Il drone di Troia

Il drone di Troia

Consideratelo il drone di Troia, l’arma tecnologica finale della guerra statunitense in questi anni, un singolo aereo comandato a distanza per eliminare una singola figura chiave. E’ un brillante videogioco per adulti, un Mortal Kombat o Call of Duty in cui nemici animati versano sangue vero. Proprio come il gigantesco cavallo di legno che i greci convinsero i troiani a portare all’interno delle loro porte, tuttavia, il drone trasporta qualcosa di mortale al suo interno: una nuova e illegale strategia militare mascherata da impressionante ritrovato tecnologico.

I progressi tecnologici contenuti nella tecnologia dei droni ci distraggono da un cambiamento più fondamentale della politica militare. Comunque siano realizzate – mediante attacchi aerei convenzionali, missili da crociera lanciati da navi o mediante droni – gli Stati Uniti hanno oggi abbracciato le esecuzioni extragiudiziali in territorio straniero. Amministrazioni successive hanno attuato questo cambiamento epocale con scarso dibattito pubblico. E la maggior parte delle discussioni che ci sono state si è concentrata più sul nuovo strumento (tecnologia dei droni) che sul suo scopo (assassinio). E’ un caso di mezzi che giustificano il fine. I droni funzionano così bene che deve andar benissimo uccidere gente con essi.

L’ascesa dei droni

L’amministrazione Bush ha lanciato il programma degli assassinii nell’ottobre del 2001 in Afghanistan, l’ha esteso in Yemen e ha proseguito da lì. Sotto Obama, con una reale “lista dei giustiziandi” della Casa Bianca, l’uso dei droni si è di nuovo ampliato, questa volta di nove volte, con un numero crescente di attacchi in Pakistan, Yemen, Libya e Somalia, così come in zone di guerra afgane, irachene e siriane.

C’è un evidente fascino in una tecnologia che consente a piloti della CIA, del Comando Congiunto delle Operazioni Speciali o dell’Aviazione, di star seduti al sicuro di fronte a schermi in Nevada, o altrove negli Stati Uniti, mentre uccidono gente nell’altro emisfero. Questo vale in particolare per un presidente che conduce una guerra globale con un pubblico che non accetta facilmente perdite statunitensi e con un Congresso che preferisce non essere responsabile di decisioni di guerra e pace. Gli assassinii con i droni hanno consentito al presidente Obama di estendere la “guerra al terrore” a un numero sempre maggiore di luoghi (anche mentre ha tacitamente accantonato tale espressione) senza perdite statunitensi o controllo e approvazione del Congresso.

Un problema, tuttavia, ha afflitto il programma dei droni sin dall’inizio: proprio come gli attacchi aerei convenzionali, i missili comandati e le bombe comandate a distanza, tendono a uccidere le persone sbagliate. Negli ultimi sette anni il numero dei civili uccidi dai droni è andato aumentando. E’ difficile procurarsi le cifre reali, anche se numerose organizzazioni non governative e numerosi giornalisti hanno fatto un buon lavoro di raccolta di informazioni da una varietà di fonti, offrendo stime ragionevoli.

Le analisi di tutte queste fonti suggeriscono che ci sono almeno tre motivi per cui in tali attacchi muoiono civili.

  1. Le informazioni dei servizi segreti sull’individuo nel mirino sono spesso sbagliate. Non si trova dove si ritiene che sia oppure non è neppure chi si pensa egli sia. Ad esempio, nel 2014 un’organizzazione britannica per i diritti umani, Reprieve, ha compilato dati su attacchi di droni che avevano attaccato specifici individui in Yemen e in Pakistan. Secondo il Guardian il lavoro di Reprieve

“indica che persino quando gli operatori attaccano individui specifici – il tentativo più focalizzato di quella che Barack Obama chiama ‘uccisione mirata’ – uccidono un numero molto maggiore di persone che non i loro bersagli, spesso avendo necessità di attaccare più volte. Tentativi di uccidere 41 uomini hanno causato la morte di un numero di persone stimato in 1.147 a tutto il 24 novembre [2014]”.

Alcuni di questi uomini risultano sui media essere stati uccisi più volte. Anche se non sono morti nel primo, secondo e in alcuni casi terzo tentativo, altri sono morti certamente. Reprieve riferisce anche un caso particolarmente vergognoso di scambio di identità:

“Una persona con lo stesso nome di un sospetto terrorista nella ‘lista dei giustiziandi’ dell’amministrazione Obama è stata uccisa da droni statunitensi al terzo tentativo. Suo fratello è stato catturato, interrogato e incoraggiato a ‘dire agli statunitensi quello che vogliono sentirsi dire’: che in effetti avevano ucciso la persona giusta.”

  1. Non c’è nemmeno un bersaglio con nome e cognome. La CIA ha basato a lungo l’individuazione dei bersagli degli assassinii mediante droni per molte missioni non su informazioni dirette riguardo a un particolare individuo, ma su quella che chiama l’”impronta” di possibile attività terroristica (cioè il comportamento o l’aspetto delle persone che stanno sotto). Tali “attacchi indiziari” hanno messo nel mirino individui non identificati sulla base di qualche attività sospetta, solitamente ricavata dalla sorveglianza mediante droni. Una simile “impronta” può essere vaga come “un gruppo di persone, adolescenti e di mezza età, che si spostano in convogli o portano armi” in paesi in cui molti uomini sono armati. Disgraziatamente, anche se un gruppo simile può in effetti indicare qualche sorta di attività militare, può anche descrivere un matrimonio rurale in, diciamo, Yemen, comportante il trasferimento di un convoglio dal paese dello sposo a quello della sposa, accompagnato a volte da spari di festeggiamento.

Non tutti nel governo sono convinti che gli attacchi indiziari siano una buona idea. Nel 2012 il New York Times ha riferito questa battuta al Dipartimento di Stato: “Quando la CIA vede ‘tre tizi che saltellano’ l’agenzia pensa che si tratti di un campo di addestramento di terroristi”.

