Ecco la prima pubblicità mai esistita per il NES

Ecco la prima pubblicità mai esistita per il NES

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Il paradosso di questi tempi fatti di nostalgia e recupero continuo è che le fonti originali rischiano comunque di sparire, senza lasciare traccia. Conservare un libro antico è difficile, ma non pensate che conservare vecchie parti di software o videogiochi di 30 anni fa sia tanto più facile.

Lo sa bene Frank Cifaldi, collezionista e archivista che per cinque anni ha cercato la prima pubblicità mai esistita per il NES.

Per fortuna questo piccolo ma importante pezzi di storia videoludica era contenuto in un numero di Consumer Electronics in vendita su eBay a 6,99 dollari.

La cosa più interessante è che questa pubblicità è probabilmente una delle poche in cui si vede come appariva la console prima della sua versione finale. Il modello fotografato è infatti l’AVS, Advanced Video System, il nome del primo prototipo pensato per portare il sistema di gioco negli Stati Uniti.

L’aspetto più interessante e rivoluzionario riguarda senza dubbio i controller. Se non vedete cavi non è per questioni di composizione fotografica, per l’AVS erano previsti joypad wireless. Lo si può notare ammirando il modello esposto a New York presso il negozio Nintendo World.

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Momento, l’app per le gif ora funziona anche senza iMessage

Momento, l’app per le gif ora funziona anche senza iMessage

momento

Già definita come una delle migliori app dell’iMessage App Store arrivato con iOS 10, finalmente Momento spicca il volo, diventando disponibile per iPhone e iPad anche al di fuori del servizio di messaggistica di Apple. Si tratta di un’applicazione che permette di creare gif agilmente. Anzi, le crea per conto suo, pronte all’uso.

Momento individua dal rullino fotografico dello smartphone le immagini scattate in sequenza, o quelle estratte dai video, e le propone già confezionate nell’home page dell’applicazione. Quando se ne seleziona una, tuttavia, ci sono ampi margini di personalizzazione: si possono usare filtri, gestire luminosità e contrasto, aggiungere grafiche (per sbloccare le migliori però, bisogna pagare), aumentare o diminuire la velocità, inserire testo e aggiungere effetti (di nuovo con acquisti in-app).

Una volta finita l’operazione di editing, la Gif può essere, oltre che salvata, condivisa via messaggio, su Facebook, Messenger, Twitter (dove, si ricorda, ora possono pesare anche di più) e Instagram. Su WhatsApp, esistono altre vie da percorrere.

 

Provando App che fungono #momento

Un video pubblicato da Diletta Parlangeli (@diletta.parlangeli) in data: 20 Dic 2016 alle ore 03:25 PST

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La gravidanza cambia il cervello delle donne

La gravidanza cambia il cervello delle donne

gravidanza

Le donne, dopo il primo figlio, non sono più le stesse. Oltre al corpo, infatti, cambia anche il loro cervello: a rivelarlo, per la prima volta, sono i ricercatori della Universitat Autonoma de Barcelona e IMIM, che su Nature Neuroscience spiegano come durante la prima gravidanza la struttura del cervello subisca alterazioni associate a un miglioramento delle capacità della futura madre di proteggere e interagire con il proprio bambino.

Che la gravidanza comporti sbalzi ormonali e adattamenti biologici non è una novità, ma finora gli effetti sul cervello erano del tutto sconosciuti: in questo studio il team di ricercatori ha analizzato la struttura del cervello delle donne prima e dopo la prima gravidanza, dimostrando come questa provochi cambiamenti nella morfologia del cervello (e in particolare della materia grigia) di una donna, almeno per due anni dopo il parto.

Servendosi della risonanza magnetica, i ricercatori spagnoli hanno dimostrato che dopo i 9 mesi di gestazione alcune regioni cerebrali, associate alla cognizione sociale presentano una significativa riduzione della materia grigia. Questi cambiamenti, spiegano i ricercatori, corrispondono ad un processo di adattamento alla maternità.

“Questi cambiamenti possono riflettere, almeno in parte, un meccanismo di riduzione sinaptica, che avviene anche nel cervello degli adolescenti, in cui le sinapsi deboli vengono eliminate dando spazio a reti neurali specializzate e più efficienti”, spiega Elseline Hoekzema, una delle autrici dello studio. “Queste modifiche nelle aree del cervello sembrerebbero essere funzionali alle sfide della maternità”, aggiunge l’atro co-autore Erika Barba.

Per condurre lo studio, i ricercatori hanno confrontato nel corso di poco più di 5 anni le immagini di risonanza magnetica su 25 madri prima e dopo la gravidanza (rimaste incinta sia naturalmente che con vari trattamenti di fertilità) e di un gruppo di controllo formato da 20 donne che non erano in quel periodo o non erano mai state in gravidanza. I risultati hanno dimostrato una riduzione significativa e simmetrica del volume di materia grigia nella regione medio frontale del cervello e della corteccia parietale posteriore, e in particolare specifiche sezioni della corteccia prefrontale e temporale.

