Perché stiamo tornando a parlare di trasmissione aerea del coronavirus

Perché stiamo tornando a parlare di trasmissione aerea del coronavirus

coronavirus
(foto: Clemente Marmorino/ IPP / Eyepix Group/Barcroft Media via Getty Images)

È la più grande domanda che gira intorno alla pandemia da Covid-19. E per cui ancora non abbiamo una risposta definitiva. Il nuovo coronavirus si trasmette per via aerea, tramite quindi l’aerosol? Secondo 239 scienziati, che hanno inviato nei giorni scorso una lettera aperta all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la risposta è sì, in quanto c’è la possibilità che il contagio possa avvenire tramite la dispersione di goccioline infette nell’aria. E ora la risposta, seppur molto cauta, dell’Oms è arrivata: gli esperti hanno confermato che ci sono prove emergenti della trasmissione aerea del nuovo coronavirus.

Come vi abbiamo raccontato, infatti, in occasione di una conferenza stampa dei giorni scorsi durante la quale il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha affermato che la pandemia non ha ancora raggiunto il suo picco, a tal proposito si era espressa la responsabile tecnica dell’Oms Benedetta Allegranzi. “Stiamo collaborando con molti dei firmatari della lettera”, ha riferito l’esperta. “Ci sono evidenze emergenti su questo tema e crediamo di dover essere aperti a questa ipotesi e studiare le prove disponibili per comprenderne le implicazioni sulle modalità di trasmissione e sulle precauzioni da prendere. Ci sono alcune condizioni in cui la trasmissione aerea non si può escludere, come in luoghi molto affollati, chiusi e poco ventilati”.

Ma cosa vuol dire esattamente che il contagio può avvenire per trasmissione aerea? Fin dall’inizio della pandemia, l’Oms ha sottolineato più e più volte che la principale via di trasmissione del nuovo coronavirus avviene da persona a persona per via respiratoria, tramite cioè le famose droplets, ossia le goccioline di saliva emesse quando qualcuno positivo al virus starnutisce, tossisce e parla. Va da sé, quindi, che le particelle virali possono raggiungere facilmente chi si trova nelle immediate vicinanze. Ed è proprio per questo motivo che tra le principali misure per contenere la diffusione del virus, l’Oms raccomanda di mantenere una distanza di sicurezza gli uni dagli altri di almeno un metro.

Ma se la trasmissione per via aerea (tramite aerosol) fosse davvero una possibilità, e bisognerebbe quindi darle peso come esortano i 239 scienziati nel loro appello, allora dovremmo stare attenti anche all’aria che respiriamo, o meglio prestare particolare attenzione agli ambienti chiusi e poco ventilati. Le droplet cariche di particelle virali, infatti, sono relativamente grandi e piuttosto pesanti (hanno un diametro maggiore di 5 micron) e non possono perciò rimanere sospese nell’aria per un lungo periodo di tempo e per lunghe distanze, ossia fino a quando la spinta di un colpo di tosse o di uno starnuto si esaurisce e la gravità ha la meglio. Le goccioline di aerosol, invece, sono molto più piccole, in quanto raggiungono un diametro inferiore a 5 micron. Sono quindi, più leggere e riescono a rimanere sospese nell’aria per lunghi periodi di tempo. Basta pensare al virus del morbillo, in grado di sopravvivere nell’aria anche fino a qualche ora. La domanda per cui ancora non abbiamo una risposta definitiva, però, è se l’aerosol può contenere una quantità di particelle virali in grado di contagiare e per quanto tempo il nuovo coronavirus riesce a rimanere sospeso nell’aria.

Finora secondo l’Oms la trasmissione per via aerea sarebbe possibile soltanto in condizioni particolari, come procedure mediche che generano aerosol. “Soprattutto negli ultimi due mesi abbiamo affermato diverse volte che consideriamo la trasmissione airborne come possibile, ma di certo non supportata da prove solide o chiare. C’è un acceso dibattito su questo tema”, aveva spiegato al New York Times Benedetta Allegranzi, prima della risposta data nell’ultima conferenza stampa. Dopo la lettere dei 239 scienziati, infatti, l’Oms ha ammesso, con molta cautela, questa possibilità, sottolineando tuttavia che sono necessarie ulteriori prove e valutazioni. Ma nel caso in cui questa ipotesi venisse confermata, l’Oms dovrebbe cambiare le proprie linee guida per evitare la diffusione del nuovo coronavirus negli ambienti affollati, chiusi e poco ventilati.

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Canon presenta le nuove mirrorless Eos R5 e R6

Canon presenta le nuove mirrorless Eos R5 e R6

Dopo mesi di lockdown e incertezza causati dall’epidemia di Covid-19, Canon riversa nel mercato fotografico due nuove mirrorless full frame, le EOS R5 e EOS R6, quattro nuovi obiettivi RF, una stampante e vari accessori. Una pletora di nuovi prodotti lanciati insieme per per ribadire sostanzialmente due concetti: che per il mercato è tempo di ripartire e, soprattutto, che la tecnologia mirrorless non è più un esercizio di stile, ma un settore fiorente per la casa giapponese, che oggi vale il 46% delle spedizioni.

Guardando alle specifiche tecniche, le nuove fotocamere hanno vari elementi in comune e altrettanti che le distinguono, per soddisfare pubblici anche molto diversi tra loro: la EOS R5 è una fotocamera full frame professionale con sensore da 45 megapixel e velocità fino a 20 fps, ma è anche la prima mirrorless full frame capace di registrare internamente video 8K in formato RAW fino a 29,97 fps e video 4K fino a 120p.

EOS R6, dal canto suo, è sviluppata per appassionati e professionisti che cercano uno strumento ben bilanciato e versatile, capace di dare alte prestazioni in tutte le situazioni, e vanta un sensore da 20,1 megapixel con cui si possono scattare fino a 20fps e girare video 4K fino a 60p e video full hd fino a 120p.

