Il Tso è davvero la soluzione per chi viola la quarantena?

Il Tso è davvero la soluzione per chi viola la quarantena?

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(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

La storia in molti la conosceranno già. Un imprenditore veneto torna dalla Serbia malato di Covid-19, si dedica ai fatti propri per un paio di giorni (un bel miscuglio di sacro e profano stando alle indiscrezioni, tra visite a Medjugorje e incontri clandestini con una prostituta) e infine sviluppa i sintomi della malattia. La febbre a 38 non lo ferma, e fa in tempo a recarsi prima ad un affollato funerale e quindi a una festa di compleanno (anche qui, una settimana all’insegna delle antitesi) prima di cedere al malessere e recarsi al pronto soccorso. Visita, tampone positivo, e si parte in ambulanza per l’ospedale di Vicenza, dove i medici propongono immediatamente il ricovero. Il problema è che l’imprenditore non collabora: firma la dimissione volontaria, torna a casa e continua con la sua vita quasi come nulla fosse. Alla fine l’intervento del sindaco lo convince a collaborare, fornisce la lista dei contatti dei giorni precedenti e accetta il ricovero, che a questo punto ormai porta diretto in terapia intensiva. Troppo tardi, però. Troppo poco, visto che il numero di persone in isolamento cautelare legate al cluster vicentino raggiunge quota 117. Vedendo salire l’indice dei contagi (il fatidico Rt) Luca Zaia non ci sta, e in conferenza stampa, infuriato, propone di inasprire le regole e di utilizzare il tso per chi rifiuta il ricovero per Covid-19. A fargli eco, un paio di giorni dopo, è il ministro della Salute, Roberto Speranza, che annuncia di stare valutando l’ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori nei casi in cui “una persona debba curarsi e non lo fa”. Un’ipotesi sensata? Vediamo.

Cos’è il Tso?

Iniziamo dalle definizioni. Per Trattamento sanitario obbligatorio si intende un intervento coercitivo dell’autorità che impone a un cittadino di sottoporsi a una qualche procedura medica. Una possibilità normata dalla legge 833 del 1978 (la legge che istituisce il servizio sanitario nazionale) in cui viene chiarito quando e come è possibile aggirare l’articolo 32 della Costituzione, che sancisce invece il diritto a non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la proprio volontà, se non, appunto, per disposizione di legge. Il Tso, insomma, nasce per dare una cornice legale alle situazioni in cui ci si trova nella necessità di imporre una procedura medica a un cittadino che si dichiari contrario. Quali sono? La più nota e più ovvia riguarda la salute mentale: in un momento di crisi in cui la persona è pericolosa per sé e per gli altri e viene considerata non in possesso della capacità di intendere e di volere (altrimenti, ovviamente, il problema si risolverebbe con l’arresto) è possibile ricoverarla e somministrare farmaci anche se non fosse d’accordo. Questo su disposizione del sindaco e per un periodo di tempo limitato.

Non solo problemi psichiatrici

Anche se la malattia mentale è il caso più comune, non è l’unico stabilito dalla legge 833 del 1978. L’articolo 33 estende la possibilità di trattamento sanitario obbligatorio a tutti i casi espressamente previsti dalle leggi dello Stato. Capire quali siano non è facile, perché la risposta è nascosta in una montagna di codici, leggi uniche, circolari del ministero della Salute, regi decreti mai abrogati. La lista più completa che si trova sulla rete parla di malattie infettive, malattie veneree in fase contagiosa, vittime di infortunio sul lavoro e malattie professionali, infermità che danno diritto a inabilità pensionabile, obblighi vaccinali.

Si tratta di casi in cui è comprensibile l’obbligatorietà della cura: per evitare la trasmissione del patogeno (come nel caso delle malattie veneree, difficilmente contenibili se non curando il paziente), o perché il peggioramento dello stato di salute comporta un aumento di spesa per le casse dello stato (infortuni sul lavoro, invalidità, ecc…). Nel caso delle malattie infettive come Covid, la situazione è diversa: la malattia fa il suo corso nel giro di settimane o mesi, e la cura in questo senso non diminuisce il rischio di diffondere il virus. Per questo motivo, l’idea di utilizzare il Tso per il ricovero coatto dei pazienti Covid ha suscitato da subito diverse critiche.

Il Tso non serve

La legge del 1978 si applica a tutte le situazioni in cui una persona rigetta le cure, ma è pensata espressamente per le malattie mentali, in cui il ricovero e la somministrazione di farmaci aiutano ad evitare che il paziente possa fare del male a sé stesso o ad altri”, spiega a Wired Andrea Monti, professore incaricato di diritto dell’ordine e della sicurezza pubblica dell’università di Chieti-Pescara. “Nel caso di Covid, l’ospedalizzazione è riservata solamente ai casi che lo richiedono basandosi su presupposti clinici, e quindi non potrebbe che essere utilizzato per imporre l’isolamento domiciliare coatto indifferenziato. Una misura che però risulterebbe difficile da applicare, non potendo sorvegliare a casa propria un numero così elevato di persone, e che al momento potrebbe comunque essere effettuata basandosi sul testo unico delle leggi di pubblica sicurezza”. Continua Monti: “Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, una legge mai abrogata che risale ai tempi del fascismo, dà ai prefetti ampi poteri in materia di pubblica sicurezza e sanità pubblica, ma, come una sorta di segreto di Pulcinella, si preferisce non utilizzarlo per il cambio di sensibilità politica sopravvenuto negli scorsi decenni”.

