Chi è Andrew Yang, l’uomo che vuole portare il reddito di cittadinanza negli Usa

Chi è Andrew Yang, l’uomo che vuole portare il reddito di cittadinanza negli Usa

Nel mese di marzo 2020 milioni di cittadini americani hanno ricevuto lo stimulus check, un sussidio economico una tantum dallo stato del valore di 1200 dollari. Il provvedimento approvato da Washington ha permesso a molti statunitensi di superare il periodo di lockdown per il Covid-19. L’intervento è stato avallato dal governo di Donald Trump, ma è vicino, nella versione conosciuta come reddito di cittadinanza universale (universal basic income), a una corrente politica opposta, sostenuta da alcuni acerrimi rivali del presidente statunitense come Alexandria Ocasio-Cortez e Andrew Yang. Quest’ultimo è un democratico in rampa di lancio che in pochi mesi è passato dall’essere considerato il seguace di un’utopia al venir indicato come un saggio lungimirante, riaprendo la discussione sul diritto di ogni persona a ricevere denaro dall’amministrazione pubblica.

Andrew Yang e Ubi

Il 45enne Andrew Yang è nato a New York da genitori taiwanesi e ha lavorato come avvocato prima di dedicarsi a Venture for America, un’organizzazione non profit e acceleratore di startup che negli anni ha aiutato migliaia di giovani americani a finire gli studi e a iniziare le proprie carriere. Sposato e padre di due figli, è entrato in politica solo a novembre 2019 come candidato alle elezioni presidenziali 2020. La sua campagna ha ottenuto un discreto successo, grazie anche ai giovani fan chiamati Yang Gang che sui social lo mettono al centro di meme divertenti. Una sorta di Bernie Sanders 2.0 che, in modo simile all’esperto senatore, non è riuscito a trasformare la fama sul web in risultati elettorali e ha infine rinunciato alla competizione, andando ad appoggiare Joe Biden. “A febbraio mi sono ritirato e a marzo sono arrivati gli stimulus check” ha detto in tono ironico in un’intervista al New York Times. Voleva sottolineare come il concetto centrale del suo credo politico, cioè lo Ubi Universal basic income (traducibile in reddito universale di base), sia diventato necessario poco dopo la sua uscita di scena. Allo stesso tempo però, la decisione di Trump l’ha riportato al centro dell’attenzione per milioni di americani che adesso caldeggiano lo sviluppo di Ubi. Così come avviene in altre nazioni del mondo.

Il reddito di cittadinanza nel mondo

In Italia il cosiddetto reddito di cittadinanza esiste già, anche se il fatto che non sia incondizionato (lo possono richiedere solo i disoccupati tramite domanda) né automatico lo rende diverso da un’entrata garantita come quella pensata da Yang. Il politico americano vorrebbe far ricevere tutti i mesi a ogni singolo americano un sussidio di mille dollari. Il suo programma è stato testato sotto il nome di 1K Project ed è patrocinato dall’associazione Humanity Forward che fa riferimento proprio a Yang. Attraverso questo progetto, alcune persone stanno già ricevendo la somma di denaro per tre mesi.

Il sogno dell’avvocato newyorchese è quello di allargare la possibilità a tutti e di renderla temporanea all’inizio, per poi tramutarla in un vero e proprio reddito di cittadinanza costante. Modelli simili sono stati già messi alla prova in varie parti del mondo: dal Canada al Kenya diverse associazioni stanno tentando questo approccio. I risultati? Soddisfacenti, secondo i dati raccolti. I timori che le persone lavorassero di meno e che le casse degli stati non potessero sostenere tali spese sono stati smentiti nei brevi test fatti. I critici sottolineano il rischio inflazione e preferirebbero che fossero servizi come trasporti e sanità ad essere gratis, lasciando ai cittadini del denaro da spendere in altri campi.

Alla corte di Biden

Yang ambisce ad entrare nella cerchia di ministri di Joe Biden, se quest’ultimo dovesse sconfiggere Donald Trump nelle elezioni del 4 novembre prossimo. La sua vicinanza al mondo tech e ai problemi della Silicon Valley (dimostrata anche nella proposta che le grandi aziende del settore come Facebook diano soldi agli utenti in cambio dei loro dati, un’intuizione non facilmente attuabile) ha fatto suggerire ad alcuni esperti che Yang possa essere nominato segretario alla Tecnologia, un nuovo dipartimento in via di formazione. Ma nelle sue interviste l’avvocato continua a parlare principalmente di reddito di cittadinanza e non si può negare che sia stato uno dei primi a promuovere il dibattito. Se in futuro gli americani potranno felicitarsi nel vedere ogni mese un accredito sul proprio conto corrente da parte dello stato, sarà stato anche per merito di Andrew Yang.