Nonostante la perdita di materia grigia, i ricercatori, comunque, non hanno osservato alcun deficit cognitivo come un calo della memoria o altre funzioni cognitive. Ma anzi, “i nostri risultati indicano un processo di adattamento del cervello relativo ai benefici dovuti a una migliore comprensione dei bisogni del bambino, come comprendere lo stato emotivo. Inoltre, forniscono indizi per quanto riguarda le basi neurali della maternità, della salute mentale perinatale e della plasticità del cervello in generale”, conclude l’autore Oscar Vilarroya.

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Il Jobs Act può tutelare i lavoratori autonomi di Uber e Foodora?

Il Jobs Act può tutelare i lavoratori autonomi di Uber e Foodora?

(Foto: Foodora)
(Foto: Foodora)

E se nelle pieghe del Jobs Act si trovasse una norma che può tutelare i lavoratori della gig-economy, come i fattorini di Foodora gli autisti di Uber? Ne è convinto Antonio Aloisi, ricercatore in diritto del lavoro dell’università Bocconi di Milano. Secondo la sua tesi, questi lavoratori, autonomi a tutti gli effetti, possono però beneficiare dei trattamenti che in genere si riservano ai lavoratori subordinati, come ferie e straordinari pagati e ammortizzatori per malattie o maternità.

A ottobre circa 140 fattorini di Foodora hanno incrociato le braccia perché il loro contratto è passato da un fisso orario a una paga, più bassa, a consegna, senza paracadute quando si è ammalati e senza rimborsi per telefonino e bicicletta, che sono indispensabili per svolgere le mansioni. Lo sciopero ha aperto uno squarcio sulle condizioni di lavoro della gig economy.

Per inquadrare il  ragionamento di Aloisi conviene fare un passo indietro. E ritornare al concetto di gig economy, o economia dei lavoretti o economia on demand. All’inizio è passato il messaggio che fossero mestieri accessori. Una forma per integrare la busta paga. Timbro il cartellino, esco dall’azienda, mi siedo in macchina e, per rimpolpare le finanze di casa, mi metto a disposizione per qualche ora come autista di Uber. “I ‘lavoretti’ – così li si definisce sulle app dedicate, con un intento banalizzante – sono tipici del mondo ‘non virtuale’ (trasporto, consegne, disbrigo pratiche, riparazioni, pulizie), ma trovano nel canale tecnologico un acceleratore in grado di distribuire efficientemente le disponibilità a seconda dei fabbisogni”, scrive Aloisi nel testo con cui ha presentato la sua tesi, Il lavoro “a chiamata” e le piattaforme online della collaborative economy: nozioni e tipi legali in cerca di tutele.

Lavori sempre esistiti, quindi, svecchiati dalla tecnologia, che mette in contatto diretto il cliente e il lavoratore, ma anche i manager e i lavoratori finali. Se prenoto la cena su Deliveroo, ad esempio, la app traccia il percorso del fattorino che la sta consegnando. Se il pony ha un intoppo, chiama l’ufficio dell’azienda, che a sua volta interviene per rassicurare il cliente o trovare una soluzione.

I fattorini delle consegne a domicilio sembrano a tutti gli effetti dipendenti della società, vestiti come sono con loghi e colori aziendali. Ma quando si sono registrati al servizio, hanno siglato quello che Aloisi definisce “un contratto per adesione. I contenuti di queste ‘note legali’ sono piuttosto uniformi: la società si definisce un ‘marketplace’ e si tiene indenne da ogni rischio, qualificando i lavoratori come autonomi – spesso addirittura come ‘partner’ della piattaforma. Al lavoratore non resta che cliccare sul pulsante ‘accetto’, dal momento che non è previsto alcuno spazio di negoziazione bilaterale”.

Alcune piattaforme prevedono anche forme di competizione per ottenere l’ingaggio o contrattazioni dirette con il cliente sul prezzo. Allo stesso tempo, l’azienda monitora il lavoratore (ad esempio attraverso sistemi di Gps) e prevede meccanismi di valutazione da parte del cliente, che poi influenzano la reputazione interna. Ma nonostante siano sotto controllo, i lavoratori non possono, ad esempio, rivendicare straordinari se sforano l’orario del loro turno. “La rete di sicurezza sociale – conclude Aloisi – non copre queste prestazioni che restano così sprovviste di ogni tutela in caso di malattia o di altri meccanismi di sostegno al reddito”.

Per Aloisi la chiave sta nell’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 81 dello scorso anno, uno dei pezzi del Jobs act, che riordina i contratti di lavoro. Le legge prescrive che si estendano le provvidenze dei lavoratori subordinati anche a quelle collaborazioni,che si concretino in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro”. Di fatto, alcuni collaboratori organizzati all’esterno potrebbero beneficiare di tutti i diritti dei dipendenti, benché non lo siano.

