Renault Zoe Z.E. 40 con autonomia di 400 km: la nostra prova

Renault Zoe Z.E. 40 con autonomia di 400 km: la nostra prova

Renault Zoe 2
(foto: Stefano Priolo)

Lisbona – Il mercato italiano dei veicoli elettrici è il fanalino di coda in Europa, con una quota di vendite pari allo 0,1% del totale. La colpa è delle infrastrutture carenti e della mancanza di agevolazioni fiscali. In Francia per un’auto 100% elettrica si arriva fino a 10.000 euro di incentivi e ci sono più di 12mila colonnine per la ricarica (da noi solo 1800). In Norvegia un’auto nuova su tre è elettrica.

Risultati del genere sono irraggiungibili in Italia nel breve periodo, ma una scossa al sistema potrebbe darla la Renault Zoe Z.E. 40. La sua nuova batteria – 192 celle suddivise in 12 moduli – ha 41 kWh di energia utili, una capacità di stoccaggio quasi doppia rispetto a quella da 22 kWh del modello precedente, pur mantenendo le stesse dimensioni. Questo miglioramento (dovuto a un miglioramento della chimica e un aumento della quantità di materia attiva all’interno) le assicura un’autonomia di 400 km nel ciclo di NEDC, che poi, come vedremo, equivalgono a circa 300 reali. Un range che finalmente permette a un’elettrica “low cost” di abbandonare la scomoda definizione di auto adatta solo per la città.

Il nostro test drive, infatti, si è svolto nei dintorni della capitale portoghese, in un percorso misto di circa 240 km, tra saliscendi, attraversamenti cittadini e tratti autostradali. Senza mai essere costretti a guardare la carica residua, abbiamo terminato la prova con ancora una settantina di chilometri di autonomia. L’ottimo risultato, frutto di una guida accorta prevalentemente in modalità Eco (bassa potenza, basso consumo), è facilmente ripetibile da chiunque e nelle più comuni situazioni di utilizzo.

Appurata dunque la veridicità delle prestazioni di durata, due parole sulla guida e sul comfort. La Zoe assomiglia in tutto e per tutto a una macchina “normale” – il look e gli interni richiamano quelli della Clio, anche se in chiave più moderna – ma il motore elettrico si nota subito, oltre che per l’assoluta silenziosità, per lo spunto immediato e la brillantezza quando si pigia l’acceleratore.

In marcia si sente solo un leggero sibilo dell’elettronica di potenza, quella che trasforma la corrente continua della batteria in alternata per il motore e si nota subito il sensibile freno motore in rilascio. Per il resto il comfort è notevole, con le sospensioni che fanno il loro lavore egregiamente in tutte le situazioni.

La Zoe è disponibile in 3 equipaggiamenti: Life, Intense e Bose e in Italia costa da 25000 a 29600 euro con la batteria a noleggio (79 euro al mese), 8mila in più con la batteria in acquisto. Chi ha la vecchia batteria potrà sostituirla e upgradare così la sua auto, con 3500 euro. In Italia, infine  viene offerta la Wall Box (un apposito dispositivo a muro che riduce i tempi di ricarica) gratis a tutti i clienti privati.

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Dopo lo streaming video, Facebook lancia quello audio

Dopo lo streaming video, Facebook lancia quello audio

(Foto: Diletta Parlangeli)
(Foto: Diletta Parlangeli

Facebook ha trascorso il 2016 fornendo ogni genere di conforto alle dirette streaming. I suoi Live video sono arrivati a tutti gli utenti, sono diventati più lunghi e persino programmabili. Non era immaginabile però, che dopo mesi a idolatrare il dio dei video, ciò che bolliva nel pentolone di fine anno, fosse l’arrivo dei Live Audio.

Come una radio, ma su Facebook. A breve sarà possibile trasmettere in diretta senza dover ricorrere alle immagini, ma potendo concentrarsi solo sulla voce. Gli utenti saranno avvisati dell’arrivo del live così come già succede con quelli video, e la schermata di trasmissione sarà semplicemente un fermo immagine. L’esperienza utente dovrebbe garantire un buon livello d’ascolto e gli utenti Android, spiega Wired Uk, potranno continuare ad ascoltare l’on air di Facebook anche senza dover tenere aperta l’applicazione e persino con il telefono bloccato.

Com’è successo già per le dirette video, i primi a poterne usufruire saranno le pagine – in particolare di editori come BBC World Service, LBC, Harper Collins, e autori come Adam Grant e Britt Bennett  – ma già all’inizio dell’anno la funzionalità dovrebbe essere estesa a tutti.

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Perché The Oa è una serie tv importante per Netflix

Perché The Oa è una serie tv importante per Netflix

The-OA-2

[attenzione, spoiler: questo articolo è concepito per chi ha già guardato The Oa dall’inizio alla fine]

Parliamo liberamente: The Oa, la serie tv a sorpresa firmata Netflix disponibile nel catalogo della piattaforma dal 16 dicembre, è imbarazzante; ma non per le ragioni più evidenti. Che vi sia piaciuta o no, infatti, è molto probabile che a un certo punto abbiate provato qualcosa di simile alla vergogna chiedendovi come diavolo avete fatto a cascarci. La trovata centrale della trama – i cinque movimenti – non solo assomiglia a una pessima lezione di yoga, non solo è del tutto improbabile ma è anche ridicola sia di per sé che come congegno narrativo fondamentale. Eppure… Eppure siamo rimasti lì a guardare, incollati. Fino alla fine. Con il fiato sospeso. Dunque?

The Oa ha diviso la critica e confuso gli spettatori con un trucco abbastanza semplice: ha messo in scena il suo primo narratore inaffidabile in una metanarrazione in piena regola, una storia nella storia dai contorni tanti bui quanto archetipici. Una scelta gravida di conseguenze che riflette lo sdoppiamento dell’audience di una personalità già di per sé multipla: quella della protagonista Nina Azarov, una bambina russa, che è anche l’americana Prairie Johnson fino alla presa di coscienza definitiva di essere l’apolide Primo Angelo.