Il fatto che gli attacchi indiziari continuino a tutt’oggi suggerisce che il Segretario di Stato John Kerry non è stato del tutto sincero quando, nel 2013, ha dichiarato a un forum della BBC: “Le sole persone contro cui attiviamo un drone sono bersagli terroristici confermati al più alto livello dopo un grande controllo a fondo che impiega un lungo periodo di tempo. Non è che semplicemente spariamo un drone contro qualcuno pensando che si tratti di un terrorista.”

  1. Si sono trovati nel mezzo e così sono diventati “danni collaterali”. Questa è l’espressione che usano regolarmente i teorici dell’esercito per descrivere esseri umani o infrastrutture civili inevitabilmente distrutte in un attacco contro un obiettivo militare legittimo. Naturalmente l’interpretazione del termine “inevitabile” da parte di un operatore di droni può essere diversa da quella di una donna che ha appena perso tre dei suoi quattro figli mentre tornavano a casa dagli acquisti per festeggiare l’Eid-al-Fitr, la fine del mese santo del Ramadan.

Inoltre gli attacchi dei droni non si limitano a uccidere persone, tra cui donne e bambini; distruggono anche edifici e altre proprietà. Ad esempio il Bureau of Investigative Journalism afferma che, in Pakistan, più del 60% di tutti gli attacchi prende di mira edifici residenziali; la casa delle persone. In altri termini il “danno collaterale” si riferisce spesso alla distruzione delle case di sopravvissuti a un attacco di droni.

Non sorprendentemente, alla gente non piace vivere nel terrore di missili mortali che spuntano da un cielo limpido. Molti osservatori hanno sostenuto che le organizzazioni terroristiche hanno sfruttato la diffusa paura e rabbia per gli attacchi dei droni come strumento di reclutamento. Al-Qaeda e ISIS risultano offrire a pachistani, yemeniti e altri un’alternativa allo stare semplicemente ad aspettare un attacco che non possono impedire. La stessa CIA ha riconosciuto il potenziale controproducente delle uccisioni mediante droni, che chiamano “operazioni HVT [High Value Target – Obiettivo di Elevato Valore]”. Un rapporto della CIA del luglio 2009 fatto trapelare sulle “Migliori pratiche anti-insurrezionali” espone i problemi:

“Gli effetti negativi potenziali delle operazioni HVT includono un crescente livello di sostegno agli insorti costringendo un governo a trascurare altri aspetti della sua strategia anti-insurrezionale, modificando la strategia o l’organizzazione dei ribelli in modi che li favoriscono, rafforzando il legame di un gruppo armato con la popolazione, radicalizzando i capi restanti di un gruppo ribelle, creando un vuoto in cui possono inserirsi gruppi più radicali e intensificando o riducendo un conflitto in modi che favoriscono gli insorti”.

Dunque le uccisioni mirate mediante droni presentano problemi strategici di lungo termine. Inoltre i droni possono contribuire a diffondere e intensificare movimenti terroristici e insurrezioni, anziché distruggerli o distruggere i loro capi. Spesso, come ha chiarito Andrew Cockburn nel suo libro Kill Chain [Uccisioni a catena], i successori dei capi assassinati mediante i droni si rivelano spesso più giovani, più efficaci e più brutali.

C’è, comunque, un altro problema con questo genere di guerra. Tali uccisioni – almeno quando hanno luogo fuori da una zona dichiarata di guerra – sono certamente illegali; cioè sono omicidi, puri e semplici.

Le uccisioni mirate sono omicidio

Nella mia famiglia abbiamo una regola: non ci è permesso uccidere qualcosa solo perché ne abbiamo paura. Questo ha salvato la vita di innumerevoli ragni e di altri creature che esibiscono (almeno secondo me) troppe zampe.

Comunque la pensiate sugli aracnidi, dovrebbe davvero essere consentito uccidere persone semplicemente perché ne abbiamo paura? Dopotutto è questo che sono questi assassinii mediante droni: esecuzioni extragiudiziali di persone che di cui alcuni ritengono che noi dobbiamo avere paura. E’ più facile vedere un’esecuzione illegale per quello che è quando l’assassino non è separato dal bersaglio da migliaia di miglia e da uno schermo video. La tecnologia dei droni è davvero un cavallo di Troia, un mezzo distraente, appariscente per contrabbandare una tattica illegale e immorale nel cuore delle relazioni degli Stati Uniti con l’estero.

Non tutte le uccisioni, ovviamente, sono illegali. Ci sono situazioni in cui sia le leggi internazionali sia quelle statunitensi permettono di uccidere. Una di queste è l’autodifesa; un’altra è la guerra. Tuttavia una “guerra” condotta contro una tattica (terrorismo) o addirittura più vagamente contro un’emozione (terrore) è una guerra solo metaforicamente. Secondo la legge internazionale le guerre vere, in cui è legale uccidere il nemico, comportano combattimenti sostenuti tra forze militari organizzate.

Eccettuati i combattimenti in Iraq, Afghanistan e oggi forse in Siria (nei cui confronti il Congresso verosimilmente non ha nemmeno mai dichiarato guerra) la “guerra al terrore” non è per nulla una guerra. E’ invece un conflitto con una lista di bersagli in continua espansione, nessun confine geografico definito e nessun termine prevedibile. E’ una campagna contro qualsiasi concepibile nemico potenziale degli Stati Uniti, condotta a spizzichi e bocconi in molti paesi di diversi continenti. Include continue operazioni clandestine largamente celate a tutti, salvo che ai bersagli. Come impresa è priva del regolare, sostenuto conflitto tra eserciti che caratterizza la guerra in senso giuridico. Tali operazioni rientrano molto meglio in un’altra categoria: assassinii, illegali almeno dal decreto presidenziale 12036 del presidente Jimmy Carter che affermava: “Nessuno, dipendente da o agente nell’interesse del Governo degli Stati Uniti intraprenderà, o cospirerà per intraprendere, assassinii”.

Né il Medio Oriente è la sola regione in cui gli Stati Uniti stanno utilizzando l’assassinio mirato fuori da una guerra guerreggiata. L’esercito statunitense impiega droni anche in parti dell’Africa. In effetti il candidato del presidente Obama alla guida del Comando Africano USA, in tenente generale della Marina Thomas Waldhauser, ha dichiarato recentemente al senatore Lindsay Graham di ritenere di dover essere libero di ordinare autonomamente assassinii con i droni.