Anche all’estero il dibattito è aperto. L’Employment Tribunal del Regno Unito ha riconosciuto agli autisti di Uber lo status di “workers”, lavoratori, al posto di quello di “self-employed”, ossia gli autonomi. Perciò possono rivendicare il salario minimo nazionale e le ferie pagate. “Viene a rilievo infatti il fatto – osserva Aloisi – che gli autisti non possano essere considerati degli autonomi dal momento che non hanno alcuna possibilità di negoziare in prima persona le condizioni contrattuali, viceversa il lavoro è eseguito personalmente, senza possibilità di essere sostituiti”.

Per Pietro Ichino, giuslavorista e docente all’università Statale di Milano, il caso Foodora fa tornare d’attualità alcune cause del lavoro mosse dai pony express discusse negli anni Ottanta e Novanta. Se il criterio da tenere d’occhio è l’organizzazione spazio-temporale, allora bisogna verificare se i fattorini siano coordinati nello spazio e nel tempo.

“Il fatto di dover prelevare la pizza presso una determinata pizzeria e doverla recapitare nel più breve tempo possibile a un determinato indirizzo configura – mi sembra – un vincolo circa il luogo della prestazione più che sufficiente perché si configuri il requisito del coordinamento spaziale posto dalla nuova norma”, ha scritto Ichino sul suo sito.

Gli ispettori inviati dal ministro Poletti – prosegue Ichino – dovranno però accertare la sussistenza anche del vincolo temporale: se il contratto vincoli il giovane ciclista ingaggiato da Foodora a tenersi a disposizione della centrale operativa in un certo orario, o invece lo lasci libero di non rispondere alla eventuale chiamata della centrale”.

Massimo Bonini, segretario della Camera del lavoro di Milano, è scettico.Io penso che nella gig economy ci siano forme di lavoro tradizionali – spiega il sindacalista della Cgil -. Foodora si avvale di rider, che sono i soliti corrieri. Per Airbnb si fanno lavori di consegna delle chiavi o di pulizie, che sono lavoro tradizionale”.

Bonini cita Amazon. “Amazon ha il totale controllo del magazzino e delle consegne – spiega – che gestisce con assunzioni e con personale aggiunto nei momenti di picco di lavoro. I contratti esistono già. Il turismo prevede contratti di un giorno per gestire i picchi di lavoro”. Nell’ipotesi della Cgil, in sostanza, Foodora dovrebbe avere un parco fisso di fattorini, da integrare in caso di boom di ordinazioni.

L’accesso è nuovo, attraverso la tecnologia, ma il lavoro è uguale”, incalza Bonini, che perciò punta a riportare i servizi della gig economy entro i confini dei contratti a cui afferiscono: come turismo, logistica, commercio e servizi. “Arriveranno piattaforme in cui le aziende metteranno pezzi di lavorazione, ad esempio pezzi di codice, per affidarla a professionisti esterni – conclude il segretario -. Ma in questo caso non si prefigura subordinazione. Invece in queste piattaforme che entrano nel mondo reale, con servizi già sviluppati, continuo a vedere lavoro tradizionale”.

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I nativi digitali hanno seri problemi con la verifica dei contenuti

I nativi digitali hanno seri problemi con la verifica dei contenuti

Quando salta fuori la parola “nativi digitali” pensiamo subito a ragazzini espertissimi di social, app, videogiochi, nuove tecnologie, meme, gente costretta a spiegare ai genitori cosa è uno “swipe” che vive di filtri su snapchat che vive in mondi totalmente separati da chi è nato anche solo 10 anni prima. Forse ora come non mai la tecnologia ha creato una situazione assurda in cui chi arriva dopo ne sa più di chi c’era prima. Invertendo i ruoli e spesso anche l’autorevolezza, che fino a poco tempo fa vedevano nelle persone più grandi i depositari del sapere e della verità.

A quanto pare però le nuove leve sono senza dubbio più abili dei loro genitori nell’utilizzare hardware, reti e interfacce, tuttavia hanno dei grandissimi problemi per quanto riguarda la verifica delle informazioni e nel saper individuare le minacce online. Secondo una ricerca Stanford University svolta su 7804 ragazzi nel corso di due anni non sanno distinguere una notizia da una pubblicità, ritengono attendibili anche i contenuti chiaramente sponsorizzati, si fidano delle immagini che vedono, senza verificarle.

Non è la prima volta che lo diciamo e non sarà l’ultima, eppure per il momento non mi sembra ci sia gran voglia di prendere provvedimenti in merito.

E pensare che secondo il luogo comune di Facebook i principali siti di bufale e notizie inventate si nutrirebbero della dabbenaggine delle persone più adulte che hanno conosciuto internet solo negli ultimi anni, spesso grazie a Facebook. A quanto pare nella lotta alle bufale non dovremmo preoccuparci solo della piaga dei cinquantenni su Facebook, ma dei ventenni.

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Un’ulteriore riprova, anche se empirica l’ho avuta nelle ultime settimane. Sono infatti diventato un appassionato spettatore di Catfish, uno show televisivo di Mtv (Sì, quella rete ormai quasi defunta che raccontava i ragazzi ai ragazzi che non ha retto l’urto di YouTube) che probabilmente racconta il rapporto tra internet e le persone molto meglio di qualunque saggio di Morozov o di altri esperti della rete e delle comunicazioni.