Ricapitoliamo. Conosciamo una ragazza cieca che torna a casa miracolosamente dotata, di nuovo, della vista; la vediamo calmare un cane e cominciare a ricostruire la sua incredibile favola. Restiamo a bocca aperta ma man mano che la serie procede, di episodio in episodio, un senso di frustrazione comincia a emergere: perché è necessario che quattro studenti atipici e un’insegnante della remota Crestwood lascino la loro porta di casa aperta per recarsi ad ascoltare Priarie, e scoprire che è in realtà Nina? Com’è possibile che un uomo dalle pessime intenzioni abbia riconosciuto una persona che ha avuto un’esperienza di pre-morte solo dal suono del suo violino? Per quale ragione al mondo una ragazza dovrebbe fidarsi di uno sconosciuto che ha creato un bizzarro gadget per ascoltare il battito cardiaco?

I due pubblici di Nina cominciano a esercitare il dubbio: ci sovrapponiamo e identifichiamo con il Breakfast Club atipico composto da French, Buck, Betty, Jesse e Steve e storciamo il naso ogni minuto di più, pur continuando a restare imbambolati davanti allo schermo proprio come loro restano a gambe incrociate, al buio, tutt’orecchi in una casa abbandonata. Subentra la sospensione dell’incredulità, sobillata dalla percepita autorevolezza del narratore. A Prairie e Nina si aggiunge The Oa, Original Angel, un personaggio trascendente – uno e trino – che deve stare dicendo la verità per un solo motivo: perché desideriamo che così sia, anche quando ogni logico segnale punta alla menzogna.

Le acque, poco dopo, si confondono definitivamente: lo psicologo di Prairie si trova a casa sua, in assenza dei proprietari, per qualche imperscrutabile motivo e allo stesso tempo French – vedendo Homer al posto del suo riflesso nello specchio – completa con un gesto la metanarrazione: noi ci stavamo identificando con lui mentre lui si stava identificando con uno pseudoangelo coraggioso che con ogni probabilità non è mai esistito. È qui che il patto con Oa si rompe; è qui che scopriamo che la serie ha messo in scena un narratore inaffidabile nella tradizione dei personaggi di Kafka e Bret Easton Ellis, ma anche di quella di Paura in palcoscenico di Hitchcock e The Affair. Un trauma come quello vissuto dalla protagonista ha chiaramente suscitato una maxi fantasia compensatoria, e noi ci siamo caduti con tutte le scarpe. Bravi gli stupidi.

Piccoli indizi lasciano un’ambiguità sulla veridicità del racconto di Prairie a ogni livello. I libri, certo, rappresentano la prova schiacciante della bugia ma non solo: un video con una ragazza che suona il violino in metropolitana viene trovato, ma non vediamo mai il suo volto. I creatori dello show, Brit Marling e Zal Batmanglij, fanno di tutto affinché non otteniamo mai le risposte che stiamo cercando.

Dal letame, infine, nascono i fiori. La conclusione in parte deludente della serie è una lezione tanto trita e didascalica quanto gratificante (proprio come accade con le fiabe): il narratore sarà anche stato un pazzo e la narrazione sarà anche stata fasulla, ma è stata reale nelle sue conseguenze. Ancora, questo vale per i cinque della casa e per noi stessi. Questa serie ci ha deluso profondamente con le sue sciocche, vuote, trovate new age e i suoi buchi di sceneggiatura, ma ci ha inchiodato fino alla fine. Abbiamo pianto, forse o abbiamo rifiutato in blocco il tutto (forse entrambe le cose assieme) con un atteggiamento beffardo. Non conta.

Gli show originali Netflix visti finora quali Orange Is the New Black, House of Cards, Love, Master of None e tutti gli altri ma soprattutto Stranger Things (gemello putativo di The Oa) erano ancorati, oltre che da un’usuale narrazione attendibile, da un genere preciso. Dramma, dramma politico, prison drama, fantascienza, commedia: la serie che vede protagonista Prairie rappresenta esattamente il contrario, il disancoraggio tanto della fonte della mitopoiesi quanto del suo contenitore di appartenenza. Favola, sci-fi, fantasy, thriller claustrofobico e molto altro, The Oa è infatti sia una serie tv indefinibile che è un gioco di specchi basato su un cantastorie potenzialmente molto danneggiato dal punto di vista psicologico. Al netto di quel che accadrà o non accadrà in una seconda stagione, se mai ci sarà.

Infine, dunque, non è così rilevante che ci siamo innamorati di questo show o lo abbiamo trovato nulla più che risibile: The Oa ha cambiato le carte in tavola della produzione Netflix perché non solo è la sua prima serie tv sperimentale, ma fino a questo momento – se non altro quanto a contenuto – è anche il suo esperimento più audace.

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10 Youtuber da seguire che forse non conoscete ancora

10 Youtuber da seguire che forse non conoscete ancora

Quando si parla di YouTube Italia, spesso ci si concentra sui gamer (Youtuber, cioè, che giocano ai videogiochi) e sulla polemica (bassa qualità, un pubblico fatto principalmente di bambini e poca varietà negli argomenti trattati). Le differenze con la piattaforma americana sono piuttosto evidenti, innanzitutto per i costi di produzione e per il numero medio di iscritti.

In realtà, però, anche su YouTube Italia ci sono canali che si occupano di vari temi, e lo fanno in modo piuttosto professionale. Tra i 10 che abbiamo selezionato, ci sono Youtuber che si sono specializzati in animazione, viaggi, videomaking e fumetti — talvolta, occupandosene anche al di fuori della piattaforma di Google. Quello che hanno in comune è l’attenzione per la qualità (tecnica, prima di tutto) e una programmazione piuttosto precisa dei loro contenuti.

