Ecco il gene che ha dato forma al nostro volto, perché siamo come siamo

Ecco il gene che ha dato forma al nostro volto, perché siamo come siamo

volto
(foto: CoffeAndMilk via Getty Images)

Volto piccolo, tratti delicati e espressione poco aggressiva sono alcune delle nostre principali caratteristiche facciali. A dare forma a questi elementi del viso nell’essere umano moderno è un gene, oggi identificato da un gruppo coordinato da ricercatori italiani. Gli scienziati hanno mostrato sperimentalmente che questo gene, in sigla BAZ1B, possa fornire un importante contributo nel regolare i tratti del viso e questi elementi facciali più morbidi. Lo studio, coordinato dall’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dall’università di Milano, è pubblicato su Science Advances.

Gli autori sono partiti dallo studio di cellule staminali di una coppia di malattie genetiche rare, varianti della sindrome di Williams-Beuren. Sono state scelte queste malattie perché, fra le varie manifestazioni cliniche, presentano delle anomalie, come dismorfismi facciali, che secondo i dati paleoantropologici hanno caratterizzato la domesticazione della specie umana, alla base del passaggio dagli antenati selvaggi all’essere umano moderno. Fra queste alterazioni c’è la diminuzione delle dimensioni del viso, non protratto all’infuori, e la presenza di particolari elementi cognitivo-comportamentali, come una riduzione delle reazioni aggressive e una maggiore socievolezza e cordialità verso gli altri.

I ricercatori hanno ricostruito in vitro le strutture embrionali da cui derivano alcune delle strutture del sistema nervoso periferico e che vanno a formare il volto dell’individuo. Da questa ricostruzione si sono accorti che a dare forma a queste caratteristiche facciali è proprio il gene BAZ1B. Successivamente, hanno studiato il dna di un denisoviano e di due uomini di Neanderthal per capire se e in che modo questo gene ha influenzato i tratti moderni. Gli autori hanno scoperto che nelle specie addomesticate – moderne – ci sono alterazioni nelle regioni del dna che sono regolate dal gene in questione, assenti negli antenati selvaggi.

“Dalla ricostruzione – prosegue Giuseppe Testa, direttore del Laboratorio di epigenetica delle cellule staminali Ieo, che ha coordinato lo studio – abbiamo scoperto che BAZ1B, che è anche uno dei geni alla base delle malattie genetiche prese in considerazione, è stato l’architetto del nostro volto moderno. Questo perché il gene regola, come un direttore d’orchestra, l’attività di decine e decine di geni responsabili delle fattezze del volto o di atteggiamenti di socialità”.

Il risultato è importante fornisce una prova sperimentale a sostegno di una teoria formulata da tempo, quella dell’auto-domesticazione, scrivono gli autori. L’idea su cui si basa è che i primi esseri umani hanno scelto come compagni soggetti più socievoli e cooperanti, nonché con tratti facciali più morbidi e caratteristiche che favoriscono la comunicazione non verbale. Già ipotizzata da tempo, la teoria non aveva ancora un riscontro sperimentale, sottolinea Giuseppe Testa. E la prova, oggi, è fornita proprio dall’identificazione dal gene BAZ1B. La presenza di questo elemento nelle specie moderne, infatti, dimostra che c’è stata una preferenza verso questi tratti.

“Il nostro studio – conclude Testa – è destinato ad avere un forte impatto sulla nostra concezione dell’essere umano e della sua evoluzione, non solo perché fornisce la dimostrazione empirica a un’idea così fondativa della nostra condizione moderna, ma anche perché definisce un vero e proprio nuovo campo di studio”. Infatti, come ha mostrato la ricerca, lo studio di specifiche malattie genetiche può aiutare anche a comprendere elementi che ci aiutano a capire la nostra storia.

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Cerchi lavoro nel digitale? Le offerte delle aziende a dicembre

Cerchi lavoro nel digitale? Le offerte delle aziende a dicembre

Lavoro e occupazione, selezione delle risorse umane Foto di Katie White da Pixabay
Lavoro e occupazione, selezione delle risorse umane Foto di Katie White da Pixabay

Come cambiano le aziende al tempo della trasformazione digitale in Italia? Si pensi ai big data. Il mercato analytics da noi vale 1,7 miliardi di euro (+23%) nel 2019. Oltre nove grandi aziende su dieci investono nel settore, contro il 62% delle piccole e medie imprese. Il cambiamento passa quindi attraverso le scelte di spesa e il 47% è dedicata ai software, il 33% ai servizi di integrazione con i sistemi aziendali, il 20% alle risorse infrastrutturali, come il cloud.

L’altro dato riguarda il personale che interpreta questo cambiamento epocale: il 76% delle grandi aziende ha in organico data analyst (+20%), il 51% data engineer, il 49% data scientist, il 21% data visualization expert. Solo il 23% delle pmi invece, ha introdotto almeno un data analyst e appena il 16% ha inserito un data scientist.

Lo dice uno studio dell’Osservatorio Big Data Analytics del Politecnico di Milano, che fotografa uno dei fenomeni della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” in atto. Ecco quindi alcune posizioni di lavoro aperte nel settore tech & digital in Italia a dicembre.

Ariadne Digital

Con sede a Trivolzio, in provincia di Pavia, Ariadne Digital accompagna le aziende nella trasformazione digitale avvalendosi di 70 risorse, età media 34 anni, aumentate del 65% negli ultimi 5 anni. Nei prossimi mesi saranno inserite altre 5-6 risorse in ruoli tecnici per la progettazione e lo sviluppo di sistemi digitali complessi. Queste le figure attualmente cercate.

Ux designer junior a tempo pieno, il candidato realizzerà analisi benchmark, wireframe e prototipi partendo dai dati raccolti partecipando alla fase di user research e si occuperà della stesura dei deliverables. Sono richiesti laurea o master in Design della comunicazione, dei servizi o Interaction design; esperienza di 1-2 anni in ruoli simili; familiarità con Personas, User journey map, Experience map e Content Inventory; conoscenza di Sketch / figma e Invision. Contratto triennale o a tempo indeterminato.

Software engineer neolaureato o professionista con conoscenza di Java, architetture web client / server e linguaggio SQL. Preferibile la conoscenza di tecnologie di front-end come Html5 / CSS / JavaScript. La risorsa sarà anche avviata a un percorso di crescita con frequenza di corsi in aula di circa 2 mesi e potrà acquisire entro i primi 2 anni dalla assunzione la certificazione Liferay Developer. Contratto di apprendistato (minimo 36 mesi) o indeterminato in base all’esperienza.

Front end developer per lo sviluppo dei portali web e intranet dei clienti. Richiesta buona conoscenza di tecnologie di front-end come Html5 / CSS(3) /JavaScript, di almeno una libreria javascript di front end tra JQuery e YUI e delle tecniche/pattern di Responsive Web Design e relativi framework come Bootstrap. Gradita la conoscenza dei linguaggi di scripting lato server Velocity e Freemarker. Richiesta conoscenza della lingua inglese.