E questo è quanto riguardo alla guerra e alla “guerra”. E riguardo all’autodifesa? In ogni stadio della “guerra al terrore” Washington ha proclamato l’autodifesa. Quella è stata la spiegazione per la retata di centinaia di mussulmani residenti negli USA immediatamente dopo gli attacchi dell’11 settembre, alcuni torturati, trattenuti privi di contatti per mesi in un carcere di Brooklyn, New York. E’ stata la scusa presentata per avviare programmi di torture in “basi segrete” della CIA e a Guantánamo. E’ stato il motivo accampato dagli USA per invadere l’Afghanistan e in seguito per invadere l’Iraq prima che, come hanno continuato a dire rappresentantidell’amministrazione Bush e lo stesso presidente, “la pistola fumante” delle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein si trasformassero in un “fungo atomico” sopra, si presume, qualche città statunitense.

E l’autodifesa è stata anche la logica del Dipartimento della Giustizia per le uccisioni mirate. In un documentopreparato nel 2011 da tale dipartimento per la Casa Bianca, il suo autore (ignoto) ha elencato le condizioni necessarie per rendere legale un’uccisione mirata:

“(1) Un dirigente informato, di alto livello, del governo degli Stati Uniti ha stabilito che l’individuo bersaglio costituisce una minaccia imminente di attacco violento contro gli Stati Uniti;

(2) L’arresto non è praticabile e gli Stati Uniti continuano a controllare se l’arresto diviene praticabile; è

(3) l’operazione sarà condotta in modo coerente con la legge applicabile dei principi di guerra.”

Ciò sembrerebbe escludere la maggior parte delle uccisioni mirate statunitensi. Pochi dei bersagli erano persone sull’orlo di un attacco violento contro gli Stati Uniti o soldati statunitensi sul campo. Ah, ma nella logica da “Alice attraverso lo specchio” del Dipartimento della Giustizia di Obama, “imminente” risulta non significare “imminente” nel senso che qualcosa sta per succedere. Come spiega quel documento: “La condizione che un leader operativo rappresenti una minaccia ‘imminente’ di attacco violento contro gli Stati Uniti non richiede che gli Stati Uniti abbiamo chiare prove che uno specifico attacco contro interessi o persone statunitensi avrà luogo nell’immediato futuro”.

Risulta che la minaccia di qualsiasi “leader operativo” è sempre imminente, perché “riguardo ai capi di al-Qaeda che pianificano continuamente attacchi, gli Stati Uniti hanno probabilmente solo una limitata finestra di opportunità nell’ambito della quale difendere gli statunitensi”. In altri termini una volta che una persona è stata identificata come “leader” di al-Qaeda o di un gruppo suo alleato, sta per definizione “pianificando continuamente attacchi”, rappresenta sempre un pericolo imminente e dunque è un bersaglio legittimo. C.V.D.

In realtà ben poche delle uccisioni mirate, incluse quelle indiziarie, possono essere difese come casi di autodifesa. Dovremmo chiamarle per quel che effettivamente sono: esecuzioni extragiudiziali.

Lo Speciale Relatore dell’ONU sulle Esecuzioni Extragiudiziali, Sommarie e Arbitrarie concorda con questa visione. Nel suo rapporto del 2013 all’Assemblea Generale Christof Heyns ha indicato che la legge internazionale sui diritti umani garantisce il diritto alla vita. Questo diritto è inserito nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e gli è dato valore legale, tra altri trattati, nella Convenzione Internazionale sui Diritti Politici e Civili, che gli Stati Uniti hanno sottoscritto. Esistono certamente limiti giuridici al diritto alla vita incluso – nei paesi che hanno la pena di morte – il diritto dello stato di giustiziare una persona dopo un processo legittimo. Giustiziare qualcuno senza processo, tuttavia, è una “uccisione extragiudiziale” e una violazione dei diritti umani.

Obama “confessa”

Giunti a metà del secondo mandato del presidente Obama, le critiche contro questo programma di uccisioni extragiudiziali e specialmente per le vittime civili comportate da esso erano cresciute come funghi. Così nel maggio del 2013, almeno 11 anni dopo che il programma era stato lanciato, il presidente ha annunciato una svolta nella strategia dei droni, dichiarando a un uditorio presso l’Università della Difesa Nazionale che gli USA avrebbero attuato “uccisioni mirate” di militanti di al-Qaeda solo quando vi era la “quasi certezza” che nessun civile sarebbe stato colpito. Ha aggiunto che stava programmando di rendere il programma dei droni più trasparente che nel passato e di trasferire la maggior parte delle relative operazioni dalla CIA al Pentagono.

Nei due anni successivi è accaduto ben poco di ciò. Anche se Obama ha proseguito nel compito di approvare personalmente i bersagli dei droni, la CIA continua a gestire gran parte del programma.

Il 1° luglio ha finalmente fatto un passo verso una maggiore trasparenza. L’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale ha diffuso un rapporto affermando che, fuori da zoni più convenzionali di guerra come quelle in Siria, Afghanistan e Iraq, gli attacchi aerei statunitensi avevano ucciso da “64 a 116 astanti civili e circa 2.500 membri di gruppi terroristici”. Queste stime sono, in realtà, parecchio inferiori a quelle fornite dai vari gruppi che seguono tali uccisioni. Si noti anche, parlando in termini legali, che non solo le vittime considerate “danno collaterale”, ma anche tutti9 quelli che gli statunitensi hanno identificato come “membri di gruppi terroristici”, sono morti per esecuzioni illegali extragiudiziali.

Il documento adempie una delle prescrizioni di un decreto presidenziale di nuova emissione che, tra l’altro, impone al governo di diffondere entro il 1° maggio di ogni anno un rapporto contenente “informazioni sul numero di attacchi attuati dal governo statunitense contro bersagli terroristici fuori dalle aree di ostilità attive [cioè fuori da zone reali di guerra]” nell’anno di calendario precedente.