Ovviamente è uno show, quindi c’è dietro una regia, un montaggio e un certo grado di recitazione (anche perché senza liberatorie non vai in onda) ma rimangono comunque casi interessanti.

Nel gergo giovanile americano il Catfish è la persona che intreccia relazioni online spacciandosi per qualcun altro. Donne che si fingono uomini, uomini che si fingono modelli, persone insicure che mettono foto prese in giro e così via. Tutto nasce dall’esperienza di uno dei due autori, che dopo aver subito un inganno simile ha deciso di trasformarlo in un documentario, diventato poco dopo una trasmissione, giunta alla quinta stagione, che segue un iter ben preciso.

Prima i due conduttori leggono una mail di richiesta di aiuto, poi iniziano a cercare informazioni sul loro obiettivo, quindi mostrano le prove alla persona che li ha chiamate e infine vanno a smascherare il presunto truffatore.

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Qualche volta si trovano di fronte alla persona reale, che magari semplicemente era troppo timida per farsi vedere su Skype, ma molto più spesso dietro gli account ci sono persone insicure, bullizzate, sole, che non si rendono conto del male che hanno fatto o dei danni che una finta relazione online può provocare. Ma l’aspetto più assurdo è forse quello che riguarda le vittime, in molti casi l’inganno viene smascherato senza usare particolari tecniche investigative, basta una ricerca per immagini su Facebook, un po’ di spirito d’osservazione e una salutare diffidenza.

Se da una parte abbiamo persone che in poco tempo sono riuscite a spacciarsi per una modella o un producer musicale, dall’altra ci troviamo di fronte a una incredibile ignoranza nei confronti di strumenti semplicissimi che eviterebbero a molte persone un sacco di delusioni, almeno a quelle disposte a dubitare del fatto che una supermodella parli proprio con loro.

La realtà dei fatti è che internet è ci è arrivata addosso all’improvviso, senza intermediazioni. Un attimo prima eravamo primati che a malapena stavano in piedi, l’attimo dopo ci hanno dato un’automobile, alcuni sono riusciti a guidarla, altri si sono schiantati. Nel frattempo non c’è stato nessuno che sia riuscito in qualche modo a passare delle informazioni, perché nella maggior parte dei casi le vecchie generazioni ne sapevano meno delle nuove. Per continuare il paragone delle auto, non è arrivato un padre che un bel giorno ci ha fatto guidare in un parcheggio vuoto.

Internet è uno strumento bellissimo, ma può rivelarsi molto difficile da usare. Black Mirror ce lo ha dimostrato, non esiste pietà, compassione, o gentilezza su internet, o almeno non ce la dobbiamo aspettare. L’anonimato seducente di internet può essere un filtro per gestire gli altri, ma anche una prigione. Dobbiamo invece essere consapevoli che alcuni comportamenti virtuali hanno un peso reale, che sia fingersi per otto anni qualcun altro o la condivisione indiscriminata di notizie non verificate, che sia inviare foto personali o cercare in tutti i modi di rovinare la reputazione di qualcuno in rete per il puro gusto di farlo.

Potrà sembrare assurdo, visto come sta messa oggi la scuola, ma la verità è che in un utopico mondo perfetto servirebbero dei corsi per internet. Niente di estremamente complicato, per migliorare la situazione basterebbe spiegare alle persone come verificare una notizia, come fare una ricerca partendo da una immagine o ricordargli che non esiste più una divisione tra “real life” e rete.

Forse qualcuno potrebbe ridere di fronte a questa idea, anche perché nessuno ammetterebbe mai di avere qualcosa da imparare su uno strumento così accessibile a tutti, ma lasciatemi tornare nuovamente al paragone con l’automobile. Lascereste guidare qualcuno che deve imparare solo attraverso la propria esperienza cosa sogno i segnali stradali?

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Come funziona Jarvis, l’intelligenza artificiale di casa Zuckerberg

Come funziona Jarvis, l’intelligenza artificiale di casa Zuckerberg

Jarvis

Il bello di essere Mark Zuckerberg è che se hai un’idea su come dovrebbe essere la casa del futuro, connessa e tagliata su misura nelle sue funzionalità, oltre che nel gusto architettonico, te la costruisci. Il sistema di intelligenza artificiale “Jarvis” è ormai noto alle cronache, ma questa volta il Ceo di Facebook ha raccontato a tutti come procede la creazione del sistema, dalla programmazione allo sviluppo, sul quale ha speso 100 ore negli ultimi 12 mesi.

“Finora, quest’anno, ho costruito un semplice prototipo di intelligenza artificiale con cui posso parlare al telefono o tramite computer, che è in grado di controllare vari aspetti della mia casa, tra cui le luci, la temperatura, gli elettrodomestici, la musica e i dispositivi di sicurezza, che impara i miei gusti e le mie abitudini, che può imparare nuove parole e concetti, e che può anche divertire Max”, ha scritto Zuckerberg in un post. “Il prototipo utilizza diverse tecniche di intelligenza artificiale, tra cui l’elaborazione del linguaggio naturale, il riconoscimento vocale, il riconoscimento facciale, e apprendimento per rinforzo, [scritto in Python, PHP e Objective C]”.