Software engineer a tempo indeterminato per potenziare il team che segue lo sviluppo di progetti in tecnologia Php su piattaforma Moodle e Drupal anche con breve, ma significativa, esperienza. Richiesta buona esperienza di programmazione e di algebra relazionale, capacità di analizzare e comprendere processi gestionali complessi, conoscenza di Php e MySQL o di altri linguaggi/Db simili. Preferibilmente la conoscenza del Lms Moodle e/o del Cms Drupal. La ricerca ha carattere di urgenza.

Supermercato24

Il marketplace italiano della spesa online con consegna in giornata, anche entro un’ora, è alla ricerca di 13 nuove figure professionali in diverse aree: finance (due stage e una sostituzione maternità), legal, tech (tre posizioni in remoto), risorse umane, operations, business development, design e prodotto. Le posizioni di lavoro sono distribuite fra l’innovativa sede di Milano e Verona.

Fondata nel 2014, Supermercato24 ha registrato un aumento dello staff del 32% da gennaio 2019 e prevede una crescita del 50% rispetto all’attuale numero di dipendenti entro il 2020. L’età media è di 31 anni e il 35% sono donne. Supermercato24 è il primo player europeo del mercato e-grocery a espandersi a livello internazionale con la recente acquisiione del player polacco Szopi.

Apple

La casa di Cupertino è alla ricerca di 12 risorse per il settore retail su diverse aree geografiche in Italia. Sono richieste sia figure esperte a contatto con il pubblico che con un ruolo più “strategico” per la conduzione del punto vendita. Fra questi è aperta una posizione di store manager, per guidare il team di vendita e assistenza, gestire clienti, staff e operazioni, supervisionare merchandising e formazione delle risorse. Il market leader poi dovrà guidare ogni store per raggiungere gli obiettivi di mercato previsti, facendo da ponte fra il mondo retail e corporate. Per questa posizione è sufficiente una laurea o diploma universitario, o esperienza equivalente. Il business pro dovrà instaurare e coltivare relazioni fra Apple retail e i clienti aziendali ad alto potenziale.

Fra le altre nove risorse a maggior contatto con il pubblico, il genius sarà il punto di riferimento per la risoluzione di problemi e riparazione immediata dei prodotti dei clienti. Il creative sarà l’istruttore del punto vendita, che dovrà insegnare a piccoli gruppi o singole persone a completare progetti anche con sessioni prenotate. L’esperto business aiuterà invece imprenditori e professionisti nello scoprire i prodotti ed esplorare le diverse possibilità della gamma Apple, anche con workshop ed eventi in store. Completano il quadro della ricerca aperta da Apple l’esperto e l’esperto operations, lo store leader, il senior manager, lo specialista e lo specialista tecnico.

Facebook

Sono tre le posizioni aperte per lavorare nella sede di Milano del più grande social network del mondo, con 2,4 miliardi di utenti attivi al mese.

Facebook cerca un marketing science partner, direct response che lavorerà come consulente dei clienti e del settore sulle strategie di misurazione all’interno del team marketing science. Il ruolo implica un rapporto stretto con il cliente, progettare test e ricerche per aiutarlo a capire e migliorare l’efficacia delle inserzioni attraverso le piattaforme digitali e i media, da una prospettiva direct response, per adottare le migliori valutazioni atte a incrementare le performance di business

È richiesta laurea in statistica, economia, scienze comportamentali o sociali. Esperienza di oltre cinque anni nel direct response performance, pensiero critico per aiutare clienti e agenzie a usare le misurazioni e le statistiche sul comportamento dei consumatori e sull’efficacia della pubblicità, profonda conoscenza digital e abilità a lavorare in un ambiente complesso che include ingegneri, creativi e marketing.

La seconda figura è un responsabile settore moda, un leader con 15 anni di esperienza nella direzione marketing o vendite per costruire e gestire un team di cinque professionisti che vendano soluzioni marketing a grandi inserzionisti di moda in Italia. Il perimetro include tutte le piattaforme: Facebook, Instagram, Messenger e Whatsapp. Sulla base delle analitiche di mercato la figura dovrà stabilire target finanziari e operativi. Il candidato ideale avrà un background di esperienza nella vendita di soluzioni marketing cross mediale, conoscenza dell’ecosistema moda e relazioni con i decision makers nelle varie realtà del settore.

Il terzo è un client solutions manager, che affiancherà i clienti più strategici di Facebook per fare in modo che ottengano il meglio dalla piattaforma. Sarà un consulente di fiducia nelle strategie di marketing e advertising per aziende dalle Fortune 500 alle startup unicorno. Sarà in grado di effettuare analisi basate su dati da tradurre in soluzioni e avrà abilità di vendita. Richiesta un’esperienza di oltre sei anni nel marketing, media o in aziende di consulenza, abilità di leadership e capacità di gestire progetti complessi e flussi di lavoro con poche istruzioni e alta cura dei dettagli. Completa il quadro un’esperienza nei settori digital-native come ecommerce, marketplace, media, entertainment e travel.

Ibm

Sono 10 le posizioni di specialista tecnico che “Big blue” ha aperto per la sua sede di Bari. In particolare, per la subsidiary Ibm Cic sono ricercati: un test specialist (Java full stack), un senior application developer e un application developer (entrambi Java & web technologies), infrastructure spelcialist cloud application operations, Application database administrator (Dbms), Application developer categorie protette, infrastructure specialist system administration, application devloper mobile Android. Per le posizioni di application developer Java Full Stack e Junior application developer è necessario il diploma di laurea.

Satispay

La fintech italiana che ha lanciato l’app di pagamenti elettronici, usata ormai da quasi un milione di utenti e 100mila esercizi commerciali, è alla ricerca di 15 giovani talenti per le sedi di Milano, Berlino e Lussemburgo. L’inserimento avverrà entro fine anno nel team di Satispay: “Lo sbarco all’estero rappresenterà un’ulteriore spinta al nostro sviluppo anche nel 2020 e ci porterà a quasi raddoppiare il team nell’arco di un anno e mezzo”, afferma il co-fondatore Dario Brignone. Questi i profili ricercati:

Milano: communication manager, junior marketing consultant, marketing specialist, business analyst, visual designer, Android developer, front end developer, iOS developer, Crm manager.
Berlino: business developer
Lussemburgo: administrative manager, compliance anlyst, junior business developer

Prima assicurazioni

Tech company made in Italy che opera come agenzia assicurativa specializzata in polizze auto, moto e furgoni, Prima Assicurazioni è alla ricerca di oltre 30 risorse da inserire all’interno del team dell’headquarter milanese.

La compagnia è stata protagonista del più elevato investimento di venture capital in Italia in (100 milioni di euro, ad opera di investitori del calibro di Blackstone e Goldman Sachs) e in poco più di un anno, il numero dei dipendenti è cresciuto del 73% rispetto a settembre 2018, portando la squadra di Prima a contare oltre 150 dipendenti. Queste le figure attualmente cercate:

12 back-end developers, che dovranno gestire lo sviluppo degli applicativi ad uso interno e del sito prima.it. Sono richieste esperienza di programmazione web e funzionale, di sviluppo in team Agile e in architettura Cloud, conoscenza dei sistemi Linux e web server come Apache o Nginx, di linguaggi come Elixir, Rust ed Elm. Curiosità intellettuale, voglia di innovare e di sperimentare nuove tecnologie completano il profilo. Il percorso di selezione avrà inizio attraverso un test eseguito da remoto. A questo seguiranno colloqui con il responsabile delle risorse umane e, successivamente, con i software engineer e il management.

