The Wolf of Wall Street alla prova dell’intelligenza artificiale

The Wolf of Wall Street alla prova dell’intelligenza artificiale

Torniamo a parlare di riconoscimento degli oggetti, di computer che osservano la realtà, di intelligenza artificiale: questa volta è il video Object Masking – The Wolf of Wall Street a darci la misura dell’evoluzione dei software.

Nel video, un programma dello studio di programmazione creativa Støj (Copenhagen) rimuove dal trailer del film The Wolf of Wall Street tutti gli oggetti che non riesce a riconoscere, dando così l’esatta misura della velocità e precisione nel riconoscimento degli oggetti da parte di un computer.

Il test di intelligenza artificiale, che pubblichiamo qui sopra, è parte del progetto An algorithm watching a movie trailer di Lasse Korsgaard e Andreas Refsgaard.

Ti è piaciuto? Guarda anche Ecco cosa succede quando un computer guarda un robot.

The post The Wolf of Wall Street alla prova dell’intelligenza artificiale appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: The Wolf of Wall Street alla prova dell’intelligenza artificiale

Sai riconoscere le sigle delle serie tv?

Sai riconoscere le sigle delle serie tv?

Creare le sigle iniziali delle serie tv è un lavoro complesso: selezione delle immagini, scritte, musica, montaggio, ogni elemento è fondamentale per la riuscita di quei 30-60 secondi che dovranno rappresentare il prodotto.

Credi di conoscere le sigle di tutte le più famose serie tv? Abbiamo isolato alcuni fotogrammi di diverse sigle iniziali: mettiti alla prova.

(function($) {

function getCookie(c_name){
var i,x,y,ARRcookies=document.cookie.split(“;”);
for (i=0;i 0){
$(‘.pollContainer iframe’).last().css(‘height’ , height + ‘px’);//}
}

});

var isLoggedIn = false;
var uid = “/_guid_anonimo”;
var cookieWired = getCookie(“wordpress_logged_in_wired”);
if ( (cookieWired != null) && (cookieWired != “”) )
{
var obj = jQuery.parseJSON( decodeURIComponent(cookieWired) );
isLoggedIn = true;
uid = “/_guid_”+obj.userid;
}

$(“#pollContainer-KMVwBRoecjkb3NPz”).html(““);
var urlSondaggio = “https://polls.wired.it/index.php/welcome/getCoverTQ/KMVwBRoecjkb3NPz” + uid + “/” + “https%3A%2F%2Fwww.wired.it%2Flol%2F2017%2F02%2F15%2Fquiz-sigle-serie-tv%2F”;
$(“#pollContainer-KMVwBRoecjkb3NPz”).html(“”);
})(jQuery);

The post Sai riconoscere le sigle delle serie tv? appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Sai riconoscere le sigle delle serie tv?

Gioco d’azzardo patologico: nuove norme per contrastarlo

Gioco d’azzardo patologico: nuove norme per contrastarlo

L’ultimo a legiferare sulla materia è stato il Consiglio Regionale delle Marche, approvando all’unanimità, lo scorso 31 gennaio, la legge recante le “Norme per la prevenzione e il trattamento del gioco d’azzardo patologico e della dipendenza da nuove tecnologie e social network”.
Con una differente rubrica – in questo caso, equiparando due dipendenze per alcuni aspetti analoghe –  il testo si aggiunge a quelli approvati da molte regioni, con l’obiettivo di contrastare quella vera e propria piaga sociale che va sotto il nome di G.A.P. – Gioco d’Azzardo Patologico – noto anche come “ludopatia”.

Ludopatia sembra una parola dal suono simpatico: ma nell’unirsi a “pathos”, sofferenza, la radice “ludos”, gioco, perde il suo significato leggero per divenire “disturbo del comportamento”, rendendo impossibile, per le persone che ne sono colpite, controllare i propri impulsi, e compromettendo l’equilibrio psico-fisico dell’intero nucleo familiare.
Negli ultimi anni, il fenomeno è transitato dai contesti medici e psicologici al mondo del diritto, diventando oggetto di interesse e di studio per alcuni tra noi giuristi. Certo i numeri eclatanti hanno spinto in questa direzione: secondo il Ministero della Salute (dati 2012) sono 30 milioni gli italiani che giocano d’azzardo, seppure saltuariamente, con oltre 2 milioni di persone tra soggetti a rischio e ludopatici conclamati. La percentuale varia tra l’1,3% e il 3,8% della popolazione, mentre i giocatori patologici variano tra lo 0,5% e il 2,2 %. Nella fascia di età più fragile – quella degli adolescenti tra i 15 ed i 19 anni – le percentuali di soggetti a rischio/ludopatici raddoppiano rispetto al totale.

