sistema di irrigazione autonomo e un chatbot che guida gli aspiranti agricoltori nelle varie fasi, dalla coltivazione alle ricette in cucina, suggerendo anche come affrontare piccoli problemi: se le foglie ingialliscono o le verdure faticano a crescere, basta inviare una foto tramite la chat, appunto, per ricevere la consulenza di un agronomo.

“Con Poty vogliamo far conoscere l’urban farming e riportare l’agricoltura nei luoghi dove vivono quotidianamente le persone, i centri urbani, permettendo loro di poter coltivare quanto necessario senza utilizzare pesticidi chimici e soprattutto contenendo lo spreco alimentare”, spiega Alessandro Grampa, co-founder di Hexagro.

L’orto verticale è in vendita online in due misure, da 199 e 299 euro. E c’è anche un risvolto sociale: per ogni Poty venduto, l’azienda installa nuovi moduli attraverso Hexagro Siembra Vertical, attualmente attivo in Colombia a sostegno delle comunità più fragili.

The post Poty è l’orto verticale sostenibile e intelligente appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Poty è l’orto verticale sostenibile e intelligente

Willy, il principe di Bel-Air diventa una serie drama

Willy, il principe di Bel-Air diventa una serie drama

Sarà perché ultimamente si punta sull’usato sicuro, sarà perché il fan film virale molto dark – girato dal direttore della fotografia Morgan Cooper – ha generato oltre sette milioni di views su YouTube. Fatto sta che, la versione drama di Willy, il principe di Bel-Air sta per diventare realtà.

Effettivamente, non appena piazzato online, il cortometraggio ha subito creato curiosità. Si è pure beccato i complimenti di Will Smith in persona, che negli anni ’90 è stato rilanciato come attore, dopo un passato burrascoso e una carriera da rapper in declino, proprio dalla sitcom. E adesso viene utilizzato come promo, da presentare alle piattaforme streaming, per il reboot drama Bel-Air, prodotto dai Westbrook Studios di Jada Pinkett Smith e dello stesso Smith, e dalla Universal Television, che possiede i diritti della serie originale.

Cooper non rimarrà, comunque, a bocca asciutta: dirigerà la serie e sarà anche co-produttore esecutivo e co-seneggiatore. Mansione, quest’ultima, divisa con lo showrunner Chris Collins direttamente da The Man in the High Castle e The Wire.

Il drama ripercorre, come nella sitcom, il difficile vissuto di Willy, dalle strade di West Philadelphia allo scicchissimo quartiere Bel-Air di Los Angeles. Non mancheranno scontri, passioni, pregiudizi, emozioni e consapevolezze su che cosa significa essere un uomo nero nell’America di oggi.

Al momento sembrano interessati (con tanto di offerte messe sul tavolo): Peacock, Netflix, Amazon, Apple e HBO Max dove, per altro, la serie (ormai) vintage è presente e distribuita da Warner Bros Television. A queste considerazioni va aggiunta una cosa non meno importante: la sitcom era trasmessa dalla NBC. E lo streamer NBCU ha ufficialmente avviato i reboot di Bayside School e Punky Brewster. Se poi pensiamo che, tra i produttori, figura la Universal Television, che fa parte del medesimo gruppo, i giochi potrebbero già essere fatti.

The post Willy, il principe di Bel-Air diventa una serie drama appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Willy, il principe di Bel-Air diventa una serie drama

La madre di un blogger “spoilera” il nuovo Xiaomi: multa milionaria

La madre di un blogger “spoilera” il nuovo Xiaomi: multa milionaria

Xiaomi Mi 10 Ultra
(Foto: frame del video di @beautiful科技 / Weibo)

Xiaomi ha festeggiato il decennale del marchio presentando la speciale e potentissima versione Xiaomi Mi 10 Ultra della propria ammiraglia, ma a conquistare gli onori delle cronache ci ha pensato anche un’anonima signora che ora rischia una multa fino a un milione di dollari ossia 850.000 euro. Perché?

Perché si è presa la responsabilità della pubblicazione del video di hands-on sul performante smartphone uscito prima della scadenza dell’embargo concordato tra Xiaomi e giornalisti/blogger. Il filmato è uscito sulla pagina dell’utente @beautiful科技 (“bellissima tecnologia”, la traduzione) sul social network cinese Weibo, che poi è il figlio della signora protagonista della vicenda.