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C’è il trailer di Away con Hilary Swank “spaziale”

C’è il trailer di Away con Hilary Swank “spaziale”


“Tu sei la mia vita, il motivo per cui resisto”
. Con questa frase si può riassumere il trailer di Away, serie Netflix, disponibile dal 4 settembre, che promette di essere, al contempo, epica, emozionante e commovente. Al centro della storia, la due volte premio Oscar Hilary Swank nei panni di una madre astronauta, diretta su Marte, con conseguente abbandono (momentaneo) della famiglia, che resta sulla Terra.

Il drama, creato da Andrew Hinderaker, già sceneggiatore di Penny Dreadful e Pure genius, oltre agli incredibili progressi raggiunti dall’uomo, vuole celebrare e porre l’attenzione sui sacrifici personali che deve affrontare chi si butta in avventure incredibili, come visitare il pianeta rosso. Per questo, la protagonista Emma Green, oltre all’orgoglio di guidare un equipaggio internazionale nella prima missione su Marte, deve accettare di lasciare il marito e la figlia teenager proprio quando hanno bisogno di lei. Last but not least, una volta partiti per lo spazio, si complicano i rapporti tra gli astronauti ed emergono gli effetti della distanza dai propri cari.

La serie vede come showrunner la sceneggiatrice di The Path Jessica Goldberg, che è accreditata, tra gli altri, anche come produttrice esecutiva con la stessa Swank. Nel cast figurano anche Josh Charles (nei panni del marito dell’astronauta), l’indimenticabile Knox Overstreet del cult L’attimo fuggente, e l’attrice Talita Bateman (vista in Tuo, Simon) nel ruolo della figlia.

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Il problema con i remake dei telefilm anni ’80 (e quindi anche Supercar)

Il problema con i remake dei telefilm anni ’80 (e quindi anche Supercar)

C’è un remake di Supercar nell’aria. Un altro. La serie che conosciamo, quella andata in onda in America tra il 1982 e il 1986, ha infatti avuto negli anni uno spin-off (Code of Vengeance, uno di quegli show in cui qualcuno viaggia attraverso gli Stati Uniti risolvendo problemi che la giustizia non risolve), una specie di sequel (Team Knight Rider, nel 1997) e un remake seriale fallimentare di cui, se siete fortunati, non avete nemmeno sentito parlare (Knight Rider, 2008). Adesso è il momento dell’adattamento remake per il cinema (o per lo streaming, questo si vedrà), di cui ha comprato i diritti James Wan con la sua casa di produzione (lui è il regista di Aquaman e de L’evocazione). Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte all’idea di modernizzare qualcosa che aveva senso nella propria epoca e i cui elementi di successo erano esattamente ciò che oggi non va più (e deve essere cambiato).

In questi anni di remake e proprietà intellettuali riportate al cinema e in tv, le nuove versioni dei vecchi telefilm non hanno funzionato praticamente mai, se non in casi sparuti. Abbiamo visto fallire in maniera eccellente produzioni costose come quella di A-Team (con Bradley Cooper e Liam Neeson) oppure Baywatch (con Dwayne Johnson e Alexandra D’Addario) o, ancora, Miami Vice (con lo stesso Michael Mann alla regia e Colin Farrell e Gong Li), ma anche quelle più svelte come Hazard, Chips, Fantasy Island (in una improbabile versione horror) e Dynasty. I minimi esempi di successo sono quelli che hanno ribaltato pochi o molti dei presupposti, trasformando i telefilm in una loro versione parodistica. 21 Jump Street (scritto da quei geni comici di Lord e Miller), Starsky & Hutch (con Ben Stiller e Owen Wilson) e il remake camp di Charlie’s Angels del 2000.

Non che le versioni per il cinema delle serie non funzionino mai, basta vedere il successo di Mission: Impossible, ma è proprio quella specifica categoria, quelle serie cioè che noi chiamavamo telefilm e che tra gli anni ’70, ’80, ancora qualcuna nei ’90, proponevano personaggi o squadre che risolvono casi puntata per puntata. Era un modello di poliziesco mascherato, in cui un team di donne oppure una squadra di ex militari o, ancora, un uomo bionico (ma anche uno con una macchina dotata di intelligenza artificiale, per l’appunto), ogni volta si sostituiva alla legge. Nel tempo il poliziesco è, forse, il genere che è più mutato e oggi non ha niente di quel che aveva una volta. Se un horror dei ’70 regge moltissimo il confronto con il presente, un poliziesco (in media) lo fa molto poco. Troppo è cambiato nel ritmo e soprattutto nelle figure protagoniste. Troppo oggi non accettiamo più di vedere e quindi ci suscita il ridicolo.

Ecco la nota dolente. Come tutte le serie, anche quelle lì, fatte di puntate autoconclusive, erano fondate su scrittura e recitazione più che su regia, era un dominio degli attori e dei personaggi che interpretavano: la coolness di George Peppard (l’Hannibal Smith di A-Team) e quella di Don Johnson in Miami Vice; la perfetta maniera in cui le Charlie’s Angels rimescolavano e adattavano idee femministe per un pubblico casalingo che femminista non voleva esserlo, ma gli piaceva questa versione accessibile di quelle idee, condita con molta moda e molto glam… Erano tutti dettagli che non si traducono nel presente, anzi, che vanno cambiati nonostante costituissero la vera ragion d’essere delle serie. Levando David Hasselhoff, oggi diventato una parodia umana, Supercar perde il suo perché. Per quanto faccia ridere oggi, la sua figura era quella che reggeva tutto. Togliendo l’umorismo da genitore poco divertente di KITT (l’intelligenza artificiale dell’auto), viene meno quella relazione tra i due che, per quanto antiquata, funzionava.