Il tutto, però, non è certo affare semplice. Come lui stesso premette, studiare il sistema nella propria abitazione gli è servito a capire su che fronti dell’Intelligenza Artificiale si sia più avanti di ciò che si pensa, e su quali invece ci sia ancora molto da affinare. Uno dei temi più articolati è quello del linguaggio, e della difficoltà di allenare l’Intelligenza Artificiale alle variazioni di contesto: lo stesso comando significa due cose diverse se pronunciato da due persone diverse. Se si chiede a un assistente di far partire la musica, sarebbe necessario specificare in che stanza, oppure permettere al sistema di capire in che parte della casa ci si trovi. Con la gestione della musica, per esempio, tutto si complica: “Ci sono troppi artisti, album e canzoni da gestire, per un sistema che lavora con parole chiave“. Quello che Zuckerberg chiede a Jarvis al momento è di “mettere un po’ di musica”, che l’assistente seleziona in base ai suoi gusti: il massimo che può succedere è che non sia del mood adeguato, e a quel punto gli verrà chiesto di correggere il tiro, per esempio con “qualcosa di più leggero”.

La casa vanta un sistema di riconoscimento facciale che ha sfruttato la lunga esperienza del social network e l’ha portata al livello successivo. Alla porta Zuckerberg e famiglia hanno una serie di telecamere capaci di capire se chi sta suonando è un amico e se fosse già previsto un incontro (pensa che ansia se qualcuno si è dimenticato di inserirlo in agenda). In caso di risposta affermativa, la porta si aprirà automaticamente e Jarvis informerà gli ospiti che Mark è in casa.

 

Ovviamente, dopo un anno all’insegna della celebrazione dei bot, Zuckerberg non avrebbe potuto esimersi dal crearne uno che gli consente di parlare con il sistema di intelligenza artificiale di casa. Così, può dare comandi a distanza, ma anche essere avvisato. Se qualcuno si presenta alla porta mentre lui è via, il bot lo avvisa mandandogli anche la foto dell’avventore.

Per quanto riguarda il riconoscimento vocale, spiega Zuckerberg, i sistemi attuali risultano molto meno generalisti di quello che si pensi. Molto più ottimizzati per capire problemi specifici quando ci si rivolge a loro, piuttosto che le conversazioni tra un individuo e un altro. Non è un caso che il fronte sia particolarmente attivo. DeepMind di Google vanta un sistema capace di riconoscere il labiale, per esempio, mentre Amazon ha messo a disposizione degli sviluppatori le tecnologie alla base dei propri strumenti di intelligenza artificiale.

Se gli ultimi 12 mesi sono trascorsi insegnando a Jarvis come fare qualcosa, adesso Zuckerberg vuole capire come insegnare al sistema ad apprendere da solo. “Siamo ancora lontani dal comprendere come funziona l’apprendimento”, scrive: “Tutto quello che ho realizzato quest’anno, dal linguaggio naturale, al riconoscimento visivo e vocale, sono tutte varianti dello stesso schema delle tecniche di riconoscimento […] Ancora non sappiamo come prendere l’idea di un settore e applicarla a qualcosa di completamente differente”. Per questo forse, nella premessa del lungo post si trova qualche suggerimento di sistema: “Affinché assistenti come Jarvis siano in grado di controllare tutto in casa per più persone, serve che più dispositivi siano connessi e l’industria ha bisogno di creare API comuni e standard che permettano ai dispositivi di parlare l’uno con l’altro“.

Nessun cenno all’idea di far doppiare Jarvis — l’ispirazione arriva da Iron Man — a Robert Downey Junior: il patto era stretto, ma l’avrà poi fatto?

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Giuseppe Sala torna a fare il sindaco

Giuseppe Sala torna a fare il sindaco

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Beppe Sala, sindaco di Milano, torna a fare il sindaco: l’annuncio arriva dal primo cittadino su Facebook, in un post in cui spiega perché si è “dovuto assentare per qualche giorno dal lavoro”.

Il riferimento va all’autosospensione di giovedì scorso, dopo aver appresso della sua iscrizione nel registro degli indagati dalla Procura Generale di Milano che “ha ritenuto di dover ulteriormente indagare su fatti già oggetto di anni di inchieste della Procura della Repubblica e per i quali era stata già formulata richiesta di archiviazione”.  Il riferimento è all’inchiesta sulla gara d’appalto di Expo 2015, sulla cosiddetta “Piastra”.

Sala, nell’immediato, si era sospeso annunciando con una lettera al presidente del Consiglio comunale Bertole’, alla vicesindaca  Scavuzzo e alla vicesindaca della città metropolitana Arianna Censi la sua impossibilità di esercitare i compiti istituzionali, a causa del bisogno di conoscere i fatti contestati. Il sindaco, eletto nel giugno scorso, sosteneva infatti di non avere la minima idea sulle ipotesi investigative.