Ora, non è chiaro come e perché la signora avrebbe postato il video sul canale del giovane. La spiegazione ufficiale è che avrebbe visto la bozza del post pronta a essere pubblicata sul monitor del pc e avrebbe cliccato “Sì”, chissà poi perché. Rimane più che possibile che si sia semplicemente presa la responsabilità di un errore molto pesante del figlio. Il post è stato immediatamente cancellato, ma si sa che sul web anche mezzo secondo è fatale perché migliaia di utenti l’hanno visto e subito ripubblicato.

Xiaomi Mi 10 Ultra è una versione potenziata del top di gamma con la ricarica super-veloce a 120 watt per la batteria da 4500 mAh con il 41% raggiunto in cinque minuti e il 100% in appena 23, uno schermo da 6.67 pollici oled da 120 Hz e uno zoom da ben 120x di tipo ibrido per la fotocamera che è subito balzata in testa alle classifiche di DxOmark sia per la parte foto sia per la parte video. Per il momento non dovrebbe uscire in Italia. I prezzi partono da 5299 rmb ossia 650 euro dal 16 agosto.

Il secondo mirabile prodotto presentato è una speciale tv da 55 pollici di tipo oled trasparente che da spenta sembra soltanto un pezzo di vetro traslucido mentre da accesa crea le immagini come se galleggiassero nell’aria. Costerà 49.999 rmb ossia circa 6150 euro.

 

The post La madre di un blogger “spoilera” il nuovo Xiaomi: multa milionaria appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: La madre di un blogger “spoilera” il nuovo Xiaomi: multa milionaria

Tutti gli smartphone in uscita ad agosto

Tutti gli smartphone in uscita ad agosto

smartphone uscita agosto 2020
(Foto: OnePlus)

Quali sono gli smartphone in uscita ad agosto 2020 con i modelli che hanno già debuttato in commercio nei primi giorni del mese estivo per eccellenza e quelli che faranno la propria comparsa a breve?

Sono cinque i dispositivi che riguardano il mercato italiano con quello che è diventato il best-buy della fascia media ovvero OnePlus Nord, il nuovo potentissimo gaming-phone di Asus, la proposta di medio range con 5g di Motorola e la coppia di nuovi top di gamma Samsung che faranno capolino a fine mese.

Asus Rog Phone 3

Rog Phone 3
(Foto: Asus)

Presentato a fine luglio e sbarcato nei negozi ad agosto, il nuovo gaming phone di Asus è davvero una soluzione prestante e completa per chi spende molto tempo a giocare con il proprio smartphone. La linea del design riprende quella del passato senza cadere in un’estetica troppo tamarra.

La scheda tecnica conta su chip Snapdragon 865+ con modulo 5g integrato, massiccia ram da 16 gb, fino a 512 gb di memoria di tipo ufs 3.1, display da 6,59 pollici a risoluzione 2340 x 1080 pixel e frequenza da 144 Hz di tipo amoled con certificazione hdr10+. La fotocamera tripla è da 64 megapixel con sensore grandangolare da 13 megapixel e macro da 5 megapixel, mentre sul fronte la selfie camera è da 23 megapixel. Costa 799 euro.

Moto G 5g Plus

Moto G 5g Plus
(Foto: Motorola)

La soglia dei 399 euro vede una grande battaglia con svariati modelli davvero molto interessanti per la qualità dell’hardware messo a disposizione. Anche Motorola si tuffa in questo proficuo range con il suo G 5g Plus che punta sulla concretezza.

La scheda tecnica si avvale di SoC Qualcomm Snapdragon 765 5g con 4 gb di ram e 64 gb di memoria interna espandibile, display da 6,7″ in 21:9 (2520 x 1080 pixel) con refresh a 90 Hz, fotocamera da 48 megapixel con ottica f/1,8 e pixel da 1,6 micron, ultragrandangolo 8 megapixel da 118°, macro da 5 megapixel e sensore per la profondità da 2 megapixel; la selfie camera è doppia da 16 megapixel con grandangolo da 8 megapixel. La batteria è da 5000 mAh.

