A che punto siamo con l’impeachment a Trump?

A che punto siamo con l’impeachment a Trump?

(foto Getty Images/Bonnie Jo Mount)

È iniziata ieri la fase pubblica della procedura di impeachment che mette sotto accusa il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Durante la prima giornata di audizioni alla Camera dei rappresentanti, trasmessa anche in diretta tv, sono stati ascoltati alcuni testimoni chiave come William Taylor, ambasciatore Usa a Kiev, e George Kent, sottosegretario al dipartimento di stato con delega all’Europa. La principale accusa mossa a Trump è quella di abuso di potere per aver fatto pressioni sull’Ucraina affinché indagasse sui suoi rivali politici in vista delle prossime elezioni Usa 2020.

Cosa hanno detto Taylor e Kent

Il più importante diplomatico statunitense in Ucraina ha raccontato la telefonata fra Trump e Gordon D. Sondland, l’ambasciatore statunitense nell’Unione Europea. Il tycoon, secondo la sua testimonianza, avrebbe chiesto informazioni sulle intenzioni degli ucraini rispetto alla sua richiesta di indagare sull’ex vicepresidente Joe Biden. “A Donald Trump interessavano più le indagini sui Biden che le difficoltà dell’Ucraina, alle prese con l’invasione dei russi nel Donbassha dichiarato Taylor. Dall’audizione emerge che Taylor non ha direttamente sentito la telefonata – avvenuta, fra l’altro, quasi in concomitanza fra quella che ha dato via all’indagine, cioè la conversazione fra Trump e il presidente ucraino Zelensky. A raccontargli il contenuto è stato, in realtà, un suo collaboratore che ha sentito le parole di Trump a Sondland in un ristorante di Kiev.

Il funzionario responsabile della politica estera in Ucraina, Kent, ha invece spiegato che il rapporto fra Washington e Kiev ha risentito delle pressioni fatte a Zelensky dall’avvocato personale di Trump, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, con l’obiettivo di aprire un’indagine contro Biden. Lo stesso Kent ha parlato di un “canale diplomatico irregolare” gestito proprio dall’avvocato del presidente, e ha poi sottolineato che il tentativo di Trump di screditare Joe Biden è iniziato con la rimozione dell’ambasciatrice Marie Yovanovitch (a cui è succeduto William Taylor, ndr). “Mi è chiaro che gli sforzi di Giuliani per rilanciare le indagini sfruttavano il desiderio di Zelensky di un incontro alla Casa Biancaha dichiarato nel suo statement di apertura.

Repubblicani vs democratici

La commissione intelligence della Camera, controllata dai democratici, ha respinto la mozione dei repubblicani per obbligare a testimoniare la talpa che ha dato avvio all’indagine denunciando la controversa telefonata avvenuta fra Trump e il presidente ucraino. La mozione è stata votata dopo la fine della prima udienza pubblica. Avendo di fatto la maggioranza alla Camera, i democratici hanno potuto fissare le regole, senza doversi preoccupare troppo dei repubblicani. Quest’ultimi criticano aspramente l’indagine sostenendo che le prove non sarebbero sufficienti, essendo prevalentemente testimonianze indirette. La destra ha inoltre cercato di screditare, tramite le domande, i due testimoni Taylor e Kent. “Accusano il presidente Trump di cattiva condotta in Ucraina quando loro stessi sono colpevoli“, ha dichiarato Devin Nunes, esponente repubblicano del comitato di intelligence, incolpando i dem. Intanto cresce l’attesa per la prossima testimone Marie Yovanovitch, ex ambasciatrice Usa in Ucraina, che sarà ascoltata venerdì.