Vedremo che cosa farà James Wan (che comunque produce e non dirige il progetto), ma anche in questo caso, perché possa essere accettabile oggi, Supercar andrà modificato esattamente in ciò che lo rendeva un successo. Quell’idea immacolata di giustizia, portata in modi fantasiosi e con una piccolissima patina di fantascienza, che in realtà si univa alla più tradizionale ossessione americana per i mezzi di trasporto (momento cruciale di ogni puntata era il salto compiuto dall’auto, come se si trovasse in uno di quegli show con le macchine che fanno un balzo sui camion), oggi fa ridere. In un momento in cui le intelligenze artificiali dei film sono più umane e sensibili e positive degli esseri umani stessi cui si affiancano, quasi sempre antieroi, come si può adattare Supercar? Di nuovo la speranza è che ne facciano una versione ironica e, magari, con David Hasselhoff stesso.

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La cancel culture è arrivata fino all’agenzia Magnum Photos

La cancel culture è arrivata fino all’agenzia Magnum Photos

(foto: KHALED DESOUKI/AFP via Getty Images)

di Andrea Monti

Andy Day, un contributore di F-stoppers, una online community dedicata alla fotografia, pubblica un articolo dal titolo “Magnum Photos Is Selling Images of Alleged Child Sexual Abuse on Its Website” nel quale denuncia il fatto che l’agenzia di fotoreporter più famosa del mondo rende disponibili tramite il proprio sito delle immagini di “presunti” abusi sessuali su minori documentati in un reportage del 1989 a opera di David Alan Harvey. 

L’autore della “coperta afferma testualmente che “creating a sexually explicit photograph of a child constitutes an act of child sexual abuse. Under U.K. law, if a photograph exists, a crime has been committed. In the U.S, Federal law prohibits the production, distribution, importation, reception, or possession of any image of child pornography” per poi lamentarsi del fatto che  “numerous photographs appear to have been taken without the subject’s consent”. In sintesi, le accuse che muove alla Magnum Photos è di vendere foto di pornografia minorile per di più scattate all’insaputa delle persone ritratte. La notizia è stata ripresa anche da altri noti siti specialistici come Petapixelin un successivo articolo Day arriva al punto di chiedere l’interruzione del rapporto professionale con l’autore delle fotografie e la loro distruzione.

Fermo restando il diritto di Day ad avere le sue opinioni, le sue affermazioni sono semplicemente sbagliate

In primo luogo – e premesso che la Magnum Photos non lavora nel settore della pornografia – il lavoro del giornalista è documentare la realtà e denunciare, con la parola e con l’immagine, abusi e violenze. Lo scopo delle fotografie di Harvey, dunque, non era quello di alimentare il circuito illegale di immagini immonde ma quello di esercitare una prerogativa che ogni Costituzione occidentale riconosce: il diritto/dovere di informare. Le foto di Harvey sono, sì, oscene, ma per il degrado che denunciano nell’indifferenza generale e che racconta di un’infanzia negata e di un futuro segnato. Nessuno può pensare che quelle foto siano pornografia minorile, così come nessuno potrebbe affermare che le foto delle vittime dell’atrocità nazista nei campi di sterminio siano un’istigazione alla necrofilia.

Anche l’accusa di avere scattato le fotografie all’insaputa degli astanti è priva di senso. Quando un’indagine giornalistica è svolta in ambienti e condizioni di pericolo, il minimo sindacale è aspettarsi che il reporter possa documentare ciò che vede senza che i soggetti con i quali interagisce se ne accorgano. Accade di continuo per servizi giornalistici e in trasmissioni televisive che usano le riprese di nascosto come elemento essenziale delle loro indagini. E, d’altra parte, nel caso molto meno estremo della street photography l’attività documentaristica presuppone il ritratto di persone che non sanno di essere fotografate. Se così non fosse, le immagini immortali di Henri Cartier-Bresson, della fotografia di strada di Paolo Di Paolo pubblicate da Il Mondo di Mario Pannunzio e di tutti gli altri che come loro hanno documentato la vita in ogni sua manifestazione sarebbero illegali.

Di conseguenza, Harvey non ha commesso alcun illecito nello scattare quelle foto, la Magnum non ha violato alcuna norma nel rendere disponibile quella parte del proprio archivio e Andy Day ha fatto delle affermazioni prive di fondamento giuridico che però continua a diffondere, senza nemmeno avere chiesto (perché altrimenti ne avrebbe dato conto nei suoi articoli) un parere legale qualificato.