Serve altro per definirla un’emergenza vera e propria?
Gli interventi normativi hanno fatto e possono fare molto nella direzione della prevenzione, purché l’approccio al problema sia olistico: nell’assenza di una normativa unitaria a livello europeo – ci sono una risoluzione del Parlamento del 2013 ed una raccomandazione della Commissione del 2014 – il quadro regolatorio è dato prevalentemente dalla normativa statale e regionale.

È nel 2012, con il decreto 13 settembre 2012, n. 158 – convertito con modificazioni dalla legge 8 novembre 2012, n. 189 – conosciuto come “decreto Balduzzi”, che Governo e Parlamento hanno iniziato a trattare sistematicamente la materia: intanto, chiedendo l’aggiornamento dei LEA – i livelli essenziali delle prestazioni – “per la prevenzione, cura e riabilitazione dei soggetti affetti da ludopatia”, ma soprattutto dettando, al contempo, le linee per il Piano di Azione nazionale 2013-2015 e prevedendo una serie di punti essenziali – dal divieto di inserimento di messaggi pubblicitari relativi ai giochi con vincite in denaro in tv, radio, spettacoli non vietati ai minori, giornali, etc., a specifici avvertimenti sul rischio di dipendenza; dal limite minimo di 18 anni per l’accesso alle sale giochi, all’istituzione di un Osservatorio per contrastare la diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave, con dotazione di 50 milioni di euro annuali per il 2015 e 2016.

La Legge regionale marchigiana – ultima in ordine di tempo, come abbiamo detto – nasce sull’esperienza di altre regioni: molte di esse, infatti, hanno approvato specifici provvedimenti volti a prevenire la diffusione dei fenomeni di dipendenza dal gioco, anche se lecito, ed a tutelare le persone maggiormente esposte ai rischi che ne derivano. All’interno dei testi, misure operative simili: dal divieto di installare slot machine in locali vicini a scuole, poste, banche, e compro oro, alla distanza minima di 300 metri da tali “luoghi sensibili”; dalle limitazioni per le nuove aperture, all’aggravamento dell’Irap per chi installa le vituperate ‘macchinette’; da forme di premialità per gli esercizi no slot, alle disposizioni limitative in materia di pubblicità delle sale da gioco che prevedono vincite in denaro.

Tanti e puntuali i possibili rimedi previsti, ma efficaci sempre se collegati a percorsi di educazione, informazione e sensibilizzazione sul tema. In questa direzione, alcune Regioni hanno istituito un Osservatorio sul gioco d’azzardo composto da esperti multisettoriali.
Alcune di esse – tra quelle che hanno approvato specifiche leggi –  si sono fatte, altresì, promotrici di un Manifesto con il quale si impegnano a “garantire azioni di prevenzione e contrasto alla ludopatia”, “difendere l’autonomia normativa regionale” e “fare rete contro l’azzardo patologico”.

Le esperienze, purtroppo, sono state spesso fallimentari: leggi che nascono mutilate perché non transitano dall’imposizione di divieti alla fase operativa, incapaci di prevedere azioni concrete in affiancamento alle sanzioni, profilassi educativa che vada alla radice del problema.
Che non è certo la crisi economica – come spesso sottolineato, che può aggravare il problema, ma non lo causa -, come si vede dall’aumento esponenziale di tale patologia tra i minori.

Nota di chiusura: mentre effettuavo ricerche sull’argomento, più volte mi sono imbattuta in adv che invitavano al gioco, con bonus gratuiti di varia entità, da poche decine di euro fino anche a 500 o 1.000 euro.
A parte la necessità di affinare i risultati restituiti dagli algoritmi – la mia ricerca andava in altra direzione, ovviamente – è anche così che i piccoli ludopatici crescono, con questi “incentivi” gratuiti. Sappiamo bene quanto sia facile giocare online con una carta prepagata, magari intestata ad un amico consenziente maggiorenne.

A beneficio di chi, forse è il caso di cominciare a chiedercelo.

The post Gioco d’azzardo patologico: nuove norme per contrastarlo appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Gioco d’azzardo patologico: nuove norme per contrastarlo

L’assurda storia di Ovaria, il rimedio omeopatico per le tendenze lesbiche

L’assurda storia di Ovaria, il rimedio omeopatico per le tendenze lesbiche

(Foto: Media for medicals/Getty Images)
(Foto: Media for medicals/Getty Images)

Curare l’omosessualità femminile con un trattamento omeopatico. Potrebbe sembrare una notizia di Lercio, visto che, in pimo luogo, l’omosessualità non è una malattia e, in secondo luogo, numerosi studi scientifici concordano sul fatto che l’omeopatia sia inefficace per il trattamento di qualsiasi cosa, ma purtroppo è tutto vero.

Il composto è presentato e venduto sul sito di una parafarmacia romagnola che gode dell’autorizzazione al commercio online da parte del Ministero della Salute.

Alla modica cifra di 14 euro per 100 compresse o di 13,60 euro per il flacone da 22 millilitri, è possibile acquistare Dr. Reckeweg R20, un rimedio “per dare sostegno, stimolo e regolazione alle funzioni endocrine femminili”.