5 consulenti assicurativi ed esperti di backoffice che all’interno del customer service, si relazioneranno con i clienti per la sottoscrizione e i rinnovi delle polizze.

7 liquidatori, la figura si relazionerà con i fiduciari incaricati e sarà il riferimento per clienti, carrozzerie e legali per la negoziazione del sinistro.

Inoltre, Prima ricerca anche iOs developer, Android developer, analisti da inserire in area marketing, finanza e data analytics, account manager per la rete intermediari, gestori sinistri, avvocati con esperienza su temi di privacy e diritto assicurativo. L’ingresso delle nuove risorse è previsto entro la fine dell’anno. Le candidature dovranno essere inviate all’indirizzo: jobs@prima.it.

Fabrick

Le opportunità lavorative arrivano dal fintech: Fabrick, il primo attore nato in Italia per favorire l’open banking, cresce e cerca 38 nuove persone da inserire, tra la fine del 2019 e la prima parte del 2020, sia nel proprio team che nelle diverse società che fanno parte dell’ecosistema: Axerve, Hype, Kubique e Dpixel. Tra le figure cercate per Fabrick ci sono event producer, anti money laundering officer e organization & corporate governance specialist. Per Hype: data scientist, Android developer, senior frontend developer.

I nuovi talenti si aggiungeranno alle oltre 300 persone che già fanno parte della squadra (+35% nell’ultimo anno). Le posizioni aperte sono prevalentemente negli ambiti finance e information technology, ma anche legal, HR e organizzazione eventi. Il livello di esperienza richiesto varia a seconda del ruolo.

F2A

Società specializzata nell’outsourcing in ambito Risorse umane e nelle aree di Amministrazione, Finanza e Controllo, F2A ha recentemente presentato soluzioni basate sull’intelligenza artificiale in ambito HR e conta oltre 800 dipendenti distribuiti in 15 sedi a livello nazionale. In questo momento è alla ricerca di uno sviluppatore .NET per la sede di Perugia.

La figura ricercata per la divisione Research & Development dovrà sviluppare soluzioni software basate sulla piattaforma cloud di amministrazione del personale e gestione delle risorse, occupandosi di software design, sviluppo applicazioni Web, manutenzione e gestione applicazioni. La figura ricercata dovrà essere in possesso di una laurea ad indirizzo informatico e aver maturato un’esperienza minima di 3 anni nello sviluppo con le tecnologie .NET. È richiesta una buona conoscenza della piattaforma .NET (preferibilmente MVC) e dei linguaggi di programmazione C#, SQL, xml, html, javascript, del DBMS MS SQL Server e Microsoft IIS. Completano il profilo buone capacità relazionali, di analisi e problem solving. Al profilo individuato verrà offerto un contratto a tempo indeterminato.

Worldz

La startup fondata da Joshua Priore aiuta gli ecommerce a ridurre il bounce-rate e a ottimizzare le conversioni, trasformando al tempo stesso i clienti degli store online in brand ambassador su Facebook e dal 2020 anche su Instagram. In cambio di un post sui social con il marchio del prodotto acquistato infatti, l’utente riceve uno sconto sulla spesa sostenuta.

Ora, Worldz cerca uno sviluppatore in Node Js e Php (ma anche javascript e MySql) inizialmente part time e smart working “always on”, non necessariamente in orario 9-18. Il candidato dovrà gestire il codice prodotto che costituisce il core dei servizi di backend e dove possibile cominciare un refactoring delle varie funzionalità esposte, nell’ottica dell’ottimizzazione delle performance e della leggibilità del codice. La ricerca è aperta anche a figure con poca esperienza (retribuzione commisurata), dal momento che la risorsa sarà affiancata da tre senior.

Accenture

Fra le posizioni aperte in Italia, da qui a gennaio 2020, Accenture ricerca 30 risorse da inserire nella propria divisione Ici (Intelligent Cloud & Infrastructure) che offre competenze tecniche e soluzioni all’avanguardia per guidare i clienti nella trasformazione dell’infrastruttura aziendale verso il cloud, per le sedi di Milano e Roma e altre 40 per la divisione Technology.

40 angular front end engineer, per le sedi di Milano, Roma, Verona, Padova, Modena, Napoli, Cagliari. La figura (professionista con laurea in ingegneria informatica e simili) parteciperà al disegno e allo sviluppo di interfacce, componenti ed applicazioni web based e gestirà l’intero ciclo di vita dell’applicativo: dal mock-up all’integrazione di servizi di back-end, al testing automatizzato fino al suo rilascio. Il candidato si interfaccerà con i team di business analysis e di design per verificare la fattibilità dei requisiti e dei visual Ux/Ui. È richiesta nell’utilizzo del framework Angular 2+ e del suo linguaggio Typescript; dei principali linguaggi di programmazione e del Software di version control GIT.

10 cloud computing consultant, il candidato (laurea in ingegneria informatica e simili) sarà il consulente cloud per i clienti e, attraverso la partnership con i fornitori come Aws, Azure, Google, potrà ideare strategie cloud sia per Accenture, sia per i clienti. Guiderà un piccolo team responsabile dell’integrazione dei servizi Acp, organizzerà workshop con i clienti per ottenere i requisiti dell’architettura cloud e dell’offerta di prodotti e collaborerà a stretto contatto con il product management.

Sono richiesti un minimo di 2 anni di esperienza con sistemi virtualizzati (VMware, Hyper-V, Private Cloud); più di 3 nella valutazione dell’utilizzo delle infrastrutture; 2 anni di pratica con le tecnologie cloud ed almeno due anni nei seguenti campi: Aws, Azure, Google, cloud privato, piattaforma come servizio, software come servizio; 2 anni di pratica con l’architettura e il design del cloud.

10 ServiceNow Expert, il candidato (laurea in ingegneria informatica e simili) sarà responsabile della creazione e della gestione degli account utente, dello sviluppo di modelli e della stesura di report sulla piattaforma ServiceNow. Parteciperà a sessioni di raccolta dei requisiti con le organizzazioni It. Fra gli altri requisiti il candidato avrà 1-3 anni di esperienza in ambiti aziendali, esperienza nell’utilizzo e gestione di piattaforme di gestione dei servizi; 6 mesi di esperienza in Javascript, Jquery, diploma di programmazione Html.

10 workplace system engineer, il candidato dovrà disegnare e realizzare architetture tecnologiche per aiutare le aziende nel passaggio da servizi server based ad un ambiente cloud. Il candidato dovrà inoltre avere confidenza con le soluzioni Microsoft Windows 10, O365, Sccm, Intune, conoscere le tecnologie per la virtualizzazione desktop e server, come Citrix e Vmware Workspace Solutions, e avere dimestichezza con i tools della Google Suite. La ricerca si rivolge a professionisti con almeno 5 anni di esperienza e laurea in ingegneria informatica e simili.

