Il Web Summit raccontato da una startupper al settimo mese di gravidanza

Il Web Summit raccontato da una startupper al settimo mese di gravidanza

testo di Martina Galleri, co-founder di Quibee

Si è da poco concluso il Web Summit 2016 a Lisbona e mi preparo, insieme a tutto il team di Quibee, a tornare a casa, piena dell’entusiasmo e dell’ottimismo che una fiera sull’innovazione e sulle tecnologie come questa può lasciare. La versione portoghese, si è presentata ancora più ricca di quella precedente forte di un maggior numero di visitatori, startup e centinaia di conferenze.

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Il fascino del Web Summit è fatto dall’atmosfera giovane e vitale, dagli incontri con chi, come te, vive di pane e tecnologia, dallo sharing di idee e possibili incontri con persone che potrebbero cambiare la tua vita professionale dall’oggi al domani (ma anche da alcuni errori di gioventù come ad esempio il wifi a singhiozzo che per noi nerd è peggio dell’influenza, la rapidità con cui appaiono e scompaiono le startup all’interno dei vari booth ma, soprattutto, l’enorme ressa di persone).

In pochi giorni, abbiamo incontrato investitori, ottenuto contatti con aziende e stretto la mano a possibili partner. Il tutto intervallato da eventi e conferenze sul mondo digitale a 360°.
Niente male per soli quattro giorni di “fiera”.
Quest’anno, per la prima volta il nostro team si è presentato ad un evento importante al completo… quattro persone…e mezzo.
Si perché quest’anno per Lisbona non sono partita da sola, ma in compagnia di un piccolo mezzo startupper che nascerà a febbraio.

In molti mi hanno chiesto se non fosse troppo faticoso per una ragazza al settimo mese di gravidanza destreggiarsi quattro interi giorni tra pitch, code infinite per il bagno (elemento da non sottovalutare quando sei in dolce attesa) e lunghe giornate in fiera di networking.
Il Web Summit ha accolto quest’anno circa 50mila visitatori e circa 300 startup si sono presentate al mondo in cerca di investitori o nuovi clienti. Un’occasione troppo importante da lasciar perdere, soprattutto dopo essere stati invitati e selezionati con Quibee come una delle 200 migliori startup mondiali.

Ma la fatica e la stanchezza non si sentono troppo quando realizzi che nella vita stai facendo quello che ti sei prefissata da sempre, nonostante le difficoltà che i giovani come noi possono trovare, soprattutto in Italia, quando ci si appresta a fondare un’azienda o un qualcosa di proprio. E il Web Summit, sotto questo punto di vista, è una garanzia: se hai voglia di fare e un progetto preciso in testa non hai scuse. Le porte li si aprono davvero.

In aeroporto, mentre aspettiamo stanchi l’aereo che ci riporta a casa, rifletto su questo e sulla mia particolare situazione:  la mia gravidanza può essere una perfetta metafora di quello che sono le fasi e i processi che portano un’idea a trasformarsi in qualcosa di concreto. Dal momento in cui il pensiero viene concepito, il progetto comincia a poco a poco a prendere forma. Una prima fase di incubazione permette di definire se la nostra idea ha potenzialità per vivere fuori dal nostro grembo e farsi spazio nel mondo dei “grandi”.

Occorre il tempo necessario, esattamente come nella gestazione di una donna, per sviluppare le basi e permettere al nostro piccolo di essere forte e farcela da solo: un business plan studiato ad hoc, un flow time sensato, la prototipazione del progetto. Il tutto per arrivare finalmente al parto della tanto sognata “beta” e, perché no, del suo lancio nella società, magari a una fiera importante come quella di Lisbona.

Da lì in poi in realtà comincia il lavoro duro, ma questa è tutta un’altra storia. Oggi dall’esperienza Web Summit torno a casa con una buona rete di contatti, con la voglia di lanciare Quibee verso l’alto e la consapevolezza che, la voglia di fare, un team giusto di lavoro e le buone occasioni come queste posso aprire qualunque portone.