Insieme ad altri cinque ingredienti, nella formulazione del preparato si dichiara la presenza di Ovaria, che da fonti online pare essere lo stesso principio che va anche sotto i nomi di Ovininum, Ovinium, Eierstöcke, Oophorinum, Ovar, Ovarialextrakt e Ovaries. Sull’origine di questa sostanza (presente in concentrazione infime, come sempre in omeopatia) si trova ben poco, se non una generica definizione di estratto ovarico.

Scorrendo tutti i disturbi per cui Ovaria viene consigliata come rimedio, si legge di “irregolarità mestruali, disturbi del climaterio, deficit di memoria, depressione, disturbi funzionali delle ghiandole, complesso di inferiorità, criptorchidismo, enuresi notturna, impotenza, frigidità femminile, tendenze lesbiche, oligo e azzoospermia, congestioni”.

Una parte della descrizione del prodotto
Una parte della descrizione del prodotto

Lasciando per un attimo perdere la comprovata inefficacia dell’omeopatia (gli eventuali benefici dei trattamenti omeopatici sono da considerare – per la comunità scientifica – come il risultato dell’effetto placebo) è veramente difficile credere che un singolo rimedio possa essere efficace nel trattamento di una serie cosi vasta e variegata di sintomi.

Soprattutto, però, le “tendenze lesbiche” non sono né un disturbo né tanto meno una malattia, quindi non si capisce che cosa ci sia da trattare. Si vuole forse alludere al fatto che le donne omosessuali dovrebbero farsi curare per ritornare a essere attratte dall’altro sesso?

Come conferma anche il sito stesso della para-farmacia, il punto vendita romagnolo rientra nel dataset ministeriale (scaricabile qui) con “l’elenco completo degli esercizi commerciali, diversi dalle farmacie, autorizzati alla vendita al pubblico di farmaci”. L’ultimo aggiornamento dell’elenco è di oggi, 14 febbraio 2017.

I primi a segnalare questa storia sono stati i debunker di Bufale Un Tanto Al Chilo (Butac), che hanno anche invocato l’intervento del ministro della salute Beatrice Lorenzin per far correggere il tiro. Altri siti che commercializzano prodotti o consigliano prodotti omeopatici, pur vendendo fuffa, hanno rimosso dalla descrizione del prodotto il riferimento all’orientamento sessuale.

The post L’assurda storia di Ovaria, il rimedio omeopatico per le tendenze lesbiche appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: L’assurda storia di Ovaria, il rimedio omeopatico per le tendenze lesbiche

Gioco d’azzardo e slot machine: il triste primato dell’Italia

Gioco d’azzardo e slot machine: il triste primato dell’Italia

(Foto: Getty Images)

(Foto: Getty Images)

Italiani, popolo di santi, eroi e… giocatori d’azzardo (perdenti). A dirlo è l’Economist, a margine di un report sulla diffusione del gioco d’azzardo nel mondo, che sfata anche un po’ di miti sul nostro gambling quotidiano, già dalle prime righe…

“Las Vegas può essere sinonimo di gioco d’azzardo – scrive L’Economist – ma la più grande fiera del settore si in realtà tenuta a Londra…”. Rilanciamo: forse avrebbe dovuto tenersi in Italia, visto che proprio nella classifica dell’Economist sul gioco d’azzardo nel mondo (foto in basso) noi veniamo prima della Gran Bretagna. Siamo il nono paese al mondo per perdite di denaro da parte dei giocatori (adulti), nel gioco d’azzardo legale. E il quarto per volume delle perdite su scala nazionale: 19 miliardi di dollari. Peggio di noi fanno solo gli Usa (116,9 miliardi di dollari), dove però – è bene ricordarlo – hanno Las Vegas e Atlantic City, la Cina (62,4 miliardi) e il Giappone (24,1 miliardi). Tutti paesi più popolosi di noi, tra l’altro. Per restare ai dati, in Italia nel 2016 il gioco d’azzardo ha raggiunto la quota monstre di 95 miliardi di euro (di cui 10 finiti nelle casse dello stato). Ma quello che stupisce è soprattutto “come” spendiamo i soldi in giochi d’azzardo.

fonte: The Economist
fonte: The Economist

Dalla classifica si intuisce facilmente che siamo il paese delle macchinette mangiasoldi: la maggior parte delle perdite di denaro si deve a loro, un po’ dalle lotterie e un altro po’ da gioco online e scommesse. Ma rispetto alle slot non c’è paragone: in media è lì che ogni italiano perde 200 dollari all’anno. Del resto, avverte Libera, «in Italia sono installate 400.000 slot-machine, pari a una macchinetta ‘mangiasoldi’ ogni 150 abitanti». E la brutta notizia è che a tenerci “solo” al nono posto della classifica non è tanto la nostra oculatezza, ma il fatto che sul suolo italico ci sono solo 4 casinò. Se ne avessimo di più, ce la batteremmo con Australia, Usa e Singapore. E poi giochiamo poco online, rispetto ad altri paesi europei: in paesi come Irlanda, Norvegia e Gran Bretagna nell’online gambling si perdono più soldi che altrove. Paese che vai, azzardo che trovi, insomma.