Le cose che hanno in comune

Entrambe le EOS R5 ed EOS R6 possono scattare fino a 12 fps grazie all’otturatore meccanico e fino a 20 fps con l’otturatore elettronico completamente silenzioso. In entrambi i casi, lavorano mantenendo attivo sia il rilevamento dell’esposizione automatica (AE) sia la messa a fuoco automatica (AF). E’ anche possibile impostare la prima tendina dell’otturatore elettronica e la seconda meccanica per scattare fino a 12 fps.

Notevole anche sistema nuovo di zecca per la stabilizzazione d’immagine sul sensore a 5 assi, che migliora le prestazioni di tutti i tipi di obiettivo. Progettata per lavorare in coppia con il sistema di stabilizzazione nativo degli obiettivi RF, questa tecnologia corregge fino a 8 stop, consentendo ad esempio di fare a mano libera foto che altrimenti richiederebbero l’uso di un treppiede. Tutto merito del grande innesto RF, che con i suoi 54 millimetri garantisce che la luce raggiunga sempre l’intero sensore anche quando si muove per stabilizzare l’immagine e che, allo stesso modo, agevola un movimento maggiore e una maggiore efficienza del sistema IS.

Lo avevamo già visto al suo debutto sulla EOS 1D X Mark III, ora lo ritroviamo sulle nuove EOS R5 ed EOS R6: il processore Digic X, mostro di potenza e velocità di elaborazione, abilità il nuovo e aggiornato sistema di autofocus Dual Pixel Cmos AF II, che mette a fuoco in appena 0,05 e che lavora con livelli di luce fino a -6 EV con la R5, mentre raggiunge un EV minimo di -6,5 con la R6.

Il sistema iTR AF X AF deve a un fine tuning tramite intelligenza artificiale con apprendimento deep learning l’efficacia con cui rileva volto e occhi, mantenendo i soggetti sempre nitidi anche con ridotta profondità di campo. Non solo, ma il sistema di inseguimento del soggetto ora riconosce anche gatti, cani e uccelli sia in modalità foto che video.

Infine, entrambe le fotocamere sono dotate di sistemi avanzati di connessione grazie a bluetooth e wi-fi integrati: EOS R5 (5Ghz Wi-iFi) ed EOS R6 (2 .4Ghz Wi FiFi8) si collegano facilmente a smartphone e in rete per la condivisione di file ad alta velocità e il trasferimento FTP/FTPS, e possono essere controllate a distanza tramite la app Camera Connect o il software EOS Utility (se collegate a un pc o un mac tramite wi-fi o usb 3.1). Supportato anche il trasferimento automatico di file di immagini alla piattaforma cloud image.canon, per condividere e stampare facilmente immagini o per integrarsi con i flussi di lavoro di Google Photos Photos o Adobe Creative Cloud.

EOS R5, pensata per i professionisti

Grazie al processore Digic X, al sensore Cmos da oltre 45 megapixel, alla copertura AF fino al 100% con 5940 punti AF selezionabili e alla sensibilità da 100 da 51.200 ISO, la EOS R5 si configura chiaramente come fotocamera indirizzata a un’utenza professionale. Lo conferma anche il doppio slot di memoria, dove sono supportate una scheda sd UHS II e soprattutto una scheda CFexpress, scelta necessaria per registrare senza intoppi il flusso video RAW 8K a 12 bit.

Molto utile anche il joystick multi-controller da usare in aggiunta alla modalità Touch Drag AF, che utilizza il touchscreen ad angolo variabile da 3,2 pollici con una risoluzione di 2,1 milioni di punti. Grazie infine al supporto del Dual Pixel RAW, è possibile correggere il contrasto dello sfondo e cambiare l’illuminazione nei ritratti direttamente in macchina. Il mirino elettronico (EVF) da 0,5 pollici si aggiorna a 120 fps con una risoluzione di 5,76 milioni di punti, riducendo al minimo il gap con il tradizionale mirino ottico.

EOS R6, ce n’è per tutti

L’EOS R6 è una fotocamera versatile, adatta agli appassionati di sport e natura che di sicuro possono sfruttare al meglio la velocità di scatto fino a 20 fps, fino a 6.072 punti AF selezionabili, il sensore Cmos da 20,1 megapixel ma anche una gamma ISO nativa di 100 – 102.400. Ideale anche per girare video, la R6 consente filmare con risoluzione 4K uhd fino a 59,94 fps raggiunti attraverso il sovra campionamento da 5,1K, e realizza filmati in slow motion con supporto AF utilizzando la modalità Full HD fino a 119,88 fps.

Il mirino elettronico EVF da 0,5 pollici e 3,69 milioni di punti lavora fino a una velocità di aggiornamento massima di 120 fps, adatta a fotografare eventi sportivi. Lo schermo LCD da 1,62 milioni di punti con angolazione variabile da 3 pollici rende possibile riprese da angolazioni davvero creative. I due slot di memoria consentono agli utenti di inserire 2 schede sd UHS II e di registrare contemporaneamente su entrambe le schede, con la possibilità di registrare in diversi formati in sicurezza e velocità.

Tutto il resto

Insieme con EOS R5 (4709 euro, disponibile dal 30 luglio) ed EOS R6 (2829 euro , che diventano 3149 euro in kit con RF 24-105mm F4 7.1 IS STM, disponibile da fine agosto), Canon ha presentato anche alcuni accessori, ben quattro nuovi obiettivi RF, due extender e la stampante A3 imagePrograf PRO-300 (799 euro).

Gli obiettivi sono l’RF 85mm F2 Macro IS STM (729 euro, disponibile da ottobre); l’RF 600mm F11 IS STM; (839,99 euro) e l’RF 800mm F11 IS STM (1099,99 euro) entrambi disponibili dal 30 luglio; l’RF 100-500mm F4.5-7.1L IS USM che costa 3249 euro e sarà disponibile da settembre.