Allegato al decreto presidenziale vi era una “scheda informativa” che segnalava che un obiettivo del nuovo decreto presidenziale consiste nello “stabilire parametri da seguire da parte di altre nazioni”. Quanto felici sarebbero realmente gli Stati Uniti se altre nazioni decidessero di avere il diritto di uccidere chiunque le spaventi? Come reagirebbero gli Stati Uniti se il presidente siriano Bashar al-Assad decidesse di eliminare uno o due generali statunitensi perché, visto che gli Stati Uniti appoggiano forze che cercano di deporlo, quei generali sono (come dice la scheda informativa) “attaccabili nell’esercizio dell’autodifesa nazionale”?

Alcuni critici del programma dei droni di Obama hanno apprezzato il decreto presidenziale, che in effetti include un nuovo accento sulla protezione dei civili. Ma l’effetto più vasto del decreto consiste nel rendere la pratica dell’assassinio illegale una caratteristica permanente della politica statunitense. Non è previsto alcun futuro in cui gli Stati Uniti non faranno piovere dal cielo la morte su chi non si può difendere. I droni continueranno a volare, ma l’opera del drone di Troia è compiuta.

di Rebecca Gordon – 18 luglio 2016

Rebecca Gordon è una collaboratrice di TomDispatch e insegna filosofia all’Università di San Francisco. E’ autrice di ‘Mainstreaming Torture’ e, più recentemente, di ‘American Nuremberg: The U.S.Officials Who Should Stand Trial for Post-9/11 War Crimes’. Può essere contattata a www.mainstreamingtorture.org).

Questo articolo è apparso inizialmente su TomDispatch.com, un blog del Nation Institute che offre un flusso costante di fonti, notizie e opinioni alternative a cura di Tom Engelhardt, al lungo direttore di edizione, co-fondatore dell’American Empire Project, autore di ‘The End of Victory Culture’ e di un romanzo, ‘The Last Days of Publishing’. Il suo libro più recente è ‘Shadow Government: Surveillance, Secret Wars and a Global Security State in a Single-Superpower World’ (Haymarket Books).

(pressenza)

traduzione di Giuseppe Volpe

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Contro disoccupazione e povertà serve la formazione in campo ambientale ed energetico

Contro disoccupazione e povertà serve la formazione in campo ambientale ed energetico

Che i settori lavorativi con un reale futuro siano quello ambientale ed energetico rinnovabile lo capirebbe chiunque. Infatti su cosa altro potrebbe puntare il “Paese del sole”, con un patrimonio edilizio che spreca energia da tutte le parti, se non puntare al risparmio energetico e idrico, all’uso razionale dell’energia e delle energie rinnovabili?

Questi settori hanno il maggiore potenziale di intervento e di diffusione assieme a quelli dell’agricoltura biologica e della tutela ambientale. Puntandoci, si assorbirebbe velocemente la disoccupazione attuale e si darebbe da lavorare e un futuro dignitoso alle persone indigenti o in difficoltà economiche. Pensare che oggi chi è in difficoltà o senza lavoro possa trovare occupazioni o riprendersi attraverso settori saturi o di nessuna prospettiva, è pura utopia e non fa che mantenere queste persone nella loro condizione.

Ovunque si possono creare posti di lavoro ristrutturando energeticamente abitazioni di un patrimonio edilizio indecente dove la prassi è costruire male e in fretta, comprando le certificazioni energetiche dal fruttivendolo e facendo credere che le proprie case siano di classi A o B, senza che questo sia stato verificato effettivamente. In Germania dove il patrimonio edilizio è costruito in maniera decisamente più seria, ci sono rigidi controlli e verifiche per accertare se effettivamente le classi energetiche sono rispettate.

In un paese come l’Italia, tra l’altro a rischio desertificazione, è evidente che si dovrebbero formare migliaia di persone che diventino esperte di risparmio energetico e idrico che sarebbe poi prassi quotidiana e diffuso in ogni edificio pubblico e privato e in ogni nucleo famigliare.

Molto ci sarebbe da intervenire anche nella percentuale ancora alta di case non collegate alla rete fognaria e che potrebbero utilizzare sistemi di fitodepurazione con recupero dell’acqua.

Infine dove se non in Italia si dovrebbe e potrebbe puntare immediatamente e con decisione alle fonti rinnovabili come terzo passo appunto dopo il risparmio energetico e l’uso razionale dell’energia.

Fabbriche come la Fiat o simili invece di continuare a costruire cose di cui non abbiamo bisogno, potrebbero intervenire nel settore delle rinnovabili con campi di intervento vastissimi, altro che automobili di cui il paese soffoca. Solo sostituendo con collettori solari per l’acqua calda i milioni di scaldabagni elettrici ancora esistenti ci sarebbero enormi vantaggi occupazionali ed economici, figuriamoci puntare poi sul solare ad aria calda, sul micro eolico e micro idroelettrico, sui sistemi di compost heating, sulla micro cogenerazione.

Di molti di questi argomenti e di altro ancora, si parlerà nella ventiseiesima edizione del corso Energia Ambiente Lavoro che si tiene dal 12 al 19 agosto nel centro per l’Energia e l’Ambiente di Springe in Germania (QUI per info e iscrizioni) che lavora professionalmente dal 1981 su queste tematiche ed è un punto di riferimento europeo.

Grazie a centri come questo e ai docenti che vi insegnano con esperienza pratica pluridecennale, viene offerta una formazione seria, indipendente e che punta a reali risultati e non a prendere in giro i clienti o dare informazioni solo per vendere qualcosa. E’ questa la differenza fra una formazione per vendere e una formazione per fornire le informazioni adeguate per poter fare le migliori scelte sia da parte dei tecnici sia da parte dei cittadini. Proprio grazie a questo approccio la Germania è paese leader nelle tecnologie ambientali e rinnovabili dove lavorano ormai centinaia di migliaia di persone. L’ambiente non è un costo come si è abituati erroneamente a pensare, l’ambiente, il risparmio energetico e idrico, le energie rinnovabili sono una imperdibile, conveniente e grandissima opportunità lavorativa ed economica.