Dall’esperienza della gravidanza in fiera invece, porto a casa il valore dell’attesa, della responsabilità e della scelta. Valori che, in questo mondo pieno dì opportunità, mi hanno permesso di lasciare l’ordinario e il sicuro per qualcosa di incerto ma sicuramente più soddisfacente.
La possibilità di una scelta che spero di poter insegnare e trasmettere a questo piccolo, forse, mezzo startupper che verrà al mondo.

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20 anni di ICQ, la chat che esisteva prima delle altre chat

20 anni di ICQ, la chat che esisteva prima delle altre chat

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Foto Icq

Ai nostalgici non è difficile far spuntare quell’aria sorniona alla “io c’ero”, ma ci sono due cose che sortiscono l’effetto immediato: la prima è “Modem 56k”, e la seconda è “Icq”. Entrambi con un suono che ancora rimbomba in testa, con una differenza: il secondo, Icq, ovvero il celebre servizio di messaggistica, esiste ancora e compie vent’anni. La chat che esisteva prima che esistessero tutte le chat che chiunque si porta appresso, quelle più chiacchierate, quelle meno, quelle criptate, quelle no, festeggia i due decenni come niente fosse, anche se di cose ne sono cambiate.

Un lungo post su Medium racconta nel dettaglio tutti i passaggi della tecnologia in questione e come sia cambiata nel corso dei quattro lustri. La prima versione, rilasciata da quattro studenti delle scuole superiori (sì, superiori), proveniente da Israele, il 15 novembre del 1996 (sì: 1996), consentiva di mandare esclusivamente messaggi di testo. Un anno più tardi arrivarono le applicazioni client per Windows 3.1x, 95, NT, e Macintosh. Gli utenti totali “hanno superato 5 milioni di persone, con un pubblico quotidiano di 1,3 milioni di persone. Più di 300mila potevano essere online contemporaneamente“, ricorda l’autore del post, Dimitri O. Photo. Numeri che faranno anche il solletico adesso, ma erano considerevoli se si conta il pubblico e soprattutto le infrastrutture di allora.

Un anno dopo ancora, nel 1998, gli sviluppatori di ICQ si sono fatti venire i capelli dritti, cercando di stare al passo con la richiesta degli utenti, un milione in più ogni tre settimane. A metà di quell’anno, AOL (America Online) Corporation ha acquisito Mirabilis per 407milioni di dollari. Nel 2010 è passata invece al gruppo russo Mail.Ru.

Sono ormai lontani i tempi in cui a ogni utente veniva assegnato un numero (prima di sei cifre, poi di più) e si poteva scrivere a chiunque di cui si disponesse quel codice identificativo, e le icone degli status erano essenziali (i fiorellini), e il servizio emetteva quel suono che poi è passato alla storia nella sua traduzione letterale “uh-oh!”. Passati i tempi in cui non c’era la crittografia (che, comunque, arrivò già alla quarta versione del servizio) e ogni nuova funzione era una scoperta, per (quasi) tutti.

Ora ICQ è un servizio di messaggistica con i messaggi vocali, gli adesivi, la sincronizzazione dei messaggi su diversi dispositivi: tutte cose che tengono viva la sua fan base, ma stanno a guardare i giganti crescere. Eppure, arrivarci a vent’anni così.

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Il ritorno di Skyrim e la cultura pop: cinque anni di frecce nel ginocchio

Il ritorno di Skyrim e la cultura pop: cinque anni di frecce nel ginocchio

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Che i videogiochi siano ormai un medium maturo non lo scopriamo certo oggi, ma invito chi fosse in cerca di ulteriori conferme a considerare un fatto: siamo ormai da un po’ di tempo entrati in quella fase in cui possiamo iniziare a valutare l’impatto che un determinato videogioco ha avuto sulla società e su quel grande universo che è la cultura pop. I videogiochi hanno creato nuove suggestioni visive, un nuovo gergo, nuove nicchie di mercato influenzato un sacco di persone e per quanto non sia uno dei più anziani, The Elder Scrolls: Skyrim ha rappresentato uno dei titoli più influenti negli ultimi anni nel calderone della cultura nerd/geek.