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Google sta per lanciare un nuovo misterioso dispositivo

Google sta per lanciare un nuovo misterioso dispositivo

(Foto: Fcc)

C’è un nuovo misterioso dispositivo Google che potrebbe presto vedere la luce del commercio. L’apparecchio è apparso con alcune delle sue caratteristiche tecniche e riferimenti molto approssimativi alle funzionalità sul sito della agenzia governativa americana Fcc che sta per commissione federale per le comunicazioni.

Non è chiaro di cosa si tratterà perché sia dalle scarne informazioni sopraggiunte sia dal nome in codice, dovrebbe risultare una nuova linea di prodotti. Di sicuro non è uno smartphone né un tablet né propriamente un altoparlante smart. Sul sito Fcc viene descritto come wireless device ossia dispositivo senza fili, che praticamente può riferirsi all’intero panorama di gadget tecnologici attuali.

Il nome in codice è Gxca6 e si può affermare con certezza che sia compatibile con i network 802.11ac wi-fi dual band dunque operanti sia a 2.4GHz sia a 5GHz ma anche con il bluetooth le ossia a bassa energia. Infine, la parte inferiore sarà tonda, ma non si conosce altro del design perché i dati e i dettagli sul sito Fcc terminano qui.

La prima posizione nella classifica delle ipotesi è in un nuovo dongle Android Tv ovvero un dispositivo in grado di aggiungere funzionalità smart al grande schermo di casa e di consentire la comunicazione senza fili con altri apparecchi e la connessione alla rete wi-fi di casa, un po’ come Chromecast, ma con qualcosa in più e più prestante.

Difficile che si tratterà di un nuovo smart speaker della gamma Google Home perché i nomi in codice sono del tutto differenti tipo H2b, H1a, H2c, H0a, H2d/H2e e così via. Al contempo, appunto non sarà un semplice nuovo Chromecast visto che tale famiglia segue la nomenclatura Nc2-6a5, Nc2-6a5b e Nc2-6a5-d.

dispositivo misterioso google
(Foto: Fcc)

L’ultimo aggiornamento mostra un’immagine che rappresenta un diagramma che toglie dal ventaglio dei papabili diversi sospetti dato che il dispositivo misterioso che viene definito “Eut” ovvero “equipment under test” / “apparecchiatura sotto test” è piazzato a fianco di uno smartphone (Pixel 4 Xl), un computer portatile e uno speaker bluetooth. Sembra che nella prova illustrata si sia trasmessa musica via bt mentre l’apparecchio era connesso alla rete senza fili.

Rimane il mistero, che potrebbe essere svelato in combinazione con i nuovi Pixel, ormai attesi a breve.

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Dyson Pure Cryptomic, il purificatore d’aria che distrugge la formaldeide

Dyson Pure Cryptomic, il purificatore d’aria che distrugge la formaldeide

Dyson Cryptomic
(Foto: Dyson)

Dyson Pure Cryptomic è un ventilatore che si occupa anche di purificare l’aria combattendo specificamente fino a distruggerlo un pericoloso inquinante come la formaldeide. Dotato di una serie di soluzioni tecnologiche proprietarie, Cryptomic può essere controllato attraverso l’app per smartphone, che monitora costantemente il livello di qualità dell’aria in casa.

Che cos’è la formaldeide che viene distrutta da Dyson Cryptomic? È un battericida artificiale che in alte concentrazioni può risultare particolarmente nocivo per la salute perché può provocare irritazione alla mucose e agli occhi fino a diventare cancerogeno se in altissima quantità. Si può trovare ovunque in casa a partire dai pavimenti e mobili dato che può essere emesso dalla vernice dei pannelli e listelli in truciolato, ma si rileva anche nei tessuti come le tende, materassi e divani fino ai materiali fonoassorbenti e nei soffitti.

La formaldeide contribuisce in prima linea all’inquinamento in casa assieme a altri agenti come polvere, allergeni e peli di animali domestici fino a gas, composti organici volatili (Cov), N02 e benzene. Senza dimenticare i pericolosi fumi di cottura prodotti in cucina mentre si preparano i pasti e determinate modalità come la frittura, che genera particolato fine e ultrafine.

(Foto: Dyson)

Il Dyson include un filtro hepa in vetro e a carboni attivi che ferma il 99,95% delle particelle ultrafini attraverso nove metri di microfibra di borosilicato condensato e sigillato. E si combina alla tecnologia proprietaria omonima per distruggere la formaldeide agendo a livello molecolare, scomponendola in minuscole quantità di acqua e anidride carbonica. Il sistema funziona a 360 gradi coprendo l’intero ambiente dove il dispositivo viene piazzato.

Il purificatore e ventilatore di Dyson sfrutta tre sensori interni per rilevare in autonomia le particelle e i gas nell’aria di casa (che può essere fino a cinque volte più inquinata rispetto all’esterno) e mostra i dati in tempo reale sul display lcd integrato, assieme anche al valore della temperatura.

Con la tecnologia Air Multiplier, ogni secondo vengono diffusi 290 litri d’aria con un flusso uniforme e potente. Due le modalità, quella ventilatore che spara l’aria sul fronte e quella diffusa che la devia attraverso l’anello posteriore con un angolo di 45 gradi, senza che ti arrivi direttamente addosso. Nella nostra prova, durata una decina di giorni, abbiamo potuto constatare che l’aria “purificata” e la prima modalità, effettivamente, danno una concreta sensazione di fresco, ma, nelle giornate torride milanesi, neppure la ventola al massimo riesce a sopperire alla mancanza di un condizionatore.

È stato inoltre interessante notare come Dyson Pure Cryptomic vada anche a risolvere quello che è considerato da molti un grande problema in casa, ovvero il cattivo odore, generato soprattutto in cucina da griglie e frittura, ma anche da forno e bollitura.