(pressenza)

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Animali Fantastici, il nuovo trailer anticipa la magia targata J.K. Rowling

Animali Fantastici, il nuovo trailer anticipa la magia targata J.K. Rowling

Si chiama “Animali Fantastici e dove trovarli” il nuovo film targato J.K. Rowling.  La scrittrice non abbandona la magia. Cambia solo i protagonisti. Diretto da David Yates, regista degli ultimi quattro film della saga campione d’incassi di “Harry Potter”, la pellicola racconta di un mago, interpretato da Eddie Redmayne (“La teoria del tutto”, “The Danish Girl”) , e dei misteri che nasconde nella sua preziosa valigetta. Il premio Oscar è l’interprete principale, nel ruolo di Newt Scamander, il “magizoologo” di questo mondo fantastico.

Sinossi: “Animali Fantastici e dove trovarli” è un’avventura tutta nuova che ci riporta nel fantastico mondo creato da J.K. Rowling. La storia inizia nel 1926 con Newt Scamander che ha appena terminato un viaggio in giro per il mondo per cercare e documentare una straordinaria gamma di creature magiche. Arrivato a New York per una breve pausa, pensa che tutto stia andando per il verso giusto…se non fosse per un No-Maj (termine americano per Babbano) di nome Jacob, una valigetta lasciata nel posto sbagliato e per la fuga di alcuni degli Animali Fantastici che potrebbero causare molti problemi sia nel mondo magico che in quello babbano.

Nel cast anche Katherine Waterston (Tina), Alison Sudol (Queenie, sorella di Tina), Dan Fogler (Jacob), Ezra Miller (Credence), Samantha Morton (Mary Lou), Jenn Murray (Chastity), Faith Wood-Blagrove (Modesty), Colin Farrell (Graves), Ron Perlman (un goblin) e Jon Voight.

Animali Fantastici il nuovo trailer rilasciato al Comic Con di San Diego

Il film è lo spinoff della saga di Harry Potter. Uscirà l’11 novembre 2016 in Italia e il 18 novembre nel Regno Unito e negli USA. Sarà disponibile in 3D e in IMAX. Ancora qualche mese di attesa, quindi, ma per i più impazienti è stato rilasciato un nuovo trailer che anticipa la magia targata J.K. Rowling. È, così, che il Comic Con di San Diego è stato animato da nuovi 2.29 minuti. Il trailer riassume in maniera egregia quanto potremo vedere sul grande schermo. Il fascino della magia e l’interpretazione di Eddie Redmayne che sembra confermarsi all’altezza del Premio Oscar che ha ricevuto per “La Teoria del Tutto”. Le premesse, insomma, ci sono tutte. Adesso basta solo avere pazienza.

(dire.it)

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Sos radiazioni nello spazio, Esa al lavoro per gli scudi del futuro

Sos radiazioni nello spazio, Esa al lavoro per gli scudi del futuro

I viaggi nello Spazio profondo sono il futuro: volare verso Marte è l’obiettivo più noto e ambito delle prossime esplorazioni e per riuscirci entro il 2030, data prefissata per il primo volo umano sul pianeta rosso, gli scienziati sia dell’Esa che della Nasa sono al lavoro per minimizzare le difficoltà.

L’Agenzia spaziale europea (Esa) si sta concentrando sulle radiazioni. E’ stato messo a punto un sistema indossabile che in tempo reale spedisce sulla Terra un’istantanea delle radiazioni a cui è esposto un astronauta a bordo della Stazione spaziale internazionale.

Il sistema European Crew Personal Active Dosimeter- EuCPAD – somiglia un caricatore portatile per smartphone ed è stato inviato sul più avanzato avamposto umano nello Spazio con l’ultimo viaggio del Falcon, così da essere pronto per novembre, quando l’astronauta Thomas Pesquet lo sperimenterà durante la sua missione.

Sos radiazioni nello spazio, Esa al lavoro per gli scudi del futuro

Come funziona EuCPAD per il controllo delle radiazioni nello spazio

L’esposizione alle radiazioni aumenta con l’altitudine. Così, chi vive in montagna è più esposto di chi vive in riva al mare, mentre gli equipaggi degli aerei ricevono una dose di radiazioni ancora superiore. Stessa cosa accade agli astronauti in missione, tant’è che sono specificamente classificati come lavoratori esposti alle radiazioni.

Per tenere sotto controllo questo aspetto indossano sempre una sorta di dosimetro, che monitora il grado di esposizione per evitare che questa sia superiore ai limiti consentiti. E’ un sistema che funziona, ma è perfettibile. Per questo gli scienziati e i tecnici dell’Agenzia spaziale europea hanno creato l’European Crew Personal Active Dosimeter – EuCPAD -, dosimetro elettronico che manda informazioni in tempo reale sull’esposizione e sulle radiazioni dell’ambiente intorno all’astronauta.

E’ un sistema in grado di distinguere anche tra i diversi tipi di radiazione, capace di riconoscere anche le alte energie delle radiazioni cosmiche che vengono da lontano, da oltre la nostra Via Lattea. Uno dei pericoli maggiori a cui saranno esposti gli astronauti che prenderanno parte alle missioni del futuro è quello delle radiazioni cosmiche galattiche, che hanno origine al di fuori del Sistema Solare e sono caratterizzate da nuclei atomici ad alta energia e alta velocità, schizzati via dalle stelle morenti.

Sprigionano un’energia così forte da rendere impossibile, al momento, uno scudo totale verso di loro. Addirittura, un protezione potrebbe peggiorare le cose, dando vita una specie di doccia di particelle secondarie. Per questo è importante capire come si comportano le radiazioni.Sos radiazioni nello spazio, Esa al lavoro per gli scudi del futuro

 

I primi test di  EuCPAD per il controllo delle radiazioni nello spazio

L’European Crew Personal Active Dosimeter è stato sperimentato già sulla Stazione spaziale lo scorso settembre con la missione dell’astronauta Esa Andreas Mogensen. Grazie alla nuova spedizione sarà regolarizzato l’invio di dati a terra in tempo reale. Questo permetterà di capire anche quali zone della Stazione spaziale sono più esposte alle radiazioni e quali più riparate, e di dare così indicazioni per costruire le navi spaziali del futuro.