Dario Moccia

Appassionato di fumetti e di animazione, nei suoi video racconta aspetti sconosciuti al grande pubblico su titoli più o meno famosi. Consiglia letture, autori, film e (in qualche caso) videogiochi. Tiene una rubrica sul mensile Best Movie. Il suo ultimo video (qui sopra) è un’intervista a Mark Osborne, regista di Kung Fu Panda e del Piccolo Principe. Ha scritto un fumetto (due, in realtà, contando anche Agorofobia pubblicato da Shockdom) con Tuono Pettinato. È una biografia dei Queen: si intitola We are the champions ed è edito da Rizzoli. Uno dei suoi video più belli è l’intervista a Bruno Bozzetto, uno dei più importanti registi e animatori italiani.

Il Signor Franz

Il Signor Franz è lo pseudonimo di Francesco Galati. Il suo lavoro — come ha spiegato in più di un’occasione — non è quello dello Youtuber, ma del videomaker. La cosa interessante dei suoi lavori è che sono tutti diversi: non ci sono solo unboxing (alcuni divertentissimi), o solo vlog (molto spesso in viaggio). Ci sono anche video più o meno comici, tutorial (come quello su Instagram, che potete vedere qui sopra) e collaborazioni con altri Youtuber. Tra i primissimi video del Signor Franz, ce ne sono alcuni che provano a raccontare — con ironia e dall’interno — il mondo di Youtube Italia.

Human Safari

Human Safari è il canale Youtube di Nicolò Balini. È uno dei pochi in Italia ad occuparsi di viaggi. Vlog, riprese mozzafiato, montaggi al millimetro. Con Human Safari, si parte alla scoperta del mondo, dello street food migliore (e più unto) e di culture sconosciute. I video non sono ambientati solo all’estero, ma anche in Italia. Da non perdere la serie Italia abbandonata, ambientata — come suggerisce il titolo — negli edifici abbandonati.

Fraffrog e RichardHTT

Fumettisti, disegnatori e Youtuber, hanno scritto e disegnato Il Duco Mentario (edito da Shockdom). Spesso collaborano insieme nei loro video, in cui alternano il disegno a riprese live. Da seguire la loro serie RichardHTT e Fraffrog fanno cose.

Link4universe

Nella sua biografia su Instagram, Adrian si definisce come “attore teatrale, divulgatore scientifico e Youtuber”. Il suo canale, Link4Universe, si occupa di fisica e di Spazio. Da seguire che siate oppure no appassionati di teorie scientifiche. La cosa particolare di Link4Universe è il suo stile: spiegazioni molto semplici degli argomenti più difficili. Un buon modo, insomma, per informare i più giovani (e non solo) su cose che spesso ignorano.

Marcello Ascani

Molti dei video di Marcello Ascani sono disegnati. Il suo stile ricorda molto quello di Adventure Time e di altri cartoon americani. Tantissime le sue collaborazioni con altri canali Youtube, tra i quali Il Signor Franz (da seguire la loro serie sulle pubblicità) e Human Safari. È stato uno dei primi su YouTube Italia ad usare il disegno per raccontare le sue storie.

Sabaku no Maiku

È uno dei gamer più interessanti che ci sono oggi su YouTube Italia. I suoi video non sono dei semplici walkthrough (sessioni di gioco registrate). Ma contengono — come per la serie dedicata a Dark Souls, una delle più seguite e apprezzate — degli approfondimenti sulla storia, sulla lavorazione e sulla produzione dei videogiochi presi in esame. Talvolta Sabaku, pseudonimo di Michele Poggi, confeziona dei veri e propri mini-documentari sui titoli che più lo appassionano.

I Termosifoni

È un gruppo di ragazzi che si divertono a giocare insieme, e che a parte le live su Twitch (sono in onda ogni giorno alle 20, tranne il sabato alle 17 e la domenica) registrano video in coop. Tra i videogiochi più seguiti sul loro canale, va menzionato Garry’s Mod.

Esami – La Serie

Non è un vero e proprio canale YouTube, è più un contenitore in cui Edoardo Ferrario, uno dei comici più giovani e promettenti italiani, ha caricato la sua webserie Esami. Si contano tantissime collaborazioni eccellenti (da Saverio Raimondo a Caterina Guzzanti). Tra i video più cliccati, quello dedicato alla facoltà di Giurisprudenza.

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Sony Xperia X Compact, la prova

Sony Xperia X Compact, la prova

Prezzo: 449 euro | Voto: 7,5
Maggiori informazioni: Sony

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Dimensioni contenute e prestazioni più che soddisfacenti: è questo il mix sul quale fa leva l'ultimo smartphone Sony. (Foto: Lorenzo Longhitano)Sfoglia gallery7 immagini

Sony Xperia X Compact Dimensioni contenute e prestazioni più che soddisfacenti: è questo il mix sul quale fa leva l’ultimo smartphone Sony. (Foto: Lorenzo Longhitano)

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Sony Xperia X Compact
Sony Xperia X Compact Dimensioni contenute e prestazioni più che soddisfacenti: è questo il mix sul quale fa leva l’ultimo smartphone Sony. (Foto: Lorenzo Longhitano)
Sony Xperia X Compact
Sony Xperia X Compact Ergonomia e affidabilità rimangono sicuramente i punti di forza del dispositivo. (Foto: Lorenzo Longhitano)
Sony Xperia X Compact
Sony Xperia X Compact Rispetto ai predecessori della serie Compact qui il materiale impiegato per la scocca purtroppo è la plastica. (Foto: Lorenzo Longhitano)
Sony Xperia X Compact
Sony Xperia X Compact Il sensore per le impronte digitali è tra gli aspetti rimasti inalterati: è preciso e veloce, e la posizione è comoda. (Foto: Lorenzo Longhitano)
Sony Xperia X Compact
Sony Xperia X Compact La fotocamera da 23 Mpixel non ha subito ridimensionamenti e si comporta molto bene. (Foto: Lorenzo Longhitano)
Sony Xperia X Compact
Sony Xperia X Compact A differenza dei gadget più costosi della serie, su Xperia X Compact si perde la resistenza all’acqua. (Foto: Lorenzo Longhitano)
Sony Xperia X Compact
Sony Xperia X Compact Il display è da soli 1280×720 pixel, ma non teme confronti con gli avversari più definiti. (Foto: Lorenzo Longhitano)

Da tempo ormai chi vuole uno smartphone potente e completo deve farsi spazio in tasca per farcelo stare: quasi tutti i produttori puntano su telefoni dai display con diagonali dai 5 pollici in su, e Sony è tra i pochi che ancora crede nelle potenzialità di un gadget potente ma tascabile. Xperia X Compact è l’ultimo prodotto dell’ormai storica serie di smartphone liofilizzati della società, che però a differenza di quanto avvenuto con i predecessori è caratterizzato da tagli strategici operati in alcuni ambiti.