Molto comoda e utile l’applicazione Dyson Link combinata al dispositivo che si può installare gratuitamente. La comunicazione avviene attraverso la rete wi-fi di casa e si configura piuttosto facilmente. L’app può visualizzare in tempo reale un report sulla qualità dell’aria (con anche uno storico dei dati, che sono confrontabili) mostrando temperatura, umidità e sulla vita utile del filtro; a tal proposito, si riceverà una notifica quando sarà da sostituire.

App-Dyson-Link
(Foto: Dyson)

Dyson Pure Cryptomic costa 649 euro, che diventano 699 euro per la versione in grado anche di generare calore.

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Sul nuovo ponte di Genova il Governo può salvare la faccia all’ultimo minuto?

Sul nuovo ponte di Genova il Governo può salvare la faccia all’ultimo minuto?

Il ponte Morandi dopo il crollo del 14 agosto 2018 (foto: ANDREA LEONI/AFP/Getty Images)

Non era difficile immaginare un’umiliazione del genere. Cioè arrivare alla vigilia dell’inaugurazione del nuovo ponte di Genova progettato da Renzo Piano e costruito in tempi record sulle macerie del Morandi crollato il 14 agosto 2018 senza aver sbrogliato il nodo delle concessioni autostradali. Un dossier, come molti altri aperti sul tavolo del governo, che si sarebbe dovuto chiudere nel giro dello scorso anno. Prima le turbolenze sulla legge di bilancio, poi quelle sulla tenuta della maggioranza, infine la mostruosa crisi per l’epidemia hanno travolto ogni scadenza e ogni urgenza, traghettandoci a un appuntamento surreale per quanto tecnicamente obbligato: la consegna del viadotto nuovo di zecca allo stesso concessionario che gestiva quello crollato con le vite di 43 persone e il destino di mezza Liguria. Roba da teatro dell’assurdo.

Un passaggio temporaneo ma insopportabile per i parenti delle vittime ma in fondo per chiunque conservi un po’ di amore per il buon senso e la dignità nazionale (fra l’altro, in Italia non c’è mai da fidarsi delle soluzioni temporanee) che si potrebbe però evitare all’ultimo minuto. Perché la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, dem che all’inizio di giugno ha avviato il percorso obbligato ora assediata dai 5 Stelle, vuole modificare il “decreto Genova e consegnare l’opera al commissario Marco Bucci, sindaco del capoluogo ligure. Non, dunque, ad Autostrade per l’Italia. Vedremo se ci riuscirà in tempi rapidi: il ponte va inaugurato entro il 14 di agosto a meno di due anni esatti dalla tragedia. Ma bisogna pur dire che il M5S ha governato un anno abbondante prima del nuovo esecutivo col Pd e nulla ha ottenuto, nella fase della maggioranza gialloverde. Il bue pentastellato che dice cornuto all’asino democratico.

Probabilmente è quella la strada più indicata: qualunque cosa ne pensi Giuseppe Conte, sarebbe a dir poco miracoloso se dopo due anni di sostanziale propaganda sul punto – questo si è fatto, da parte di quasi tutti i partiti – in settimana si arrivasse a una revoca definitiva. Sarebbe un’accelerazione quasi impossibile. Non si cambia azionariato a una società alla quale sono state rimescolate le carte in tavola (il decreto Milleproroghe dello scorso gennaio ha modificato i termini di un eventuale indennizzo in caso di revoca da 23 a 7 miliardi secondo le stime) nel giro di una notte. E rimane da capire se Aspi, controllata all’88% da Atlantia a sua volta nelle mani delle holding della famiglia Benetton, accetterà alla fine di scendere sotto il 51%, svendendo le quote a Cassa Depositi e Prestiti o al fondo F2i. Insomma, ogni mossa è ancora possibile e le soluzioni “ad horas” che si augura l’avvocato non sembrano affatto dietro l’angolo, a meno di uno strappo storico.

Lo spazio, stretto ma certo percorribile, potrebbe tuttavia esserci: sembrerebbe infatti averlo aperto la decisione della Corte Costituzionale, che ha rigettato le ordinanze del Tar della Liguria dando ragione al governo e bocciando le questioni di costituzionalità sollevate dai giudici amministrativi liguri sull’esclusione di Aspi dalla ricostruzione. Insomma, “l’eccezionale gravità dei fatti” consentiva all’esecutivo di approvare quel decreto e di far fuori la concessionaria dai lavori, imponendole al contempo di pagarli così come gli espropri. Quei procedimenti finiranno su un binario morto e al contempo la pronuncia della Consulta consegna a Conte una carta pesante da giocare con Atlantia: o accettate la maggioranza pubblica, un sostanzioso piano di investimenti e manutenzione e il taglio dei pedaggi oppure addio. Lo smacco per la figura del presidente del Consiglio sarebbe insostenibile: finirebbe per essere il premier che ha riconsegnato un ponte crollato a chi  lo aveva in tutela quando è crollato portandosi giù tutte quelle vite.

Peccato che quella carta il governo l’avesse già in mano: era appunto costituita dal dramma del crollo, dal dolore per i morti, dall’enormità di un evento simile che chiedeva chiarezza politica e credibilità. E invece ha partorito demagogia nell’immediato e pochi fatti nel medio periodo, sfociando nell’imbarazzante nodo di questi giorni. “Al di là delle verifiche penali di quello che farà la magistratura con la sua inchiesta – disse conte il 15 agosto 2018 – noi non possiamo aspettare i tempi della Giustizia. Il Governo, nell’atto di disporre nuove concessioni, sarà molto più rigoroso nella valutazione delle clausole. Andremo a rivedere i contratti di servizio per rendere più stringenti i vincoli”. Parole al vento, oltre che pericolose: alla fine, con l’indagine che non è ancora approdata all’udienza preliminare e la concessione ferma a due anni fa, è stata una gara a chi si è mosso meno e la vicenda è sprofondata nella melma.