OnePlus Nord

OnePlus Nord
(Foto: OnePlus)

Ecco il re del mercato d’agosto, OnePlus Nord ha raccolto ordinazioni record con tutto esaurito già al momento del lancio grazie al ritorno prepotente del brand cinese ai propositi iniziali di tanta qualità a un prezzo basso (399 euro anche lui).

La scheda tecnica conta sul display da 6,44 pollici amoled a 90 Hz, anche qui il SoC Qualcomm Snapdragon 765G 5g con configurazioni 8/128 gb o 12/256 gb, la fotocamera è tripla da 48 megapixel con apertura da f/1.75 più una grandangolare da 8 megapixel, una fotocamera macro e un sensore di profondità, mentre la selfie camera è doppia da 32 megapixel e 8 megapixel grandangolare. La ricarica veloce del pacco da 4115 mAh va al 70% in appena 30 minuti.

Ecco la nostra recensione.

Samsung Galaxy Note 20

Samsung Galaxy Note20

Samsung Galaxy Note 20 arriverà a fine mese proseguendo il percorso vincente del passato grazie alla combinazione tra ampio schermo, fotocamera performante, batteria di lunga durata, colorazioni intriganti e soprattutto il pennino capacitivo.

Mosso dal SoC Exynos 990 predisposto al 5g, si avvale di un display da 6,7″ a 60 Hz a 120 Hz, batteria da 4300 mAh con ricarica veloce che porta al 50% in 30 minuti, audio di qualità con speaker Akg, funzione DeX per trasformare lo smartphone in un computer. La tripla fotocamera conta su quella wide 79° da 12 megapixel, 1,8 µm e apertura f/1.8 stabilizzata, ultra wide 120° da 12 megapixel, 1,4 µm e apertura f/2.2 e teleobiettivo 20° da 64 megapixel con zoom ibrido 3x, 0,8 µm e apertura f/2.0 anche lui stabilizzato. Selfie camera da 10 megapixel.

Ecco la nostra anteprima.

Samsung Galaxy Note 20 Ultra 5g

Samsung Galaxy Note 20 Ultra 5G
(Foto: Samsung)

La versione più potente dei nuovi Note 20 non si fa mancare davvero niente e ci mancherebbe con il suo cartellino che parte da ben 1329 euro. Rispetto alla versione standard Note 20 si sposta in alto l’asticella di diversi gradini con il display che sale a 6,9 pollici, la batteria a 4500 mAh e soprattutto con il sensore principale da 108 megapixel.

The post Tutti gli smartphone in uscita ad agosto appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Tutti gli smartphone in uscita ad agosto

Secondo alcuni scienziati la chiave dell’evoluzione è il lavoro di squadra

Secondo alcuni scienziati la chiave dell’evoluzione è il lavoro di squadra
evoluzione

L’evoluzione, regolata da meccanismi come la selezione naturale e sessuale, premia chi ha maggiori probabilità di sopravvivere e riprodursi. Così, in poche parole, potrebbe essere riassunto il pensiero del biologo Charles Darwin espresso nella sua teoria evoluzionistica. Eppure, nella nostra società il fittest dell’inglese è diventato il più forte (anche tradurlo con più adatto in realtà ha qualche problema). A ricordare oggi il vero segreto dell’evoluzione sono Brian Hare e Vanessa Woods, entrambi ricercatori del Center for Cognitive Neuroscience della Duke University. Nel loro nuovo libro Survival of the friendliest: understanding our origins and rediscovering our common humanity, infatti, i due scienziati offrono una nuova chiave di lettura del pensiero di Darwin, sottolineando come l’essere più amichevoli e collaborative permetta alle specie di avere più possibilità di sopravvivere e garantire così il successo dell’evoluzione.