The post Gioco d’azzardo e slot machine: il triste primato dell’Italia appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Gioco d’azzardo e slot machine: il triste primato dell’Italia

L’Italia investirà 4,2 miliardi nei suoi aeroporti. Obiettivo: più passeggeri

L’Italia investirà 4,2 miliardi nei suoi aeroporti. Obiettivo: più passeggeri

In aeroporto
In aeroporto

A Bologna si sta costruendo una monorotaia che in sette minuti collegherà la stazione ferroviaria con l’aeroporto di Borgo Panigale. A Venezia lo scalo Tessera, meglio noto come Marco Polo, sta aggiungendo cinquemila metri quadri di terminal fronte laguna per collegare i pontili dei vaporetti all’aeroporto vero e proprio. A Milano Linate Sea, la società che gestisce gli scali del capoluogo lombardo, ha preventivato 100 milioni di euro per il progetto che deve riorganizzare il city airport meneghino. A Roma Fiumicino in quattro anni i gestori di Adr ed Enac (Ente nazionale aviazione civile) spenderanno 1,7 miliardi di euro per rimettere mano al terminal sud e alle infrastrutture di volo.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Enac entro il 2021 in Italia sono stati programmati cantieri agli aeroporti nazionali per 4,2 miliardi di euro. La parte del leone spetta a quattro big: Fiumicino, per l’appunto, che con i suoi 1,7 miliardi di spesa vale poco meno della metà dell’intero importo, Linate con 313 milioni, Malpensa con 266 milioni e Venezia, che investirà 533,5 milioni. Se si aggiunge Ciampino (41 milioni per un complesso di manutenzioni e ristrutturazione), si arriva a quota 2,9 miliardi.

Gli altri 1,3 miliardi sono divisi tra 27 scali. Catania Fontanarossa spenderà 215 milioni, Orio al Serio 113 milioni, Bologna 112,4 milioni, il Vespucci di Firenze 104,4 milioni, 108 milioni i quattro scali pugliesi: Foggia, Taranto, Bari e Brindisi.

Il traffico aereo in Italia è in ripresa, come attestano le statistiche dell’Associazione italiane gestori di aeroporti. L’anno scorso negli scali della penisola sono passati 164 milioni di passeggeri, il 4,6% in più del 2015, l’anno di Expo, venti milioni in più rispetto al 2013. Anche le merci sono cresciute: un milione di tonnellate, il 5,9% in più dell’anno precedente. E le previsioni sono di maggiori incrementi nei prossimi anni. Motivo per cui sono scattati i cantieri dalle Alpi alle isole.

Dei 157,2 milioni di passeggeri del 2015, circa un terzo ha viaggiato dagli aeroporti del nordovest. Il bacino ha tre big come Malpensa, Linate e Orio al Serio, che da soli hanno catalizzato il 70% dei 43 milioni di utenti. Secondo l’Enac l’area in futuro potrà generare “una domanda di circa 68 milioni di passeggeri/anno all’orizzonte temporale del 2030”.

Sea ha pianificato di spendere tra il 2016 e il 2020 oltre mezzo miliardo di euro. Trecento milioni sono destinati a Linate, dove la voce più rilevante è quella del nuovo masterplan. Ossia un progetto che cambierà faccia allo scalo per consolidare i 10 milioni di passeggeri all’anno. Orio al Serio ha stanziato 113 milioni di euro, che serviranno a finanziare lavori al terminal, all’area cargo e alle infrastrutture di volo. Qualcosa si muove anche a Brescia. Per lo scalo di Montichiari, da anno ridotto a pochi trasporti cargo, sono in arrivo 51,8 milioni di euro. La società di gestione, partecipata all’80% da Save (aeroporto di Venezia) e Catullo (Verona) e al 20% dalla Camera di commercio e dalla Confindustria di Brescia, punta a riaprire la pista ai voli passeggeri, raggiungendo quota 2 milioni l’anno.

Benché rientri nel bacino del nordovest, Montichiari orbita nella galassia degli aeroporti di nordest. Qui la calamita è il polo Venezia-Treviso, 12,4 milioni di passeggeri lo scorso anno con un balzo in avanti del 10% sul 2015 secondo Assaeroporti. Nel 2030 per l’Enac Venezia, Treviso, Trieste e Verona potrebbero gestire fino a 24 milioni di persone. Proprio lo scalo veronese punta a crescere. I 64,9 milioni di investimenti di Enac sosterranno un progetto per ampliare lo scalo e raddoppiare a 5,6 milioni i passeggeri del Catullo.