Solo la ricostruzione del ponte, e come sempre la decisione della Corte che toglie troppo spesso le castagne dal fuoco alla fragile politica italiana, hanno scosso la questione. Troppo poco e troppo tardi: qualsiasi cosa accada ora sarà una soluzione a metà sia per la giustizia che per la gestione di tremila chilometri delle nostre autostrade.

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Stanze “virtuali” e sottotitoli live: ecco come cambia Microsoft Teams

Stanze “virtuali” e sottotitoli live: ecco come cambia Microsoft Teams

Microsoft Team presenta nuove funzionalità (immagine: Microsoft)

Microsoft Teams ha rilasciato delle nuove funzionalità che aiuteranno le persone a rimanere in contatto con fornitori e colleghi. Queste nuove aggiunte sono frutto dell’analisi delle abitudini dei lavoratori nei mesi del lockdown e guardano al futuro dello smart working. “Con l’evoluzione della risposta globale al Covid-19, le comunità di tutto il mondo sono passate da un’era di “tutto remoto” a un modello più ibrido di lavoro, apprendimento e vita”, scrive Microsoft presentando gli aggiornamenti di Teams.

Tutti insieme in una stanza virtuale

L’obiettivo di questo aggiornamento è rendere meno impersonale uno strumento che permette di relazionarsi con un massimo di 49 persone contemporaneamente. Se già la presenza in video è un passo avanti rispetto a una email o una telefonata, Microsoft ha cercato di rendere le interazioni virtuali “più naturali, coinvolgenti e umane”.

Grazie alla Together Mode gli utenti collegati in videoconferenza potranno essere posizionati virtualmente all’interno di uno sfondo condiviso. In questo modo aumenta la sensazione d’insieme proiettando virtualmente i partecipanti nella stessa stanza e facendoli così sentire più partecipi e non più dei semplici volti in una griglia. Secondo gli studi condotti da Microsoft questa modalità riduce l’affaticamento e garantisce una maggiore concentrazione.

Risultati dello studio sull’attività celebrale durante l’utilizzo delle nuove funzioni di Teams (immagine: Microsoft)

Un’altra novità aumenta l’inclusività della piattaforma. Microsoft Teams già fornisce dei sottotitoli live trascrivendo ciò che viene detto in una videoconferenza, ma l’aggiornamento sarà in grado di attribuire le frasi trascritte all’utente che le ha pronunciate. Al termine della riunione la piattaforma genererà un file con la trascrizione dei dialoghi. La società ha fatto sapere che nel corso dell’anno questa funzionalità farà un ulteriore salto in avanti, con la traduzione in diretta dei sottotitoli.

Si potranno anche inviare delle emoticon come reazione ai contenuti e usare dei filtri per personalizzare le luci o la messa a fuoco della ripresa video.

Proiettati verso il futuro

L’obiettivo di Microsoft è di intersecare i cambiamenti del modo di lavorare. Le ricerche condotte da Harris Poll, società di analisi di mercato, hanno mostrato che la settimana lavorativa “tradizionale”, 5 giorni con orari dalle 9 alle 17, sta lentamente scomparendo.

La società ha aggiunto poi che durante il lockdown “le chat su Teams dalle 8 alle 9 e dalle 18 alle 20 sono aumentate più di ogni altra, tra il 15% e il 23%”.

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Le assurde creazioni nei campi di riso di Shenyang in Cina

Le assurde creazioni nei campi di riso di Shenyang in Cina

Se l’associazione tra campi di riso e Cina vi ha fatto subito pensare alle straordinarie terrazze multicolore già patrimonio dell’umanità, vi fermiamo subito: il tipo di spettacolo di cui vi parliamo oggi non è di tipo naturalistico ma, oseremmo dire, artistico: a Shenyang, nella provincia nord-orientale di Liaoning, ogni anno il parco agricolo locale propone curiose opere visive realizzate giocando con gli elementi naturali delle risaie locali.

È così che da piedistalli sopraelevati è possibile contemplare operazioni d’arte d’avanguardia che cambiano ogni anno – nel 2020, come potete vedere nella nostra gallery, tra i soggetti rappresentati ci sono Mister Bean e Marilyn Monroe. Se pensate che capolavori simili non valgano il prezzo di un costoso biglietto aereo, sfogliare le immagini qui sopra potrebbe però garantirvi la dose di trash giornaliero di cui non potete fare a meno.

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Palantir, una delle prime startup della Silicon Valley, si prepara alla quotazione

Palantir, una delle prime startup della Silicon Valley, si prepara alla quotazione

Quartier generale della compagnia di analisi di big data Palantir Technologies a Palo Alto, California. (Photo via Smith Collection/Gado/Getty Images).

L’emergenza Covid-19 non ferma le quotazioni tecnologiche a Wall Street. La società di analisi dati Palantir Technologies, tra le più “vecchie” startup tecnologiche della Silicon Valley, ha presentato alla Sec, la Consob americana, i documenti per il suo debutto in Borsa entro la fine dell’anno. E vista la valutazione della società data a oltre 20 miliardi di dollari, potrebbe trattarsi della più importante quotazione sulla piazza di New York dopo quella di Uber dell’anno scorso.

Al momento non sono stati forniti dettagli sui tempi e le condizioni del collocamento, ma la società pensa di lanciare la sua offerta pubblica iniziale (Ipo) dopo il via libera da parte dell’autorità di controllo. Nelle ultime settimane le quote di partecipazione erano scambiate sul mercato privato con una valutazione della compagnia che oscillava tra i 10 e i 12 miliardi di dollari, come si legge su Reuters.

Come riporta Techcrunch, la settimana scorsa la compagnia ha annunciato di aver avviato una raccolta di investimenti da 961 milioni di dollari, probabilmente in vista della quotazione. Dalla sua fondazione nel 2004, la società californiana, amministrata dal miliardario Alexander Karp e che vede tra i suoi soci anche Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e tra i primi investitori di Facebook, si è assicurata oltre 2,6 miliardi di dollari di finanziamenti.