“Le specie sopravvivono basandosi sulla cordialità, collaborazione e comunicazione”, scrivono gli autori. La chiave dell’evoluzione, quindi, è nella socialità, ed essere quindi abili nel comunicare, nel cooperare e collaborare, e non nelle prestazioni di forza fisica, come viene erroneamente interpretata la teoria di Darwin. “La sopravvivenza del più adatto, che è ciò che tutti conoscono come evoluzione e selezione naturale, ha causato il maggior danno di qualsiasi teoria introdotta nella società”, ha raccontato Hare al Washington Post. Infatti, ciò di cui parlava Darwin con “la sopravvivenza del più adatto” (in inglese fittest) è la fitness, intesa come successo riproduttivo, ossia l’unità di misura della selezione naturale. E non fitness intesa come sinonimo più moderno di benessere e forza fisica. “Le persone credono che un maschio alfa sia più adatto e meriti di vincere”, precisano gli scienziati. “Ma non è quello che intendeva Darwin, né quello che è stato dimostrato. La strategia di maggior successo nella vita è la cordialità e la cooperazione”.

I cani, per esempio, discendono dai lupi: attratti dagli essere umani sono diventati amichevoli, cambiando i loro comportamenti e il loro aspetto. “Purtroppo, il loro parente stretto, il lupo, è continuamente in pericolo negli ormai pochi luoghi in cui riesce a vive, mentre ci sono centinaia di milioni di cani”, commentano gli autori. “I cani sono quella porzione di lupi che decise di fare affidamento sull’essere umano, piuttosto che sulla caccia, e che vinse alla grande”.

Un altro esempio riportato nel libro è quello dei bonobo, messi a confronto con i loro parenti, gli scimpanzé. Questi ultimi, raccontano gli esperti, possono essere molto violenti, a tal punto da uccidersi tra loro. I bonobo, invece, non sono aggressivi, ma amano passare il loro tempo in pace, condividendo tra loro il cibo. “Il bonobo maschio più amichevole ha più successo dello scimpanzé più forte”, spiega Hare, facendo riferimento alla riproduzione. “I bonobo maschi di maggior successo hanno più figli rispetto ai maschi alfa degli scimpanzé”.

Affinché gli esseri umani continuino a evolversi, concludono i due autori, “la cooperazione è la strategia vincente”. I problemi sociali, infatti, richiedono soluzioni sociali. “Il segreto del successo della nostra specie è lo stesso dei cani e dei bonobo. Vinciamo con la cooperazione e il lavoro di squadra. Le nostre abilità uniche in quanto esseri umani per la comunicazione cooperativa possono essere utilizzate per risolvere i problemi sociali più difficili”.

The post Secondo alcuni scienziati la chiave dell’evoluzione è il lavoro di squadra appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Secondo alcuni scienziati la chiave dell’evoluzione è il lavoro di squadra

Torna Tre scapoli e un bebè, ennesimo remake anni ’80

Torna Tre scapoli e un bebè, ennesimo remake anni ’80

Tre scapoli e un bebè del 1987

Zac Efron diventa papà. Solo per finzione, però. In un periodo in cui il revival è all’ordine del giorno, l’attore è entrato nel cast del remake di Tre scapoli e un bebè, la commedia Disney del 1987 con Tom Selleck, Steve Guttenberg e Ted Danson. La pellicola è stata la versione a stelle e strisce del francese Trois hommes et un couffin del 1985, diretto da Coline Serreau. Un successo d’Oltralpe capace di fare il bis Oltreoceano grazie alla regia di Leonard Nimoy: fu il primo live-action Disney a superare la soglia dei 100 milioni di dollari in patria. E il boom al box office convinse la produzione a investire sul sequel Tre scapoli e una bimba.

Il nuovo remake, destinato a Disney+, è nelle mani del produttore Gordon Gray, celebre per i drammi sportivi come The Rookie e Tornare a vincere con Ben Affleck, oltre ai progetti Disney Secretariat, Miracle e Million Dollar Arm. A scrivere la sceneggiatura è Will Reichel, ma non c’è ancora un regista.

(Foto: CHRIS DELMAS/AFP via Getty Images)

Per Efron il remake segna un ritorno a casa. Grazie alla Disney e al film High School Musical ha ottenuto popolarità mondiale. Da lì in poi la carriera è volata con una pellicola via l’altra, come la versione formato grande schermo della serie Baywatch o la convincente interpretazione in Ted Bundy – Fascino criminale, in cui ha indossato i panni del serial killer del titolo. Attualmente è protagonista, su Netflix, del documentario a episodi (prodotto dalla sua Ninjas Runnin Wild Productions) Zac Efron: con i piedi per terra, in cui gira per il mondo, tra Francia, Porto Rico, Londra, Islanda, Costa Rica, Perù e Sardegna, e affronta i temi del viaggio, delle esperienze di vita, della natura, senza dimenticare l’energia verde e le pratiche di vita sostenibili.