Mettere un poliziotto alla porta di ogni positivo d’Italia, insomma, non sembra possibile. Né è pensabile ricoverare tutti i malati (è stato anzi uno dei grandi errori che hanno peggiorato la situazione nelle prime settimane di epidemia), o sottoporli all’obbligo di cure che non diminuiscono in alcun modo il rischio di ulteriori contagi. Al contempo, portare in mano a sindaci e governatori ulteriori poteri di limitazione delle libertà personali (pratica ormai sdoganata durante gli scorsi mesi di pandemia) espone a diversi pericoli. Sia rispetto all’uniformità nell’applicazione delle leggi sul territorio italiano, col rischio che a Roma i pazienti stiano a casa, mentre a Milano si decida di rinchiuderli sotto sorveglianza in un albergo sanitario. Sia per la possibilità che l’applicazione di norme probabilmente chiare solamente sulla carta porti a distorsioni e abusi nella loro applicazione. Errori (fatti magari in buona fede) che di fronte a una platea vasta come quella dei pazienti Covid crescerebbero in modo esponenziale, e farebbero inevitabilmente schizzare alle stelle i ricorsi all’autorità giudiziaria.

Cosa fare allora?

Nonostante le dichiarazioni del ministro della Salute Speranza (che ha tenuto a ricordare che gli italiani si stanno comportando bene di fronte a questa pandemia), è chiaro che esiste realmente un problema riguardo al controllo dell’isolamento fiduciario per i tanti pazienti positivi ancora presenti in tutta la penisola. “Con il decreto dello scorso 16 maggio l’inosservanza della quarantena da parte delle persone positive al virus è punita con l’arresto da 3 a 18 mesi, ma si tratta di una misura inefficace, poco più di uno spaventapasseri”, assicura Monti. “L’effetto deterrente della pena è illusorio, l’illecito non prevede la custodia cautelare, e con una pena massima di 18 mesi tra attenuanti, condizionale, sconti di pena e patteggiamenti, nessun trasgressore vedrà mai la galera a meno che non siano stati commessi anche altri reati più gravi”. E in ogni caso la pena non sarebbe immediatamente esecutiva se non si impone anche la carcerazione preventiva. Insomma, continua Monti: “Anche se lo fosse, come detto, ci sarebbero serie difficoltà applicative. Scontiamo le decisioni prese negli scorsi mesi nella risposta alla pandemia, cioè di aver privilegiato la componente sanitaria senza bilanciarla con quella relativa alla pubblica sicurezza. Fra le varie misure adottate in Cina le persone in quarantena venivano controllate attraverso sensori posti sulla porta di casa, che permettevano di verificare che uscissero di casa unicamente per prelevare il cibo consegnatogli. Forse, nel rispetto dei diritti individuali, l’utilizzo di simili sistemi di sorveglianza avrebbe potuto rivelarsi utile anche qui da noi”.

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5 motivi per cui non abbiamo bisogno di un reboot di Baywatch

5 motivi per cui non abbiamo bisogno di un reboot di Baywatch

In epoca di nostalgia spinta manca quasi solo un titolo all’appello dei numerosi revival e reboot che caratterizzano le produzioni seriali degli ultimi anni: Baywatch. Mai dire mai, però: perché i piani per riportare in tv l’iconico telefilm anni ’90, con protagonisti i bagnini delle spiagge losangeline, potrebbe essere più concreto di quanto s’immagini. In questi giorni David Chokachi, uno dei tanti prestanti attori che si sono alternati nel cast della serie (era Cody Madison dal 1995 al 1998), ha dichiarato al podcast The Production Meeting che l’idea è nell’aria: “Proprio prima del Covid, c’erano delle trattative per fare un reboot della serie. Volevano riprendere tre personaggi principali dell’originale e ho scoperto di essere proprio tra quelli”. Che cosa ne sarà dell’ipotesi, non si può ancora dire, eppure la domanda più pressante è un’altra: ne sentiamo davvero il bisogno?

1. Un cult è un cult

La mitica serie sui bagnini di Los Angeles è andata in onda dal 1989 al 1999 per nove stagioni, prima di trasferirsi per altre due alle Hawaii (vedi punto 4). Si è imposta in quel decennio grazie alle atmosfere sognanti e vacanziere, ma soprattutto grazie a un cast che, costruito attorno al carismatico protagonista Mitch Buchannon interpretato da David Hasselhoff, sfoggiava corpi statuari esposti al sole. A ciò si aggiungevano gli innumerevoli annegamenti sventati, ma anche esplosioni, moto d’acqua impazzite, serial killer, attacchi di squali e chi più ne ha più metta. Difficile pensare al successo di una serie del genere, che fondeva romance, mistero e crime in un unico grande calderone molto ironico e molto sfrontato, per non dire assurdo, senza pensare alle peculiarità della tv dei ’90. Oggi calibrare questi stessi ingredienti con la medesima sapienza risulterebbe complesso, così come snaturarne gli elementi principali potrebbe essere problematico, soprattutto se si vuole parlare a quel pubblico nostalgico di appassionati che aveva tanto apprezzato Baywatch in origine.

2. Il problema dei corpi

Di Baywatch si ricordano pochi snodi di trama, a dire il vero. Quello che si ricorda sono, soprattutto, gli attori protagonisti e le innumerevoli scene al rallenty: lo slow motion era un espediente utilizzato per risparmiare sul girato allungando il brodo, in sostanza, ma era anche un modo per sottolineare la carica bombastica degli interpreti, in particolare delle interpreti. Pamela Anderson, all’epoca già affermata regina di Playboy, riceveva la sua consacrazione grazie alle curve ben esibite, ma anche a una certa autoironia nel presentare il suo personaggio. Accanto a lei altre star bellissime: Erika Eleniack, Brande Roderick, Carmen Electra, Yasmine Bleeth, Gina Lee Nolin… e attori dai muscoli guizzanti come David Charvet, Michael Bergin e persino un giovanissimo e allora sconosciuto Jason Momoa. Oggi, ovviamente, la percezione del corpo, in particolare del corpo femminile, è vissuta con tutt’altra sensibilità e sarebbe decisamente problematico costruire uno show unicamente sull’assunto di fisici quasi irrealistici.