Sala torna sui suoi passi quindi sostenendo che le verifiche svolte dal suo team legale “hanno chiarito sufficientemente il merito dell’indagine e l’inesistenza di altri capi di imputazione”. L’accusa non costituirebbe più un condizionamento per la sua attività di governo, anche se resta comunque in corso l’indagine. Apprezzamenti vanno anche alla “disponibilità della Procura Generale”.

Sala, che ringrazia quanti hanno compreso il suo gesto, non lesina qualche polemica, sostenendo di aver appreso la notizia dalla stampa, cosa non rara ma “dobbiamo tutti insieme fare uno sforzo per non considerare la cosa “normale”. È durata pochi giorni dunque la cessione delle deleghe alla vicesindaco Scavuzzo e alla vicesindaca Censi.

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Il ministro Poletti annuncia nuove regole sui voucher

Il ministro Poletti annuncia nuove regole sui voucher

(Foto: flickr.com)
(Foto: flickr.com)

Corrono i voucher, anche se in modo meno spedito che in passato. L’Inps certifica che da gennaio a ottobre del 2016 ne sono stati venduti 121,5 milioni (+32% rispetto ai primi 10 mesi del 2015), un numero in crescita ma meno del boom registrato tra il 2014 e il 2015, quando l’aumento è stato del 67,6%.

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti si è detto pronto a “rivedere dal punto di vista delle norme il confine dell’uso dei voucher”, ammettendo che gli effetti della tracciabilità, e con questa la comminazione di eventuali ammende, saranno osservabili solo alla fine dell’anno in corso.

I numeri parlano da soli e i lavoratori, soprattutto quelli precari che lo stipendio lo percepiscono in voucher, non possono attendere che il governo tiri le somme di ciò che appare già palese: se c’è tanta richiesta di tagliandi significa che c’è il bisogno di forza lavoro e che il valore di questa non viene riconosciuto in modo opportuno sul mercato nazionale. Il limite delle retribuzioni in voucher non può superare i 7mila euro e il decreto legislativo 185 del 24 settembre 2016 non invoglia i datori di lavoro a rispettare limiti e iter, perché le infrazioni disciplinate prevedono multe che vanno dai 400 ai 2.400 euro. Una somma che, calcolatrice alla mano, potrebbe valere il rischio di speculare sull’uso dei buoni.

Il boom dei voucher va messo nella stessa cornice in cui c’è la fotografia che l’Inps ha scattato al mercato del lavoro; nei primi 10 mesi del 2016 il saldo dei contratti a tempo indeterminato è positivo per 61.640 unità (1.370.320 le attivazioni contro 1.308.680 cessazioni), un numero minore del 90% di quello registrato durante i primi 10 mesi del 2015, quando gli incentivi del Job Acts erano in vigore. Sul fronte del lavoro a tempo indeterminato c’è crescita zero, mentre la domanda di voucher cresce. Qualcosa non torna e occorre capire quanto la necessità di lavoratori temporanei possa essere incrociata con quella di risorse da inquadrare con altri contratti.

Ciò che è rimasto del tentativo di smuovere il mondo del lavoro sono solo i voucher, lasciati senza troppe remore nelle mani dei datori di lavoro, inserendo solo successivamente delle restrizioni sul loro uso. Poletti si dice pronto a rivederne le norme ma si mostra fallace e perfettibile: non sempre tentare di correggere la rotta quando si è in viaggio dà i risultati sperati e, in ogni caso, correggere la mira dopo avere premuto il grilletto non serve a nulla.

La normativa vigente può essere anche condivisibile, ma ci si aspetta una maggiore presenza in materia di controlli perché a oggi, nonostante negli ultimi 7 anni i voucher siano cresciuti del 5mila percento, è impensabile lasciare intendere che questa crescita esponenziale possa rappresentare la normalità.

Il governo non ha mai voluto ritornare sui propri passi, classificando i voucher tra gli strumenti utili al mondo del lavoro. Ci si aspetta un cambio di rotta qualora, quando i dati che coprono l’intero 2016 saranno disponibili, venisse dimostrato che tra tagliandi e precariato c’è più legame di quanto Poletti lasci intendere.

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Westworld, ecco la sigla in stile anni Ottanta

Westworld, ecco la sigla in stile anni Ottanta

Il mondo dei robot di Michael Crichton, il film da cui è tratto Westworld (uno dei migliori show del 2016), è uscito nel 1973 e l’utente YouTube MessyPandas si è chiesto come sarebbe stata la bella sigla della serie di Nolan e Joy se questa fosse uscita negli anni Ottanta. 

Il risultato che potete vedere nel video in alto, complice il remix del tema musicale di Ramin Djawadi, ricorda in qualche modo Tron e offre uno sguardo al possibile Westworld di una linea temporale parallela.

Vi dice niente?