I rapporti con il governo

E i servizi offerti da Palantir, tra cui soprattutto lo sviluppo di software che aggregano dati personali anche a partire da informazioni presenti online, hanno attratto nel tempo partecipazioni controverse da parte agenzie e istituzioni statunitensi, come In-Q-Tel, il braccio della Cia che si occupa degli investimenti, ma anche l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione (Ice), recentemente finita al centro delle polemiche a causa della stretta sulle politiche anti-immigrazione dell’amministrazione guidata dal presidente Donald Trump, soprattutto riguardo ai visti per gli studenti e per i lavoratori.

Per quanto riguarda invece altre aziende tecnologiche, un recente round di investimenti da 550 milioni di dollari nella società di Palo Alto è stato guidato il mese scorso dalle giapponesi Fujitsu e Sompo Holdings, e con quest’ultima è impegnata nella collaborazione per lo sviluppo di tecnologie in grado di contrastare l’emergenza coronavirus.

Nonostante le incertezze sui mercati, Palantir sembra comunque aver scelto un buon momento per la sua quotazione, dato che le azioni delle società tech che recentemente hanno deciso di debuttare a Wall Street hanno visto crescere il valore delle loro azioni rispetto al prezzo di collocamento, e nel complesso l’indice Nasdaq è ormai a quota 10.492 punti proprio grazie alle performance dei principali titoli tecnologici.

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L’algoritmo che indica quali sono le mete più sicure (e più belle) per le vacanze

L’algoritmo che indica quali sono le mete più sicure (e più belle) per le vacanze

(Foto: Getty Images)

Nella valigia delle vacanze 2020, tutti vogliono infilare una cosa ben precisa: la sicurezza. La tranquillità di scegliere una meta che sia attraente, ovvio, ma anche il più possibile al riparo dai rischi legati alla pandemia da coronavirus. Tornano utili in questo senso strumenti come le mappe aggiornate e il nuovo Travel Safe Algorithm lanciato da Lastminute.com Group, che scandaglia le destinazioni, le analizza da diversi punti di vista (dalla diffusione del virus alla qualità della sanità, dal numero di siti Unesco alle strutture ricettive) e ogni settimana sentenzia quali sono le mete più sicure per i viaggiatori italiani. Che, dati alla mano, hanno una gran voglia di partire: se ad aprile le prenotazioni segnavano un -95 per cento rispetto a un anno prima, oggi siamo al -40 per cento.

L’algoritmo è attivo da qualche settimana e i risultati dei suoi complessi calcoli possono essere consultati sul sito di Volagratis, che fa parte del gruppo. Oltre alla top ten delle destinazioni più sicure in questo momento, c’è anche una lista che prova a prevedere come andrà la situazione da qui a un mese. L’algoritmo, infatti, non si limita a monitorare la situazione attuale, ma studia i probabili sviluppi futuri dell’epidemia.

“Quando è scoppiata la prima ondata di coronavirus, abbiamo iniziato a studiare quale sarebbe stata l’evoluzione del nostro mercato: sviluppare dei modelli che prevedessero l’andamento dell’epidemia era di grande aiuto”, spiega a Wired Alessandro Rozza, capo del team che ha creato la funzione. E dato che i modelli collegati alla situazione sanitaria (contagiati, guariti, morti) funzionavano, perché non usarli per aiutare gli utenti a scegliere dove andare in ferie?

Così è nata l’idea di creare un indice che mettesse insieme la sicurezza dal punto di vista sanitario e l’attrattività turistica della meta. In due parole: safe & attractive. “Per la parte safe lavoriamo sulla situazione attuale e sulla previsione dei contagi che facciamo, combinandole con la qualità del sistema sanitario del paese di destinazione e con la distanza rispetto al luogo di partenza”, continua Rozza. La prossimità, infatti, è un aspetto chiave in questo momento, in cui difficilmente si decide di viaggiare troppo lontano da casa. Tutte queste variabili di sicurezza valgono il 60 per cento del punteggio che viene dato a ogni possibile meta.

L’altro 40 per cento riguarda invece l’aspetto più turistico, l’attrattività: “Il ranking prende in considerazione la presenza di siti Unesco, perché volevamo che ci fosse una variabile oggettiva per quantificare quanto potesse essere interessante visitare una destinazione, se si tratta di una meta che in questa stagione specifica è scelta di solito dagli utenti e il numero di hotel che sono a disposizione per assicurare una buona ricettività”, spiega Rozza.

(Foto: Getty Images)

Il risultato è una classifica (di paesi e non di singole regioni o città perché, spiega Rozza, i dati specifici sono meno puliti e affidabili di quelli nazionali) a disposizione degli utenti, che esclude le nazioni che hanno al momento i confini chiusi. Mercoledì 8 luglio il ranking delle mete più sicure e interessanti per il mercato italiano (il punteggio cambia dal paese a paese, anche solo per una questione di prossimità) vede sul podio Italia, Grecia e Cipro. E poi, via via Slovenia, Germania, Croazia, Spagna, Francia, Montenegro e Turchia. Una classifica destinata probabilmente a cambiare e a evolversi, a seconda di come si comporterà il Covid-19 nei prossimi giorni.

Quel che è sicuro è che il mercato si è rimesso in moto, “più velocemente di quanto ci aspettassimo”, commenta Andrea Bertoli, managing director di Lastminute.com Group. “Abbiamo notato che non appena il quadro normativo nei singoli paesi si chiarisce, come è successo in Italia a inizio giugno, emerge una domanda molto forte di partire e c’è un raddoppio delle prenotazioni immediato, che non ci aspettavamo assolutamente”. Basta una cifra a dare un’idea dell’andamento della situazione: “Prima del Covid viaggiavamo su +15 per cento rispetto al 2019. Dopo Pasqua abbiamo toccato -95 per cento rispetto all’anno prima”, spiega Bertoli a Wired. “Questa situazione è durata sei settimane. Ora, a livello europeo, siamo a -40 per cento.