Uno degli aspetti sui quali gli ingegneri Sony hanno lavorato per contenere i costi del telefono è sicuramente il design, penalizzato dalla scelta di utilizzare una scocca in plastica lucida anziché in vetro e alluminio. Le dimensioni contenute e la forma squadrata dagli spigoli smussati, oltre a rendere il telefono estremamente ergonomico, continuano a far sembrare Xperia X Compact un sobrio mattoncino, ma il materiale che lo riveste gli fa perdere tutta l’aura di oggetto di lusso che emanava l’elegante e pregiato Xperia Z5 Compact, trasformandolo in una calamita per ditate dall’aspetto economico.

Il display da 4,6 pollici è uno dei tratti distintivi del dispositivo. Realizzato con tecnologia LCD IPS, il pannello vanta una risoluzione di appena 1280 x 720 pixel: si tratta di un valore inferiore rispetto a quello di molti altri dispositivi, anche di prezzo inferiore, ma è meglio non lasciarsi ingannare da conteggi di questo tipo. Lo schermo di X Compact risulta eccellente per fedeltà dei colori, luminosità e angoli di visione, ma anche la leggibilità e la definizione dei contenuti sono molto buoni: la matrice di pixel è invisibile, documenti e pagine web restano consultabili tranquillamente e le immagini — sia quelle statiche che quelle in movimento — risaltano vivaci.

Il processore è l’altro aspetto oltre alla carrozzeria sul quale Sony ha tentato un’operazione di taglio dei costi: a differenza degli altri modelli Compact che montavano gli ultimi e più potenti ritrovati del settore, quest’ultimo smartphone ripiega su una meno potente CPU Snapdragon 650 che però è lo stesso all’altezza della situazione. Le app si avviano velocemente, animazioni e transizioni non perdono un fotogramma e i 3 GB di RAM che accompagnano il dispositivo bastano a tenere app aperte a sufficienza, faticando solo quando le app aperte in contemporanea superano livelli di utilizzo normali. I 32 GB di memoria interna espandibili tramite schede microSD e una batteria da 2700 mAh capace di tenere il gadget acceso fino a sera contribuiscono a rendere Xperia X Compact anche affidabile, ma in generale possiamo dire che la spending review operata sulle specifiche tecniche è riuscita, e lo smartphone non è solo versatile ma anche potente a sufficienza da soddisfare le esigenze della maggior parte degli utenti.

Se il telefono è reattivo e veloce quasi quanto un dispositivo di fascia alta però non è solo merito del processore, ma anche delle piccole ottimizzazioni che sono state fatte a bordo: il lettore di impronte digitali ad esempio è un tutt’uno con il tasto di accensione laterale e sblocca il telefono in un solo tocco veloce e preciso, inoltre è posizionato in modo che sia l’indice sinistro che il pollice destro possano raggiungerlo facilmente; l’interfaccia grafica finalmente è molto più fedele a quella originale di Android (qui è installata la versione 6, Marshmallow) e le dimensioni dello schermo rendono facile fare tutto con una mano sola senza il rischio di far volare in terra il telefono, un vantaggio troppo spesso sottovalutato.

Dentro a Xperia X Compact infine trova posto un comparto fotografico in linea con quello del fratello maggiore Xperia XZ. In particolare il sensore principale da 23 megapixel con obiettivo grandangolare f/2.0 è veloce nello scatto e nella messa a fuoco ed è in grado di regalare immagini dai colori fedeli e dall’elevato livello di dettaglio nella maggior parte delle situazioni. Le foto e i video catturati in realtà non sono tra i migliori in assoluto del panorama smartphone — al calare delle tenebre il rumore di fondo aumenta considerevolmente e in generale l’assenza di una stabilizzazione ottica si fa notare — ma su un dispositivo di queste dimensioni hanno ben pochi rivali; il tasto a doppia corsa dedicato allo scatto poi è un alleato prezioso per chiunque trovi nella fotografia da smartphone un modo per esprimersi.

L’ultimo telefono della casa giapponese non è dunque perfetto, ma nell’esperienza quotidiana è davvero piacevole da utilizzare. Discreto in tasca ed efficace in mano, ha tutte le carte in regola per soddisfare la grandissima maggioranza del pubblico alla ricerca di uno smartphone di queste dimensioni. Il problema — oltre a un look che può non piacere — è il prezzo, eccessivo per un prodotto di questa fascia: il mercato ormai abbonda di soluzioni più economiche in grado di superare l’offerta Sony sotto diversi aspetti, e l’idea di considerare la sua compattezza come una caratteristica per la quale pagare un costo aggiuntivo rispetto a gadget più ingombranti può non andare a genio.

Wired
Altoparlanti frontali doppi.

Tired
Non è resistente all’acqua come gli ultimi modelli della serie.

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WeTransfer, in arrivo novità importanti

WeTransfer, in arrivo novità importanti

WeTransfer image

Fare una cosa sola e farla bene. Questa è l’essenza di WeTransfer, uno dei tanti servizi di file-sharing disponibili online, una realtà che vanta crescite annuali in doppia cifra. Nata nel 2009 nei Paesi Bassi, la piattaforma conta oggi su più di 37 milioni di utenti unici al mese e poco meno di 100 milioni di trasferimenti mensili, che si traducono in una media di oltre 20mila TB di dati ogni trenta giorni. Disponibile in otto lingue (inglese, spagnolo, francese, tedesco, portoghese, turco e italiano oltre all’olandese), consente di inviare gratis file fino a 2 GB, mentre chi necessita di dimensioni maggiori può optare per la versione Plus che, per 12 euro al mese o 120 euro annuali, permette di inviare fino a 20 GB in una volta sola. Come funziona? In maniera elementare, perché basta inserire la propria email, quella del destinatario (anche più di uno), allegare il materiale desiderato e premere invio.