A Bologna 120 milioni di euro serviranno a completare entro il 2019 la monorotaia che collegherà il Marconi alla stazione ferroviaria. A Firenze si lavora a nuova linea del tram. La consegna era prevista per febbraio del 2018, ma i costruttori stimano qualche mese di ritardo. Bologna prevede anche 112 milioni di spesa per terminal e interventi aerei, Firenze 104 milioni, di cui 70 milioni andranno in espropri per acquistare i terreni necessari all’ampliamento della struttura.

Anche Napoli Capodichino avrebbe bisogno di espandersi, per aumentare il numero di passeggeri dell’area campana e in suo soccorso potrebbe arrivare il vicino scalo di Salerno, se non fosse che il buco della gestione è finito sotto la lente della Corte dei conti. Nel 2015 ha sviluppato perdite per 1,2 milioni di euro, a fronte di 300mila euro di ricavi. E dire che per Enac Salerno potrebbe “essere a servizio di rilevanti aree della Basilicata”.

Al momento la piccola regione si appoggia sul sistema degli aeroporti pugliesi. Quattro scali – Bari, Brindisi, Foggia e Taranto per i soli cargo – che hanno sviluppato un traffico di 6,5 milioni di passeggeri nel 2016 e puntano ai 9 milioni nel 2030. Brindisi si prepara a un ampliamento di 1.500 metri quadri, aumentando i gate dagli attuali otto a quindici. Anche Lamezia Terme, in Calabria, prospetta di ingrandirsi con uno stanziamento di 63,9 milioni di euro, di cui 50 milioni per il terminal.

Tuttavia, scrive l’Enac, “l’insufficiente accessibilità ai poli di interesse turistico e alle aree interne, gli eccessivi tempi di viaggio e l’inefficienza dei sistemi di trasporto, soprattutto in chiave di interscambio, determinano una perdita di competitività delle imprese ed in generale dell’intera economia delle aree del Sud, anche in termini di attrattività turistica e commerciale”.

E questo vale anche per la Sicilia, nonostante i buoni flussi di traffico. Catania, con i suoi 7,9 milioni di passeggeri annui, è il sesto scalo nazionale, davanti a Bologna, Napoli e Ciampino. Per l’Enac in quindici anni i passeggeri potrebbero raddoppiare e la società di gestione Sac, è pronta a ristrutturare la vecchia aerostazione per farne un nuovo terminal. Tanto che l’azienda aveva chiesto 161 milioni a Enac per i lavori, ma ora ha sottoposto una nuova domanda di finanziamento da 215 milioni.

The post L’Italia investirà 4,2 miliardi nei suoi aeroporti. Obiettivo: più passeggeri appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: L’Italia investirà 4,2 miliardi nei suoi aeroporti. Obiettivo: più passeggeri

Fisica della materia, un aiuto dall’intelligenza artificiale

Fisica della materia, un aiuto dall’intelligenza artificiale

intelligenza artificiale
(Foto: Fabrice Coffrini/Getty Images)

Se fossimo dei fisici potremmo chiederci: come può un computer distinguere la fase ordinata di un ferromagnete dalla sua fase disordinata? E anche se non siamo tutti dei fisici, ora sappiamo la risposta: allo stesso modo in cui distingue un gattino da un pinguino, cioè impara da migliaia di immagini attraverso un semplice algoritmo.

Questa è stata l’intuizione di Juan Carrasquilla e Roger Melko, ricercatori del Perimeter Institute for Theoretical Physics di Waterloo in Canada, che hanno applicato con successo le reti neurali standard dell’intelligenza artificiale alla fisica della materia. Il loro lavoro, pubblicato sulla rivista Nature Physics, lega in modo ancora più stretto la fisica teorica alle tecnologie di intelligenza artificiale.

“Abbiamo preso la stessa rete neurale che riconosce le cifre scritte a mano [sulle buste postali o sugli assegni] e abbiamo sottoposto ai nostri computer immagini delle diverse fasi [della materia]”, spiega Melko, che ha vinto nel 2016 la Medaglia Herzberg dalla Canadian Association of Physicists, come riconoscimento per i suoi meriti scientifici.

Carrasquilla e Melko hanno utilizzato TensorFlow di Google, una libreria di software opensource per il machine learning, applicandolo ai sistemi fisici. E per il programma è stato semplice, come lo era stato (apparentemente) battere il campione del mondo nel gioco del Go.

È bastato fornire al supercomputer dell’Università di Waterloo una quantità impressionante di dati e di immagini – frutto di decenni di ricerca sperimentale e di simulazioni – accumulate negli archivi del Perimeter Institute, e la macchina ha imparato a distinguere tra i diversi stati della materia e a riconoscerne anche le transizioni da una fase all’altra. La ricerca ha riscosso incredibile successo nella comunità scientifica già prima della pubblicazione ufficiale, avvenuta il 13 febbraio. Molti altri progetti si stanno basando sull’intuizione dei due ricercatori del Perimeter: studi che spaziano dal concetto dell’entanglement quantistico all’analisi delle conformazioni delle proteine e del dna.