Anche la Nasa, intanto, sta lavorando guardando ai prossimi anni e allo Spazio profondo. L’agenzia statunitense si è infatti alleata con il Baylor College of Medicine di Houston per sviluppare approcci nuovi e sicuri per la salute degli astronauti impegnati in missioni di lunga durata, come quella che li porterà su Marte. Il Nasa Translational Research Institute (NTRI) si occuperà di trasformare la teoria in pratica, creerà un modello che partendo dai risultati delle analisi cliniche provvederà a degli strumenti per la salute e la cura degli astronauti.

(dire.it)

 

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Mantenersi fuori casa? Ecco i consigli per lavoretti 3.0

Mantenersi fuori casa? Ecco i consigli per lavoretti 3.0

Inseguendo la professione dei sogni o semplicemente spinti da voglia d’indipendenza, ogni anno migliaia di studenti scelgono di andare a studiare lontano da casa, soggiornando nelle più importanti città italiane o estere. Ma sono pochi coloro che, grazie al supporto della famiglia, possono mantenersi senza lavorare e così spesso si trovano alle prese con la necessità di trovare un impiego.

Ieri il volantinaggio, oggi…

Se molte volte la scelta si limita a lavoretti come cameriere, commesso o magari operatore di call center, ora le opportunità sembrano tornare a moltiplicarsi grazie alla rete e all’economia della condivisione e soprattutto le abilità e le passioni personali per la prima volta si trasformano davvero in un’opportunità di guadagno.

Uniplaces, portale specializzato negli alloggi per studenti a livello globale, ha voluto mostrare attraverso un breve vademecum alcuni modi smart che possono aiutare i giovani a coprire le spese per l’affitto di un alloggio in 6 capitali europee: Londra, Parigi, Lisbona, Roma, Amsterdam e Berlino.

Mantenersi fuori casa? Ecco i consigli per lavoretti 3.0Da cameriere a chef a Londra, grazie al social eating

Se andare a Londra a fare il cameriere sa ormai di cliché strampalato, perché non provare a trasformarsi in cuoco organizzando cene attraverso le piattaforme di social eating. Un po’ di fantasia e i consigli di una buona mamma italiana possono trasformarsi in un asso nella manica non da poco. Prendete ad esempio un menu a base di bruschette, baccalà, tonno accompagnato da porri e un immancabile piatto di pasta, ebbene potrà fruttarvi 25-30 euro a persona. Costo affitto: 530 euro Impegno richiesto: una cena a settimana con 4/5 ospiti

Una guida per turisti fra i fori di Roma Mantenersi fuori casa? Ecco i consigli per lavoretti 3.0

Visitare una città che non si conosce può risultare noioso, soprattutto da soli, finendo per andare nei soliti luoghi turistici. Per questo motivo spesso conviene affidarsi ad una persona del posto per avere una visione alternativa e lasciarsi sorprendere da posti che solo i locali conoscono.

Ciò si può tradurre in un’opportunità per guadagnare qualche soldo, in modo piacevole e divertente. Basta avere un po’ d’entusiasmo, conoscere le lingue e soprattutto una radicata passione per la città in cui si studia o per un tema d’interesse.

Ormai le piattaforme che offrono servizi di questo tipo sono molteplici e gli itinerari sono i più variegati: si va da quello fotografico a quello paesaggistico, da quello puramente culturale a quello che mostra la migliore street art della città. Una visita di questo tipo può fruttare dai 30 ai 50 euro. Costo affitto: 430 euro Impegno richiesto: due/tre weekend al mese con piccoli gruppi

Mantenersi fuori casa? Ecco i consigli per lavoretti 3.0Inventarsi tuttofare tra i saliscendi di Lisbona

Durante il corso di studi mantenersi risulta sempre difficile, soprattutto se si vive in una città che non è la nostra. E in questi casi, si sa, bisogna sapersi reinventare in qualsiasi modo per essere un minimo indipendenti.

Soprattutto nelle grandi città è facile ormai trovare persone che hanno bisogno di aiuto per le attività più disparate, come montare un mobile appena comprato, fare un trasloco, oppure andare a ritirare i capi in lavanderia. Costo affitto: 340 euro Impegno richiesto: dipende tutto dal tuo tempo libero!

Da studente a professore (d’italiano) a Parigi Mantenersi fuori casa? Ecco i consigli per lavoretti 3.0

Chi l’avrebbe mai detto che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. E invece la lingua di Dante sta avendo un successo sempre maggiore all’estero, soprattutto in Francia e nella capitale Parigi. Merito delle politiche di promozione o della nostra cucina, in ogni caso i laureandi in materie umanistiche potranno sfruttare la loro preparazione specifica per lanciarsi nell’insegnamento da madrelingua.

Online sono disponibili moltissime piattaforme che permettono di candidarsi come maestro e iniziare a insegnare ad altri studenti di tutto il mondo. Ma attenti, insegnare è un compito serio e il guadagno dipenderà dal successo delle vostre review. Costo affitto: 490 euro Impegno richiesto: 3 ore al giorno ma con il vantaggio di conoscere nuovi amici da tutto il mondo

Mantenersi fuori casa? Ecco i consigli per lavoretti 3.0Guadagnare pedalando a Berlino

L’ultima frontiera delle consegne a domicilio a Berlino non sono i droni ma la bicicletta. Se amate tenervi in allenamento con la bici e pedalare è la vostra passione, perché non trasformare il vostro tempo libero in un guadagno extra. Come? Con il vostro smartphone potete rendervi disponibili per le consegne a domicilio in città.

Nessun orario o luogo fisso. Basterà accedere alla mappa della città e scegliere la consegna più vicina in zona. Costo affitto: 390 euro Impegno richiesto: più pedali più guadagni (e meno inquini). In media per una consegna s’incassano circa 10 euro.

Dogsitter fra i canali di Amsterdam

La vostra passione sono gli animali domestici e amate prendervene cura? La rete vi offre molte possibilità per mettere a frutto il vostro tempo libero. Basterà proporsi come petsitter in una delle decine di piattaforme dedicate presenti sulla rete e iniziare a coltivare la propria reputazione come perfetto amico degli animali.