Agli italiani WeTransfer piace, tanto che oltre a essere nella top 10 dei paesi che usano di più il servizio, dall’Italia sono arrivate nell’ultimo anno più di 6 milioni di visite mensili al sito (prima è la Francia con 10,6 milioni di visite), con un fatturato raddoppiato nei primi due quadrimestri del 2016. Per capire la parabola della piattaforma, obiettivi e mosse future ho scambiato quattro chiacchiere con Ronald Hans, meglio noto come Nalden (soprannome che deriva dalla firma dei suoi primi lavori pubblicati sul proprio blogger attivo fino al 2012 prima di spostarsi su Nalden.net), co-fondatore e attuale coordinatore del team Design & Innovation di WeTransfer.

Nalden, co-founder WeTransfer

Semplicità e velocità sono due degli elementi cardini del servizio. Quali le altre peculiarità che spiegano il successo di WeTransfer?
“Non c’è un singolo fattore, ma una serie di scelte legate alla nostra visione. Siamo un’azienda tecnologica che non vuole scendere a compromessi, così non vogliamo che gli utenti che arrivano su WeTransfer debbano farne. Una mossa decisiva è stata scommettere sulla pubblicità a schermo intero, considerata da tutti una follia in un periodo in cui dominavano ancora i banner pubblicitari e noi pensavamo a come pagare lo stipendi ai nostri dipendenti” — oggi sono 75 nella sede di Amsterdam e 6 in quella di Los Angeles. “Noi odiavamo i banner, non ne avremmo mai cliccato uno, quindi non potevamo chiederlo di fare agli utenti. Grazie agli sfondi pubblicitari, dal 2014 siamo in attivo e il 50% delle attuali entrate arrivano dalla pubblicità a tutta pagina. Lavoriamo con alcuni dei migliori brand del mondo come Nike, Levis e Burberry e, soprattutto, molti utenti neppure si accorgono della pubblicità sulla piattaforma, nel senso che guardano e apprezzano le immagini senza collegarle al profitto che ne deriva”.

Oltre alla pubblicità di aziende, voi sostenete anche artisti emergenti: perché?
“Siamo nati come un servizio destinato alle persone creative, poiché è lì che affondano le mie radici e quelle degli altri fondatori (ndr, Bas Beerens e lo scomparso Rinke Visser), quindi è per noi normale sostenere registi, illustratori, fotografi, enti di beneficienza e startup. L’obiettivo è di stringere un legame profondo con il nostro pubblico, mostrando loro che siamo qualcosa in più di un servizio per lo scambio di file, supportando artisti e progetti non solo online. Così abbiamo acquistato credibilità e tanti nuovi utenti, creativi e non”.

Il settore del file-sharing è pieno di grandi player: in cosa vi distinguete?
“Il primo elemento è l’accessibilità, perché noi non chiediamo registrazioni o la creazione di un account per usare il servizio. Questo è un aspetto fondamentale, perché gli utenti vogliono solo comunicare tra loro nella maniera più rapida, quindi percepiscono che non ci sono artifici o secondi fini”.

Come si dividono gli utenti tra la versione gratuita e quella Plus?
“Non posso rivelare numeri precisi, però i nostri ricavi arrivano da pubblicità e abbonamenti Plus: 50% l’uno e 50% l’altro”.

Qualche settimana fa avete lanciato la nuova versione del sito: quali le novità?
“Siamo ripartiti da zero e in undici mesi ci siamo dati un look diverso migliorando l’esperienza d’uso dell’utente. L’interfaccia è più pulita, i colori diversi e c’è un nuovo logo, mentre i destinatari possono scaricare file separatamente. Gli utenti WeTransfer Plus hanno maggiori possibilità di personalizzare il profilo con l’immagine di sfondo, proteggere i materiali inviati con una password, scegliere la data di cancellazione entro la quale scaricare i contenuti,  memorizzare gli scambi e l’accesso all’archivio degli stessi. In linea generale, invece, la piattaforma ora è più veloce, più sicura e più affidabile”.

Una delle richieste più frequenti per migliorare il servizio è alzare la soglia dei 2GB per i trasferimenti gratis. Lo farete?
“Ho imparato sul campo che è meglio iniziare dal basso, offrire ciò che è possibile e sostenibile e poi magari andare oltre. Questo per dire che a breve annunceremo nuove funzionalità”.

Lo scorso anno avete ottenuto un finanziamento di 25 milioni di dollari: come li spenderete?
“Davanti alla rapida e costante crescita della società il round è stato un passo delicato ma necessario per evitare potenziali problemi futuri. La salute dei conti ci ha permesso di selezionare il partner più adeguato alle esigenze tra i vari che hanno mostrato interesse; l’intesa con Highland Capital Partners Europe (HCPE) è stata totale, perché oltre ai soldi ci offrono consulenza e competenze per salire di livello. L’obiettivo è migliorare il team, continuare a sviluppare e innovare la piattaforma e concentrarsi sul mercato statunitense”.

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Huawei ha aperto un centro di innovazione in Sardegna

Huawei ha aperto un centro di innovazione in Sardegna

(Foto: Huawei)
(Foto: Huawei)

Dopo l’arrivo di Apple a Napoli con la creazione della prima iOS Developer Academy d’Europa, un’altra big del settore ICT ha deciso di sbarcare in Italia. Si tratta di Huawei, che pochi giorni fa ha inaugurato a Pula, in provincia di Cagliari, il suo Joint Innovation Center. Un laboratorio di innovazione dedicato a progetti di ricerca sulle sulle Smart Cities, che coinvolge il Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna, il CRS4. Dagli spazi del Parco Tecnologico di Pula, in provincia di Cagliari, Huawei e CRS4 collaboreranno con alcuni dei più importanti laboratori Huawei sparsi nel mondo.