The post Torna Tre scapoli e un bebè, ennesimo remake anni ’80 appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Torna Tre scapoli e un bebè, ennesimo remake anni ’80

5 serie per chi odia Ferragosto

5 serie per chi odia Ferragosto

I detrattori del Ferragosto sono generalmente restii alle declinazioni più popolari del turismo. Tendenzialmente, non amano la calura, le spiagge gremite, il mare brulicante, le montagne infestate e tantomeno l’ostentazione di svariati atteggiamenti tipici del vacanziero, tra cui l’innata tendenza delle tigri da spiaggia a indossare costumi striminziti. Nell’era del Covid, la misantropia estiva si fa ancora più accentuata e intrisa di paranoia, diffidenza e fastidio. La soluzione più azzeccata per costoro è – se le finanze lo permettono – una vacanza in uno chalet super accessoriato sperduto tra le montagne o l’affitto di un’isola deserta. Per tutti gli altri, l’idea di 15 agosto è murati in casa, persiane sbrancate, Netflix (o altre piattaforme digitali di streaming) & queste serie & chill.

1. Tin Star

https://www.youtube.com/watch?v=_UzIsiJy_K8

Un bel posto freddo – a tratti gelido –, isolato e selvaggio, come le montagne canadesi tra le quali si rifugiano il poliziotto inglese Jim e la sua famiglia, è perfetto per i refrattari a Ferragosto che sognano solitudine e frescura. Tim Roth, noto attore tarantiniano già protagonista caustico di una serie televisiva americana (Lie To Me), qui è ancora più sarcastico, cinico e dal linguaggio più profano del solito. Il suo personaggio nasconde una natura da assassino nato ma affezionato a moglie e figli. Tin Star è una revenge tragedy dai toni grotteschi, con la curiosa capacità di far tifare il pubblico per i cattivi (i buoni, ovvero i poliziotti locali, sono piuttosto noiosi) e soprattutto per il protagonista, proprietario di un umorismo perverso e di una imperturbabile amoralità, che gli permettono di compiere a cuor leggero le peggiori nefandezze. Il personaggio giusto per cui tifare quando si è arrabbiati con Ferragosto.

2. The Great Queen Seondeok

https://www.youtube.com/watch?v=P6i_vEJMHu8

Che poi il Ferragosto non si risolve in un’unica giornata, allo scadere della mezzanotte: specie per chi lo detesta, dura una o due settimane, a secondo dello stato d’animo, e coincide con un periodo funesto per chiunque sia repellente agli exploit vacanzieri da tintarella-pennichella-partitina allo stabilimento balneare. Per sopravvivere, l’ideale è una serie lunga e coinvolgente (tanto da essere logorante), da far dimenticare quello che accade là fuori. Alla fine vi lascerà con la certezza che il mondo è un luogo duro e spietato, ma mai così tragicamente fatalista come dipinto in questo dramma storico. Incentrato su una principessa che si rifiuta di cedere il trono a un erede maschio solo perché donna e su un primo ministro donna (tecnicamente la “seju”, la custode del sigillo reale) dal sovrumano talento politico, The Great Queen Seondeok è un period (a pagamento su Viki) ambientato nel Regno di Silla del ’600, nonché una straordinaria disamina della forza di volontà dell’universo femminile. Mishil, villain ma solo perché schierata con la fazione antagonista, è uno dei personaggi più potenti mai apparsi in tv: manipolatrice mai disonesta, scaltra mai sleale, ambiziosa mai meschina.

Accanto a lei, combattiva e multiforme, c’è un coprotagonista maschile grandioso dalla natura doppia: il clownesco eppure feroce spadaccino Bidam. Insieme meritano un binge-watching da 62 episodi filati.