Il lavoro di Carrasquilla e Melko, a detta degli esperti, avrà un impatto pratico in moltissimi campi e discipline. Lo stesso Melko sta sperimentando le potenzialità dello strumento per studiare come e quando si ripiegano i polimeri. Ma la curiosità del ricercatore non si è certo placata: il prossimo passo sarà capire se questa semplice rete neurale di un paio di megabyte sarà in grado di rappresentare una funzione d’onda quantistica.

The post Fisica della materia, un aiuto dall’intelligenza artificiale appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Fisica della materia, un aiuto dall’intelligenza artificiale

Le 10 parodie fondamentali del cinema

Le 10 parodie fondamentali del cinema

Delle parodie noi in Italia ne sappiamo sia molto che molto poco.
Siamo forse il paese il cui cinema ne ha prodotte di più, eppure non erano “vere parodie”. Da Totò Le Moko fino a Ultimo tango a Zagarolo, abbiamo parodiato tutto ma solo a parole. Vianello e Tognazzi, Franco e Ciccio e ovviamente Totò sono state teste d’ariete di un genere che per almeno 30 anni ha piegato i titoli dei film più che i contenuti.

Dall’altra parte dell’oceano invece la parodia negli anni ‘70 è cambiata molto, si è contaminata di surreale e metacinematografico ed ha preso di petto le regole dei generi. Dalla scorsa settimana, in sala c’è Lego Batman, l’ultima trasformazione del genere parodistico, una versione umoristica dei film di supereroi (e per essere precisi di quelli di Batman) che cita, deforma e si appoggia su quel che i molti altri film di supereroi stanno facendo in questi anni.

Nel cercare di mettere ordine nel mare magnum del genere per arrivare alle 10 parodie fondamentali del cinema, abbiamo cercato (per quanto possibile) di tenere ad uno massimo due i film per autore, ben consci che per alcuni dieci posizioni non sarebbero bastate ad esaurire la loro influenza.

10. L’esorciccio
Simbolo di un genere intero, benché sia uno dei suoi esempi più tardi, strani e inusuali (addirittura manca Franco Franchi appartenendo al periodo in cui si era separato da Ingrassia). Memorabile molto più per il titolo che per il contenuto, girato in quella che sembra una domenica di vacanza per tutti alle porte di Roma, è un film pessimo che lo stesso sì è fatto bandiera di tutto un modo di produrre cinema comico a bassissimo costo in Italia, l’attività che per quasi 30 anni ha tenuto Franco e Ciccio in cima al botteghino con costanza incredibile.

9. Galaxy Quest
L’inevitabile parodia di un genere attento ai dettagli, colmo di variazioni, peculiarietà e talmente serioso da essere inevitabilmente divertente se preso in giro, è arrivata al suo culmine solo in anni recenti. Galaxy Quest farcisce un po’ tutta la fantascienza nerd, tenendo in testa Star Trek, con un gusto e una conoscenza del genere che sono ammirabili.

8. L’aereo più pazzo del mondo
La serie che ha rivelato il genio della ZAZ e contribuito a rivedere da capo Leslie Nielsen (attore molto serio approdato al comico solo a fine carriera). Zucker, Abrahamas e Zucker esordiscono qui rilanciando il genere demenziale grazie ad un’innovativa cretineria e geniali trovate. Ad oggi è uno dei caposaldi del genere e per molti il film più divertente mai visto.

7. Austin Powers
Figlio delle parodie classiche, ma anche dell’umorismo promosso da MTV e dal Saturday Night Live, Mike Meyers è stata la cosa migliore capitata alla parodia negli anni ‘90. Il suo Austin Powers parodia lo spy movie in stile James Bond senza appoggiarsi a nulla. Conscio dell’esistenza di Mel Brooks ma capace di creare tutte gag originali e mai viste prima, la sua è stata una meteora imperdibile che nessuno ha saputo replicare, nemmeno lui stesso.

6. L’alba dei morti dementi
Mal titolato in italiano dall’originale Shaun Of The Dead, è stata la più importante rivoluzione moderna del genere. Allontanata dal demenziale, la parodia dagli anni 2000 diventa sinonimo di adesione non presa in giro delle regole. Quello di Edgar Wright era un film che pienamente rispettava ogni caposaldo dello zombie movie ma infilava tantissima comicità in una trama che poteva anche essere raccontata seriamente. Non era la ridicolizzazione di una categoria di film ma la sua versione comica.