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Perché la Nutella si fa con l’olio di palma

Perché la Nutella si fa con l’olio di palma
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Da quando è stata inventata, la Nutella contiene olio di palma (foto Ferrero)Sfoglia gallery11 immagini

Nutella (3) Da quando è stata inventata, la Nutella contiene olio di palma (foto Ferrero)

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Nutella (3)
Nutella (3) Da quando è stata inventata, la Nutella contiene olio di palma (foto Ferrero)
Nutella (2)
Nutella (2) L’olio di palma costituisce il 20% della Nutella (foto Ferrero)
Nutella (1)
Nutella (1) Lo stabilimento di Alba produce fino a un milione di barattoli di Nutella al giorno (foto Ferrero)
Ferrero Rocher (3)
Ferrero Rocher (3) Alba sforna fino a 60 milioni di Ferrero Rocher alla settimana (foto Ferrero)
Ferrero Rocher (2)
Ferrero Rocher (2) Ferrero assorbe un terzo della produzione mondiale di nocciole (foto Ferrero)
Ferrero Rocher (1)
Ferrero Rocher (1) La granella di nocciole viene fatta colare sulle praline dei Ferrero Rocher (foto Ferrero)
Colata Nutella
Colata Nutella La Nutella viene colata nei barattoli (foto Ferrero)
Bready (4)
Bready (4) La linea produttiva del Nutella B-ready (foto Ferrero)
Bready (3)
Bready (3) Il Nutella B-ready è saldato ad acqua, un brevetto di Ferrero (foto Ferrero)
Bready (2)
Bready (2) Lo stabilimento di Alba produce fino a 3 milioni di pezzi al giorno (foto Ferrero)

Una città nella città. Lo stabilimento della Ferrero è, per antonomasia, la fabbrica di Alba, la capitale delle Langhe. Sessanta chilometri a sud di Torino, il fiume Tanaro da un lato, le colline del vino dall’altro. Alla periferia della cittadina, 31mila anime, il primo impianto dell’industria dei dolci. Il più importante dei quattro in Italia. Qua, per esempio, si raffina l’olio di palma che serve alla ricetta della Nutella. Dai cancelli della fabbrica di Alba è uscita la prima crema spalmabile del gruppo, Gianduia, e poi una sfilza di dolci che hanno fatto la fortuna dell’azienda fondata da Pietro Ferrero: nel 1956 i Mon Chéri, nel 1964 la Nutella, nel 1968 i Pocket Coffee, nel 1974 gli ovetti Kinder, nel 1982 i Ferrero Rocher.

Inversione a U nella comunicazione

Nelle scorse settimane Ferrero ha lanciato un’offensiva di comunicazione, cogliendo al balzo la ricorrenza dei 70 anni dalla fondazione nel 1946. Da giugno 2015, da quando il ministro francese all’Ecologia, Segolène Royal, ha invitato a boicottare la Nutella, il gruppo piemontese è sotto tiro perché usa olio di palma nelle proprie ricette. Dopo aver giocato in difesa, Ferrero è passata all’attacco. Ha mandato in onda uno spot televisivo in cui sottolinea di ricorrere al grasso vegetale. Ha organizzato convegni sull’argomento. Settimana scorsa, ha anche aperto i cancelli dell’impianto di Alba. Non tutti, però: Ferrero non ha mostrato la linea dove si produce la Nutella, bensì quella in cui si confeziona, né l’impianto di raffinazione dell’olio di palma.

Il frutto da cui si ricava l'olio di palma (foto Zorloni)
Il frutto da cui si ricava l’olio di palma (foto Zorloni)

L’olio di palma è il vero protagonista di questa campagna di comunicazione. Ferrero, d’altronde, è rimasta tra i pochi a bordo di un treno da cui, uno dopo l’altro, i concorrenti sono scesi sulla scia di politiche commerciali “senza”.

Laurent Cremona, che di Nutella è il responsabile globale, spiega che l’anno scorso in Italia “il sell-out di Nutella verso i negozi è calato del 3-4%”. Mentre a novembre, dopo che Ferrero ha lanciato la sua offensiva di comunicazione, “le vendite in Italia sono cresciute del 15%”, prosegue Cremona. “Anche grazie alla campagna di comunicazione e di trasparenza, come quella di fare visitare i nostri stabilimenti, nell’ultimo quadrimestre abbiamo visto una bella inversione di tendenza – spiega Alessandro D’Este, amministratore delegato di Ferrero Italia -Stiamo registrando una crescita del 4% di vendite della Nutella in Italia, mentre a livello totale siamo in crescita di oltre il 2%”.

L’olio di palma: dalla Malesia alle Langhe

Ad Alba Ferrero raffina le 180mila tonnellate di olio di palma che acquista ogni anno, per lo più in Malesia. I rifornimenti arrivano da 411 piantagioni e da 86 mulini. La spremitura avviene nel Sudest asiatico, poi l’olio grezzo viene consegnato ad Alba per la lavorazione finale che, spiegano i tecnici di Ferrero, “deve rendere il palma neutro perché non interferisca con il sapore delle nocciole e del cacao”.

Il processo avviene in due fasi: decolorazione e deodorazione. L’olio di palma grezzo è di un arancione carico, perché ricco di carotene. Attraverso un sistema di filtri, resta un fluido di un giallo pallido, la cosiddetta oleina. In seguito, spiegano i tecnici di Ferrero, attraverso un sistema di sottovuoto, che imprigiona le molecole volatili, l’olio viene deodorato.