Questa vicenda, apparentemente banale e destinata a essere dimenticata nel giro di qualche giorno, è l’ultima in ordine di tempo a replicare lo stesso copione: condizioni etiche individuali su cosa sia o meno illecito, promosse unilateralmente a norma giuridica dal valore generale, applicata dal tribunale del popolo della rete —o da singoli autonomisti giudici— che senza nessuna qualità o ragione invocano una giustizia sommaria basata non sulla legge ma su ciò che ritengono giusto: è il principio della cancel culture.

Gli esempi sono innumerevoli anche nel settore della pubblicità e della fotografia, dalle polemiche per lo spot dell’asteroide che colpisce una mamma per pubblicizzare una merendina alle scuse pubbliche per una sessione che reclamizzava degli obiettivi fotografici durante una manifestazione di cosplay, al ritiro di una campagna pubblicitaria di un’auto sportiva giudicatasessualmente suggestiva. Nulla sfugge ai nuovi inquisitori, pronti a scatenare tempeste di pubblico scandalo a colpi di post e tweet, meccanicamente amplificati dai mezzi di informazione.

I guasti provocati da questo direttorio globale, custode diffuso della moralità mondiale sono ben spiegati in una lettera intitolata A Letter on Justice and Open Debate che intellettuali e scienziati, fra i quali J. K. Rowling, Noam Chomsky, Steven Pinker e Salman Rushdie, hanno pubblicato su Harper’s Magazine, di cui si è molto parlato anche qui su Wired. A prescindere dal merito dei singoli casi, il risultato è il continuo restringersi di cosa si possa dire senza temere rappresaglie da parte di datori di lavoro, committenti o istituzioni. Questo è l’ennesimo esempio del modo in cui funziona il tribunale permanente del pubblico sdegno, potere giudiziario della democrazia elettronica globale, che fa il paio con quello legislativo del parlamento della democrazia diretta; e che non richiede nemmeno l’esistenza di un esecutivo, perché la volontà del popolo si applica senza mediazioni costringendo enti e istituzioni ad adottare provvedimenti punitivi non per il merito del fatto, ma per tacitare la folla.

Ovviamente, nessuno può mettere in discussione il diritto di chiunque di formulare le critiche più severe su quello che viene detto o scritto. Ma è paradossale che la rete, nata da un sogno di libertà, sia diventata il più potente strumento di censura nella mani non di un governo cattivo, delle multinazionali o del Grande Fratello, ma in quelle di una massa indifferenziata di soggetti il cui unico titolo, spesso, è quello di avere un profilo su un social network.

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Le manifestazioni in Bielorussia contro la vittoria di Lukashenko

Le manifestazioni in Bielorussia contro la vittoria di Lukashenko

(Foto: Valery Sharifulin/Tass/Getty Images)

Le elezioni del 9 luglio in Bielorussia hanno decretato la vittoria schiacciante di Alexander Lukashenko che, con l’80% dei consensi, ha conquistato il sesto mandato consecutivo da presidente. Un risultato scontato in un paese definito da molti lultima dittatura d’Europa che, però, non ha impedito a migliaia di cittadini di scendere in piazza a Minsk e protestare, denunciando brogli e manipolazioni del voto. La polizia ha represso duramente le manifestazioni che sono andate avanti tutta la notte: sono stati usati lacrimogeni e granate stordenti per disperdere la folla e si contano decine di feriti, colpiti dai manganelli delle forze dell’ordine. Alcuni manifestanti – anche se non si sa il numero preciso – sono stati arrestati. I cortei di protesta, come sottolineato da alcuni corrispondenti della stampa estera presenti in loco, avevano una connotazione assolutamente pacifica che si è dispersa con l’intervento della polizia.

A differenza delle precedenti, queste elezioni avevano suscitato grande interesse da parte dei bielorussi che, per la prima volta, potevano contare su un valido candidato dell’opposizione: Svetlana Tikhanovskaya, moglie del blogger e youtuber Sergei Tikhanovsky, noto oppositore politico di Lukashenko, arrestato a inizio maggio. Tikhanovskaya durante la campagna elettorale era riuscita a destare entusiasmo e partecipazione arrivando a radunare 60mila persone durante una comizio a Minsk. I risultati degli scrutini le assegnano, però, solo il 10% delle preferenze.

La repressione di Lukashenko

Il presidente Lukashenko ha da subito minimizzato la popolarità di Tikhanovskaya definendola “un’opposizione che non vale la pena di reprimere” ma nei giorni dedicati alle elezioni, come già accaduto in campagna elettorale, ha cercato di contenere ogni voce di dissenso. Sono state bloccate le vie di accesso alla capitale, disposti veicoli militari nelle strade della città e persino bloccato l’accesso a internet per alcune ore.