L’occasione per fare il punto sul suo piccolo ma importante retaggio viene ovviamente dal fatto che il gioco sta tornando in un’edizione remaster che ripropone tutti i contenuti originali con una grafica migliorata e che rende il suo mondo ancora più bello da vedere, soprattutto sulle console dell’attuale generazione.

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Per chi proprio fosse totalmente a digiuno del gioco, Skyrim è un gioco di ruolo in prima e terza persona ambientato in un mondo fantasy dall’ambientazione decisamente nordica. Non è il primo del suo genere, anzi, abbiamo già avuto altri titoli ambientati nello stesso universo: Daggerfall e Morrowind. Il nostro alter ego ha una missione più o meno precisa, ma fondamentalmente siamo noi a prendere tutte le decisioni.

Possiamo diventare ladri provetti e passare tutto il tempo a borseggiare ignari cittadini o temibili ammazzamostri in grado di sostenere il colpo d’ascia di un gigante, possiamo essere maghi, arcieri, nobili avventurieri o grandissimi bastardi, possiamo essere una creatura simile a una lucertola o a un gatto, elfi o umani, possiamo decidere di seguire solo il corso della storia principale o perderci in mille incarichi più o meno eroici.

Il bello di Skyrim, come quello di molti altri giochi di questo tipo, è che non fa altro che metterci di fronte a una penna e un foglio bianco: il resto lo scriviamo noi. Westworld sotto questo punto di vista non ha niente da insegnare ai videogiochi.

Nonostante alcuni difetti, a volte buffi, legati all’intelligenza artificiale, Skyrim ha fatto breccia nel cuore di milioni di persone, ispirando cover, racconti, meme, video e omaggi di ogni tipo. Non è stato il primo gioco a farlo e non sarà l’ultimo, ma in questo caso il fenomeno ha assunto dimensioni così grandi da trascendere l’effettivo valore del gioco.

Che poi diciamocelo, il primo teaser era veramente bello e la musica ci ha senza dubbio messo del suo.

E il trailer finale ha solo reso tutto ancora più emozionante.

Per alcuni un po’ troppo.

Le motivazioni sono molteplici: Bethesda ha ovviamente dispiegato le forze di una campagna marketing potentissima, inoltre Skyrim è stato un gioco estremamente atteso, soprattutto perché arrivava dopo anni di distanza dai suoi predecessori, ma questo non è sufficiente a spiegarne il successo.

In parte la sua fortuna è dovuta senza dubbio al tempismo di debuttare nello stesso anno in cui Game of Thrones sdoganava ufficialmente il fantasy alle masse, ben più de Il Signore degli Anelli. Diventare un mitologico ammazzadraghi sfuggito a una condanna a morte in un universo fantasy pieno di avventure è senza dubbio un bel biglietto da visita quando un sacco di gente scopre improvvisamente di amare le ambientazioni fantastiche.

Altri si sono fatti probabilmente affascinare dal linguaggio dei draghi che può essere usato come un’arma. Se qualcuno vi ha mai urlato contro FU RO DAH! e non sapete perché, sappiate che probabilmente era un fan di Skyrim. Questo urlo di battaglia, che poi altro non è che una magia, è diventato un vero e proprio tormentone, con centinaia di video su Youtube

Poi ci sono state le mod, come la maggior parte dei titoli Bethesda il titolo base è solo una sorta di struttura, un canovaccio in cui molti si divertono a migliorare la grafica, creare nuove classi, nuove storie o stravolgere del tutto l’ambientazione. Mese dopo mese Skyrim è diventato qualcosa di diverso, ha cambiato pelle mille volte e questo ne ha senza dubbio moltiplicato la longevità. Tanto per citare i più assurdi, c’era una mod che ti permetteva di giocare nei panni di un pollo gigante, con tanto di relative magie e una che sostituiva i draghi con creature ispirate a Macho Man.