(Foto: Regione Sardegna)
(Foto: Regione Sardegna)

D’altra parte, per bocca del suo Executive Director Italia, Daniele De Grandis, la multinazionale cinese da 60 miliardi di dollari l’anno aveva già manifestato in passato l’ambizione di poter superare i colossi Apple e Samsung. Non solo nel mercato degli smartphone. “Abbiamo un ecosistema di tecnologie che ci permette di mettere il piede in tanti settori”, aveva affermato De Grandis. E ora Huawei ha deciso di fare un ulteriore passo in questa direzione, investendo proprio nel nostro paese.

“La Regione Sardegna ha dimostrato di avere una sensibilità che altre realtà pubbliche non hanno avuto”, spiega Alessandro Cozzi, country director Italy Huawei Enterprise Business Group. “Huawei l’ha scelta come polo d’eccellenza per lo sviluppo di progetti Smart e Safe City – continua – e mira a creare nell’isola un ecosistema ICT aperto e collaborativo”. Obiettivo del progetto è rendere le città più intelligenti e sicure, migliorando la qualità della vita, oltre a portare sul territorio vantaggi in termini occupazionali.

(Foto: CRS4)
(Foto: CRS4)

Il progetto prevede inizialmente la realizzazione di un’infrastruttura sperimentale, prima in ambienti indoor e poi in alcuni quartieri di Cagliari. La sperimentazione per la gestione globale della sicurezza pubblica (Safe City), incluse le attività anti-terrorismo, la gestione delle catastrofi e l’assistenza sanitaria pubblica. E infine, lo studio dei sistemi e-LTE di nuova generazione, con possibilità di sperimentare nuovi standard 5G.

“Siamo entusiasti di questa collaborazione con Huawei – ha concluso Luigi Filippini, Presidente del CRS4, durante l’inaugurazione – poiché consentirà di sviluppare nuove soluzioni innovative che potranno essere sperimentate in Sardegna prima di essere diffuse nel resto del mondo”. La sfida è lanciata.

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I 50 migliori commenti sulla pagina Facebook di Wired

I 50 migliori commenti sulla pagina Facebook di Wired
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Sfoglia gallery50 immagini

Felicità

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Felicità
Felicità
Giudizi di merito
Giudizi di merito
Mi piace
Mi piace
La
La
Carcere
Carcere
Senza aprire
Senza aprire
Lì
Maria, io esco
Maria, io esco
Mr. Robot spiegato agli italiani
Mr. Robot spiegato agli italiani
Scale
Scale

Tre anni fa, più o meno in questo periodo, catalogammo i commentatori dei nostri articoli in 15 categorie, dall’hater al puritano, dal tifoso al complottista, confessando una certa predilezione per la categoria degli artisti, composta da utenti che commentano solo con meme e foto.

Quest’anno abbiamo deciso di fare un piccolo bilancio dell’anno che sta per concludersi, selezionando i 50 migliori commenti ricevuti sulla nostra bacheca.

Buone vacanze anche a voi che ci volete bene.

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I migliori personaggi di serie tv del 2016

I migliori personaggi di serie tv del 2016
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JJ ha insegnato che la disabilità in tv può essere realistica e divertenteSfoglia gallery10 immagini

JJ DiMeo, Speechless JJ ha insegnato che la disabilità in tv può essere realistica e divertente

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JJ DiMeo, Speechless
JJ DiMeo, Speechless JJ ha insegnato che la disabilità in tv può essere realistica e divertente
Luke Cage
Luke Cage Un supereroe nero era quello di cui il 2016 aveva bisogno
Genny Savastano, Gomorra
Genny Savastano, Gomorra Persona orribile, personaggio grandioso
Alicia Florrick, The Good Wife
Alicia Florrick, The Good Wife L’avvocato ispirata a Hillary Clinton ci saluta dopo sette stagioni
Dolores Abertnathy, Westworld
Dolores Abertnathy, Westworld L’androide più vecchio di Westworld ha ancora molto da dire
Cesei Lannister, Game of Thrones
Cesei Lannister, Game of Thrones Questa è stata la stagione di Cersei, è inutile negarlo
BoJack Horseman
BoJack Horseman Il cavallo antropomorfo più umano di molti umani
Kate Pearson, This is Us
Kate Pearson, This is Us Un personaggio che non ha paura di affrontare la questione
Lenny Belardo, The Young Pope
Lenny Belardo, The Young Pope Il giovane papa con pensieri molto poco giovani
Eleven, Stranger Things
Eleven, Stranger Things Nessun personaggio ha segnato il 2016 quanto lei

Se scegliere le migliori nuove serie tv del 2016 è complesso, scegliere i migliori personaggi è quasi impossibile. Il livello di scrittura televisiva è ormai così alto che moltissimi personaggi meriterebbero una menzione, specie se considerati nel loro contesto originale. Così, per scegliere chi doveva figurare in questa lista, abbiamo preso in considerazione i più iconici, quelli che hanno significato qualcosa, che hanno segnato un cambiamento, avuto archi narrativi particolarmente potenti o che, semplicemente, ricorderemo per parecchio tempo come un simbolo televisivo di quest’anno.

Ecco dunque i nostri migliori personaggi di serie tv del 2016.

10. JJ DiMeo (Speechless)jjdimeo

Speechless non è una serie di cui si sia parlato molto in Italia (anche se noi l’abbiamo inserita tra le migliori), ma la comedy della Abc ha provato che rappresentare le minoranze in tv non significa renderle per forza una tematica. Per questo JJ, il protagonista affetto da paralisi cerebrale della serie, è uno dei personaggi più significativi dell’anno: perché ci dice che un adolescente disabile affronta sì problematiche diverse da quelle dei suoi coetanei, ma è lo stesso un adolescente, non uno strumento al servizio del facile dramma.