L'oleina, la frazione dell'olio di palma usata per la Nutella (foto Zorloni)
L’oleina, la frazione dell’olio di palma usata per la Nutella (foto Zorloni)

L’olio raffinato, a questo punto, viene lavorato a temperatura controllata, “con temperature più basse di quelle usate di norma per gli olii vegetali, non superiori a 200 gradi e per un tempo superiore”, precisa un tecnico del gruppo. Il grasso di palma è una materia prima fondamentale per Ferrero: la sola Nutella “contiene il 20% di olio di palma”, spiega Cremona, e da che si produce la crema alla nocciola, il grasso utilizzato è sempre quello ottenuto dalla pianta tropicale.

Un milione di barattoli

La Nutella viene prodotta in uno stabilimento di 15mila metri quadri, dove in media lavorano 200 persone. Ad Alba sono presenti sei linee per il confezionamento di Nutella, che possono sfornare fino a un milione di pezzi al giorno. I barattoli di plastica e vetro vengono allineati sotto un sistema di ispezionatrici ottiche che verificano che siano integri e passano a un secondo controllo degli operai Ferrero. Dopo che i vasetti sono stati puliti con aria microfiltrata, sono riempiti di crema, poi sigillati e tappati automaticamente. Una serie di controlli verificano che il barattolo sia stato chiuso correttamente ed etichettato, prima di arrivare al confezionamento. In due-tre minuti un vasetto è pronto per essere stoccato prima delle consegne nei negozi.

“Una pralina per ogni italiano”

Ad Alba si confezionano anche i Ferrero Rocher e i Nutella B-ready. Le praline di cioccolato occupano una delle linee più complesse dello stabilimento, a cui lavorano fino a 240 persone. “In una settimana si confezionano fino a 60 milioni di Ferrero Rocher”, spiega uno dei tecnici del reparto, “uno per ogni italiano”. Il Ferrero Rocher è costruito come una matrioska: al centro c’è la nocciola intera, immersa in una crema di nocciola, chiusa in un wafer a forma di sfera, a base di acqua, farina e cacao, e sua volta ricoperto di cioccolato, granella di nocciola, e ancora cioccolato.

La lavorazione inizia dai forni, dove si cuociono le mezze calotte di wafer. Nastri trasportatori le raffreddano mentre le indirizzano verso due linee produttive: da un lato quelle riempite con crema e nocciola, dall’altro quelle farcite di sola crema. Le due placche di semi-cupole sono poi unite, pressate insieme per ottenere la sfera alla base del Ferrero Rocher e rifinite ai bordi, per separare i pezzi.

A questo punto le palline, scorrendo su lunghi nastri trasportatori, passano alla fase di copertura, detta enrobatura. Prima sono ricoperte di crema di cioccolato, su cui poi viene fatta piovere la granella di nocciole. Il tutto su tappeti “saltellanti”, per far aggrappare cacao e nocciole su tutti i lati. Un passaggio in frigo stabilizza la prima corazza, a cui poi sono aggiunte, in sequenza, due pralinature al cioccolato, per impedire che l’aria contamini la granella di nocciole.

Un brevetto “ad acqua”

La linea di Nutella B-ready, uno snack composto da una cialda farcita con la crema al cioccolato, è simile a quella del Ferrero Rocher. Ad Alba si producono circa 3 milioni di pezzi al giorno dell’ultimo nato in casa Ferrero, che impegna 300 persone. Ogni ora in Piemonte si lavorano 2.200 chili di pastella per il B-ready, che lievita per quattro in vasche a temperatura controllata (22 gradi, umidità oltre il 50%), prima di passare ai forni dove si cuociono per due minuti, a 160 gradi, le cialde.

Anche la cialda del B-ready è composta da due pezzi: una base piatta e una copertura a cupola, riempita di Nutella. Vengono lavorate in parallelo, prima di essere assemblate con una saldatura ad acqua, un brevetto di Ferrero. Un braccio meccanico preleva con il sottovuoto le cialde stardard (escludendo quelle rovinate) e accoppia la base e la cupola, chiudendole con una leggera pressione.

Il big della nocciola

La maggior parte degli scarti di lavorazione di B-ready e Ferrero Rocher finiscono nell’industria dei mangimi. Ad Alba si producono altri classici dell’azienda piemontese, come i Pocket Coffee o i vari componenti della linea Kinder. In Italia Ferrero ha stabilimenti anche a Pozzuolo Martesana, alle porte di Milano, a Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, e a Balvano, a trenta chilometri da Potenza. Le origini nelle Langhe, terra della nocciola gentile, spiegano da sole le ricette che hanno fatto la fortuna di Ferrero. Nocciole ovunque, un tempo acquistate dal circondario, oggi fornite dal Cile alla Turchia. La casa della Nutella, d’altronde, assorbe per sua ammissione circa un terzo della produzione globale di nocciole.

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