3. Live Up to Your Name

https://www.youtube.com/watch?v=HtZGC48RQlo&t

Per alcuni Ferragosto e Natale sono i periodi più deprimenti dell’anno. Fa troppo caldo o troppo freddo, c’è troppa luce e troppo relax e troppe persone intorno (che siano bagnanti sulla spiaggia, trekker della domenica in funivia o parenti al cenone della Vigilia). Su costoro il malumore regna sovrano. La cura è una serie in grado di far tornare l’ottimismo, come Live Up to Your Name di Netflix. Il protagonista è una figura storica, uno dei vati della medicina orientale, Heo Im, che quattro secoli fa era in grado di curare con l’agopuntura malattie che ancora oggi sono poco trattabili grazie alla conoscenza dei punti di pressioni del corpo… insomma, manco Ken il guerriero. Heo Im si ritrova magicamente a fare la spola tra i giorni nostri e la fine del XVI secolo, elargendo ai dottori moderni tecniche perdute e imparandone di nuove. Live Up to Your Name è, in breve, uno spasso, merito del protagonista, l’attore Kim Nam Gil di Pandora e di The Closet (visto al recente Far East festival), un genio comico che trasforma il medico di bassa estrazione sociale, ossessionato dai soldi e dal rango, in un personaggio esilarante, abile e impacciato, serio e buffo, affettuoso e freddo. E sì (spoiler!), una volta tanto per un period coreano (il sageuk) c’è l’happy ending.

4. Killing Eve

https://www.youtube.com/watch?v=5a6VLh9oz3E

Sorta di controparte femminile di Jim di Tin Star, Villanelle di Killing Eve (su TimVision) è un altro personaggio perfetto su cui investire quando si è colti dall’asocialità di Ferragosto.

L’eroina dei romanzi di Luke Jennings è un sicario sociopatico e cosmopolita dall’invidiabile senso della moda, che attira l’attenzione di una poliziotta ligia e maniacale con cui instaura una singolare relazione di attrazione e repulsione. Villanelle è insofferente, impaziente, infastidita dal prossimo (con l’eccezione della sua nemesi) e, senza dubbio, disprezza i vacanzieri da spiaggia affollata, le autostrade intasate, le feste in riva al mare con le serenate suonate alla chitarra davanti al falò e le grigliate alla buona con famigliari e cugini. Insomma, una di noi.

5. Big

https://www.youtube.com/watch?v=Ij9q2UypnqM

Gong Yoo, attore (visto in Train to Busan) con un passato da nuotatore a livello agonistico e un animo da vero tifoso del Ferragosto (è originario di una città di mare, ama stare a mollo quando fa caldo e pescare quando fa freddo), è il protagonista di questa serie in un cui uno studente del liceo si risveglia nel corpo di un medico bello, ricco e scortese.

Big è ideale per chi non ha nulla contro gli aficionados dell’estate finché non li deve frequentare nel loro ambiente: è una commedia rosa  con un tocco di fantasy e uno di fatalismo, basata sugli equivoci tra le due vittime del sortilegio e Gil Da-ran, insegnante dello studente e fidanzata del dottore con un talento sbalorditivo nell’imbattersi nel giovanotto intrappolato nel corpo del promesso sposo quando è seminudo. Ecco, dunque, una serie rinfrescante ed estiva, adatta anche a chi manca lo spirito vacanziero.

The post 5 serie per chi odia Ferragosto appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: 5 serie per chi odia Ferragosto

I governi vietano TikTok e gli utenti ricorrono alle Vpn

I governi vietano TikTok e gli utenti ricorrono alle Vpn
vpn

Gli utenti dei servizi Vpn sono notevolmente aumentati in tutto il mondo da quando l’India ha iniziato a bloccare TikTok. Ai divieti si sono aggiunti ordini esecutivi che limitano l’attività della piattaforma della società cinese ByteDance. Pertanto l’utilizzo delle Virtual Private Network è stata la soluzione più ovvia per poter continuare a usufruire dell’app di brevi video.