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L’Italia è tra i paesi più a rischio per i cambiamenti climatici

L’Italia è tra i paesi più a rischio per i cambiamenti climatici

(foto: Geraldine Hope Ghelli/Bloomberg

È del 4 dicembre la pubblicazione del Climate Risk Index 2020, lo studio annuale della ong tedesca Germanwatch, che calcola in quale misura i paesi del mondo sono stati colpiti da eventi climatici estremi, e li classifica in base alla loro vulnerabilità a questo tipo di calamità.  

Il rapporto appena pubblicato mostra come nel 2018 – i dati si riferiscono all’anno scorso – il Giappone sia stato il paese più colpito dagli eventi meteorologici estremi, a cui seguono Filippine e Germania. Tre dei primi dieci paesi in cima alla lista sono paesi del nord del mondo (a riprova del fatto che i cambiamenti climatici colpiscono senza distinzioni di ricchezza o reddito).

Gli ultimi studi e i rapporti dell’Ipcc confermano un collegamento diretto tra il cambiamento climatico e la frequenza e intensità delle ondate di calore, che nell’anno preso in esame sono state la causa di danni più frequente. Di fatto, è stato stimato che in Europa il rischio di ondate di calore è aumentato di 100 volte rispetto allo scorso secolo. Queste ultime possono innescare conseguenze a diversi livelli, sia sulla salute umana che sul territorio, provocando siccità, incendi e persino cicloni.

La notizia è che anche l’Italia si trova in una posizione scoraggiante. Nel rapporto si classifica al 21esimo posto nel mondo per impatti da eventi climatici estremi nel 2018. Tale dato tiene conto in particolare di alcuni fattori: nel corso dell’anno l’Italia si è classificata come l’ottavo paese per perdite in milioni di dollari (per persona) riferibili a disastri ambientali, il 28esimo per morti conseguiti a tragedie connesse a questi fenomeni e il 27esimo per perdite del Pil.

E nel rapporto ci sono, in effetti, altri dati che confermano questa lettura profondamente negativa. Allargando lo sguardo ai risultati dell’ultimo ventennio 1999-2018, circa 500mila persone sono morte a causa di oltre 12mila eventi meteorologici estremi. In questa statistica l’Italia risulta al 26esimo posto nel mondo, classificandosi al sesto per morti causati da cambiamenti climatici, e 18esimo posto per perdite di milioni di dollari (sempre per persona).

Il Climate Risk Index mostra come il cambiamento climatico abbia tuttavia impatti disastrosi soprattutto per i paesi più poveri”, ha detto David Eckstein, che si è occupato di redarre il rapporto. Tra il 1999 e il 2018 Puerto Rico, Myanmar e Haiti sono stati i paesi più ripetutamente colpiti da fenomeni meteorologici estremi. Secondo il report dell’Ipcc, il numero di giorni di calore estremo andrà ad aumentare soprattutto nella zona tropicale, acuendo i problemi endemici di queste regioni. 

Lo studio tedesco – che viene presentato ogni anno durante la conferenza Cop sul clima, quest’anno di stanza a Madrid – sottolinea anche l’importanza di questi negoziati per poter stabilire strumenti finanziari che sopperiscano alle perdite e ai danni permanenti causati dal climate change.

A dover essere deciso in ambito internazionale è ancora come risarcire i paesi colpiti dai danni causati da questi fenomeni. Finora i paesi industrializzati si sono rifiutati di negoziare strumenti di risarcimento, soprattutto perché le conseguenze sono sempre più marcate nei paesi sottosviluppati e provocherebbero ulteriori spese di riparazione. Ma per la prima volta quest’anno, durante la Cop25, il sostegno finanziario per le perdite e i danni legati al clima è all’ordine del giorno e verrà discusso. Già l’accordo di Parigi, di fatto, non tratta solamente di dover concordare livelli di emissioni di anidride carbonica e regolamentazioni del prezzo del carbonio, ma anche metodi di compensazione che possano aiutare i paesi più colpiti a mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

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Anche Coop scommette sul 5G

Anche Coop scommette sul 5G

smartphone
(Foto via Pixabay)

Un investimento da 60 milioni, la sostituzione di 1,5 milioni di schede sim e l’obiettivo di servire fino a 3,5 milioni di soci nei prossimi cinque anni: Coop Voce diventa operatore telefonico interamente virtuale (full mvno) e si lancia con entrambi i piedi nel mercato dati alla vigilia del debutto del 5G in Italia. La compagnia di Casalecchio, fatturato da 86 milioni di euro e primo operatore virtuale ad aver esordito in Italia nel giugno 2007, taglia il traguardo dei 12 anni scollegando la propria infrastruttura da Tim, tranne che per l’accesso alla rete.

L’obiettivo è acquisire autonomia nell’offerta dei servizi dati in un mercato altamente competitivo: gli italiani usano in media lo smartphone 5 ore al giorno e 4 utenti su 10 (il 37%) a stento ci starebbero lontano per due ore. Vicini all’oggetto, ma poco fedeli: uno su tre (il 30%) pensa di cambiare operatore nei prossimi sei mesi e il motivo principale (52%) è dovuto ai “costi eccessivi” del servizio attuale.

La ricerca di Coop

Breve anche la vita media dello smartphone, che è di due anni e 8 mesi. Per sostituirlo non si bada a spese: quasi uno su due (il 47%) prevede di spendere più di quanto non sia costato quello già in possesso. L’uso? Intensissimo: un italiano su 10 trascorre al cellulare circa 10 ore o più al giorno. “La particolarità italiana è l’utente un po’ ‘mammone’ che risiede al sud e ne fa un uso prettamente affettivo”, spiega Albino Russo, direttore generale Ance-Coop: un 23% degli utenti comunica sempre con gli stessi 5-10 contatti affettivi, tramite 100-200 interazioni al giorno per circa 5.40 ore al giorno. Una fetta di popolazione prevalentemente maschile, fra i 18-35 anni e residente al Sud.

I dati, raccolti da italiani.coop su un campione di mille persone, dimostrano i cosiddetti smartholic sono l’11% (possiedono due smartphone e usano il telefono per sei ore al giorno), ma un altro 27% va in “modalità aereo”, ovvero contatta meno di cinque persone al giorno. Un 40% si divide tra “ben equilibrati” (27%) e “modalità silenziosa” (13%). L’età media di adozione del primo smartphone ha subito uno smottamento dai 16-20 anni (per chi oggi ne ha 36-45) a 11-15 anni (per chi ne ha 18-35). La comunicazione sarà sempre più frammentata, multitasking: il 49% aumenterà fra un anno l’uso di messaggi. Da notare che se il 98% usa Whatsapp, gli sms retrocedono al 91%. Su una cosa però tutti d’accordo: il 96% userà uno smartphone 5G fra 10 anni.