9. Luke Cage (Luke Cage)luke-cage

La terza serie nata dalla collaborazione tra Marvel Studios e Netflix non ha convinto il pubblico quanto le precedenti, Dardevil e Jessica Jones. Ciò non di meno, Luke Cage (interpretato da Mike Colter) è stato il supereroe giusto al momento giusto. In un anno in cui la comunità afro-americana si è unita nel movimento Black Lives Matter per denunciare gli abusi della polizia, un supereroe di colore, che opera ad Harlem e veste una felpa nera col cappuccio, non è un supereroe qualunque. Qualsiasi siano stati i meriti e i demeriti della serie, Luke Cage è l’eroe dell’anno.

8. Gennaro Genny Savastano (Gomorra – La serie)genny

Dopo un eroe, un antieroe. I personaggi di Gomorra (che è stata eletta terza miglior serie straniera dal New York Times) sono entrati nel nostro immaginario con una potenza raramente raggiunta da una produzione italiana. Al di là delle possibili controversie etiche, stiamo parlando di figure magistralmente scritte, e Genny tra tutti è forse la più terribile e umana.

7. Alicia Florrick (The Good Wife)alicia

The Good Wife ci ha salutati quest’anno, dopo sette stagioni eccellenti. Anche Claire Underwood sarebbe potuta entrare nella lista, ma abbiamo scelto di omaggiare proprio Alicia per il suo lunghissimo percorso, sempre coerente e coraggioso, che ha fatto molto per la rappresentazione delle donne in tv. E poi, quale anno migliore per salutare (o scoprire) una donna la cui vita è ispirata a quella di Hillary Clinton?

6. Dolores Abernathy (Westworld)

Evan Rachel Wood non ha (finora) ricevuto grandi riconoscimenti per le sue capacità di attrice, ma inWestworld sembra aver trovato la sua dimensione. Androide alla ricerca del sé, chiave di volta del mistero della serie e donna che combatte per emanciparsi in un ambiente ostile e patriarcale a ogni livello, Dolores è il simbolo della serie rivelazione dell’anno, e certamente ci accompagnerà anche nella prossime – si spera molte – stagioni.

5. Cersei Lannister (Game of Thrones)cersei

Cersei non è un personaggio facile da amare. A differenza di Tyrion, Jon Snow e Daenerys – che, se vogliamo, sono più ruffiani con lo spettatore -, la regina Lannister non scende mai a compromessi. Spietata, arrivista, vendicativa, ma anche sofferente e complessa, questa è stata senza dubbio la stagione della sua rinascita, e per quanto qualcuno possa aver goduto della sua caduta, di certo nessuno è rimasto indifferente alla sua riconquista. Quella della sua incoronazione come Regina dei Sette Regni è senza dubbio una delle scene più memorabili della serie.

4. BoJack Horseman (BoJack Horseman)

Ne abbiamo già scritto, ma non abbastanza: BoJack è uno dei personaggi televisivi più intensi degli ultimi anni. Rinunciatario, alcolizzato, cinico e malinconico, autodistruttivo e pieno di rimpianto – questo cavallo antropomorfo a cartoni animati ha molta più vita della maggior parte dei colleghi reali, e più coraggio nel mettere a nudo l’animo fragile e contraddittorio del maschio moderno.

3. Kate Pearson (This is Us)kate

Raramente la tv ha dato spazio a personaggi in sovrappeso, se non per farne un uso in qualche modo comico. Kate è diversa. Da una parte è perfettamente caratterizzata come persona al di là del suo peso, ma dall’altra la serie sceglie di non negare il problema, affrontandolo il modo sensibile e umano. Non una mera questione estetica, quindi, ma il risultato di un percorso di vita che si snoda dall’infanzia all’età adulta, rivelando debolezze, piccole e grandi umiliazioni, esperienze, speranze. Un ottimo lavoro, che davvero, ci voleva.

2. Lenny Belardo (The Young Pope)

La serie del premio Oscar Paolo Sorrentino ha diviso il pubblico e la critica, ma che Lenny sia stato uno dei personaggi più vividi e originali di questo 2016, è difficile negarlo. Merito anche di un eccezionale Jude Law, che maneggia con disinvoltura la sceneggiatura verbosa e riesce a renderla intensa e divertente anche dove rischia di piegarsi sotto un peso eccessivo.

1. Eleven (Stranger Things)

Non ci sono dubbi, è lei l’eroina dell’anno. Se Stranger Things è stato (meritatamente) il fenomeno che è stato, il merito è anche del personaggio interpretato da Mille Bobby Brown. Questa meravigliosa ragazzina, che come niente incarna in sé tenerezza e potere, ci ha conquistati tutti, senza esclusioni. Bionda o rasata, in maglietta sgualcita o abito rosa, Eleven è Eleven, e noi la amiamo in ogni caso.

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Il futuro prossimo dell’intelligenza artificiale

Il futuro prossimo dell’intelligenza artificiale

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Una scena di “Lo and Behold”. Photo courtesy of Magnolia Pictures

Intelligenza artificiale, automazione e robotica sono alcune delle questioni più pressanti sulla società contemporanea. Gli scenari futuri del lavoro, per esempio, saranno fortemente caratterizzati dalla pressione dell’automazione e non è più possibile considerare questi temi come questioni da fantascienza o da laboratori di ricerca sulla robotica. La questione centrale su cui è necessario interrogarsi è infatti il ruolo che sarà riservato all’umano in questi ambiti e come prevenire che le innovazioni che l’intelligenza artificiale incorpora esondino anche nella disruption del tessuto sociale contemporaneo e futuro.

Jerry Kaplan, fellow del Center for Legal Informatics della Stanford University, dove insegna anche presso il Dipartimento di Computer Science, è uno dei massimi esperti di intelligenza artificiale. Nel suo ultimo saggio, Le persone non servono, edito in Italia da Luiss University Press, affronta la questione da diversi punti di vista, e quello dell’automazione del lavoro in particolare. Due sono gli ambiti di sviluppo principali dell’intelligenza artificiae, scrive Kaplan nel suo libro: quello degli intelletti sintetici, cui fanno capo machine learning, network neurali, big data, sistemi cognitivi o algoritmi genetici, e quelli che possono essere definiti come robot o operai artificiali a tutti gli effetti, il risultato dell’incontro tra sensori e attuatori. Entrambi avranno un ruolo nel futuro, anche immediato, e la necessità impellente è avere strumenti per affrontare le tensioni che porteranno inevitabilmente con sé.