3. Il ritorno degli attori

La forza di Baywatch, appunto, risiedeva nel cast affascinante e variegato. Se l’intenzione dei produttori del revival è quella di agganciarsi all’originale richiamando alcuni interpreti della prima ora, la scelta non si prospetta molto facile. Semplificando moltissimo, Baywatch è due volti in particolare: quello di David Hasselhoff e di Pamela Anderson. Nel post-Baywatch Hasselhoff ha avuto una carriera piuttosto altalenante, finendo spesso alla ribalta della cronaca per i suoi momenti di ubriachezza: nonostante sia ancora una figura di culto, perfetta per sapidi cameo in film nostalgici, il suo personaggio pubblico piuttosto bollito renderebbe l’operazione forse problematica in partenza. Anderson, invece, ha piano piano preso le distanze dall’avventura nel telefilm: impegnata oggi nelle campagne animaliste (e in un ambiguo rapporto con Julian Assange), difficilmente potrebbe accettare un ritorno nei panni di una CJ ormai matura. Ma senza di loro, Baywatch avrebbe davvero senso?

4. Una lenta agonia

C’è da considerare, poi, l’effettivo appeal di un nuovo Baywatch in quanto tale. In effetti, noi lo ricordiamo come un successo straordinario, motivato anche dalle innumerevoli repliche fornite negli anni dalle reti italiani. In realtà, la serie ha una storia un po’ diversa: dopo il debutto nel 1989 sul canale americano Nbc, è stata cancellata dopo una sola stagione per via degli ascolti decisamente scarsi e ci sono voluti gli sforzi di molti, Hasselhoff in testa, affinché potesse continuare in syndication (cioè trasmessa in contemporanea su un network di reti locali). Per rimanere a galla in mezzo a un’agguerrita concorrenza sono state necessarie trovate sensazionalistiche e, quando i costi di produzione si sono fatti troppo alti, si è deciso di trasferire tutti alle Hawaii per due stagioni finali, per nulla riuscite. Un altro assurdo spin-off precedente, Baywatch Nights, che vedeva Buchannon alle prese con storie misteriose e fantascientifiche, durò solo il tempo di pochi episodi. Insomma, più che un vero blockbuster televisivo, Baywatch è stato un chiacchierato fenomeno di costume figlio del proprio tempo.

5. Un film pessimo

Nel maggio 2017 Baywatch era già risorto una prima volta in forma di film: a guidarlo una sicurezza al botteghino come Dwayne Johnson aka The Rock, affiancato da Zack Efron e Priyanka Chopra. Sempre nel podcast di cui sopra, Cokachi ha dichiarato che Cbs stava valutando un revival della serie, che però fu accantonato proprio per consentire la realizzazione della pellicola. La pellicola metteva in campo una rivisitazione degli episodi crime della serie, con Buchannon (Johnson) e Brady (Efron) coinvolti in una strampalata indagine per sventare i traffici di droga della ricca Victoria Leeds (Chopra), il tutto però condito da gag pecorecce, rallenty di corpi scolpiti e varie assurdità. La performance al botteghino è stata soddisfacente anche se leggermente inferiore alle aspettative, mentre le critiche sono state feroci, sottolineando soprattutto la mancanza di quell’ironia camp tanto caratteristica nel telefilm. Persino Pamela Anderson ha trovato il tempo per stroncare il film: “Non mi è piaciuto. Teniamoci la pessima tv in quanto tale: non è questo che rende Baywatch affascinante? Provare a portarla sul grande schermo è solo far confusione”.

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Abbiamo visto per voi 1986: The Act, il nuovo film NoVax di Andrew Wakefield

Abbiamo visto per voi 1986: The Act, il nuovo film NoVax di Andrew Wakefield

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(un fotogramma del trailer del film ‘1986:The Act’)

“Quando Big Pharma ha comprato il mondo”. È questo il sottotitolo, che sottintende una velatissima critica al mondo delle farmaceutiche, scelto per l’ultima opera cinematografica firmata da una delle grandi icone del movimento NoVax, Andrew Wakefield, autore di una frode proprio sul legame tra autismo e vaccini che è stato radiato per questo dall’albo dei medici inglesi. Disponibile da poche ore per la visione in streaming – al modico prezzo di 13 dollari ad accesso – il documentario prodotto dalla 7th chakra films raccoglie 124 (estenuanti) minuti di fitte argomentazioni sulla presunta insicurezza vaccinale.

Con un esplicito riferimento grafico alla distopia orwelliana del romanzo 1984, l’anno che dà il titolo al film è quello in cui il presidente statunitense Ronald Regan firmò il National Childhood Vaccine Injury Act (Ncvia), come parte di una più ampia riforma sanitaria. Scopo dichiarato di quel provvedimento era togliere alle case farmaceutiche produttrici di vaccini la responsabilità finanziaria per eventuali richieste di risarcimento economico per presunti danni da vaccino.

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Un provvedimento che viene rispolverato, a distanza di 34 anni, come prova documentale per sostenere la pericolosità delle iniezioni vaccinali e pretendere dunque la libertà delle vaccinazioni. Il che, come sempre, significa implicitamente libertà di dire di no. Non è un caso che in Italia il film sia stato distribuito in anteprima dall’associazione Corvelva, il Coordinamento regionale veneto per la libertà delle vaccinazioni, che ha accompagnato la presentazione del film sottolineando la medesima tesi, di netta opposizione rispetto all’obbligatorietà delle vaccinazioni. “La libertà di scelta in campo terapeutico dovrebbe essere uno dei pilastri base di una società evoluta”, si legge sul sito, “e si è realmente liberi solo se si ha la possibilità anche di dire no a qualsiasi trattamento sanitario”.

La trama superficiale del film (e qualche spoiler)

Prima ancora di entrare nel merito delle argomentazioni contro i vaccini, un breve commento sulla trama. È semplice: non c’è. In pratica i due protagonisti-narratori sono una coppia sposata statunitense sui quarant’anni, in cui la donna ha appena scoperto di essere incinta. I due iniziano quindi a interrogarsi sulla sicurezza vaccinale, con lui che all’inizio è certo di voler vaccinare la propria futura prole e lei che nutre qualche dubbio.