Internet of Things

Coop Voce full virtual verso il 5G

E qui, il passaggio strategico di Coop Voce a operatore full mino con l’investimento milionario in infrastruttura tecnologica (assistito dal partner Accenture): “Il controllo della rete del traffico dati è assolutamente funzionale in vista del 5G e richiede di internalizzare sia le infrastrutture di rete ‘core’ che l’emissione di schede sim – spiega Massimiliano Parini, direttore di Coop Voce –. Parliamo dei server che permettono di gestire il traffico dati e di tutta la rete Ggsn (nodi di interfaccia che collegano la rete Gsm/Umts a Internet, nda), asset strategici per offrire nuovi servizi in modo indipendente da Tim, di cui seguiremo la progressione tecnologica nella copertura 5G”.

I nuovi servizi allo studio riguardano l’internet delle cose, funzioni mobile per la salute, embedded sim, pacchetti illimitati per servizi streaming, tracker per oggetti e supporto alla mobilità. A gennaio con la campagna #ConQuaLe partirà così la vendita delle nuove “Sim evolution”, che essendo prodotte direttamente da Coop Voce avranno anche la portabilità del numero e da febbraio scatterà la sostituzione di 1,5 milioni di Sim in circolazione (prodotte finora da Tim), nei 900 punti vendita dislocati sul territorio.

“È un passaggio tecnico necessario perché ci collegheremo a Telecom in roaming nazionale, ma gestiremo le due piattaforme in parallelo finché non avremo spostato tutte le linee attraverso il database Hlr dei clienti – spiega Parini -. La nuova sim ci permetterà inoltre di monitorare direttamente la qualità della connessione attraverso le applet e intervenire immediatamente con Telecom. Infine, c’è il mercato delle sim ‘machine to machine: rappresenta già il 30% in Italia, per un totale di 20 milioni di sim e noi vogliamo esserci”.

Il comparto voce resta invariato e in gestione a Tim, “benché in futuro potrà essere gestita come fosse traffico dati attraverso la tecnologia Volte (voice over Lte) e pertanto potrà ripetersi quanto accade ora”, conclude Parini. Secondo l’indagine italiani.coop la telefonata più bella della vita è stata ricevuta dal partner per 4 su 10, mentre uno su quattro farebbe l’ultima telefonata ai propri genitori (26%), partner (24%) e figli (22%). Chissà se giorno sceglieremo di telefonare invece al nostro home assistant per parlare con il nostro smart device preferito.

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La diretta di Wired Trends 2020 – Telco

La diretta di Wired Trends 2020 – Telco

Una grande importanza per il nostro paese rivestono le infrastrutture di comunicazione. In che modo possono aiutare le imprese a internazionalizzarsi, diventando una leva per lo sviluppo delle aziende? Quali le scelte strategiche da fare per rispondere alla necessità delle aziende di poter competere su un piano sempre più globale ed europeo piuttosto che solamente nazionale? Dalla transizione verso il 5G, alla gestione dei big data, fino al tema della neutralità tecnologica: quali i processi di trasformazione che è necessario avviare per trovare un punto di equilibrio tra le sfide del mercato, le necessità delle aziende e la tutela dei cittadini?

Se ne parlerà con Nora Schmitz, Head Audience Measurement e Media Development di Ipsos, Andrea Lasagna, Chief Technology Officier di Fastweb, Laura Di Raimondo, direttore generale di Asstel, e Ivan Scalfarotto, Sottosegretario di Stato per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale.

Qui le altre giornate dedicate ai Trends 2020.

In collaborazione con Ipsos

Official Partner: Fastweb

Main Partner:
Adecco | Aruba.it | Edison | Hp | Nexi | Reale Mutua | WaveMaker

Supporting Partner: ItaliaCamp | Urban Vision

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Van Basten è stato “epurato” da Fifa 20 per il suo saluto nazista

Van Basten è stato “epurato” da Fifa 20 per il suo saluto nazista

Cala la mannaia di Electronic Arts su Marco Van Basten dopo l’infausta uscita del saluto nazista “Seig heil” pronunciato dall’ex campione in diretta televisiva nazionale nei Paesi Bassi. Il Cigno di Utrecht è infatti stato epurato da Fifa 20 dove figurava tra le vecchie glorie che si potevano trovare nella modalità Ultimate Team con tre differenti icon card.

Il fattaccio era andato in scena una settimana fa: il triplice Pallone d’Oro e opinionista di Fox Sports non si era accorto del microfono lasciato aperto e si era esibito nel saluto legato a Adolf Hitler durante un’intervista a bordo campo. L’ex fuoriclasse del Milan aveva quindi provato a giustificarsi tirando in ballo uno sfottò al tedesco non proprio perfetto del giornalista Hans Krasy impegnato nell’intervista a Frank Wormuth, allenatore dell’Heracles Almelo.

Le scuse non avevano però convinto gli spettatori e a quanto pare nemmeno Electronic Arts che ha proceduto a rimuovere Van Basten dalla modalità Fifa 20 Ultimate Team cancellando le tre differenti card del campione olandese, senza specificare se in modo temporaneo o definitivo.

Erano peraltro tre ottime card: la prima dal valore complessivo di 89 con il giovane Van Basten agli esordi all’Ajax e le altre con la fase più matura in rossonero e orange della sua brevissima carriera, con la carta centrale da ben 93 e l’ultima da 91.

La motivazione della casa americana è stata perentoria: “Ci aspettiamo che il nostro impegno sul fronte dell’eguaglianza e della diversità venga rappresentato anche nel gioco, così sospenderemo gli oggetti legati a Marco Van Basten, che non risulteranno più disponibili in buste, sfide creazione rosa ed estrazioni, fino a nuova comunicazione”.

Difficile che su Fifa 20 venga ripristinata la presenza del centravanti, tanto elegante sui campi – su tutti, si può ricordare il pazzesco e celeberrimo gol contro l’Urss nella finale di Euro 1988 – quanto evidentemente goffo davanti ai microfoni.

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007: No Time To Die, finalmente il trailer del nuovo film di James Bond

007: No Time To Die, finalmente il trailer del nuovo film di James Bond

Sono passati quattro anni da Spectre, l’ultimo capitolo della saga spionistica più celebre del cinema, in cui James Bond interpretato da Daniel Craig arrivava finalmente a confrontarsi con la sua arcinemesi, il cattivissimo Blofeld. Dopo svariati problemi di produzione e di sceneggiatura, stiamo per assistere a No Time To Die, il venticinquesimo capitolo dello 007 ispirato ai romanzi di Ian Fleming. In queste ore la riserva è stata sciolta ed è stato diffuso il primo trailer ufficiale, che vede nuovamente in azione l’agente segreto britannico: nelle nuove immagini sgomma con la sua Aston Martin super equipaggiata per le strade di Matera.