Le prossime tappe

Al momento siamo nella fase pubblica della procedura, che arriva dopo settimane di audizioni a porte chiuse e culminerà nella decisione di mettere o meno in stato di accusa Trump e quindi passare alla fase successiva, ovvero l’audizione in Senato. In caso di voto positivo della camera, a maggioranza semplice, la decisione sarà più complessa nell’altra parte del Congresso. Qui il voto finale dovrà incontrare una maggioranza dei due terzi, ma se positivo l’impeachment sarà definitivo, senza possibilità di appello e il presidente dovrà lasciare l’incarico.

La reazione di Trump

Non ho visto neppure un minuto dell’udienza dell’indagine impeachment-farsa, il presidente Erdogan era più importante”, ha detto Donald Trump nella conferenza stampa congiunta con il presidente turco dopo l’incontro tra i due, avvenuto nel pomeriggio del 13 novembre. Il presidente Usa ha anche annunciato di voler rendere pubblica la trascrizione della sua prima telefonata con il presidente ucraino, ovvero quella del 21 aprile 2019, giorno dell’elezione di Zelensky. Questa sarebbe avvenuta tre mesi prima la conversazione incriminata che ha dato il calcio d’inizio all’impeachment.

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Le Mans ’66, sullo sfondo dell’epica lotta tra Ford e Ferrari, una storia di sport e amicizia

Le Mans ’66, sullo sfondo dell’epica lotta tra Ford e Ferrari, una storia di sport e amicizia

Negli anni ‘60 la Ford aveva tentato di acquistare una Ferrari all’epoca piena di debiti, vennero anche in Italia a trattare. Le trattative, all’insaputa degli americani, erano state organizzate in realtà da Enzo Ferrari per convincere Agnelli a comprare l’azienda e farla rimanere in Italia. Da questo fatto (mostrato nel film) parte la sfida di Le Mans ‘66, cioè dal livore del proprietario della Ford Motors, erede del Ford fondatore originale, arriva il sogno di battere Ferrari nella 24 ore di Le Mans, gara in cui le macchine italiane erano da anni imbattibili. Un’impresa impossibile visti i tempi stretti.

Intorno a questa storia, James Mangold architetta grazie ad un script non eccezionale e molto classico un film di amicizia e dedizione americana. Una storia di uomini che lottano contro altri uomini in un trionfo di etica, senso della competizione, aspirazione alla vittoria e grande rispetto. Tutto mentre le donne guardano. Non è propriamente un film bilanciato questo, ma uno che ha ben chiaro cosa dire e come farlo, che ha a cuore la storia di due uomini, interpretati da Matt Damon e Christian Bale, che hanno compiuto un’impresa. È per l’appunto la storia più classica del cinema hollywoodiano ma davvero James Mangold (regista di Logan e Copland) è troppo bravo per far sì che sia solo questo.

Bale e Damon nei panni dei veri Carroll Shelby e Ken Miles sono hardware e software, l’ex pilota ora costruttore, progettista e team manager e il pilota scavezzacollo, abile e istintivo, sono pulsione e ragione, passione e politica, quel connubio che nella mentalità americana è indispensabile per arrivare alla vittoria. Ogni team vincente nella retorica statunitense per trionfare deve trovare armonia tra la parte razionale e metodica e quella necessariamente furiosa e audace. Come Bale e Damon animino queste virtù fatte personaggio è fantastico. Il primo stranamente non cerca sempre di primeggiare ma mette davvero la sua capacità di lavorare sul corpo dei personaggi al servizio del film (Miles ha una postura incredibile che tradisce un nervosismo unico) mentre il secondo sembra essere perfettamente conscio di dover fare anche con il pubblico il lavoro che Shelby faceva con i dirigenti Ford: lo deve ammaliare, conquistare e tenere in pugno. E ci riesce. Matt Damon ci affascina mentre Christian Bale ci convince.