A questo punto, le due ore successive (che nel tempo della storia corrispondono ai nove mesi della gravidanza) consistono in una serie di brevi dialoghi di famiglia, tutti ambientati nella stessa casa, intervallati da un’infinita serie di interviste, spezzoni di programmi televisivi, dichiarazioni di politici, testimonianze, animazioni, letture di testi e altri video più o meno recenti. Il tutto arricchito con gli sguardi sospettosi e angosciati di lei (un esempio è la foto in cima a questo articolo), che si contrappongono a quelli del marito, dapprima sereno e poi – tra un bicchiere di vino rosso e l’altro – sempre più basito, preoccupato, schifato e corrucciato.

(un fotogramma del trailer del film '1986:The Act')
(un fotogramma del trailer del film ‘1986:The Act’)

Dal punto di vista della sceneggiatura, buona parte del docufilm consiste in inquadrature monotone della coppia che parla mentre cucina, mentre mangia o mentre chiacchiera a letto prima di addormentarsi. A cui fa da complemento una innumerevole quantità di scene in cui lei, da sola oppure insieme al marito, guarda video antivaccinisti al computer, fa telefonate in vivavoce a non meglio precisati testimoni e mostra (non si sa come) fotocopie di documenti spacciati per “file segreti”. Procedendo nella storia si scopre che la donna, all’inizio apparente neofita del mondo delle mamme informate, possiede in realtà una discreta biblioteca piena zeppa di qualunque pubblicazione NoVax sia mai andata in stampa, oltre a vari carteggi governativi degli ultimi settant’anni.

C’è anche un trionfo di ricerche online, che fanno dal fil rouge a una sorta di investigazione familiare, non troppo verosimile dato che questa coppia apparentemente non specializzata né in ambito scientifico né in affari amministrativi pare riuscire a svelare – tra la cucina e il divano – verità rimaste celate per decenni. E quando il marito tenta di protestare facendo qualcosa di diverso dal passare tutto il giorno a vedere video complottisti (vorrebbe guardare un po’ di tv), la moglie lo ferma brutalmente, arrivando in una scena poco dopo a brandire nell’aria un coltellaccio da cucina.

(un fotogramma del trailer del film ‘1986:The Act’)

Molti altri commenti potrebbero essere fatti sullo storytelling, ma in pratica la sensazione principale trasmessa dal film è la noia. Che deriva non solo dalla lunghezza sproporzionata rispetto alla complessità (nulla) della trama, ma anche dal sovraffollamento di informazioni, date, nomi di persona, argomentazioni, documenti da leggere a colpo d’occhio e testimonianze: il film al momento non è doppiato in italiano, e (per chi non riesce a seguirlo in inglese) la lettura dei sottotitoli rende l’esperienza ancora più surreale. Quale sarà il finale? La coppia deciderà di vaccinare il pargolo in arrivo, oppure si lascerà sopraffare dalla auto-imposta paura e scenderà in piazza a protestare contro l’obbligo vaccinale? Il marito rimarrà della sua idea iniziale, oppure completerà la propria catarsi in chiave NoVax?

La sottotrama e i sotterfugi

Naturalmente la coppia in dolce attesa è solo un espediente narrativo per (tentare di) dare una struttura al docufilm. In realtà il vero contenuto è più semplicemente l’aggregato di testimonianze e spezzoni a cui abbiamo già accennato. Contenuti che sono in larghissima maggioranza vecchi, in tutti i sensi: sono quasi tutte immagini già viste, eccezion fatta per due o tre interviste registrate di recente e presentate con un montaggio a pezzettini, e soprattutto sono per una buona metà immagini di repertorio, datate dagli anni Cinquanta in poi.

Il provvedimento Ncvia, per esempio, arriva solo verso la metà della pellicola, e tutto ciò che precede è storia statunitense degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Solo verso il finale ci si approssima al presente, quando il protagonista de facto del film smette di essere il vaccino antidifterite-tetano-pertosse (Dtp) e diventa la correlazione tra vaccini e autismo, immancabile marchio di fabbrica della Wakefield Production.

Il tutto arricchito con documenti da cui vengono estrapolate frasi e parole chiave strategiche, scene di bambini che hanno le convulsioni, testimonianze con la voce rotta dal pianto e alcune chicche complottiste: George W Bush e le Torri Gemelle, Hillary Clinton che se la ride con i dirigenti di Big Pharma, l’allusione alla pandemia di Covid-19 come l’ennesimo caso di epidemia scatenata volontariamente, la citazione della manina che cambia le leggi nottetempo e poi Bill Gates con le sue frasi sui vaccini. Degna di nota l’unica scena girata fuori casa: la coppia va al cinema a vedere… Vaxxed, l’altro docufilm targato Wakefield.

La scienza è non pervenuta

Anche se il focus del film è la sicurezza vaccinale, di fatto la componente scientifica è pressoché assente. Tutto, infatti, ruota intorno a decisioni politiche, a casi giudiziari noti e stranoti, a carteggi più o meno segreti, a testimonianze e presunte conversazioni. Nulla di veramente nuovo o inedito, se non nello sforzo di ricostruire un pattern tra eventi che appartengono a decenni differenti e riguardano persone, politici e aziende diverse. Il tutto naturalmente mescolato con molte allusioni e pochi approfondimenti, tanto che durante la visione viene spontaneo scartare tutti i dettagli e tenere solo il succo del discorso, ossia una martellante sequenza di argomentazioni contro Big Pharma e i vaccini.

Peraltro, come prevedibile, il docufilm è a senso unico: non c’è alcun contraddittorio, alcuna antitesi discussa, i testimoni sono accuratamente scelti tra i più noti attivisti antivaccini e tutte le singole argomentazioni puntano nella medesima direzione. Si tratta, insomma, assolutamente di un film a tesi prestabilita.