In realtà, a quanto si sa della trama, Bond si era ritirato a vita privata godendosi il meritato riposo in Giamaica. Ma il suo fido collega americano Felix Leiter (Jeffrey Wright) lo raggiunge per chiedergli un favore, che solo lui può concedergli. Allora, la spia è in qualche modo costretta a tornare in azione e a confrontarsi con la sua amata Madeleine Swan (Lea Seydoux), la quale però pare nascondere un temibile segreto, che conivolge lo stesso Blofeld (sempre Christoph Waltz). Eppure, questa volta la vera minaccia è rappresentata dal personaggio interpretato dal premio Oscar Rami Malek, che veste i panni di uno scienziato sfigurato i cui piani sono di sostituirsi a Dio. Accanto all’indiscusso protagonista tornano M, Q e Moneypenny (rispettivamente Ralph Fiennes, Ben Whishaw e Naomie Harris), ma ci sarà anche spazio per Lashana Lynch e cioè un’agente segreto che pare aver preso il famoso codice 007 con relativa licenza di uccidere.

No Time To Die si lascia alle spalle le svariate vicissitudini che per un certo periodo avevano coinvolto il regista Danny Boyle ed è diretto da Cary Fukunaga (il primo True Detective), a cui si deve anche parte della sceneggiatura. A revisionarla, però, è stata Phoebe Waller-Bridge, l’acclamata creatrice di Fleabag e Killing Eve, chiamata a ripulire l’agente segreto dei suoi stereotipi machisti più retrivi. A volerla è stato lo stesso Daniel Craig: dopo cinque film, ha deciso di appendere la beretta al chiodo (e pare definitivamente). Il film uscirà nelle sale italiane il 9 aprile 2020.

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Questo “salmon cannon” è un vero e proprio Hyperloop per pesci

Questo “salmon cannon” è un vero e proprio Hyperloop per pesci

Nell’immaginario comune i pesci nuotano da un punto all’altro a seconda dei loro bisogni. Ma non sempre è così, e sono numerosi gli ostacoli che si frappongono sul percorso (ad esempio, la presenza di dighe). E un video diventato virale qualche mese fa negli States ha riacceso l’attenzione sul tema: il salmon cannon di Whooshh Innovations ha eccitato molto gli animi in rete: c’è anche chi l’ha visto come una sorta di Hyperloop per pesci, tanto per capirci. In realtà è una tecnologia già nota da qualche anno, e già oggetto di attenzioni mediatiche: serve, in due parole, a spostare i pesci da un luogo all’altro, favorendo le loro migrazioni.

Già, perché come in diversi altri casi, dietro a un fenomeno virale c’è un tema più serio. In questo video, il giornalista di Wired Usa Robbie Gonzalez si confronta sul tema con la ricercatrice e project manager del Pacific Northwest National Laboratory, Alison Colotelo. Tra gli interessi di Cotelo figura l’impatto della produzione di energia idroelettrica sulla vita delle popolazioni ittiche. Le dighe sono importanti per la produzione di questa fonte rinnovabile, ma di fatto costituiscono una barriera. Ecco quindi il bisogno di trovare alternative, soprattutto per non alterare equilibri naturali.

Non è facile come sembra, però: non basta mettere un pesce in un tubo e spingerlo a gran velocità perché superi un ostacolo. Come spiega la ricercatrice, i pesci sono tremendamente diversi: hanno differenti abilità, grandezze e soprattutto cambiano habitat effettuando precise migrazioni.

Quando si progetta uno strumento innovativo per portare da un punto all’altro gli animali bisogna fare i conti con diverse varianti (moltiplicate per migliaia di specie), anche per evitare qualsiasi danno fisico ai soggetti interessati. La tecnologia permette che uno strumento come il Whooshh Fish Transport System evolva: i pesci, rispetto alla versione precedente, possono entrare autonomamente nel tubo, ed è sempre più importante il ruolo degli algoritmi per riconoscerne la grandezza e orientarli, in un sistema di più tubi, lungo la giusta traiettoria.

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Nio Es8: la nostra prova della Tesla cinese

Nio Es8: la nostra prova della Tesla cinese

Basta una breve passeggiata per le strade di una qualsiasi città cinese anche di medie dimensioni per rendersi conto della diffusione delle vetture elettriche e ibride. D’altra parte si riconoscono facilmente per via della targa di colore verde in contrapposizione a quella blu delle auto a combustibile fossile.

Oltre alle popolarissime Tesla – che proprio in terra cinese possono contare sulla recente Gigafactory 3 presso Shanghai – si staglia una nutrita truppa di marche locali caratterizzate da un costo più accessibile, ma anche da prestazioni meno stuzzicanti in quanto a autonomia e tecnologia a bordo. Ma nessuna può meritare la stessa attenzione di Weilan ossia “Cieli azzurri imminenti” altrimenti nota ufficialmente come Nio.

(Gli interni dei sedili frontali)

Abbiamo avuto modo di provare per un giorno intero Nio Es8 ossia il gigantesco suv elettrico che si accompagna alla versione leggermente più economica, meno potente e più compatta (ma non troppo) chiamata Es6. Il modello Es9 è invece una supercar elettrica dalle altissime prestazioni, in grado per esempio di spazzare il record di categoria del Nürburgring.

La scheda tecnica di Nio Es8 conta su due propulsori elettrici identici, uno sul fronte e uno sul retro, da 240 kW con 321,8 cavalli e coppia di 420 Nm / 42,8 kgm per una trazione integrale. Le porte sono cinque, i posti a sedere possono diventare fino a sette e le dimensioni sono mastodontiche con 5022 mm di lunghezza, 1962 di larghezza e 1756 di altezza per un peso di 2460 kg. Nonostante la mole, la velocità massima arriva fino a 200 km/h essendo limitata elettronicamente e accelera da 0 a 100 km/h in appena 4,4 secondi.

(Il sistema di cambio batteria in tre minuti)

La batteria da 84 kWh è piazzata al centro del lato inferiore ed è facilmente accessibile. L’autonomia secondo lo standard Nedc è di 425 km. In realtà, il punto forte di Nio è il servizio di sostituzione in circa tre minuti della batteria presso uno dei tanti punti di assistenza NioPower disseminati nelle grandi città.

Si arriva, si parcheggia all’interno del simil container, appena il tempo di controllare mail e notifiche et voilà ecco che il sistema automatizzato gestito da un operatore va a sollevare la vettura, aprire il vano batteria, rimuovere la vecchia e piazzare la nuova al 100%. Attualmente il costo del servizio è di circa 12 euro al cambio. Ci sono inoltre servizi di emergenza con furgoni che assistono vetture rimaste improvvisamente scariche. Si può ricaricare a 32 A e 7 kW da 0 a 100% a casa in circa dieci ore nel plug nel lato destro oppure da 0 a 80% con la ricarica veloce a 250 A in circa 50 minuti sul lato sinistro; con 90 minuti si finisce il lavoro.

L’esperienza di guida in città è molto piacevole grazie alla silenziosità ad alte velocità e al suono tipo Ufo per farsi sentire dai pedoni. Lo sterzo è abbastanza morbido, ma non troppo, per un feeling sicuro, mentre impostando il recupero energetico in frenata su un livello medio-alto si può semplicemente giocare di acceleratore nel traffico anche non troppo denso, dato che l’auto decelererà piuttosto efficacemente da sola. Fuori città, su strade un po’ dissestate o anche soltanto su dossi, l’auto si dimostra fin troppo rigida e si viene sbalzati letteralmente sui sedili a ogni piccola buca.