Abbiamo parlato con Kaplan dell’immediato futuro dell’intelligenza artificiale, spaziando dalle auto che si guidano da sole al lavoro che potremmo perdere perché diventati ridondanti.

L’intelligenza artificiale (Ia) spinge al limite il concetto di disruption che di norma viene fatto riferire all’innovazione tecnologica. L’impatto potenziale dell’Ia sulla società potrebbe essere paragonabile a quello avuto da Internet nel complesso. È d’accordo, o vede delle differenze?

“Internet è un mezzo di comunicazione, come già la carta stampata o la radio. Al contrario, l’intelligenza artificiale è una tecnologia che può essere compresa al meglio se considerata come la naturale continuazione degli sforzi storici di aumentare l’automazione. Si tratta di qualcosa di molto potente e che darà spazio a diverse applicazioni, ma il suo impatto non sarà generale come quello di Internet. Al contrario, l’intelligenza artificiale cambierà i modi in cui realizzeremo certe attività che al momento richiedono gli sforzi e le attenzioni degli umani. Ci renderemo conto del suo impatto per via di diversi momenti in cui ci troveremo a dire ‘wow, non pensavo che un computer potesse essere usato per questo‘”.

L’intelligenza artificiale cambierà il lavoro dalle fondamenta, un tema cui dà ampio spazio nel suo libro. Allo stesso tempo, però, pone anche delle potenziali conseguenze devastanti per la società, insieme a potenziali benefici evidenti. La regolamentazione può essere la soluzione migliore, al fine di evitare danni potenziali al tessuto sociale?

“L’Ia espone certamente a dei pericoli e sarà fondamentale tenerli in considerazione e affrontarli. Non si sostituirà, comunque, a qualsiasi forma di lavoro umano, questo avverrà infatti solo per alcune professioni e certi tipi di compiti specifici. Penso che i benefici saranno molto importanti, ma alcune applicazioni hanno, come quelle per la guerra, davvero il potenziale di essere devastanti. Quello che servirà sarà comprendere ogni singola applicazione e decidere caso per caso se occorrono limitazioni o regolamentazioni”.

In una frase fondamentale del suo libro lei dice che “l’automazione è cieca di fronte al colore del tuo colletto“. Tra tutte le professioni e i lavori che subiranno l’impatto dell’automazione dell’Ai, quali soffriranno di più e prima?

“Come linea guida generale, le professioni che saranno colpite di più saranno quelle che hanno obiettivi ben definiti e modi limitati e specifici di raggiungerli. Questo vale in particolare per quei lavori che richiedono coordinazione tra la mano e l’occhio, come guidare, fare giardinaggio o imbiancare. In questi casi è plausibile pensare di trovarsi disoccupati nei prossimi decenni. Ma ci sono anche molti lavori che riteniamo richiedano altissimi livelli di formazione e competenze che finiranno invece nella medesima categoria.

“Per esempio, molti ricercatori che si occupano di intelligenza artificiale pensano che il lavoro dei radiologi sarà automatizzato piuttosto presto. Allo stesso tempo, scrivere contratti semplici, come affitti o vendite di proprietà, può essere fatto da computer, utilizzando le tecniche di intelligenza artificiale. Molti altri lavori che, invece, richiedono competenze come risolvere problemi o un tocco personale non saranno automatizzati. Dal mio punto di vista, ad esempio, il settore infermieristico è al sicuro, così come gli agenti immobiliari, i concierge o i performer nel complesso”.

Una grossa parte del dibattito sull’intelligenza artificiale è ora incentrato sulle automobili che si guidano da sole, in particolare per quanto riguarda le implicazioni etiche. Pensa che ci sia troppo hype attorno a questo settore, mentre ad altri – con implicazioni forse più estese -, come le analisi big data automatizzate, sia invece data troppo poca attenzione?

“Penso ci sia invece troppo poco hype attorno alle auto che si guidano da sole. Queste vetture avranno un impatto ampissimo sulla società, paragonabile forse all’invenzione della ruota stessa. Ma ci saranno altre applicazioni dell’intelligenza artificiale altrettanto importanti, che implicheranno anche decisioni etiche, che ci faranno inevitabilmente chiedere se vogliamo davvero utilizzare le macchine per realizzare quelle funzioni. Dovremo essere ben consigliati al fine di identificare e comprendere gli effetti potenziali di questi programmi e queste macchine prima di dispiegarle. Sarà difficile rimettere il genio dentro la lampada”.

La fantascienza e serie tv come Black Mirror e Westworld stanno continuando a portare l’intelligenza artificiale nella cultura pop. Queste produzioni di norma trattano l’argomento seguendo i temi della distopia o della ribellione delle macchine contro gli umani che dovrebbero essere i loro controllori. Nel suo libro lei sostiene che l’antropomorfismo applicato all’Ia sia un problema per comprendere davvero cosa sia l’intelligenza artificiale. Siamo spaventati dalle cose sbagliate?

“Queste serie tv sono molto diverse. Molti episodi di Black Mirror sottolineano questioni reali attinenti ai lati oscuri dell’attuale information technology, esagerandole a volte per sollevare una questione. Show come Westworld o Humans, invece, sono solo fantasia. Mostrano come potremmo essere fregati da robot antropomorfi, ma l’idea per la quale le macchine potranno svegliarsi o rivoltarsi contro i loro creatori umani è realistica quanto le serie con gli zombie o gli alieni. Non dovremo preoccuparcene nel futuro prossimo”.

Si parla molto di automazione anche nell’informazione. Come giornalista, mi devo preoccupare?

“Assolutamente no, almeno fino a quando utilizzerà il suo senso comune e il suo miglior giudizio. In futuro, però, potrebbe finire a intervistare delle macchine, invece che me”.

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