(un fotogramma del trailer del film ‘1986:The Act’)

Le uniche pseudo-argomentazioni scientifiche apportate sono quelle note e stranote. L’aumento nel numero di casi diagnosticati di autismo negli ultimi decenni, la sottostima del numero di vere reazioni avverse, la fantomatica spiegazione biologica del rapporto di causa-effetto tra iniezioni vaccinali e autismo. Senza peraltro mostrare studi scientifici o paper, ma solo grafici da scuola elementare, carteggi giudiziari, elucubrazioni sui difetti del sistema di segnalazione delle reazioni avverse e testimonianze orali di presunti danni da vaccino.

L’irrilevanza e gli estremi del film

Al netto di tutte le considerazioni fatte fin qui, ci sono un paio di caratteristiche del film che ne minano le fondamenta. La prima è che una grandissima parte della storia è, appunto, storia. Per quanto i fatti del Novecento possano essere un’allusione a quello che potrebbe continuare a succedere, la scarsissima presenza di riferimenti al nostro secolo fa apparire tutta la narrazione come una ricostruzione del passato più che qualcosa di rilevante per il presente. Per esempio, si mette in dubbio la correttezza di studi condotti sul vaccino Dtp mezzo secolo fa, senza però citare la miriade di altri studi più recenti sullo stesso argomento. E tutto ciò che si avvicina al presente riguarda vicende giudiziarie, in cui come noto la verità che esce dal tribunale non necessariamente ha a che fare con ciò che la comunità scientifica ha assodato. La scienza, come noto, non si fa con il martelletto di un giudice.

L’altro punto critico fondamentale è la territorialità. Ammesso e non concesso che la ricostruzione di Wakefield abbia qualche appiglio di verità, si tratta di una vicenda tutta statunitense, in cui la politica, le agenzie regolatorie e gli intrecci giudiziari riguardano esclusivamente il Nord America. Cosa ha a che fare tutto questo con l’Europa e l’Italia? Dovremmo ammettere che, se qualcosa di scorretto fosse stato fatto Oltreoceano, lo stesso dovrebbe essere accaduto anche nel Vecchio Continente? Peraltro il film sottolinea come ci siano differenze importanti tra Paese e Paese, dunque non è chiaro che cosa il pubblico italiano dovrebbe dedurre dalla visione di 1986: The Act.

Barbara Loe Fisher è presente nel film sia con immagini di repertorio sia con interviste recenti (un fotogramma del trailer del film ‘1986:The Act’)

Le uniche parti salienti del film, per chi volesse vederlo in poco tempo, sono i primi e gli ultimi 3 minuti. I primi perché mostrano l’andazzo del resto del documentario, che non riserva grandi sorprese strutturali, gli ultimi perché viene mostrato l’unico studio scientifico recente a tema vaccini di tutto il film. Si tratta di un paper nuovissimo pubblicato il 27 maggio e che metterebbe a confronto una popolazione di bambini vaccinati nel primo anno di vita con una di bambini vaccinati più tardi, mostrando che questi ultimi sono “più sani”. Tuttavia, la pubblicazione è uscita su Sage Open, una rivista open access con peer review ma con impact factor nettamente inferiore a 1 (l’ultima rilevazione è 0,68), e soprattutto è a opera del bioingegnere Brian Hooker e dello psicologo e sedicente giornalista scientifico Neil Miller, rispettivamente celebre volto del mondo NoVax (il cui articolo più citato è stato ritrattato) e autore di libri bestseller sui danni da vaccino.

Un adeguato completamento per il resto del cast del film, che raduna avvocati che assistono famiglie “con figli danneggiati da vaccino”, genitori di bambini autistici, leader di movimenti NoVax di piazza, vittime di danni da vaccino”, fondatori di associazioni note per propagare disinformazione sui vaccini e molte più persone del mondo della giurisprudenza rispetto a quello della scienza.

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Il cosmo visto da Hubble

Il cosmo visto da Hubble

Ha colto galassie al limite dello spazio visibile. Ha immortalato stelle in via di formazione. Ha gettato lo sguardo dentro ai buchi neri, consentendo ipotesi sempre più fondate sulla loro natura. Tra gli osservatori spaziali, Hubble è sicuramente il più fedele alleato degli astronomi e degli astrofisici. E il più longevo, con i suoi 30 anni di attività

Ecco, in un video firmato Nasa, alcune delle sue scoperte e delle sue immagini più belle, che mettono in luce i suoi superpoteri.

(Credit video: Nasa’s Goddard Space Flight Center)

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La bici elettrica pieghevole con 100 km di autonomia

La bici elettrica pieghevole con 100 km di autonomia

Il bonus mobilità stabilito dal governo con contributi fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita (e per gli altri mezzi per la micromobilità elettrica), pur se esaurito in pochi giorni, ha incentivato la vendite e la ripresa di un mercato che, su scala globale, continua a offrire prodotti degni di interesse per i diversi profili di ciclisti. Chi desidera spostarsi in città su due ruote, per esempio, ha una novità che arriva dalla Cina ed è firmata Fiido, brand con sede a Shenzhen già noto agli appassionati per ebike leggere e dure a morire.

L’ultima nata è la Fiido D11, realizzata in lega di alluminio e dotata di motore da 250 W per raggiungere i 25 km/h tramite il supporto elettrico. I punti forti, però, sono proprio peso e batteria (inserita nel reggisella), perché la bici si ferma a 12,9 chilogrammi (senza batteria, che si ricarica da 0 a 100 in circa 7 ore) e conta su un modulo da 410 Wh, che assicura un’autonomia attorno ai 100 chilometri, a patto di pedalare in modalità Eco, una delle tre disponibili. In aggiunta, l’ebike integra un cambio Shimano a 7 rapporti, ruote da 20 pollici con freni a disco e luci a led per il riconoscimento su strada. 