Si riesce a stare in sette adulti senza problemi con il posto più comodo naturalmente quello passeggero frontale, mentre i tre sedili nell’ultima fila sono più bassi che stretti. Ottima la predisposizione per seggiolini, d’altra parte è pensata per famiglie (numerose).

L’interfaccia interna è giunta alla versione Nio Os 2.0 un sistema operativo intuitivo e ricco di funzionalità multimediali e di assistenza, naturalmente in cinese. Il fulcro è Nomi ossia l’assistente virtuale (anche lui solo in lingua locale) completamente personalizzabile (in occasione del test abbiamo cambiato il nome in Xiao Wan Zi, piccola palla di pelo) per qualsiasi richiesta comprese quelle relative alle ricerche online sfruttando il modulo cellulare integrato. Comprende davvero molto bene anche un linguaggio colloquiale e si può paragonare senza problemi ai vari Siri, Alexa o Google Assistant.

Il servizio di mappe visualizzato sull’abbondante schermo touch del pannello centrale è reattivo e funziona bene, ma molte volte siamo incappati in qualche zona non aggiornata. Ottima la funzione di parcheggio automatico così come Nio Pilot che assiste in ogni istante avvertendo di pericoli e agendo in modo tempestivo e automatico per esempio con la frenata automatica. Grazie alle videocamere piazzate sulla scocca, inoltre, viene creata una visuale dall’alto tridimensionale della vettura quando si lascia il parcheggio, molto comodo davvero.

Infine, Nio ha allestito tutta una serie di servizi di intrattenimento per i propri utenti con il concessionario (Nio House) che diventa biblioteca, scuola con diversi corsi, asilo e centro di aggregazione sociale, come vi abbiamo raccontato in occasione della prima visita presso il negozio centrale a Pechino.

Per il momento Nio non ha previsto commercializzazione al di fuori della Cina, di sicuro potrebbe essere un nome molto interessante da affiancare a Tesla, soprattutto ora che Dyson si è tirata fuori. Lato cinese, il pubblico chiede una compatta/utilitaria che potrebbe davvero fare la differenza con servizi e lunga autonomia. Difficile che avvenga, dato che uno dei punti forti di Nio è proprio l’esclusività che male si sposa con i grandi numeri.

I prezzi di Nio Es8 partono da 448000 rmb ossia circa 58000 euro con la batteria oppure 348000 (45000 euro) senza, con noleggio in abbonamento a 1280 rmb (165 euro) al mese. C’è poi l’edizione speciale Founders Edition con tutte le opzioni e gli extra a 100000 rmb (12000 euro) in più. In Cina Tesla Model X costa il doppio.

Wired:
cambio batteria istantaneo, lunga autonomia, dotazione tecnologica completissima, prestazioni da sportiva, parco servizi generoso.

Tired:
rigidità eccessiva su terreni accidentati, mappe a volte poco precise e limitazione al mercato cinese.

Voto: 8,5

 

 

 

 

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Wired Trends 2020 sul lavoro: come superare la retribuzione a tempo?

Wired Trends 2020 sul lavoro: come superare la retribuzione a tempo?

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(foto: Senia Ferrante)

Nel nostro paese solo il 22% dei giovani sa con precisione che cosa vuole fare nel proprio futuro professionale. Il 41% dichiara invece di avere un desiderio occupazionale, ma di non essere affatto sicuro di riuscire a realizzarla: una percentuale, purtroppo, molto più alta rispetto a quella degli altri Stati europei. Questa la fotografia d’apertura del quinto appuntamento con i Trends 2020, il palinsesto di otto appuntamenti organizzati da Wired Italia e da Ipsos in occasione dell’uscita del numero invernale del magazine cartaceo. Obiettivo generale dei Trends è raccontare le tendenze in corso e le prospettive per l’anno che sta per iniziare, e in particolare l’incontro di questa mattina al Milano Luiss Hub for makers and students ha avuto come tema centrale il mondo del lavoro.

“I dati sulle aspirazioni professionali raccontano il difficile rapporto odierno tra giovani e occupazione”, ha detto in apertura il Ceo di Ipsos Nicola Neri. “Ecco perché è fondamentale rimettere la carriera professionale al centro delle aspirazioni dei giovani, riconoscendola anche come elemento centrale di sogno, di crescita e di sviluppo personale dell’individuo, capace di dare alle persone un ruolo sociale.

Nella percezione comune, come confermano anche numerose ricerche, i Millennial sono spesso considerati pigri, mentre i Baby Boomer sono  definiti work-centric, molto dediti al proprio lavoro. “In realtà è il contrario”, ha chiarito Federico Galimberti, Chief Client Director di Ipsos, “quindi si tratta in realtà di un mito da sfatare: i più giovani sono più attivi, e in termini oggettivi questo è dimostrato dal fatto che hanno un numero maggiore di ore lavorate”.

Ma cosa determina oggi la soddisfazione di questi giovani lavoratori? “L’elemento principale è il benefit degli orari flessibili combinato alla possibilità di lavorare da casa, ha raccontato Galimberti, “poi in ordine decrescente la disponibilità una cucina o di un punto in cui bere e mangiare, la possibilità di viaggiare per affari e infine la presenza di programmi di formazione finanziati dall’azienda”. A questo si aggiunge, per la fascia 18-25, la presenza di una palestra, o addirittura la possibilità di fare pause da dedicare al gaming durante l’orario di lavoro. “Un ruolo importante è anche quello dello spazio di lavoro, ha concluso, “e abbiamo visto che la situazione preferita continua a essere l’avere un ufficio proprio, assai più soddisfacente dell’open space o della possibilità di lavorare da casa”.

L’ultima statistica presentata sul palco – il 40% dei lavoratori ritiene che la propria azienda non metta a disposizione abbastanza tempo per la formazione digitale – ha introdotto l’intervento di Cristina Cancer, Head of Talent Attraction and Academic Partnership presso The Adecco Group. “Il vero tema oggi non è la mancanza di posti di lavoro”, ha chiarito, “ma la scarsità di competenze. Tutti noi infatti dobbiamo continuamente migliorare e aggiornare le nostre competenze digitali”. Capire il valore della formazione è il primo passo anche per affrontare il tema dell’ingresso delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro: “l’individuo umano porta se stesso e le proprie competenze trasversali come valore aggiunto rispetto a tutto quello che già oggi può fare un algoritmo o una macchina”, ha detto.

Tra le tante riflessioni emerse, particolarmente interessante è un cambio di prospettiva: la tecnologia e il digitale non hanno un impatto solo sulle persone impiegate dalle aziende, ma anche le aziende stesse e tutto il processo di selezione dei talenti. “Il trend dell’utilizzo dei social network nel recruiting si sta affermando”, ha raccontato Cancer, “non solo per fare selezione pura, ma per indagare la sfera personale del candidato e capire se ci possa essere feeling con l’azienda”. Oggi sembra ancora mancare una consapevolezza forte di quanto ciò che si comunica di sé online possa raccontare di una persona, al di là del mini-curriculum che si pubblica su LinkedIn. “I social network sono un elemento strategico da sfruttare bene, ma occorre riflettere sul modo in cui le informazioni vengono percepite dall’esterno, dai recruiter anzitutto, distinguendo tra quelle che valorizzano gli aspetti della personalità e altre che di fatto diventano controproducenti”, ha chiosato.