Infine c’è anche la comicità involontaria, come le guardie che non smettono di cercarti anche se hanno una freccia nella schiena o quelle che guardano con nostalgia al loro passato e ti dicono che anche loro sarebbero potute diventare avventurieri, peccato che si siano beccate una freccia nel ginocchio. Fatevi una ricerca su “I took an arrow in the knee” e capirete.

E come se non bastasse, la consacrazione definitiva è arrivata con il minimo comune denominatore: la pornografia. A quanto pare su Pornhub i video erotici creati col motore di Skyrym — nonostante siano più comici che sensuali e spesso includano poligoni che spariscono e animazioni goffe — vanno tantissimo. Forse però in questo caso meglio non analizzare troppo, la cultura pop ha volte crea strani compagni di letto.

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Google Translate è ora in grado di interpretare anche il contesto

Google Translate è ora in grado di interpretare anche il contesto

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La traduzione funziona meglio se analizza tutto l’insieme, piuttosto che la singola parte: un po’ come guardare un quadro impressionista. Google ha annunciato un passo avanti nel suo sistema, introducendo la Neural Machine Translation, la tecnica che traduce intere frasi alla volta, invece che spezzettarle in parole messe in fila.

Il lavoro che sfrutta l’Intelligenza Artificiale va avanti da tempo, e a luglio l’azienda aveva anticipato le novità che ora ha introdotto ufficialmente. “Oggi stiamo mettendo in azione la Neural Machine Translation per un totale di otto lingue, “da” e “verso” l’inglese: francese, tedesco, spagnolo, portoghese, cinese, giapponese, coreano e turco”, si legge nel post“Queste rappresentano le lingue native di circa un terzo della popolazione mondiale, che copre oltre il 35% delle domande rivolte a Google Translate“.

Si tratta di un cambiamento che vale, a detta dell’azienda, più di tutti i passi effettuati negli ultimi dieci anni messi insieme, e l’obiettivo è di portare la tecnologia al servizio di tutte e 103 le lingue servite dalla piattaforma sia via desktop, che via app.
Tra le più recenti applicazioni di Translate, c’è stata la traduzione interna a WhatsApp.

Google ha anche annunciato che da oggi, sul servizio pubblico Cloud Platform, renderà disponibile il sistema che sta dietro alla Neural Machine Translation per il business, attraverso le API Cloud Translation.

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Apple abbandona l’iPhone SE

Apple abbandona l’iPhone SE

(Foto: Maurizio Pesce / Wired)
(Foto: Maurizio Pesce / Wired)

Un corpo super compatto in grado di racchiudere un telefono comunque all’avanguardia: era da anni che una consistente fetta di pubblico chiedeva a Apple qualcosa di simile a iPhone SE, ma ora sembra che nonostante il successo della prima versione — entrata in commercio questa primavera — la casa di Cupertino abbia rinunciato a progettarne un’altra.

Lo annuncia il solito Ming-Chi Kuo, analista di KGI Securities specializzato nel farsi i fatti di Apple azzeccandoci con inquietante frequenza. Non che il dispositivo con display da 4 pollici sia andato male sul mercato, anzi: a spingere Apple verso questa decisione sarebbe stato proprio il successo del mini iPhone, sufficiente a far resistere il prodotto almeno un altro anno sul mercato. Nel tenere in vendita la versione attuale di iPhone SE senza aggiornarla la casa di Cupertino otterrebbe due vantaggi: innanzitutto, acquistando componenti ormai datate a un prezzo inferiore e mantenendo identico il prezzo del prodotto finito, aumenterebbe i margini di profitto per unità venduta.

Inoltre azzererebbe il rischio che un eventuale nuovo iPhone SE andasse a interferire con le vendite degli iPhone 7. Senza l’impatto di nuovi SE le vendite totali messe a segno dalla società diminuiranno, ma i guadagni aumenteranno.