Inoltre, la candidata è stata costretta a nascondersi per evitare che venisse arrestata. Sorte che, invece, è toccata a un’altra leader dell’opposizione, Maria Kolesnikova. Sembrano non esserci state ripercussioni, invece, per un’altra figura chiave di queste elezioni: Veronika Tsepkalo. Le tre donne, infatti, hanno rappresentato il fronte contrapposto a Lukashenko dopo l’arresto e l’esclusione alle elezioni di alcuni politici molto popolari in Bielorussia. Kolesnikova è la moglie di un imprenditore costretto a scappare dal paese per evitare l’arresto, mentre Tsepkalo ha coordinato la campagna elettorale del banchiere Viktor Babaryko, molto popolare in Bielorussia. Guidate da Tikhanovskaya, chiedevano di essere elette per approvare un’amnistia politica e convocare nuove elezioni democratiche entro sei mesi.

Quello dei brogli, quindi, non è solo un sospetto ma una realtà confermata da diverse circostanze. Sui social network sono stati riportati vari episodi, come una scrutinatrice che abbandona un seggio con una sacca piena di schede o i risultati di alcuni città che danno il presidente bielorusso nettamente in svantaggio. A ciò si aggiunge il mancato controllo dell’Ocse a cui, per cinque giorni, è stato vietato di raggiungere il paese per verificare la correttezza dell’intero procedimento elettorale.

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5 serie da guardare durante i temporali estivi

5 serie da guardare durante i temporali estivi

Imprevedibili, violenti e brevi: i temporali estivi possono durare pochi minuti, alternarsi per un’intera giornata o susseguirsi uno all’altro per diversi giorni. Quale sia il caso, per chi li ama sono preziosi portatori di un piacevole abbassamento delle temperature, per i detrattori gli odiosi guastafeste di chi si era già organizzato una sessione di tintarella, un’escursione tra i boschi o il barbecue nel giardino di casa. A meno che non siate romantici e selvaggi amanti dei quattro salti sotto pioggia battente, fulmini e saette, siete destinati a murarvi in casa fino al ritorno del bel tempo, magari facendo binge-watching. Una serie breve che copra giusto la durata di un rovescio, una che ti permetta una scampagnata virtuale all’aria aperta oppure un’altra che ti ricordi che la natura può essere molto più impietosa di quanto pensiamo quando ci lamentiamo di poche improvvise grandinate: ecco che cosa guardare durante un temporale estivo, appunto.

1. Prison Playbook

https://www.youtube.com/watch?v=2XlMOLqZCLY

Programmare la grigliata e ritrovarsi la giornata rovinata da un temporale lampo che trasforma il tuo vialetto in una palude amazzonica può essere frustrante. C’è chi si consola pensando agli altri che stanno peggio, per esempio… i detenuti. Stare rinchiusi in una cella con una sola ora d’aria al giorno a disposizione è decisamente peggio. Prison Playbook è una serie formidabile di Netflix, firmata dagli autori di Hospital Playlist, che narra la vita dietro le sbarre di una manciata di compagni di cella, la loro amicizia, le conquiste, i fallimenti, l’espiazione e le assurde ed esilaranti idiosincrasie di un gruppo di personaggi trascinanti. Hae-soo è un campione di baseball che sconta l’aggressione allo stupratore della sorella: apparentemente mite e ingenuo, è cauto e vagamente diabolico nel manipolare il prossimo.

Looney è un tossicodipendente perennemente in stato letargico, che strilla a frequenze supersoniche e ama fare dispetti a Kaist, irascibile tuttofare del gruppo. Mil-cheon è il paterno prigioniero di lungo corso con mille diplomi, Ddolmani il leale tirapiedi del boss di turno, Jean Valjean un giovanissimo ladro e il Capitano Yoo un diffidente militare accusato di nonnismo. Esilarante e amaro, l’unico difetto di Prison Playbook è quello di volerti far rimanere a casa anche dopo la fine del temporale.

2. The Killing

https://www.youtube.com/watch?v=Y5t4Aczm_fM

Vivere sulle coste del Mediterraneo è una bella fortuna, tra sole, spiagge e calda brezza marina. Un temporale ci sembra la punizione divina ai nostri propositi di giornate al mare e scampagnate in montagna, ma non ci soffermiamo mai a pensare agli abitanti dei paesi nordici, come i cittadini di Bergen sommersi dalla pioggia 200 giorni all’anno. La stragrande maggioranza delle serie scandinave dimostra quanto il brutto tempo, il cielo plumbeo e l’umidità fuori scala siano la norma in molte zone di Norvegia e dintorni, tanto che il nordic noir, genere crime dalle atmosfere particolarmente opprimenti, ha fatto del brutto tempo e del grigiore un tratto distintivo. La danese The Killing (Forbrydelsen) e il suo degno remake americano, incentrati su una detective e il suo partner a caccia dell’assassino di una giovane, sono ammantati da un tempo uggioso che fa sembrare i nostri rovesci piacevoli diversivi.