In una visione a tutto tondo del mondo del lavoro presente e futuro non può mancare anche una profonda riflessione sul senso stesso del tempo e della routine quotidiana. “Nella vita non c’è solo il lavoro, e il rapporto tra occupazione e tempo libero sta cambiando, qualitativamente e quantitativamente”, ha spiegato Giovanni Mari, professore di Storia della filosofia all’università di Firenze. “Essendo aumentata la produttività, il tempo libero aumenta, peraltro con un una finalità intrinseca allo sviluppo stesso: se si produce poi bisogna avere l’opportunità di consumare quello che viene prodotto”.

Ma con una distinzione importante. “Se nel lavoro non c’è soddisfazione, il tempo libero viene vissuto come una compensazione del tempo di lavoro, ha aggiunto Mari. “Se invece nel lavoro c’è la realizzazione della persona, il tempo libero è qualcosa di coordinato con il tempo di lavoro, e addirittura anche nel tempo libero le persone vorranno continuare a realizzare la propria personalità scegliendo attività costruttive”. Un trend chiaro soprattutto se interpretato in senso negativo: chi è passivo al lavoro tende a essere passivo anche nel tempo libero, stando magari ore e ore davanti alla televisione.

Discussa sul palco, e presa in prestito proprio dall’ultimo libro di Mari Libertà nel lavoro-La sfida della rivoluzione digitale, è la definizione di lavoro come un atto linguistico performativo. “In un contesto in cui esiste un internet delle cose e un internet delle persone”, ha argomentato Mari, “tutti i lavoratori sono in rapporto costante con delle piattaforme attraverso cui ci si relaziona anche attivamente, e il lavoro è sostanzialmente composto di atti di comunicazione. E gli esempi sono numerosi, a partire dalla stampante 3d in cui tutto l’intervento umano consiste di un processo creativo e di comunicazione, lasciando alla macchina la realizzazione materiale. “Il vero tema del lavoro del futuro è la libertà, ha concluso Mari. “Nella catena di montaggio lo spazio di libertà era inesistente, mentre oggi è possibile pensare a forme di libertà nel lavoro, perché nel processo di innovazione sono continuamente necessari confronti, consultazioni e partecipazioni, che devono essere atti collaborativi e non di obbedienza”.

Un tema, quello del confronto con il modello fordista della catena di montaggio, ripreso anche da Cristina Pozzi, fondatrice e amministratrice delegata di Impactscool. A partire proprio da come si possa diventare protagonisti del processo di innovazione: “oggi purtroppo, al di là delle tante eccellenze, lo standard è quello della scuola nozionistica, con una lezione frontale di un docente che insegna e chiede di ripetere a memoria”, ha spiegato. Viceversa, gli strumenti più importanti (oltre alle conoscenze fondamentali) riguardano il diventare capaci di continuare ad aggiornarsi in un contesto professionale in cambiamento permanente. “Non si tratta solo delle competenze specifiche della matematica o di altre materie, ma soprattutto di una questione di mentalità, ha chiarito sul palco.

E in modo contro-intuitivo, come Pozzi ha raccontato, a volte in questo processo sono favoriti quei territori che hanno meno opportunità tecnologiche. “Quello che troviamo in termini di curiosità, passione e voglia di fare nelle zone più disagiate è così forte da dare energia ai giovani. Viceversa, dove l’innovazione è più presente la curiosità tende a non essere più un elemento centrale”, ha sintetizzato.

L’educazione fino a qualche tempo fa era essenzialmente collegata al sapere, ha esordito Fabrizio Sammarco, amministratore delegato di ItaliaCamp, “ma poi è arrivata l’idea che l’elemento distintivo non fosse più il sapere, bensì il saper fare, ossia la competenza. E oggi siamo di fronte a un ulteriore passaggio, in cui la competenza viene sopravanzata dalla capacità di apprendimento, dall’attitudine. “Dal saper fare siamo passati al saper essere, che vale indipendentemente dalla propria età anagrafica o dal percorso professionale”, ha chiosato.

Ma in che senso l’attitudine ha un impatto sul lavoro? “Attitudine di fatto significa audacia e propensione verso l’esplorazione, quell’atteggiamento che sappiamo essere il fattore abilitante delle economie emergenti.

Un cambio di paradigma che, da un punto di partenza apparentemente lontano, è stato ribadito anche nell’ultimo intervento della mattinata, affidato al presidente della Fondazione Adapt Francesco Seghezzi. “Forse è il momento si smettere di retribuire il tempo, ha proposto, “perché ormai sappiamo bene che in uno stesso arco temporale si può riuscire a produrre quantità molto diverse di valore. La sfida, dunque, non consiste solo nel superamento dello standard novecentesco delle ore lavorate, ma anche nell’inquadrare i concetti di produttività e di retribuzione sulla base di input e output immateriali.

“Non legare il luogo di lavoro con l’esecuzione della prestazione lavorativa è già un primo passo importante”, ha ribadito Seghezzi, “ma le forme di smart working di fatto non risolvono il problema perché quantificano comunque l’attività sulla base del tempo e non sulla base dei risultati”. Il nuovo quadro è comunque caratterizzato da una notevole complessità, perché in questo nuovo paradigma verrebbero trasformate anche alcune classiche strutture collegate al lavoro, come i sindacati che dovrebbero smettere di ragionare per categorie e quindi reinventare il loro ruolo.

Infine è stato toccato il tema dei cosiddetti working poor, le persone che pur lavorando non riescono a mantenersi. “Un tempo il lavoro coincideva con l’uscita dallo stato di povertà, mentre oggi sono sul campo in diversi Paesi delle proposte come il basic income da garantire a tutti i cittadini”, ha discusso Seghezzi. “Oltre ad aprire un tema di sostenibilità economica, c’è anche una questione di inclusione, perché il lavoro è anzitutto un’opportunità per definire la propria identità umana e sociale, più che una semplice fonte di reddito”. Insomma, l’ipotetico mantenuto da basic income avrebbe magari risolto i propri guai economici, ma non altrettanto certamente avrebbe raggiunto un buon grado di soddisfazione.

Sul palco dell’evento dedicato al lavoro, nel palinsesto creato da Wired insieme a Ipsos, si è parlato anche di diritto alla formazione costante, di future literacy e di robotica, arrivando a proporre anche idee su come la tecnologia che permea il lavoro porterà a ridefinire anche la struttura stessa della nostra società. Un tema, quest’ultimo, ben più generale, toccato già nei giorni scorsi con i primi quattro appuntamenti di Wired Trends, dedicati al retail, all’energia, alla trasformazione digitale e ai media. E che sarà affrontato anche negli ultimi tre, focalizzati su telecomunicazioni e 5Gsicurezza e assicurazioni.

Wired Trends 2020
In collaborazione con Ipsos

Official Partner: Adecco

Main Partner:
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Supporting Partner:
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