Rigorosamente schierato tutto dalla parte dei ranghi più bassi della squadra, Le Mans ‘66 mostra come la cultura imprenditoriale americana ai massimi sistemi vessi quell’individualismo che invece è la pietra fondante della sua mitologia. Shelby e Miles vincono non grazie alla Ford ma nonostante la Ford, nonostante le decisioni politiche, il fatto che persone di potere vogliano decidere in ambiti che non li riguardano, nonostante ingerenze esterne alle corse e invidie di piccolo conto. Invece che esaltare il talento individuale (caratteristica essenziale per lo spirito americano) la grande azienda qui lo sminuisce e lo mette in difficoltà. Alla fine, sarà abbastanza netta la divisione tra i burocrati da una parte e i piloti esperti che rischiano davvero dall’altra.

Nonostante lo schematismo c’è un brivido fantastico che percorre questo film così ben realizzato, equilibrato e dosato a perfezione, che quasi fa sentire in pista, coinvolti nella grande lotta lunga 24 ore (che diventano 40 min. nel film ma tutti necessari, tutti appassionanti). Perché Mangold non si appoggia mai solo alla scrittura e alle battute ma sa usare tutte le componenti per orientare il pubblico dove gli serve. Si guardino i costumi, un classico nei film d’epoca che qui diventa uno strumento. Tutti indossano dei costumi come fossero supereroi o cartoni animati, hanno delle divise che li caratterizzano e dichiarano la loro appartenenza. Shelby con il suo vestiario buono, alla moda ma casual, Miles con una onnipresente tuta da meccanico, gli uomini Ford in completo nero tutti uguali, Enzo Ferrari con il suo cappotto italiano. Ogni variazione di questi costume è coerente con le premesse e racconta qualcosa, ogni volta che li vediamo in campo sappiamo già come sono schierati e contro chi lottano davvero.

Non è infatti Ferrari il vero nemico (troppa stima per il personaggio spigoloso interpretato da Remo Girone, viene tradita dal film) ma il nemico interno. La differenza di classe e l’appartenenza al reame di chi si sporca le mani rispetto a chi firma contratti o si fa fotografare è ciò che conta per Mangold e ciò che rende il film una storia di uomini oltre che una di piloti.

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La cantante Lele Pons si racconta usando Google

La cantante Lele Pons si racconta usando Google

Chi è Lele Pons? Su Google se lo chiedono in molti; e se anche voi vi siete fatti questa domanda, è tempo di guardare questa Autocomplete Interview in cui la youtuber attrice e cantante venezuelana risponde alle curiosità che circolano in rete sul suo conto.

Nata e cresciuta in Venezuela, Lele (sta per Eleonora) si è poi trasferita negli States e vive tra Miami e Los Angeles. Ha studiato anche opera per quattro anni, ma poi, scoperte le nuove tecnologie, addio bel canto: su Vine ha esordito a sedici anni, per poi approdare su altre piattaforme.

La sua hit Celoso conta oltre 275 milioni di visualizzazioni, il canale su YouTube più di 15 milioni di follower. Non male, eh?

Poi, tra le altre cose, dice di amare Shakira, i coccodrilli (prego?) e mangiare tanta pasta. Non è parente di Camila Cabello (e tu che hai cercato la cosa su Google, sappi che hai pregiudizi un filino razzisti).

Pons parla anche italiano e suo zio è Chayanne (se siete cresciuti con il Festivalbar e non siete più di primissimo pelo, lo ricorderete anche per un celebre duetto con Anna Oxa, ben vent’anni fa).

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Il ritorno di Motorola Razr è realtà

Il ritorno di Motorola Razr è realtà

Motorola-Razr
(Foto: Motorola)

Stessa apertura a conchiglia, stesso bordo marcato nella parte inferiore e stesso charme in grado di oltrepassare due decenni e rimanere sempre attuale. La nuova versione di Motorola Razr è stata ufficializzata nella notte mettendo fine a mesi di voci e indiscrezioni per quello che si può senza dubbio definire come il pieghevole più atteso del 2019.