3. Forest

https://www.youtube.com/watch?v=Fyiy4qsquZM

Se un temporale vi costringe a casa, ma continuate a sognare di avventuravi nei boschi tra sentieri lunghi e tortuosi, rimirando alberi, piante e animaletti circostanti per poi premiarvi con un sostanzioso e rustico pranzo al sacco, allora probabilmente state soffrendo moltissimo chiusi in casa. Potete, però, accontentarvi di una scampagnata virtuale con Forest, serie reperibile su Rakuten Viki incentrata su un manager arrivista, che medita di sfruttare economicamente un bosco misterioso e magico, e su una dottoressa idealista trasferita presso la sperduta clinica locale.

Una casa pittoresca ed “ecosostenibile” immersa nel verde, due protagonisti di città che faticano a adattarsi a un’esistenza rurale, una coppia di conviventi che mal si sopporta e mantiene le distanze avventurandosi tra radure inestricabili. Non sarà inebriante come una vera escursione tra le foreste, ma è abbastanza suggestiva.

4. Appunti di un giovane medico

https://www.youtube.com/watch?v=C4QquK0aM8Q

Breve come un temporale (è composta di soli otto episodi), Appunti di un giovane medico è una serie britannica che trae ispirazione dalle storie satiriche, tragicomiche e grottesca dell’autore russo Mikhail Bulgakov. È ambientata tra le lande gelide e sperdute circostanti un piccolo ospedale gestito dal nervoso e minuto Dottor Blomgard negli anni della rivoluzione russa. Circondato da uno sgangherato team di assistenti, il medico è impegnato a curare i diffidenti e ignorantissimi contadini, cercando di blandire la frustrazione, l’isolamento e le insicurezze con l’autocontrollo e il sesso. Curiosamente, il Bomgard di alcuni anni più avanti è un uomo completamente diverso – e di 20 centimetri più alto (gli interpreti dei protagonisti sono Daniel Radcliffe e Jon Hamm), ma entrambe le versioni sono perfette da seguire durante un temporale estivo.

5. Bride of the Water God (Bride of Habaek)

https://www.youtube.com/watch?v=NxENoakwXs4

Favola fantasy ideale se state desiderando intensamente che esista qualcuno in grado di liberarvi del brutto tempo per magia. Habaek è il millenario dio dell’acqua: bello, borioso e arrogante, è costretto a recarsi nel mondo degli umani, dove può contare sull’aiuto della discendente di una famiglia che lo serve da secoli. Soa, psichiatra, lo prende per pazzo e si ricrederà solo quando lo vedrà trasformarsi in uno maestoso drago marinoBride of the Water God sarebbe l’ennesima storia d’amore tra un umano e una creatura fantastica (sirene, donne volpi, goblin, fantasmi, vampiri che amano i mortali nei k-drama spopolano), ma qui figure classiche di contorno dei melodrammi coreani come il cattivo, lo spasimante, l’amica/nemica gelosa – ovvero il tormentato semidio Hu-hye, il dispettoso dio del vento Br-ryeom, l’aristocratica dea Mura – sfuggono ai rispettivi stereotipi. Su Netflix si trova con il titolo di Bride of Habaek.

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È tutto pronto per la messa in onda di Lovecraft Country

È tutto pronto per la messa in onda di Lovecraft Country

Uno street artist dipinge un grande murale per la serie Lovecraft Country della HBO (Foto: Rob Kim/Getty Images)

Nuovo spot per Lovecraft Country, il serial horror che il 16 agosto debutta sul canale HBO. Tratto dal romanzo di Matt Ruff, è stato creato da Misha Green, già sceneggiatrice di Heroes e Sons of Anarchy e ideatrice di Underground. Nell’America degli anni ’50, con le leggi che impongono la segregazione razziale degli afroamericani, l’ex militare Atticus Black inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti per cercare Montrose, il padre scomparso. Ad accompagnarlo ci sono lo zio George e l’amica di sempre Letitia. La ricerca non è, però, affatto semplice: il trio deve vedersela con le angherie razziste degli americani bianchi. E con una serie di mostri che attingono all’immaginario dello scrittore H.P. Lovecraft a cui si deve il titolo.

Nel cast figurano Jonathan Majors, scelto da Spike Lee per Da 5 Bloods, Michael Kenneth Williams del serial When they see us, Courtney B. Vance direttamente da American Crime Storye, e Jurnee Smollett-Bell, la Black Canary di Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn.

I produttori sono Jordan Peel, regista premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura per Scappa – Get out, e J. J. Abrams, papà di tantissimi cult: dai serial Alias e Lost alle avventure galattiche di Star Wars: il risveglio della forza e Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Per Abrams il progetto è più che mai importante: rappresenta la prima creatura della sua casa di produzione Bad Robot, dopo la firma in esclusiva con la Warner Bros, per la quale sta sviluppando la versione formato piccolo schermo di Justice League Dark, dedicata ad alcuni personaggi “da paura” della DC Comics.