Ad esempio ad Amsterdam, dove questo fenomeno sta avendo un grande successo, è possibile guadagnare dai 15 ai 20 euro per una passeggiata giornaliera o per tenere compagnia agli animali quando i padroni non sono a casa. Costo affitto: 430 euro Impegno richiesto: un paio d’ore per tre giorni a settimana.

(dire.it)

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Forlanini, Assotutela: messo all’asta, regione da mettere al bando

Forlanini, Assotutela: messo all’asta, regione da mettere al bando

“Non pubblici amministratori: con la Regione Lazio siamo al cospetto di improvvisati immobiliaristi ma, attenzione, la sorte dei ‘furbetti del quartierino’ dovrebbe mettere in guardia presidente e assessori da spericolate operazioni finanziarie sui nostri beni immobiliari con cui si vorrebbe fare cassa”.

Con amara ironia il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato, ha commentato l’approvazione di una delibera che dovrebbe aprire il cammino alla vendita, o meglio “alla svendita di tesori quali castelli, palazzi principeschi, residenze istituzionali, ville e, peggio ancora ospedali dismessi, abbandonati al degrado per diminuirne il valore. Cto, Forlanini, San Giacomo insieme al castello di Santa Severa, palazzo Nardini, la ex Gil di Ostia, villa Le Tortore, palazzo Pamphily a San Martino al Cimino e altri 662 gioielli sono oggetto di una trattativa con il Demanio che consentirà all’ente locale di valorizzare, ovvero vendere, e ottimizzare il rendimento di tali beni.

Il tutto all’oscuro della cittadinanza e, cosa più grave, senza alcun intervento dell’organismo sovrano di natura elettiva: il Consiglio regionale. Siamo preoccupati – insiste Maritato – soprattutto per gli ospedali. Salvaguardare i beni è opera meritoria, alienarli è discutibile. Chiudere gli ospedali, privare i cittadini di servizi, non riconvertire strutture ad usi sociali, risparmiando sui canoni passivi, non ascoltando le proposte di esperti e cittadini è un’azione contro la collettività. Per questo AssoTutela presenterà un esposto in Procura sul presunto scempio del nostro patrimonio”, chiosa Maritato.

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Salute, Capelli (Cd): Lorenzin garantisca futuro a Ospedale Santa Lucia

Salute, Capelli (Cd): Lorenzin garantisca futuro a Ospedale Santa Lucia

“Chiediamo al Governo un impegno chiaro e definitivo per difendere, valorizzare e adeguatamente finanziare la Fondazione Ospedale Santa Lucia di Roma, una delle eccellenze della sanità nazionale italiana”. E’ quanto dichiara in una nota l’on. Roberto Capelli, deputato di Democrazia Solidale-Centro democratico, che ha presentato oggi un’interrogazione a Montecitorio al Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin chiedendo un intervento urgente del Ministero per assicurare i livelli di assistenza sanitaria, i profili occupazionali e la qualità della ricerca scientifica della Fondazione Santa Lucia, posta in grave difficoltà dopo una serie di tagli da parte della Regione Lazio.

“La Fondazione resta punto di riferimento anche nazionale nell’ambito della neuro-riabilitazione, come dimostra il numero sempre crescente di ricoveri, ordinari e in day hospital, sia nel 2015 che nel 2016. Le molte richieste di ricovero che continuano a pervenire dimostrano – argomenta il parlamentare di Centro democratico – che i cittadini, con i loro bisogni di salute, riconoscono alla Fondazione Santa Lucia una qualità nelle prestazioni di assoluta eccellenza.

I dati nazionali sull’attività di ricerca, che collocano la Fondazione nel gruppo delle tredici istituzioni che da sole realizzano il 50 per cento dell’intera produzione scientifica degli Irccs, otto dei quali concentrati a Milano e in Lombardia, confermano che la Fondazione è una risorsa, che non si può dilapidare”. “La scarsità dei finanziamenti pubblici – continua Capelli – non aiuta certo questa importantissima attività, così come rende difficile l’attività di ricerca, che insieme all’attività sanitaria costituisce il secondo ambito istituzionale di attività della Fondazione in qualità di Ircss. Dire che si punta sulla ricerca e poi non fare nulla per preservare le eccellenze in questo campo è una contraddizione gravissima cui il Governo e il Paese devono porre fine”.

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Pokemon Go mania: gli smalti per l’estate ispirati ai colori dei mostriciattoli tascabili

Pokemon Go mania: gli smalti per l’estate ispirati ai colori dei mostriciattoli tascabili

Vuoi una manicure colorata e frizzante per l’estate? Scegli i colori di smalto abbinati al gioco del momento, Pokemon Go! Giallo, arancione, verde ma anche rosa e grigio perla. Ecco tutti gli abbinamenti da provare!

È Pokemon mania: da qualche settimana non si parla d’altro che di Pokemon Go, l’app ludica più scaricata negli ultimi tempi. I mostriciattoli virtuali diventati celebri negli anni’90 sono tornati alla riscossa con i loro colori vivaci e frizzanti: hai mai pensato di ricreare una manicure ispirata ai colori dei Pokemon? Ecco gli smalti da utilizzare per una nail art estiva e trendy.

Giallo frizzante, arancione acceso, verde o rosa confetto, avrai l’imbarazzo della scelta per creare una manicure ispirata ai Pokemon per l’estate 2016. Cavalca l’onda della Pokemon mania e libera la tua fantasia! Non dovrai fare altro che scegliere il tuo Pokemon e cercare lo smalto dello stesso colore: la tua manicure sarà così glam e vivace! Se vuoi potrai anche sbizzarrirti con nail art e disegni ispirati ai Pokemon per decorare le tue unghie e rendere la nail art ancora più originale.

Hai sempre adorato Pikachu? Lo smalto che fa per te di Essie, e si chiama Aim to misbehave: un giallo acceso e vibrante perfetto da indossare con l’abbronzatura. Per esaltare la tintarella puoi anche applicare uno smalto vivace ispirato al personaggio di Octilery: Riviera di Dior è un rosso caldo e frizzante ideale per la stagione estiva. Ami i colori più delicati? Scegli la manicure ispirata a Charmander: perfetto uno smalto pesca pastello come Purity Peach di Illamasqua. Per le amanti degli smalti neutri invece, è ideale Pearl Grey di Lancôme, un grigio perlato ispirato a Cinccino.