Ma che cosa prenotano adesso gli italiani? Tutti si concentrano sull’estate, anche perché per l’autunno regna una grande incertezza legata alla paura dell’arrivo di una seconda ondata di coronavirus. “La prossimità è molto importante: quest’anno due terzi delle prenotazioni degli italiani riguardano l’Italia, mentre nel 2019 il mercato domestico era meno di un terzo”, racconta Bertoli. Tra tutte le rotte aeree, il ruolo delle star ce l’hanno quelle con destinazione Catania, Olbia e Cagliari.

All’estero vengono premiate le destinazioni più sicure, come quelle indicate dall’algoritmo, e gli evergreen come la Spagna che è sempre molto amata dagli italiani, anche perché offre un buon rapporto qualità-prezzo”, continua il managing director di Lastminute Group. Nonostante la Spagna sia penalizzata nel ranking dai nuovi focolai a Lleida e in Catalogna, nella top ten delle rotte internazionali sei hanno come meta proprio la penisola iberica, in particolare Ibiza, Maiorca, Lanzarote, Tenerife, Costa del Sol. “Rispetto all’anno scorso manca invece l’Egitto, perché non è ancora compreso tra le destinazioni aperte per il mercato europeo”.

“Dall’inizio della crisi sono aumentate le offerte flessibili: ormai tutte le compagnie aeree danno la possibilità di cambiare data senza penale e gli alberghi propongono tariffe rimborsabili”, ricorda Bertoli. Per quanto riguarda i voli, va tenuto a mente che il cambio data è facile, mentre restano un incognita i rimborsi da parte di molte compagnie. “Il Covid ha segnato un punto di discontinuità impensabile”, conclude. “Siamo tornati tutti start-up: nel nostro caso 20 anni di dati sono diventati all’improvviso inutilizzabili. Aver sviluppato dei modelli che prevedano le evoluzioni del mercato è stato essenziale”.

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Atwood, Rowling e Rushdie contro la cancel culture. Ma esiste davvero?

Atwood, Rowling e Rushdie contro la cancel culture. Ma esiste davvero?

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Margaret Atwood (foto: Getty Images)

In queste ore sta facendo molto discutere una lettera aperta pubblicata dalla rivista americana Harper’s Magazine in cui diversi intellettuali (tra cui Margaret Atwood, Salman Rushdie e JK Rowling) esprimono un certo disagio nei confronti di fenomeni come l’internet shaming e la cancel culture, ovvero la tendenza – semplificando moltissimo – a eliminare concretamente opinioni e opere di chi prende posizioni considerate moralmente e intellettualmente inaccettabili. In altre parole ci si riferisce a quella tendenza ravvisata negli ultimi di additare pubblicamente persone colpevoli di opinioni o comportamenti inaccettabili, attaccandole affinché non solo quelle opinioni e il risultato dei loro comportamenti vengano rimossi ma che in generale venga limitata la loro capacità di esprimersi nuovamente. A questa concezione della cancel culture si oppone chi dice che invece tutto ciò non esiste, e l’eventuale scomparsa dalla scena sia la giusta conseguenza di posizioni inaccettabili che non possono avere spazio in un’ottica di progresso.

Si può dire che tutto sia iniziato con il #MeToo, il movimento che dal 2017 giustamente ha fatto emergere i numerosi abusi perpetrati da maschi di potere in diversi ambiti nei confronti di donne sottoposte alla loro autorità e alla loro influenza: nei mesi successivi allo scoppio degli scandali legati a Harvey Weinstein, le accuse rivolte a molti altri personaggi, come Kevin Spacey e Jeffrey Tambor, hanno portato al loro allontanamento da set e occasioni pubbliche (ancor prima di decisioni giudiziarie ufficiali); allo stesso tempo si sono riaccese le critiche a Woody Allen, il cui contratto con Amazon è stato stralciato; Kevin Hart è stato allontanato dagli Oscar dopo che erano riemersi tweet omofobi di molti anni prima, per lo stesso motivo il regista James Gunn è stato licenziato (ma poi riassunto) da Marvel Studios; Louis CK ha smesso per un lungo periodo di fare spettacoli, Roseanne Barr ha perso il revival della sua storica serie tv ecc. Nelle scorse settimane Via col vento è stata rimosso (poi reinserito) dai cataloghi streaming per i suoi retaggi razzisti e sullo stesso tenore si discute sulle statue di Montanelli e simili. In pericolo forse anche La notte vola della sovranista Cuccarini. La lista è lunga e il punto non è tanto se queste conseguenze siano state legittime o commisurate agli errori (e talvolta ai crimini) commessi, bensì chi possa giudicare i limiti e i confini di un’eliminazione del genere.

I dubbi su provvedimenti così radicali, soprattutto se applicati a casi meno gravi o datati, sono stati espressi da persone insospettabili e progressiste, persino dall’ex presidente Usa Barack Obama (“L’idea di purezza e che non si facciano mai compromessi e che si sia sempre politicamente consapevoli è qualcosa di cui liberarsi in fretta“). È evidente, in ogni caso, che nella maggior parte delle volte l’appellarsi alla cancel culture non è altro che un artificio retorico che svia dalla necessità di dichiararsi responsabili di quello che si scrive o si pensa. Molti poi bollano come caccia alle streghe quello che è l’espletarsi di un sacrosanto sovvertimento di un sistema culturale e morale che per troppi secoli è risultato oppressivo e prevaricatore: affinché sia scardinato serve che coloro che occupano le posizioni chiave atte a conservarlo vengano messi da parte. La maggior parte di quelli che se la prendono con la dittatura del politically correct lo fa con la coda di paglia nel migliore dei casi e con una colpevole ipocrisia nel peggiore, appropriandosi di sfumature di pensiero e attenuanti spesso poco genuine.