Lanciata nella colorazione Sky Blue, Fiido D11 si può prenotare qui al prezzo di 800 euro (i primi 500 sostenitori della campagna se la sono assicurata per 700 euro) con spedizioni in partenza già ad agosto. Se poi 100 km non vi bastano, c’è pure la bici elettrica che ne garantisce il doppio con una singola carica, che però è un po’ più elitaria.   

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Lamborghini Sian Roadster: l’ibrido da due milioni e mezzo di euro

Lamborghini Sian Roadster: l’ibrido da due milioni e mezzo di euro

Lamborghini Sian Roadster è un sogno da oltre due milioni e mezzo di euro che solo 19 collezionisti in tutto il mondo potranno raccontare. La versione roadster, in edizione limitata, della visionaria supersportiva V12 è attualmente in fase di produzione. Ma ciò che farà parlare di lei nelle prossime settimane non saranno solo le sue performance, ma come gli ingegneri Lamborghini sono stati in grado di ottenerle.

Il superconduttore: tecnologia ibrida rivoluzionaria

Il nome Sian (con l’accento sulla “a”), che in dialetto bolognese significa lampo, sottolinea quanto l’elettrificazione della Sian Roadster rappresenti un importante tassello della futura strategia ibrida. Il principio su cui si basa il progetto di questa supercar è stato l’adozione di un sistema ibrido capace di offrire la soluzione più potente al peso più contenuto. Ogni peso superfluo sulla Sian Roadster, infatti, è stato tolto o limato.

Ecco perché al potente motore V12 è stato abbinato un motore elettrico da 48 V. Incorporato sul cambio è capace di sviluppare 34 cavalli. Ad alimentarlo, un supercondensatore capace di immagazzinare una quantità di energia dieci volte superiore rispetto a quella di una batteria agli ioni di litio. Il sistema elettrico composto da supercondensatore e motore elettrico pesa appena 34 kg. Un rapporto peso-potenza di 1,0 kg/cv che ha soddisfatto il dictat dei progettisti.

Il supercondensatore, inoltre, è in grado di caricarsi e scaricarsi con la medesima potenza. Il sistema di accumulo della Sián quindi si carica completamente ogni volta che la vettura frena. In questo modo, l’energia immagazzinata costituisce un aumento di potenza subito disponibile. Così il fortunato conducente può sfruttare istantaneamente l’aumento di coppia in accelerazione, fino a 130 km/h. Raggiunta questa velocità, il motore elettrico si disconnette in automatico.

La tecnologia ibrida di Lamborghini Sian Roadster non è un esercizio di vanità fine a se stesso. Migliora la fluidità di manovra. Rende la vettura il 10 per cento più veloce di un’auto che non monta questo sistema. Permettere di ottenere un’accelerazione istantanea a marce basse, con una forza di trazione migliorata, grazie alla combinazione del motore V12 con il sistema ibrido.

Le prestazioni

E ora, un po’ di dati sulle capacità oniriche della roadster. Questa avanzata tecnologia si affianca come già detto al motore V12. Un gioiello della meccanica che include valvole di aspirazione in titanio. Per Lamborghini Sian Roadster, il motore è stato potenziato fino a 785 cavalli (577 kW) a 8500 giri/min. Grazie anche ai 34 del sistema ibrido, Sian Roadster è quindi in grado di sprigionare 819 cavalli (602 kW) e di volare oltre i 350 km/h. Ovviamente lo stacco da 0 a 100 km/h è da brivido con i suoi 2,9 secondi.

Anche il comfort di guida è stato migliorato. Il momento in cui si percepiscono le decelerazione e il vuoto di coppia durante un cambio di marcia, tipici di un motore a combustione, è stato eliminato dall’aumento di coppia fornito dal motore elettrico del sistema ibrido. In questo modo, il conducente sente solo la spinta dell’accelerazione, senza alcun fastidioso movimento a strappo.

Senza rinnegare la vecchia scuola, non dimentichiamo che velocità e tenuta di strada sono merito anche dell’efficienza aerodinamica ottimizzata. Le alette di raffreddamento attive posteriori, ad esempio, sfruttano una tecnologia unica, brevettata da Lamborghini. La loro attivazione è innescata dalla reazione di una serie di materiali sensibili alla temperatura generata dal sistema di scarico. Ciò determina la rotazione delle alette e offre in ugual misura una soluzione di raffreddamento elegante, e soprattutto leggera.

Nelle immagini della gallery, Sian Roadster fa il suo debutto nel colore Blu Uranus. Questo colore è stato selezionato dal centro stile Lamborghini, che insieme al reparto Ad Personam lavora al fianco di ogni acquirente per personalizzare colori e interni dell’auto. Fin nei minimi dettagli.

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Ernest Cline annuncia il seguito di Ready Player One

Ernest Cline annuncia il seguito di Ready Player One
ready player one

È risaputo, i migliori videogiochi prevedono un giocatore uno e anche un giocatore due. Lo sa bene anche Ernest Cline, autore ormai culto che ha raggiunto la popolarità con Ready Player One, romanzo fantascientifico e distopico uscito nel 2011 che si è subito imposto come una complessa e avvincente rielaborazione di molti riferimenti a videogame e film di genere entrati nella storia a partire dagli anni Ottanta. Il libro, che nel 2018 è diventato un blockbuster diretto da Steven Spielberg, è ora destinato ad avere un seguito: in queste ore è stato annunciato infatti che Ready Player Two, il sequel ufficiale di quella storia, sarà pubblicato negli Stati Uniti il prossimo novembre da Ballantine Books.