Poche le sorprese per un modello del quale si conosceva già praticamente tutto (un po’ come era stato per Pixel 4). Ed ecco dunque, come sembra, l’applicazione più efficiente e sicura per la tecnologia di schermo flessibile, che semplicemente si piega in due sull’asse orizzontale abbinandosi in modo perfetto a un design passato (colpevolmente) un po’ in secondo piano, il cosiddetto clamshell.

Una conformazione che però ha il grande pregio di compattare l’ingombro da aperto a chiuso (da 72 x 172 x 6,9 mm a 72 x 94 x 14 mm) abbassando anche il peso rispetto ai rivali (205 grammi) e aumentando la sensazione di sicurezza in contrapposizione all’inevitabile feeling di fragilità dei vari Samsung Galaxy Fold e Huawei Mate X.

Motorola Razr
(foto: Motorola)

Motorola Razr punta su uno schermo pOled da 6,2″ con risoluzione da 2142 x 876 pixel e in formato panoramico 21:9 con piega a metà. La scocca esterna monta un display secondario da 2,7″ gOled da 600 x 800 pixel di servizio per notifiche anche interagibili, scattare selfie, scegliere file dal lettore multimediale e per Google Assistant.

L’hardware non è quello di un top di gamma, ma di un buon medio range grazie al chip Qualcomm Snapdragon 710 con 6 gb di ram e 128 gb interni, fotocamera singolo sensore principale da 16 megapixel (con apertura f/1.7) e frontale da 5 megapixel. Il sistema operativo è ancora il vecchio Android 9 Pie, mentre la batteria da 2510 mAh con ricarica rapida a 15 watt. Niente particolari picchi di performance, non c’è nemmeno il 5g, per un modello che punta inevitabilmente più sulla sostanza e sull’appeal rispetto che alle prestazioni.

Motorola-Razr-confezione
(Foto: Motorola)

Motorola Razr sarà resistente agli schizzi d’acqua grazie alla protezione fornita dal nano coating che riveste la scocca e sarà venduto in una suggestiva confezione squadrata e di design. Negli Usa uscirà in esclusiva con l’operatore locale Verizon, mentre in Italia si vedrà dal prossimo 4 dicembre per un prezzo di 1599 euro.

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Le foto del festival delle luci di Durham

Le foto del festival delle luci di Durham

Una festa di luci invade le strade della città inglese di Durham per la decima edizione del Lumiere Festival, in programma dal 14 al 17 novembre. Sono ben 37 le installazioni luminose che si possono ammirare per tre sere, dalle 16:30 alle 23:00.

Si tratta del più grande festival delle luci organizzato nel Regno Unito. Per festeggiare la decima edizione, quest’anno vengono proposte, oltre a installazioni nuove di zecca, anche opere che hanno fatto la storia della manifestazione.

Visitare il festival e camminare per le strade di Durham illuminate è, naturalmente, gratuito. Ma per evitare la ressa nelle ore di punta in alcune zone centrali, dove si trovano una decina di luminarie, è necessario munirsi di un biglietto gratuito.

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Teensleep a Brindisi, dormire di più per studiare meglio

Teensleep a Brindisi, dormire di più per studiare meglio

Da qualche anno, in diverse Università del mondo, sono in corso studi mirati a dimostrare la correlazione tra il sonno e il rendimento scolastico e, ancora più nello specifico, tra la posticipazione dell’orario di ingresso a scuola e i buoni risultati degli studenti.
È del 2015, infatti, l’avvio del progetto Teensleep, che ha coinvolto 100 scuole superiori inglesi in una sperimentazione monitorata dall’Università di Oxford, e del 2018 lo studio dell’Università di Washington, che ha coinvolto 178 studenti della città di Seattle.

Sperimentazioni simili, risultati coerenti: tutte le relazioni conclusive concordano infatti sulla correlazione tra sonno e buoni voti, e dimostrano che gli adolescenti hanno bisogno non solo di dormire di più, ma anche di dormire soprattutto nelle prime ore della mattina.