Il ricorso a una rete privata virtuale consente di accedere a un servizio online tramite un percorso crittografato, che inganna la navigazione web e permette di aggirare i blocchi imposti dai governi. “Stiamo assistendo a un numero crescente di amministrazioni in tutto il mondo che tentano di controllare le informazioni a cui i loro cittadini possono accedere, osserva Harold Li, vicepresidente di ExpressVPN, che sfrutta oltre 3mila server in 94 paesi. “Per questo motivo, le Vpn vengono utilizzate per accedere a siti e servizi vietati.

Siccome Cina e recentemente Turchia hanno il potere di controllare ciò che circola online e sui social network, sempre più utenti aggirano i sistemi di censura e di controllo governativi. Secondo quanto riporta ExpressVPN, per ogni settimana trascorsa dall’annuncio di un possibile blocco della piattaforma TikTok sul territorio degli Stati Uniti, il traffico di utenti americani sul suo servizio ha avuto un aumento costante del 10%. Un comportamento simile è stato riscontrato in Giappone (+19%) e in Australia (+41%) –  perché anche qui i governi hanno paventato il divieto di TikTok –, e in India (+22%), dove il governo ha deciso di bloccarlo insieme ad altre 58 applicazioni di origine cinese. Lo stesso è accaduto a Hong Kong, dopo l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale: in quell’occasione le Vpn hanno segnato un regolare +10%.

Purtroppo, però, le Virtual Private Network non sono lo strumento che risolve tutti i problemi. Infatti, i governi possono rendere difficile l’accesso alle stesse da parte degli utenti rimuovendole dagli app store locali. Inoltre, l’uso delle Vpn altera il modo in cui gli utilizzatori interagiscono con i contenuti delle applicazioni, che molto spesso sfruttano la posizione o l’IP per veicolare i trend più interessanti in una certa nazione. Nonostante ciò, l’aumento del traffico sulle Virtual Private Network sta a indicare che le persone hanno acquisito una maggior consapevolezza degli strumenti a loro disposizione per continuare a navigare tra siti e tool, scavalcando i meccanismi di censura e controllo imposti da alcuni governi.

The post I governi vietano TikTok e gli utenti ricorrono alle Vpn appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: I governi vietano TikTok e gli utenti ricorrono alle Vpn

La Nasa ha deciso di ribattezzare i corpi celesti che avevano nomi discriminatori

La Nasa ha deciso di ribattezzare i corpi celesti che avevano nomi discriminatori

nasa_nomi_galassie
La coppia di galassie NGC 4567 e NGC 4568, colloquialmente definite anche “le gemelle siamesi” (foto: Nasa)

Razzismo e discriminazioni possono arrivare anche a migliaia e a milioni di anni luce dalla Terra, attraverso i nomi che la comunità scientifica attribuisce – in modo più o meno ufficiale – agli oggetti spaziali. Così, sull’onda lunga delle proteste e delle iniziative venute dopo la brutale uccisione di George Floyd a maggio, l’agenzia spaziale statunitense ha deciso di dare un proprio contributo nella lotta contro ingiustizie, pregiudizi e storture di antico retaggio.

Se da un lato la nomenclatura astronomica formale è un insieme di ostici codici alfanumerici simili a targhe automobilistiche su cui nessuna obiezione può essere sollevata, dall’altro ci sono i nomignoli con cui spesso i corpi celesti vengono chiamati informalmente. Questi soprannomi sono utilissimi nella divulgazione e nelle chiacchiere sullo spazio (anche tra esperti), ma allo stesso tempo possono veicolare messaggi piuttosto discutibili, magari ritenuti socialmente accettabili nel momento in cui sono stati coniati ma oggi non più tollerabili.

Quella della Nasa è una presa di posizione che guarda soprattutto al futuro e alla nomenclatura che verrà, ma in senso retroattivo l’agenzia ha annunciato pure un’accurata revisione di tutta la terminologia attualmente in uso. E i casi problematici già emersi sono almeno un paio. Qualcuno ritiene si sia andati fin troppo a cercare il pelo nell’uovo, forzando interpretazioni discriminatorie parecchio sottili, ma l’iniziativa punta senz’altro nella giusta direzione.