5. I Soliti Ignoti
In anni in cui in Italia la parodia di ogni cosa va benissimo al botteghino il regista di commedia Mario Monicelli decide, con il suo animo bellicoso, di girare una parodia di Rififi e dei film di rapina francesi. Non vuole fare una dichiarazione d’amore del genere, ma una messa in ridicolo delle implausibilità e del concetto così serioso di eroismo di cui erano contaminati. Quei film sono scemi e lo dimostrerò facendo uno più reale di loro e inevitabilmente più comico. Ne esce il più grande film della commedia all’italiana, in cui il classico colpo non è messo a segno da implacabili professionisti ma da persone così ordinarie da essere incompetenti e perdersi per un piatto di pasta e ceci.

4. This is Spinal Tap
Primo documentario che in realtà è una parodia di un genere e di una categoria umana. Prendendo spunto dai documentari che raccontano la grande storia dei gruppi rock, questo mockumentary racconta gli inesistenti Spinal Tap, gruppo di idioti che si fanno strada assecondando i peggiori clichè di qualsiasi genere musicale vada di moda.

3. Balle Spaziali
Perfetto esempio di cosa sia una parodia per l’artista più importante del genere, Mel Brooks. Si parte da un film e lo si prende in giro facendovi confluire dentro tre cose: i film di genere simile, tutto ciò che non gli appartiene (come il tempo presente o un’altra ambientazione o un altro film), il metacinema (cioè il fatto che i personaggi siano consci di essere in un film).
Come già in Mezzogiorno e mezzo di fuoco Mel Brooks è all’apice della creatività e riesce a mostrare il marketing di Guerre Stellari, il razzismo delle specie aliene, il maschilismo e la sessualità legata a molti dei suoi simboli in un continuo di gag dal tempo perfetto.

2. Una Pallottola Spuntata
Punta più alta in assoluto per la ZAZ. Nata come una serie tv che prende in giro i polizieschi televisivi e poi tracimata al cinema in tre meravigliosi film, questa serie ha reso famoso (davvero) Leslie Nielsen e cambiato molto della maniera in cui si fa comicità al cinema e in televisione. Il poliziesco e il noir con voce fuoricampo non sono potuti più essere gli stessi, i giochi di parole e la figura del poliziotto integerrimo e di ferro, come negli anni ‘70 era stato Clint Eastwood, nemmeno potevano più essere messi in scena senza far ridere.

1. Frankenstein Junior
Di tutto il cinema di Mel Brooks questo è forse il film meno rappresentativo e più strano, eppure anche il più amato e noto. L’horror gotico e le sue atmosfere sono lo spunto per l’avventura di uno scienziato che in realtà è quasi sempre spalla. Gene Wilder si sacrifica magnificamente e regge il gioco a Marty Feldman e tutti quelli che sono in scena con lui, contribuendo e rimbalzando gag diventate memorabili.
Il film è anche forse uno degli adattamenti italiani più celebrati e amati di sempre.

The post Le 10 parodie fondamentali del cinema appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Le 10 parodie fondamentali del cinema

“Un’amore”, ovvero Real Time e la strategia del refuso

“Un’amore”, ovvero Real Time e la strategia del refuso

In vista di San Valentino il canale Real Time si è lanciato in una campagna pubblicitaria a tappeto, con tanto di affissioni, pagine di giornale e post sui social network, con lo slogan “Vi auguriamo un’amore che è tutto un programma”. L’errore è abbastanza palese ed evidente per chiunque abbia fatto le elementari e ha scatenato la consueta gara di originalità da social, fatta di sfottò, prese in giro, grida d’allarme contro lo stato dell’alfabetizzazione in Italia e campagne di solidarietà contro il povero pubblicitario che avrebbe perso il posto.

In molti si sono anche chiesti come fosse possibile fare un errore così grande per una campagna che è stata sicuramente vista e rivista decine di volte prima di ricevere la luce verde da Real Time.

Altrettanti si sono lanciati in analisi sull’aspetto pubblicitario della cosa. Vale ancora il detto “purché se ne parli” oppure tutto ciò che il canale otteneva in cambio era una secchiata di pernacchie e un basso ritorno d’immagine?

La risposta è arrivata oggi con un secondo messaggio: l’errore era soltanto un teaser, una sorta di anticipazione di quello che sarebbe stato il vero messaggio, ovvero “Un amore è un’amore”, con tanto di video. Il concetto, forse un po’ mieloso, ma tutto sommato furbo nell’intercettare il discorso sul gender e condivisibile negli intenti è: l’amore non dovrebbe essere maschile né femminile, ma si dovrebbe poter scrivere in entrambi i modi, firmate la petizione per rendendolo di fatto il primo termine neutro della lingua italiana.

Non sapremo mai se fa tutto parte di una campagna pubblicitaria pensata ad hoc o se il reparto creativo di Real Time ha fatto le cinque di mattina per mettere una toppa che fosse adeguatamente larga per coprire il buco. Da qualunque aspetto la si voglia guardare, l’idea sembra aver funzionato.