Lo spiega, tra gli altri, anche Luigi Ferini Strambi – primario del Centro di Medicina del Sonno all’Ospedale San Raffaele di Milano – al Corriere della Sera: “Con la pubertà arrivano cambiamenti dell’orologio biologico che portano i ragazzi ad addormentarsi più tardi di adulti e bambini: c’è un rilascio ritardato di melatonina che porta i ragazzi ad essere un po’ più ‘gufi’. Questo sfasamento sposta in avanti il ritmo sonno-veglia. Anche se vanno a letto alle 10, difficilmente si addormenteranno prima di un paio d’ore: è inevitabile che al mattino presto siano meno recettivi“.

E se a Seattle, aver regalato ai ragazzi coinvolti nella sperimentazione circa 40 minuti di sonno in più la mattina ha comportato un aumento del 4,5 del loro profitto scolastico rispetto al gruppo di controllo, anche in Italia un dirigente coraggioso ha deciso di avviare il percorso presso la sua scuola secondaria superiore.
Si tratta dell’Istituto tecnico industriale Majorana di Brindisi, diretto da Salvatore Giuliano, già sottosegretario all’istruzione in quota Movimento 5 stelle durante il primo governo Conte.

Dall’anno scorso, grazie all’impegno del dirigente e alla disponibilità degli insegnanti, una sezione entra a scuola alle 9.00 invece che alle 8.00; e l’innovazione, seppur piccola, ha subito trovato riscontro positivo nei ragazzi e nelle famiglie, se è vero che le richieste di iscrizione alla sezione sperimentale hanno superato i posti disponibili.
I dati, poi, confermano l’intuizione di Giuliano, che infatti ha dichiarato a Open:”In alcuni grafici che considerano indicatori di abbandono scolastico, questa sperimentazione ha dato delle ottime evidenze: i ragazzi più riposati e meno stressati vivono con positività il tempo passato a scuola e sembrano non essere sfiorati dall’idea di abbandonarla. E tutto ciò è stato possibile posticipando l’ingresso di solo un’ora“.
Ogni progetto coraggioso, però, rischia sempre di trovare degli ostacoli sulla propria strada. In Italia, a minacciare la diffusione della sperimentazione, si ergono sicuramente gli orari degli autobus: una viabilità spesso fragilissima, unita al solito scarso investimento nei mezzi pubblici nei centri urbani, rischia infatti di non reggere l’allargamento della fascia oraria di massima frequenza.

Ma, al di là della dimensione logistica, già si sentono spirare i venti dello scetticismo paternalista: lo spostamento di una o due ore della prima campanella del mattino non sarà una concessione alla puerile voglia di fare tardi?
Se solo volessero – dicono infatti molti genitori – i ragazzi potrebbero andare a dormire presto. Invece si incantano su internet, sulle chat, su Netflix: non è che si stanno concedendo troppi vizi alle nuove generazioni? 

Dai dati fino ad oggi divulgati, non sembra proprio.
Anzi, l’approccio sperimentale del progetto, dimostra che a essere strutturata nel modo sbagliato era la scuola “di prima”, ben più di quella “di adesso”:  iniziare a ristrutturare tempi e modi dell’insegnamento basandosi sulle continue scoperte scientifiche legate alle neuroscienze, permetterebbe invece di avviare una vera e propria rivoluzione copernicana.
A una settimana dalla giornata mondiale dei Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, quindi, ecco che l’intuizione e il coraggio dell’Istituto Majorana di Brindisi  ci regalano la dimostrazione di un concreto passo avanti possibile, nella costruzione di città e istituzioni a misura di bambini e ragazzi al posto di spazi pensati per gli adulti, ai quali sono gli studenti a doversi adeguare.

La speranza è che il Majorana di Brindisi non resti un fenomeno isolato.
Servirebbe l’impegno del Ministero dell’Istruzione, per fare in modo che gli ottimi risultati ottenuti possano avviare un processo virtuoso di disseminazione di buone pratiche (in questo caso, per altro, a costo zero) che contagi tutte le scuole superiori d’Italia.