Il romanzo, almeno nella sua versione americana, è in pre-ordine già a partire dall’8 luglio, ma presto saranno annunciate le traduzioni internazionali che sono destinate a coprire 58 paesi e ben 37 lingue. Non si sa molto ancora della trama di questo nuovo lavoro ma è molto probabile che proseguirà dove il primo capitolo si era fermato: Ready Player One seguiva infatti le vicende del protagonista Wade Watts che, per sfuggire a un mondo ridotto a un’unica grande favela, si rifugiava in un gioco in realtà virtuale chiamato Oasis; proprio in questa dimensione partecipa a una caccia al tesoro con l’obiettivo di rintracciare l’Easter egg, l’oggetto nascosto che gli permetterà di ereditare la fortuna di James Donovan Halliday, il misterioso creatore del gioco stesso.

Il romanzo è un compendio avvincente e anche molto divertente di cultura geek, con rimandi appunto a giochi come Dungeons & Dragons, Space Invaders, Street Fighters, Starcraft, Sonic e ancora titoli cinematografici come Star Wars, Alien, He-Man, Dune, I Goonies e molto altro ancora. Cline sta lavorando a questo secondo libro già da un paio d’anni, sottolineando come la sua volontà sia quella di confezionare una vera e propria continuazione della sua opera di debutto piuttosto che un sequel ideale al film di Spielberg.

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La proposta della Regione Veneto per la riapertura delle scuole

La proposta della Regione Veneto per la riapertura delle scuole

(foto: Stefano Guidi/Getty Images)

L’apertura delle scuole a partire da settembre seguirà le indicazione contenute nel Piano scuola, stilato dal ministero dell’Istruzione su indicazione del comitato tecnico-scientifico. Distanziamento sociale, obbligo della mascherina per gli studenti dai sei anni in su e lezioni in classe organizzate per turni sono alcune delle misure presentate nel documento. Come riportato dal Sole24Ore, la regione Veneto ha voluto, però, ampliare queste linee guida lavorando un proprio manuale operativo a cui i dirigenti didattici della regione potranno decidere di attenersi in vista della ripresa delle attività scolastiche. Presentato l’8 luglio dall’assessora regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, e dalla direttrice dell’Ufficio scolastico locale, Carmela Palumbo, si divide in tre parti, ciascuna delle quali affronta un problema di gestione diverso: spazi scolastici, attività didattica e ruolo e compiti del personale.

Cosa c’è scritto nel documento

Ampio spazio del manuale è dedicato al mantenimento del distanziamento sociale. Viene presentata una funzione matematica, corredata da un abaco, che permette di calcolare la capienza delle varie aule e, quindi, di ripensare l’organizzazione dell’arredo scolastico o la fruizione dello stesso spazio con l’obiettivo di tenere la distanza di sicurezza tra un individuo e l’altro. Per esempio: i banchi non dovranno essere a meno di 60 centimetri l’uno dall’altro (l’ideale sarebbe 80) e tra le file deve essere uno spazio di almeno un metro. Poi sono previsti anche moduli orari da 40 minuti, ingressi differenziati e percorsi da seguire per accedere all’istituto (file a senso unico come nelle stazioni) affinché vengano evitati assembramenti. Tra gli altri consigli per mantenere un ambiente igienicamente sano ci sono quelli di procedere a una pulizia frequente degli spazi e di mantenere le finestre aperte anche di inverno così da garantire un frequente ricambio d’aria.

Un altro punto fondamentale è la modifica dei piani didattici vista l’impossibilità di tenere gli alunni tutti insieme nelle stesse aule. Sarà quindi necessario avere docenti in più e anche introdurre nuove attività che arricchiscano il curriculum degli studenti e che consentano una divisione più agevole per gruppi di studio. Tra le proposte c’è la lettura dei quotidiani, l’impresa simulata (un progetto in cui gli alunni cercano di gestire una vera e propria azienda virtuale, introdotto con l’alternanza scuola-lavoro) o la filosofia.

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Anche Samsung vuole eliminare il caricabatterie dalla confezione

Anche Samsung vuole eliminare il caricabatterie dalla confezione

samsung caricabatterie
(Foto: Samsung)

Anche Samsung potrebbe eliminare il caricabatterie dalla dotazione nella confezione d’acquisto dei futuri smartphone, soprattutto i top di gamma. Apple potrebbe essere la prima società a introdurre questa politica che sta già facendo molto discutere e il brand rivale seguirebbe a ruota con la medesima motivazione: ridurre i costi.

A riportare questa non così piacevole possibilità ci ha pensato il blog Sammobile specializzato in indiscrezioni sui dispositivi del colosso coreano. Sembra che a generare l’idea sia stato soprattutto l’aumento dei costi di determinati componenti come il chip Snapdragon 875 che andrà a muovere i top di gamma imminenti. Samsung potrebbe eliminare il caricabatterie a partire dall’anno prossimo, il 2021.

Secondo la voce di corridoio, non sarebbe una grande perdita per gli utenti dato che è più che verosimile che in casa abbiano già un caricabatterie compatibile, dunque sarebbe anche una mossa green per risparmiare su produzione e distribuzione di accessori già in possesso del cliente.

Il ragionamento ha una certa base condivisibile, ma è altrettanto vero che i caricabatterie con cavo usb type-c che ormai sono diventati standard non è così scontato si trovino in casa, soprattutto se si passa da un apparecchio di qualche anno fa ancora dotato di ingresso micro-usb.

Inoltre, utilizzare un caricabatterie di altra marca oppure peggio ancora di scarsa qualità potrebbe a lungo andare rendere meno efficace la batteria. Senza contare il non sfruttare la ricarica veloce del quale ogni top di gamma è ormai dotato (qui i più rapidi).

Insomma, di certo non è una buona notizia per gli acquirenti che dovranno verosimilmente mettere in conto una spesa extra e, comunque, l’acquisto di un prodotto esterno, a tutto danno delle originarie motivazioni green. Di più: l’analista Jeff Pu interpellato da MacRumors avverte che iPhone 12 potrebbe a sorpresa costare fino a 50 dollari (45 euro circa) in più rispetto a iPhone 11 nonostante la promessa di un calo di costo eliminando in scatola caricatore e cuffiette. Oltre al danno, la beffa.