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Facebook smantella reti di troll filo-Trump

Facebook smantella reti di troll filo-Trump

(Foto: Rick Loomis/Getty Images)

Menlo Park ha rimosso 35 account e tre pagine Facebook, oltre a 88 profili Instagram, che facevano parte di una troll farm e si spacciavano per sostenitori afroamericani di Donald Trump diffondendo fake news legate alla teoria complottistica conosciuta come QAnon. A dare la notizia è lo stesso Facebook nel rapporto sulle attività di contrasto di luglio 2020. Le motivazioni che hanno spinto il colosso social ad agire in questa direzione sono legate alle politiche contro le interferenze straniere. Infatti, la troll farm in questione avrebbe origini rumene e avrebbe assunto un comportamento non autentico violando le regole.

L’attività di questa rete pro-Trump nata in Romania abbracciava un pubblico che su Facebook superava i 1.600 follower mentre su Instagram copriva oltre 7.200 utenti. Secondo quanto si legge nel rapporto: “Le persone dietro a questa rete hanno utilizzato account falsi, alcuni dei quali erano già stati rilevati e disabilitati dai nostri [di Facebook, ndr] sistemi automatizzati, per fingere di essere americani, amplificare e commentare i propri contenuti e gestire le pagine, incluse alcune che si definivano fanpage del presidente”. Usando hashtag come #BlackPeopleVoteForTrump, pubblicavano dunque notizie ed eventi interni agli Stati Uniti. Tra questi, alcuni legati alle elezioni di novembre, alla campagna elettorale di Trump e al suo sostegno da parte degli afroamericani. Le tematiche trattate: l’ideologia conservatrice, le credenze cristiane e la teoria cospiratrice QAnon.

Come parte dell’impegno assunto di proteggere le elezioni e gli elettori da influenze esterne, Facebook è quindi intervenuto rimuovendo anche centinaia di account falsi collegati all’organizzazione conservatrice Epoch Media Group, che, secondo il report, si è impegnata a diffondere una teoria del complotto alla base della pandemia. Questa rete comprendeva 303 account Facebook, 181 pagine, 44 gruppi e 31 profili Instagram, per un totale di due milioni di follower. La vicenda conferma come la politica sia uno dei principali veicoli sfruttati per diffondere fake news in maniera efficace.

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Fantascienza e fantasy, i premi Hugo incoronano le autrici donne (giustamente)

Fantascienza e fantasy, i premi Hugo incoronano le autrici donne (giustamente)

Tante donne e tante storie diverse. La cerimonia di assegnazione dei premi Hugo 2020 per fantascienza e fantasy ha evidenziato con forza una tendenza già in atto da qualche anno nei due generi: l’emersione di grandi autrici che -grazie a background ibridi e esperienze professionali molto diverse- stanno portando nuovissima linfa narrativa ai due generi. Che le donne scrivano ottima fantascienza e ottimi fantasy non è, ovviamente, una novità per nessuno – basti pensare a divinità scrittorie come Marion Zimmer Bradley o Ursula K. Le Guin (volete leggere un solo libro quest’estate: La mano sinistra delle tenebre).
Tuttavia, il fenomeno in corso in questi ultimi anni trascende i casi isolati e ci proietta in un’età dell’oro in cui gli esemplari di ottima scrittura femminile SFF si moltiplicano, aggiungendo temi, sfumature e potenzialità ai generi stessi.

Prima tra tutte, ovviamente, N. K. Jemisin: colei che ha battuto tutti i record, vincendo 3 premi Hugo nella categoria miglior romanzo in tre anni consecutivi (2016-2018), un risultato mai raggiunto da nessuno in precedenza. La sua trilogia La terra spezzata fa saltare i confini tra fantasy, fantascienza, distopia e romanzo di formazione, con una trama granitica che riesce al tempo stesso a trascinare e a sfidare intellettualmente i lettori. Americana e nera, Jemisin ha continuato a lungo la sua professione di counsellor psicologica prima di avere la solidità economica di dedicarsi integralmente alla scrittura. Quest’anno ha vinto il premio Hugo per la sezione Best novelette con Emergency Skin, una storia che torna sui temi morali legati alla proprietà e alla produzione di tecnologie in grado di migliorare la vita di pochi esseri viventi, a scapito degli altri. Emergency Skin è parte della Forward Collection, una collana di storie pubblicata da Amazon e disponibili in formato digitale al costo di pochi centesimi. Tra le altre storie, tutte scritte da nomi molto noti, non perdete anche Ark, di Veronica Roth: l’autrice della famosissima trilogia Divergent ha composto un inno alla preservazione della differenza biologica e della nostra profonda connessione con la natura.

Arkady Martine è invece riuscita a aggiudiudicarsi l’ambitissima categororia Best Novel con il suo romanzo d’esordio, A Memory Called Empire. Martine, al secolo AnnaLinden Weller, è un’attivista per il clima, di mestiere city planner, ebrea e sposata con la scrittrice Vivian Shaw: un profilo abbastanza vario per una bizantinista strappata alla carriera universitaria. Proprio il suo PhD dedicato alla storia medievale armena e all’impero bizantino le ha permesso però di porre le prime basi del suo romanzo, dedicato all’impero galattico Teixcalaan. Tra imperatori potentissimi e morenti, oscure minacce aliene, intrighi di palazzo, burocrazia, omicidi poesia e una strana tecnologia illegale, anche i lettori, come l’ambasciatrice Mahit, subiranno la fascinazione e la repulsione per un totalitarismo così colto, così temibile e così fragile. A Memory Called Empire sarà portato in Italia da Oscar Mondadori.