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Louis CK torna a esibirsi in America e rimergono le accuse

Louis CK torna a esibirsi in America e rimergono le accuse

louis ck
(foto: Getty Images)

Era il novembre 2017 quando, sulla scia dello scandalo legato agli abusi di Harvey Weinstein, nell’occhio del ciclone era finito anche il comico Louis CK, sul quale nel tempo si erano accumulate diverse testimonianze di donne, spesso colleghe, costrette ad assistere a atti di masturbazione da parte del comico. Il creatore della serie Louie e uno degli stand up comedian più di successo, ma anche controversi già prima dello scandalo, aveva poi ammesso la sua ossessione onanistica in un articolo sul New York Times e sembrava sparito dalle scene per un qualche periodo.

Già nell’estate del 2018, però, il comico era tornato a calcare i palchi di alcuni piccoli club comici negli Stati Uniti, non senza suscitare polemiche. Si era poi imbarcato in qualche data europea, fra cui quella a Milano lo scorso luglio (anche quella non esente da critiche), e attualmente sta facendo un consistente tour europeo che lo porterà anche a Roma il prossimo  25 novembre. Ma è il suo ritorno in Nord America a destare controversie ancora più grandi, soprattutto dopo che Mark Breslin, il fondatore dell’importante comedy club Yuk Yuk di Toronto, ha scritto un articolo sul Canadian Jewish News per difendere la sua scelta di scritturare Louis CK: “CK ha ammesso di essersi mostrato a quelle donne in diverse occasioni nel 2005 e si è rapidamente scusato, facendo notare che era stato fatto col loro consenso“, ha scritto Breslin sottolineando anche (forse per aggiungere empatia nei confronti del personaggio) le origini ebraiche del comico ma anche di molte delle donne coinvolte.

In tutta risposta una delle attrici comiche che si erano fatte avanti nell’inchiesta del New York Times che aveva dato il via a tutto il caso, Julia Wolov, è intervenuta nuovamente sottolineando e precisando nuove accuse: “Se Mark Breslin avesse letto quell’articolo saprebbe che CK è stato accusato pubblicamente da cinque e non da quattro donne e che tutto ciò è accaduto nel 2002 e non nel 2005“, scrive lei, per poi aggiungere: “Contrariamente alla sua ricostruzione, CK non lo fece con consenso. Non gli abbiamo mai consentito né chiesto di togliersi i vestiti e di masturbarsi fino all’orgasmo di fronte a noi” (una sola delle testimoni, rimasta anonima, ammise di avergli dato il suo consenso solo per timore del suo potere). Wolov aggiunge come l’utilizzo dell’identità ebraica come scusante sia “vergognoso” e ribadisce con fermezza le accuse nei confronti dell’uomo che invece sembra riprendere la sua attività come nei tempi precedenti allo scoppio del caso.

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Costruttori di dinosauri

Costruttori di dinosauri

La Gengu Dinosaurs Science and Technology Company si trova in Cina nella città di Zigong, provincia del Sichuan, celebre per essere il più grande polo produttivo di finti dinosauri (non abbiamo dati sui produttori di quelli veri, spiacenti) al mondo: qui si realizza il 95% della produzione della Cina continentale e l’85% di quella mondiale, con esportazioni in oltre 100 paesi del mondo.

I prodotti realizzati in queste aziende, che creano repliche di dinosauri esteticamente aderenti agli originali – almeno per quello che ne sappiamo, chiaramente – vengono distribuiti in parchi divertimento, musei e attrazioni di vario tipo. Insomma, se vi è mai capitato di chiedervi da dove arrivassero quegli enormi bestioni e chi li confezionasse, ecco la risposta e alcuni scatti che giungono proprio dalla Cina.