Vuoi puntare su nuance accese e vivaci? Il Pokemon che fa per te è Bulbasaur, e lo smalto abbinato è Peppermint di Pupa, un verde acceso e intenso che sta bene a tutte le carnagioni. Da non perdere anche Can’t Find my Czechbook, lo smalto azzurro cielo di Opi che ricorda il Pokemon Squirtle. Per una manicure trendy che richiami anche il Rose Quartz, colore dell’anno, puoi applicare sulle ungihe Rose Romantique di Yves Saint Laurent, che grazie alle sue sfumature ricorda Jigglypuff.

Pokemon Go mania: gli smalti per l’estate ispirati ai colori dei mostriciattoli tascabili

Pokemon Go mania: gli smalti per l’estate ispirati ai colori dei mostriciattoli tascabili

Pokemon Go mania: gli smalti per l’estate ispirati ai colori dei mostriciattoli tascabili

Pokemon Go mania: gli smalti per l’estate ispirati ai colori dei mostriciattoli tascabili

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Sagre nel Lazio: la festa della pizza fritta Cannetana a Canneto Sabino

Sagre nel Lazio: la festa della pizza fritta Cannetana a Canneto Sabino

Sabato 23 e domenica 24 luglio 2016 si svolgerà in questa frazione del comune di Fara Sabina, in provincia di Rieti, la sagra dedicata a questo prodotto tipico locale, la pizza fritta, realizzato con l’olio degli ulivi di Canneto Sabino.
in foto: Sagra della tipica pizza fritta Cannetana a Canneto Sabino.
E’ giunta alla quattordicesima edizione la Sagra della tipica pizza fritta Cannetana a Canneto Sabino, in provincia di Rieti. Quest’anno l’appuntamento è per sabato 23 e domenica 24 luglio in piazza Paceri, dove, oltre agli stand gastronomici pronti a farvi degustare i tipici prodotti locali a partire dalle ore 17:00, sono previsti anche animazione per i bambini e concerti di musica popolare dal vivo per allietare queste calde sere d’estate. Sabato sarà la volta dei Simpatia Band, mentre domenica toccherà al trio Pane e Cioccolato. Sarà inoltre possibile partecipare alla visita guidata all’ulivo più grande d’Europa e alla chiesa di Santa Maria della Neve.
La pizza fritta è un’eccellenza culinaria di quest’area della regione Lazio. E’ realizzata con olio extravergine d’oliva di Canneto Sabino, per questo chiamata “cannetana”, secondo la ricetta tradizionale, impastata a mano dalle nonne del luogo. Potrete assaggiarla sia nella versione con sale che con zucchero, e accompagnata da prosciutto crudo o Nutella a seconda dei vostri gusti. L’impasto è come quello della pizza classica, ma si lascia crescere di più per un risultato migliore. Per ulteriori informazioni e prenotazioni potete chiamare il numero 3396157011 oppure consultare il sito internet dedicato.

Come arrivare a Canneto Sabino

Canneto Sabino è una frazione del comune di Fara Sabina, in provincia di Rieti. Se si arriva da Roma si deve percorrere la via Salaria fino al chilometro 41,800, si prende poi il bivio sulla destra, segnalato da una ben evidente indicazione stradale e  dopo circa 3 chilometri di cammino che si snoda per le campagne si giunge all’antico centro di Canneto.

Sagre nel Lazio: la festa della pizza fritta Cannetana a Canneto Sabino

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Greenpeace: le microplastiche nei prodotti per l’igiene personale continuano a contaminare l’ambiente

Greenpeace: le microplastiche nei prodotti per l’igiene personale continuano a contaminare l’ambiente

L’utilizzo di microsfere di plastica in prodotti per l’igiene personale continua ad avere un pesante impatto ambientale sui fiumi e gli oceani del Pianeta, e sugli animali che li abitano. È quanto emerge dalla classificacon cui Greenpeace East Asia ha valutato in base all’utilizzo di queste particelle i trenta più importanti marchi internazionali di prodotti cosmetici e per l’igiene personale. «Questa classifica prova che l’intero settore sta facendo molto poco per risolvere questo grave problema ambientale»,dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. «Le aziende sostengono di riuscire a gestire il problema ambientale delle microsfere, ma questo è falso, come dimostra il rilascio quotidiano negli oceani di miliardi di microsfere contenute nei prodotti per la cura e l’igiene personale».

A causa delle loro piccole dimensioni, queste particelle non vengono filtrate dai sistemi di depurazione delle acque e pertanto finiscono direttamente nei fiumi, negli oceani e risalgono la catena alimentare, contaminando gli ecosistemi naturali. Come evidenzia la classifica di Greenpeace East Asia, sono quattro le aziende che si stanno impegnando maggiormente per eliminare le microsfere dai propri prodotti: Beiersdorf e Henkel (Germania), Colgate-Palmolive e L Brands (Stati Uniti).

Altre aziende, come le statunitensi Revlon, Amway e Estee Laudeer, hanno mostrato uno scarso impegno e pertanto occupano gli ultimi posti in classifica. Tuttavia è necessario sottolineare che nessuno dei 30 marchi internazionali presi in esame ha soddisfatto tutti i criteri di valutazione necessari per garantire la protezione dei nostri mari dall’inquinamento da microplastica.

«Al netto degli impegni delle singole aziende, sono necessari provvedimenti legislativi urgenti che vietino immediatamente l’utilizzo delle microsfere in tutti i prodotti per l’igiene personale, evitando così che queste particelle continuino a inquinare gli oceani», conclude UnghereseAlcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno già vietato l’utilizzo delle microsfere nei prodotti per l’igiene personale a partire dal 2017.

In altri Stati come Taiwan, Regno Unito, Australia e Canada sono in discussione proposte normative per proibirne l’uso. In Italia, invece, grazie anche all’impegno dell’Associazione Marevivo, solo poche settimane fa è stata presentata una proposta di legge per vietare l’utilizzo di queste microsfere in cosmetici e prodotti per l’igiene personale.

Consulta la classifica stilata da Greenpeace East Asia

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