Per capire quanto la SFF sia vasto e possa comprendere sfumature e tematiche diverse, tra le vincitrici dell’Hugo di quest’anno troviamo anche S.L. Huang. Laureata al MIT con spezializzazione in matematica, esperta di armi, stuntwoman (ha lavorato anche in Battlestar Galactica), è anche l’autrice dei tre best-seller della serie Cas Russel. Quest’anno ha vinto il premio Hugo per la miglior storia breve con As the Last I May Know, una delicata ma profonda illustrazione del dilemma morale legato all’uso di armi di distruzione di massa. La storia si legge gratuitamente sul sito della casa editrice Tor.

Attesissimo e vincitore sia del Nebula che dell’Hugo nella categoria Best novella è infine il romanzo epistolare scritto a quattro mani da Amal El-Mohtar e Max Gladstone, This Is How You Lose the Time War. In arrivo in Italia a breve sempre per Oscar Mondadori, This Is How You Lose the Time War è stato definito dai suoi stessi autori una “queer spy story“. Composta principalmente da lettere scambiate tra loro da due super spie nemiche in viaggio nel tempo, Red e Blue, la novella si focalizza più sull’introspezione personale che sulla descrizione di mondi, riuscendo così a veicolare con somma forza i grandi sentimenti comuni a tutte le persone, di qualunque forma, colore, genere (o numero di braccia o occhi).

I premi Hugo di quest’anno, quindi, per quanto in parte rovinati dalle polemiche sulla conduzione di George R.R. Martin (che è stato estremamente referenziale e ha sbagliato le pronunce dei nominati e dei vincitori di origine non anglosassone), hanno quindi riconosciuto che ci sono tantissime storie rilevanti da leggere e che sì, molte di esse sono scritte da donne nere, ebree, attiviste, di generi e identità fluide. Come è perfetto e meraviglioso che sia.

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Bonus auto, tutti i nuovi incentivi per elettriche, ibride o Euro 6

Bonus auto, tutti i nuovi incentivi per elettriche, ibride o Euro 6
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I bonus destinati all’acquisto di auto poco inquinanti per rinnovare il parco auto italiano sono andati a ruba. Dal primo agosto ad oggi è già esaurita la dotazione iniziale di 50 milioni di euro di incentivi destinati a chi decide comprare un’automobile elettrica, ibrida o Euro 6 a basse emissioni scegliendo di rottamare o meno la propria vecchia auto. Per questa ragione, nel recente “decreto agosto” approvato la scorsa settimana, il governo ha stanziato altri 500 milioni di euro per sostenere il settore automobilistico.

Proprio per rilanciare il comparto automotive, che durante il lockdown ha visto un crollo delle vendite del 95% rispetto allo stesso periodo del 2019, tra le principali novità previste nel nuovo decreto vengono rivisti al rialzo gli incentivi destinati all’acquisto di alcune categorie di veicoli. Cambiano in particolare i contributi destinati ai veicoli con emissioni che vanno da 61 a 110 grammi di Co2 per chilometro, per i quali era previsto un bonus statale di 1500 euro più 2mila euro da parte del concessionario per chi rottamava la vecchia auto e di 750 euro più mille euro di contributo per chi acquistava senza rottamazione.

Per questi veicoli il nuovo testo prevede un’ulteriore suddivisione in due classi, quella che comprende auto con emissioni tra i 61 e i 90 grammi di Co2 al Km e quella per veicoli tra i 90 e i 110 grammi al Km di emissioni. Nel primo caso, l’incentivo statale per l’acquisto di un’auto fino a 40mila euro Iva esclusa sale a 1.750 euro (più un contributo di 2mila euro da parte del venditore) nel caso di rottamazione del vecchio veicolo e a 1.000 euro senza rottamazione (più mille euro di contributo). Nel caso invece di acquisto di auto con emissioni tra i 90 e i 110 grammi di Co2 a chilometro, il bonus arriva a 1.500 (a cui si aggiungono 2mila euro di contributo) in caso di rottamazione di un vecchio veicolo e a 750 euro più mille euro di contributo.

Sono confermati, invece, tutti gli altri importi degli incentivi, che arrivano a 10mila euro nel caso di acquisto di auto 100% elettriche con rottamazione di un’auto di almeno 10 anni e a 6.500 euro senza rottamazione. Nel caso invece di acquisto di auto ibride plug in con emissioni tra i 21 e i 60 grammi di Co2 al chilometro il bonus è di 6.500 euro (4.500 euro di incentivo più 2mila di contributo del venditore) con rottamazione e di 3.500 euro (2.500 euro più mille di contributo) senza rottamazione.

Infine, dei nuovi 500 milioni di euro, 90 milioni saranno destinati all’installazione delle infrastrutture per la ricarica delle auto elettriche.

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