La nebulosa razzista

Il caso più emblematico tra quelli evidenziati in un comunicato stampa dalla Nasa aggiornato a poche ore fa è quello della nebulosa planetaria NGC 2392, visibile anche con un semplice telescopio amatoriale e collocata nella costellazione dei Gemelli. Oltre a essere nota come nebulosa clown, NGC 2392 è soprannominata anche nebulosa eschimese, e anzi nella versione italiana di Wikipedia è proprio quest’ultima espressione a dare tutt’ora il nome alla pagina.

Il termine eschimese però, la cui etimologia potrebbe derivare o da aayaskimeew (ossia fabbricante di racchette da neve) oppure meno probabilmente da mangiatori di carne cruda, è considerato dai diretti interessati come dispregiativo, ed è di origine coloniale. Inoltre viene usato per riferirsi a due gruppi etici distinti – gli Inuit del nord del Canada e dell’Alaska e gli Yupik dell’estremità orientale della Russia – che non si identificano con la definizione. La Nasa ha dunque deciso di eliminare del tutto il nome di nebulosa eschimese, senza sostituirlo.

NGC_2392
La nebulosa NGC 2392, nota anche come “nebulosa clown” o “nebulosa eschimese” (foto: Nasa)

Arrivano le galassie congiunte

Anche se in Italia nel 2020 la parola congiunto evoca ricordi legati al lockdown, di fatto è questa la versione socialmente corretta di un’altra espressione che la Nasa ha deciso di mettere al bando: gemelli siamesi. Nello specifico si tratta di altre due galassie, NGC 4567 e NGC 4568, che si trovano nella costellazione della Vergine a una distanza dalla Terra di 60 milioni di anni luce. Nonostante i loro centri distino circa 20mila anni luce, dal nostro punto di vista di osservatori terrestri le due galassie appaiono accostate (come mostra l’immagine in alto in questo articolo), e per questo hanno meritato il nome di galassie farfalla o galassie gemelle siamesi.

La Nasa, in linea con il sentire comune statunitense, ha preferito adottare la dicitura più semplice di galassie gemelle o galassie congiunte, eliminando il riferimento alla parola siamese. Questa, infatti, anche nella lingua italiana deriva dai gemelli nati nell’Ottocento Chang e Eng Bunker (originari del Siam, l’odierna Thailandia) che erano uniti a livello del tronco e furono allora presentati e trattati come fenomeni da circo. Peraltro la parola siamesi è comparsa anche in un famoso brano del classico Disney Lilli e il Vagabondo, dove due gatti identici erano impiegati come escamotage cinematografico per stereotipare la cultura asiatica, tanto che oggi in alcuni casi la malformazione congenita viene erroneamente associata a una precisa area geografica.

Perché questa attenzione alle minoranze?

Come già anticipato, i cambi nome in cui si concretizza questa piccola rivoluzione culturale interna alla Nasa non sono di per sé qualcosa di eclatante. Nomi palesemente razzisti o chiaramente discriminatori sono stati esclusi ben prima del 2020, o più probabilmente non sarebbero mai nemmeno stati adottati. Un episodio particolare del 2019 è quello dell’asteroide binario Ultima Thule (oggi 486958 Arrokoth): l’oggetto celeste era stato chiamato in onore della leggendaria isola della mitologia europea, ma poi il riferimento a Thule è stato eliminato perché adottato in contemporanea da un’organizzazione antisemita tedesca. In quel caso non era il nome in sé a essere problematico, ma c’era il rischio che qualcuno accostasse le due realtà.

Riguardo invece alle novità degli ultimi giorni, per il pubblico italiano va detto che sia la parola eschimese sia siamese potrebbero apparire di per sé non così problematiche, tanto da essere considerate parte del gergo comune. E ciò ha determinato anche qualche resistenza nei confronti dell’iniziativa della Nasa. Proprio qui, infatti, sta la difficoltà nel compiere il salto di livello verso una scienza e una nomenclatura astronomica più inclusiva: non limitarsi a eliminare quei termini che la maggioranza ritiene inaccettabili, ma provvedere a togliere pure quelli che offendono o urtano la sensibilità di specifiche minoranze, che magari vivono in aree geografiche distanti.

The post La Nasa ha deciso di ribattezzare i corpi celesti che avevano nomi discriminatori appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: La Nasa ha deciso di ribattezzare i corpi celesti che avevano nomi discriminatori