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Il supporto invisibile per smartphone e tablet

Il supporto invisibile per smartphone e tablet

L’incremento della diagonale e i nuovi formati del display scelti dai produttori sui più recenti smartphone sono due dei molti aspetti che favoriscono l’utilizzo dei dispositivi in verticale. Secondo gli studi che cita l’azienda statunitense Moft, l’abitudine degli utenti arriva addirittura al 94%, eppure la maggior parte dei supporti per i telefoni smart sono progettati specificatamente per l’utilizzo in orizzontale.

Per questo il gruppo di Sunnyvale ha sviluppato Moft X, un supporto invisibile all’occhio che consente di gestire con facilità lo smartphone in ogni circostanza. Esperti in materia dopo la realizzazione del supporto per laptop che via crowdfunding ha convinto più di 32mila persone e raccolto oltre 900mila dollari, adesso il team americano rilancia la sfida con una versione adesiva che permette di fissare il telefono per usarlo con angolazioni di 40 e 60 gradi mentre, quando usato in orizzontale, la versione per tablet arriva anche a 30 gradi e, a chi usa l’iPad, offre la possibilità di fissare anche l’Apple Pencil.

Con più di 683mila euro già in serbatoio, Moft X per smartphone e tablet sono disponibili nei colori nero, verde, marrone e grigio e si possono preordinare su Indiegogo al prezzo di 16 e 20 euro, con spedizioni previste già entro la fine di novembre.       

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Google Chrome mette un bollino “della vergogna” ai siti lenti

Google Chrome mette un bollino “della vergogna” ai siti lenti

Google Chrome (Photo by Gokhan Balci/Anadolu Agency/Getty Images)

Google Chrome ha iniziato a sperimentare dei badge che identificano i siti internet che si caricano lentamente sul browser. Siccome la velocità è da sempre uno dei cavalli di battaglia del browser di Big G, gli sviluppatori hanno pensato di spronare il web a fare di meglio comportandosi esattamente come una maestra dell’asilo fa con i bambini.

Ti sei comportato bene? Una stellina per te. Hai fatto il cattivo? Allora ti meriti una faccina triste. Chrome si comporterà esattamente così, contrassegnando con dei badge, positivi o negativi, i siti internet che si caricano velocemente o lentamente segnalando così agli utenti il loro “comportamento”.

Il badge ha lo scopo di identificare quando i siti sono creati in un modo che li rallenta in generale, osservando le latenze di carico storiche”, scrive Google sul blog dedicato di Chromium. “Più avanti, potremmo estenderlo per includere l’identificazione quando è probabile che una pagina sia lenta per un utente in base al dispositivo e alle condizioni della rete”.

Google Chrome applicherà un badge (a sinistra) quando un sito internet sarà lento nel caricarsi (fonte: Chromium blog)

I badge verranno assegnati in base a delle esplorazioni fatte dai tecnici di Google che andranno ad analizzare le velocità della schermata di caricamento, la barra di avanzamento, i menù di scelta rapida per i collegamenti interni al sito. Saranno proprio i collegamenti interni al sito a consentire a Google di apprendere maggiori informazioni sulle velocità reali del sito internet in modo da fornire un’adeguata informazione, tramite il badge, agli utenti che vorranno navigare su di esso.

La catalogazione dei siti lenti o veloci attuata da Google avverrà in fasi graduali basandosi su criteri severi con l’obiettivo a lungo termine di fornire agli utenti un avviso sulla qualità del servizio che si apprestano a adoperare. I web master che non vorranno essere bollati con un badge negativo potranno cercare di migliorare i loro siti web sfruttando la piattaforma di apprendimento fornita da Chromium.

Ancora non è chiaro quando esattamente questo sistema di badge diventerà operativo su Google Chrome ma probabilmente Big G aspetterà un feedback da parte degli sviluppatori web prima di proseguire con il metodo “maestra dell’asilo”.

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