Nel primo caso abbiamo un messaggio che fa leva sull’istinto naturale di chiunque frequenti i social network: additare i fallimenti altrui, soprattutto se eclatanti. Una pulsione ancora più forte se si lavora o si frequenta l’ambito della creatività. Ridendo della debacle possiamo dire che noi lo avremmo fatto meglio e magari farci pubblicità. Sotto questo punto di vista la campagna di Real Time risulta perfetta, perché sfrutta un riflesso condizionato per condividere il messaggio in maniera capillare per poi farci sentire un po’ in colpa. Dimostra senza dubbio una grande conoscenza delle dinamiche social.

Se invece nasce come salvataggio in extremis è comunque una strategia efficace e evidenzia la capacità dell’agenzia pubblicitaria di gestire un “social fail” così evidente.

Il bello di questa campagna è che la verità non la sapremo mai, ma dubito che una soluzione dell’ultimo secondo preveda addirittura un video di spiegazioni e dubito anche, per quanto possa capitare, che un errore così grande sia sfuggito alle varie revisioni.

Per quanto riguarda invece il messaggio della campagna, sono invece abbastanza perplesso. Certo, l’idea di un amore neutro è senza dubbio condivisibile e la lingua non dev’essere un corpus immutabile, ma di solito si evolve col tempo. Dare retta alla petizione vorrebbe dire azzerare di colpo per uno stunt pubblicitario tutta una simbologia letteraria e poetica che proprio sui generi maschile e femminile ha posto le sue fondamenta.

Per par condicio dovremmo rendere la morte, l’odio, la passione, la simpatia, la gentilezza e il coraggio aggettivi neutri, perché in fondo legati a entrambi i sessi. Personalmente l’idea di un amore neutro, non mi regala particolari emozioni, l’amore non è né giusto né sbagliato, ma non è neppure neutro. Se proprio vogliamo metterla sul piano del linguaggio, la parola “neutro” evoca un qualcosa di estraneo a ogni emozione, vi pare questo amore?

Inoltre, questa petizione porta con sé una sorta di sottile ricatto morale, soprattutto nel video: “Se pensi che l’amore debba rimanere un sostantivo maschile forse pensi che esista un amore sbagliato?”.

Ed è qua che una pubblicità geniale nell’attuazione fallisce in parte il suo intento: un messaggio positivo, come è quello di Real Time, si basa sulla condivisione di un valore e non sull’instillare il senso di colpa in chi semplicemente vuole rispettare la grammatica.

The post “Un’amore”, ovvero Real Time e la strategia del refuso appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: “Un’amore”, ovvero Real Time e la strategia del refuso

Per cercare articoli su Pinterest basta scattare una foto

Per cercare articoli su Pinterest basta scattare una foto

pinte

La ricerca per immagini, da Google in poi, non è certo una novità, ma Pinterest ha appena aggiunto alla sua applicazione una funzione che consente di scattare foto dalla propria fotocamera per permettere al sistema di trovare immagini simili all’interno della piattaforma.

Il meccanismo, chiamato “Lens” e disponibile in versione beta su iOS e Android (per ora negli Stati Uniti) ricorda molto il browser visivo Blippar, perché non riconosce solo gli oggetti che vengono ripresi, ma cerca di inserirli all’interno di un contesto. Per esempio, la foto di un piatto da mangiare potrebbe suggerire risultati di ricette, così come quella di un paio di scarpe un intero outfit. Dallo spunto di un oggetto d’arredo può consigliare l’intero design di una stanza e dalle foto di un cielo stellato rintracciare artisti che propongono opere sul tema, magari dipinti.

Ovviamente, tutto questo ha i suoi risvolti commerciali: la funzione “Shop a Look”, è quella che consente, una volta cliccato sulle etichette che Pinterest fornisce come risultati di ricerca, di accedere a oggetti in vendita sulla piattaforma e sui siti dei marchi. Il Ceo Ben Silbermann e il co-fondatore Evan Sharp hanno spiegato che nella fase di test gli utenti hanno salvato i pin di “Shop the Look” cinque volte in più dei normali pin.

Ogni oggetto “pinnato” in vendita trascina con sé un’altra catena di suggerimenti di oggetti simili, in una combinazione di consigli automatici e contenuti curati da umani.

Un’altra delle funzioni lanciate, questa in tutto il mondo, è “Instant Ideas”: se tra i contenuti proposti nelle Idee si vede qualcosa di interessante, si può accedere allo stesso tipo di ricerca proposta da Lens, ma senza scattare foto. Basta sfruttare il cerchietto che comparirà sull’immagine per accedere a nuovi contenuti correlati. Anche in questo caso, le opzioni sono molte, dalla serie di ricette legate a un piatto, agli accessori.

Come spiega un post ufficiale, Lens, Shop a Look e Instant Ideas fanno parte degli strumenti di “Visual Discovery” lanciati da Pinterest.

 

The post Per cercare articoli su Pinterest basta scattare una foto appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Per cercare articoli su Pinterest basta scattare una foto