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Cosa vi aspetta oggi al Wired Next Fest sull’open innovation

Cosa vi aspetta oggi al Wired Next Fest sull’open innovation

Dopo la due giorni di Health e l’appuntamento dedicato alla sostenibilità, il Wired Next Fest 2020 continua oggi giovedì 9 luglio con un ricco palinsesto tutto centrato sul tema dell’open innovation. Il più grande evento italiano gratuito dedicato all’innovazione prosegue per guardare oltre l’emergenza Covid-19, con esperti e opinion leader che si confronteranno per raccontare come il business, la scienza, la cultura, la tecnologia, la ricerca e l’imprenditoria possano favorire la ripartenza e uno sviluppo più aperto nel Paese. L’innovazione open e condivisa, unita alle opportunità abilitate dalla trasformazione digitale, è una delle priorità per rispondere ai cambiamenti sociali, economici e culturali in atto.

Qui tutto il programma di oggi

Anche in questa occasione l’evento è totalmente digitale, e lo potrete seguire in streaming online direttamente qui sopra in questa pagina dalle 13:30, oppure sul sito dell’evento (dove potete fare domande e rispondere a sondaggi), o ancora sui nostri profili FacebookInstagram e YouTube. La diretta non-stop continuerà fino alle 19:00 circa, e per tutto il pomeriggio si alterneranno sul palco virtuale economisti, attivisti, imprenditori, gamer, scrittori e artisti – italiani e internazionali – che si confronteranno e condivideranno esperienze, strumenti e soluzioni.

A inaugurare la giornata è il premio Nobel per l’economia Muhammad Yunus, che racconterà se e come sia possibile uscire dalla pandemia ripensando i fondamenti stessi del capitalismo, rendendolo migliore e più responsabile. Un tema, quello dell’economia che vorremmo, affrontato pure da Elsa Fornero, che si concentrerà nel suo talk sul diffuso analfabetismo economico, sul legame tra welfare e consenso politico e sulla necessità di un cambio di prospettiva che getti lo sguardo più lontano nel tempo.

Al Wired Next Fest di questo pomeriggio partecipa anche Henry Chesbrough. Riconosciuto come il padre dell’open innovation, si concentrerà sul paradosso secondo cui l’innovazione tecnologica non genera crescita economica, che può verificarsi proprio per la mancanza di un approccio aperto.

Tra gli ospiti più attesi c’è la campaign director di Fight For the Future Evan Greer. Attivista e musicista punk transgender statunitense, ripercorrerà i movimenti di protesta che nelle ultime settimane hanno investito gli Stati Uniti. Un contesto in cui le tecnologie digitali, oltre che facilitatrici del cambiamento, possono diventare strumenti di repressione e censura di movimenti democratici.

Grande spazio anche al mondo dei videogiochi e degli esport. Si parte con i seguitissimi Giorgio Calandrelli (Pow3r) e Sara Stefanizzi (Kurolily), gamer e streamer che racconteranno il loro vivere giocando, tra possibilità d’impiego e di impresa e nuove forme espressive della contemporaneità. E poi l’industria del gaming, con il suo peso crescente e la capacità di attrarre grandi investimenti, che verrà sviscerata con Riccardo Zacconi, co-fondatore e presidente di King.com, in una bella storia d’innovazione che parte dall’Italia.

A proposito di media, con il co-fondatore e Ceo di Will Italia Alessandro Tommasi e la giornalista televisiva e corrispondente di Al Jazeera English Barbara Serra si parlerà di esigenze d’informazione vecchie e emergenti. Tra piattaforme in forte crescita e nuove dinamiche dei social, ci si addentrerà nel panorama dell’informazione digitale. Passando poi al mondo degli influencer-romanzieri che scalano le classifiche e macinano numeri sugli scaffali, a partire dallo scrittore e direttore creativo di Asap Studio Paolo Stella. Un piccolo viaggio tra icone digitali, storytelling e bestseller.

Make China great again è invece il titolo scelto per il confronto tra Mario Boselli, presidente della Fondazione Italia Cina, e Giada Messetti, sinologa, autrice televisiva e scrittrice. Si parlerà dell’innovazione come motore dello sviluppo strategico della Cina, e soprattutto della profonda trasformazione tecnologica di tutto il Paese che lo porta ora a essere concorrente e principale alternativa al primato statunitense.

L’open innovation e i suoi risvolti etici e in termini di sostenibilità saranno affrontati con il docente della Liuc Massimo Folador e con Francesca Gaudino di Baker McKenzie Italia. Il valore condiviso dell’innovazione, nei rapporti con il cittadino ma anche in scenari business-to-business, si intreccia con mezzi hi-tech come la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale, che hanno a che fare pure con il vivere esperienze, la raccolta dei dati e la protezione di quelli sensibili.

Ma c’è molto altro: dalle frontiere dell’open banking al fintech, dal modo in cui il digitale sta aggiornando il mondo dell’arte si arriverà fino ai nuovi sistemi di credito e a tutto l’ecosistema startup che beneficia del paradigma open.

wired next fest 2020

Il Wired Next Fest 2020 proseguirà lungo tutta l’estate e oltre (quest’anno è un festival on-line e on-site lungo da giugno a settembre) con gli appuntamenti del 23 luglio e del 17 e 30 settembre. Infine, si concluderà con le date del 10 e 11 ottobre a Milano, questa volta per un grande evento aperto a tutti a Milano.

Realizzato in collaborazione con Audi, il Wired Next Fest è reso possibile anche grazie al supporto dei seguenti partner.

Mobile Partner:
Huawei

Main Partner:
E-DistribuzioneMastercardNexiUniCreditVodafone

Partner Istituzionale:
Regione Puglia – Puglia Sviluppo

Educational Partner:
Istituto Marangoni Firenze

Event supporter:
ArexpoLeonardoPasqua Vini

Production:
Piano B

Content partner:
Fondazione Airc

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