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Il decoratore di uova fatto con i Lego

Il decoratore di uova fatto con i Lego
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(Foto: JK Brickworks)Sfoglia gallery4 immagini

Egg Bot (Foto: JK Brickworks)

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Egg Bot
Egg Bot (Foto: JK Brickworks)
Egg Bot
Egg Bot (Foto: JK Brickworks)
Egg Bot
Egg Bot (Foto: JK Brickworks)
Egg Bot
Egg Bot (Foto: JK Brickworks)

Manca ancora parecchio a Pasqua, ma non è mai troppo tardi per proporti un’idea che darà una bella svolta alla festività di aprile (quest’anno cade il 16). Sul sito JK Brickworks abbiamo scovato un decoratore automatico di uova che ti farà fare un figurone.

In pratica, basta metterci un uovo e la macchina ne disegnerà la superficie in modo totalmente autonomo, creando dei pattern piuttosto lineari. Il bello è che non solo è fatto totalmente di Lego, ma che lo puoi realizzare tu stesso. Certo, ci vorrà tempo e per questo abbiamo pensato di giocare d’anticipo.

Alla base della macchinetta c’è il kit robotico della Lego Mindstorms EV 3 e dei pennarelli. Il kit che risponde al numero 31313 contiene tutti i pezzi per realizzare l’opera mentre sul proprio sito l’ideatore ha postato le istruzioni passo passo, un pdf in perfetto stile Lego che rende tutta l’operazione più semplice.

Certo, la Egg Bot, come viene chiamata, non è proprio economica. Il kit Lego Mindstorms EV 3 si aggira intorno ai 350 euro, ma dopotutto è una delle principali porte d’accesso alla robotica, un kit versatile che ti permetterà di creare minirobot programmabili in modo semplice e lineare. Insomma, dopo la macchina per le uova potrai realizzare tante altre opere e così già prima di Pasqua saprai come passare il Natale.

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Ta+Too, la sella modulare che strizza l’occhio al graphic design

Ta+Too, la sella modulare che strizza l’occhio al graphic design
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Selle Royal Ta+Too

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Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
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Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too
Selle Royal Ta+Too

Parigi – Non soltanto le cover dello smartphone, anche la sella della bici può diventare intercambiabile a seconda di umore, stile o necessità. L’idea è del marchio vicentino Selle Royal, che nell’ambito della prima edizione di Autonomy, la fiera parigina dedicata alla mobilità sostenibile, ha presentato la sua nuova Ta+Too: una sella modulare pensata per urban bikers, già premiata e riconosciuta a livello internazionale con il prestigioso Red Dot Design award.

La sella in questione è composta infatti di due parti distinte, che possono essere separate e ricongiunte all’occorrenza: quella inferiore è dotata di uno speciale meccanismo per bloccare e sbloccare quella superiore, che risultata così removibile, intercambiabile e personalizzabile. “La sella di una bicicletta che viene parcheggiata abitualmente in strada può essere danneggiata dagli agenti atmosferici, come il freddo o la pioggia, ma anche essere rubata o diventare vittima di qualche atto vandalico”, sottolinea Roberto Bucci, brand manager di Selle Royal. “Queste spiacevoli eventualità vengono superate con Ta+Too, che permette di staccare la parte superiore della sella e di portarla con sé, in ufficio o in palestra”. Il tutto può avvenire solo ed esclusivamente in presenza di un’apposita chiave, che consente al proprietario di intervenire sul meccanismo in questione.

Una scelta estremamente funzionale per i ciclisti urbani che vogliono salvaguardare la propria bici, certo, ma anche estetica, grazie alla gamma di colori e stili consentono di personalizzare il prodotto. Se infatti la base e la maniglia della parte inferiore sono disponibili nelle due colorazioni standard bianca e nera, quella superiore spazia dalle soluzioni a tinta unita (bianca o nera, certo, ma anche rossa, blu, arancione o color lime) a quelle vintage in simil-cuoio invecchiato.