Tornando alla lettera di Harper’s, in ogni caso, a firmare l’appello nomi importanti della cultura americana, da Martin Amis a Gloria Steinem, da Jeffrey Eugenides a Salman Rushdie e Margaret Atwood. In generale tutte persone variamente impegnate su temi civili e politici, spesso apprezzati universalmente per il coraggio delle loro idee. Eppure accanto ai loro nomi compare anche quello di JK Rowling, forse la figura più controversa della letteratura degli ultimi decenni, tanto osannata negli anni scorsi per il successo con Harry Potter quanto osteggiata di recente per le sue posizioni platealmente e impunemente transfobiche. La reazione istintiva è quella di, in conseguenza della sua partecipazione, bollare anche quest’appello come qualcosa di sbagliato, eccessivo e reazionario, e di buttare nel calderone delle personalità problematiche tutti gli altri firmatari.

Questo tipo di conclusione è particolarmente dolorosa soprattutto se consideriamo un nome come Atwood, in questi anni assurta a paladina assoluta di un femminismo che da distopico è passato (o è sempre stato) drammaticamente realistico. Come può la scrittrice del Racconto dell’ancella aver avvallato una comunicazione in cui è coinvolta Rowling? Il passaggio da femminista buona a femminista cattiva sembra tanto lancinante quanto istantaneo. Il fatto che alcuni firmatari (fra cui l’attivista transgender Jennifer Finney Boylan) abbiano ritrattato il contenuto della lettera dopo la sua pubblicazione e preso le distanze dall’essere affiancati a certi nomi scomodi fa pensare che la realizzazione della lettera stessa sia stata viziata da problemi e ambiguità organizzative. E se si legge attentamente il contenuto dell’appello stesso, ci si rende conto di quanto sia blando e cerchiobottista, insomma una posizione perfino cauta rispetto a temi che di solito fanno accendere furiosi dibattiti.

Eppure il caso di questa lettera aperta getta luce su un’ulteriore complessità che spesso permea i discorsi pubblici recenti ammantandoli di nervosismo e intransigenza. La cultura e i sistemi di valori sono in generale complessità piene di sfumature, contraddizioni, corsi e ricorsi, idee e confutazioni. A un certo punto nella lettera si legge: “Mentre ci si aspetta questo dalla destra estrema, la tendenza alla censura si sta diffondendo estesamente nella nostra cultura: l’intolleranza delle posizioni contrarie, la moda del public shaming e dell’ostracismo, e la tendenza a risolvere temi complessi con una moralità ferrea e intransigente“. Gli intellettuali firmatari sostengono insomma che sia necessario tornare a una forma di dialogo che preveda le posizioni differenti senza tentare di sopprimerle ma che soprattutto salvi dal terrore che qualsiasi posizione lontana dal sentire comune venga tacciata come eretica e quindi eliminata.

Nella sua vaghezza quest’ultima frase racchiude un timore in fondo condivisibile, benché minato dal fatto che sono propri gli oltranzisti più codardi e reazionari a usare l’argomento come scusante (Rowling in primis). Da più parti emerge nell’ultimo periodo una specie di cautela a manifestare opinioni che non siano perfettamente allineate con quella che è definita, più che altro in modo dispregiativo, woke culture. Più che altro la tendenza che si teme è che quella che un singolo errore momentaneo sia sufficiente, di fronte a un non meglio definito tribunale virtuale delle idee, per spazzar via intere carriere o possibilità di redenzione: hai firmato l’appello del nemico? Cancellato. Hai scritto un tweet inappropriato dieci anni fa? Cancellato. Non sei d’accordo con una singola posizione di una persona ma continui a sostenerla? Cancellato. Sono casi limite, ovviamente, ma qui parliamo di una deriva potenzialmente pericolosa che tende ad appiattire complessità e contraddizioni che invece sono colonne quasi fondanti di ogni sistema epistemologico.

Perché tutto è più complesso e chiaroscurale di quanto crediamo: chi prima della lettera con Rowling si sarebbe sognato di bollare come reazionari personaggi come Atwood e Rushdie? Eppure la prima, paladina femminista, è stata molto criticata per l’appoggio a un caso di molestie avvenuto nel 2016 all’università della British Columbia, mentre Rushdie, i cui libri gli costarono fatwa, minacce di morte e vita sotto scorta, è stato spesso attaccato per i suoi stereotipi sull’Islam. Basta questo a cancellare l’eredità e l’importanza di opere come Il racconto dell’ancella o Versetti satanici? E, ancora, sono peggio loro, è peggio Rowling o sono peggio altri firmatari come Martin Amis, anche lui noto per le sue posizioni antislamiche, o Noam Chomsky, linguista illuminato ma colpevole di eccessi ideologici fin all’endorsement a taluni negazionisti? Alcuni sintetici esempi a dimostrazione che nessuno passa indenne da un vaglio intransigente delle proprie posizioni ideologiche.

Siamo esseri umani, atti al cambiamento e all’evoluzione. Chi dimostra di perseverare nelle proprie idee come Rowling merita una dura opposizione, altri che invece dalle loro posizioni mediane fanno notare eccessi in un certo tipo di radicalismo ideologico andrebbero ascoltati con perlomeno maggiore disponibilità al dialogo. Perché ribadiamolo: la cancel culture probabilmente non esiste, è soprattutto un artificio retorico che ha conseguenze molto limitate sulle persone di potere, uno straw man argument che distoglie dal perpetrarsi del privilegio e della prevaricazione; questo non significa, però, che anche i movimenti meglio intenzionati possano incappare in estremismi ideologici che rischiano di ritorcersi, paradossalmente, contro quelli più vicini alla causa piuttosto che agli oppositori. In altre parole, se qualcosa di buono può venire da questo pasticcio comunicativo che è la lettera a Harper’s Magazine, è che se la cancel culture non esiste, almeno possono esistere i dubbi. Quelli si spera che non vengano cancellati mai e che prevalgano sempre su coloro che credono di possedere una verità assoluta, illuminata o reazionaria che sia.

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