Ma non solo: Selle Royal ha infatti collaborato con graphic designer e illustratori di fama internazionale per mettere a punto una serie di collezioni tematiche di stampo artistico. La Travel collection vede allora le creazioni di Brosmind, Van Orton e Hikimi, per tre personalissime interpretazioni del significato di viaggiare nel ventunesimo secolo; la Wild collection è un omaggio in chiave moderna alla natura e al suo spirito indomabile, a firma di Joe Ledbetter, Philip Giordano e Francesca Sanna; mentre la nuova Love collection, romantica per definizione, può vantare le opere di Ilaria Falorsi, Riccardo rik Guasco e Jean Julien, artista francese autore di quella Tour Eiffel incastonata nel simbolo della pace divenuta il simbolo grafico del cordoglio internazionale per gli attentati a Parigi dello scorso novembre. Ta+Too può essere acquistata solo sul sito internet ufficiale di Selle Royal, dove è possibile personalizzarla secondo le proprie preferenze con prezzi a partire da 79,90 euro. La parte inferiore e quella superiore, ovviamente, sono acquistabili anche separatamente.

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Fairphone 2, parte la distribuzione in Italia

Fairphone 2, parte la distribuzione in Italia

(Foto: Fairphone)
(Foto: Fairphone)

Abbiamo parlato più volte di Fairphone, lo smartphone equo e modulare arrivato ormai diversi mesi fa alla sua seconda versione. Di buone ragioni per portarselo a casa al posto di uno smartphone classico ce ne sono diverse, ma tra queste la praticità nel reperirlo non è mai stata al primo posto. Da oggi le cose cambiano: Fairphone ha infatti annunciato che rinnoverà gli sforzi per incrementare la propria presenza anche nei paesi dell’Europa del sud, Italia inclusa.

Come elemento principale di questo cambio di marcia, in queste ore il produttore ha messo online un nuova versione del proprio sito tradotta nella nostra lingua e ufficializzato un accordo con il distributore italiano Concorde per garantire al telefono una diffusione più capillare nello Stivale (altri accordi per la distribuzione sono stati inoltre stretti in Austria, Germania, Paesi Bassi e Svizzera).

“Il messaggio che sta dietro al progetto Fairphone ha attratto la nostra attenzione fin da subito. Collaborare con un’Azienda, per lo più composta da giovani, che punta su concetti di sostenibilità ed etica non può che impressionarci favorevolmente” ha commentato l’amministratore delegato di Concorde, Massimo Viale. In modo simile a quanto già avvenuto per gli smartphone della cinese Meizu, il distributore lavorerà con Fairphone per far arrivare Fairphone 2 nelle mani dei maggiori operatori telefonici e sugli scaffali dei rivenditori di elettronica del Paese.

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Come la matematica può migliorare il caffè

Come la matematica può migliorare il caffè

caffè
(Foto: Christopher Jue / Getty Images)

Esistono più di 1.800 molecole diverse che conferiscono struttura, profumo e sapore al caffè: costruire una formula che ci consenta di avere una tazza di caffè perfetta sembra quasi un’impresa impossibile.

Già da diversi anni però, i ricercatori studiano la matematica che si nasconde dietro la preparazione di un buon caffè, e ora, in uno studio apparso su SIAM Journal on Applied Mathematics, descrivono un nuovo modello che sembra svelare un metodo ideale di preparazione.

In particolare, quello di cui si è occupato il team di ricerca dell’Università di Limerick e Portsmouth, è stato di migliorare la comprensione dei numerosi parametri che influenzano il prodotto finale tenendo gli occhi puntati sul sistema di filtraggio del caffè, che sembra essere il punto chiave della preparazione.

Circa 10 degli oltre 18 milioni di macchine da caffè vendute ogni anno in Europa, infatti, funzionano facendo passare dell’acqua calda su un letto di chicchi di caffè contenuto in un filtro. La gravità spinge l’acqua attraverso di questo e del caffè solubile viene estratto dai grani durante il passaggio dell’acqua.

Di sorprendente abbiamo notato che in questo passaggio in realtà esistono due processi con cui il caffè viene estratto dai chicchi”, racconta William Lee, uno degli autori dello studio. “Nel primo, che avviene piuttosto velocemente, il caffè viene estratto dalla superficie del chicco, mentre nel secondo, progressivamente più lento, il caffè fuoriesce dall’interno del chicco stesso”.

Inoltre, come era già noto, i chicchi di caffè finemente macinati possono conferire un sapore troppo amaro mentre quelli poco macinati possono produrre un caffè troppo acquoso. Un’eccessiva macinazione, infatti, da una parte aumenta la superficie del chicco che viene a contatto con l’acqua, e dall’altra riduce gli spazi tra un chicco e l’altro, rendendo più complicato il passaggio del liquido. Questo passerà quindi più tempo a contatto con il caffè, aumentandone l’estrazione nel prodotto finale che di conseguenza risulterà più amaro.

Quello che abbiamo fatto nel nostro lavoro è raccogliere tutte queste osservazioni e renderle delle informazioni di tipo quantitativo, in modo da sviluppare un modello matematico completo che sarà utile a costruire le macchine da caffè del futuro, così come la fluidodinamica è utile a costruire le macchine da corsa” prosegue Lee.

Il modello di Lee e colleghi ha cercato come prima cosa di semplificare i complicati processi fisici alla base della preparazione del caffè, costruendo un sistema di equazioni in grado di catturarne le caratteristiche principali. In seguito si sono occupati di relazionare le performance del sistema di preparazione con le proprietà del caffè, dell’acqua e della macchina usata, con lo scopo finale di riuscire a predire la qualità del caffè ottenuto.

Il prossimo passo dei ricercatori sarà quello di comprendere come cambia la posizione dei grani di caffè durante il passaggio dell’acqua, perché anche questo fattore sembra influire sul sapore finale. “Sarà meglio usare un unico getto di acqua indirizzato verso il centro del filtro, o una pioggia diffusa che raggiunga tutta la superficie?” si interroga Lee, rendendo quella del caffè perfetto un’idea forse ancora troppo lontana.

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Per Oculus serviranno finalmente PC meno potenti

Per Oculus serviranno finalmente PC meno potenti

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La realtà virtuale di Oculus si è appena fatta meno costosa. La società controllata da Facebook ha infatti annunciato l’introduzione sul suo visore Oculus Rift di una nuova tecnologia chiamata Asynchronous Spacewarp, pensata per rendere più facile alle schede grafiche dei PC il difficile compito di inviare al gadget il flusso di immagini necessario per l’immersione nella realtà virtuale. Il risultato è che anche schede grafiche meno potenti e costose di quelle fino a ieri richieste dal visore potranno essere utilizzate per tuffarsi nei mondi virtuali di Oculus e dei suoi partner.

L’Asynchronous Spacewarp è una sorta di meccanismo di emergenza: entra in azione ogni volta che il visore si accorge che la scheda video non riesce a inviare immagini sufficientemente fluide, come avviene ad esempio quando la potenza di calcolo richiesta è troppa. Il sistema genera in autonomia dei fotogrammi riempitivi basati sui precedenti, in modo che lo schermo del visore possa comunque essere aggiornato le 90 volte al secondo necessarie a garantire un’esperienza di realtà virtuale priva di fastidiosi rallentamenti e micro singhiozzi.

La funzionalità, spiega Oculus, è compatibile con tutte le schede grafiche AMD della serie RX 400 e con le concorrenti Nvidia GTX serie 900 e 1000. La qualità dei flussi video visualizzati per mezzo dei PC più modesti non sarà al livello di quella che sono in grado di garantire i modelli fiammanti, ma la società assicura che l’esperienza sarà comunque comparabile.

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