Ecco come funzionerà lo scambio dei dati del contact tracing sull’app Immuni

Ecco come funzionerà lo scambio dei dati del contact tracing sull’app Immuni

Anche il backend di Immuni è pubblico. Con la diffusione su Github della seconda parte del codice della app di contact tracing, l’intera architettura del sistema scelto dal governo italiano per raccogliere dati utili a ricostruire i contagi da coronavirus passa al vaglio indipendente di tecnici e sviluppatori. L’analisi riguarda i sistemi con cui l’applicazione registra i dati, li condivide con il server centrale e interroga gli archivi per verificare se ha avuto contatti a rischio. Il motore dell’app, sviluppata dalla startup milanese Bending Spoons, è basato sul sistema di exposure notification progettato da Apple e Google

Sono i due colossi ormai a dare le carte nella costruzione di queste app. Siccome è loro la tecnologia che consente la comunicazione via bluetooth low energy (che consuma poca batteria) degli smartphone delle rispettive scuderie, sono loro a dettare i tempi. E lo si è visto con il rilascio dell’interfaccia definitiva. Annunciata per metà maggio, è arriva il 20 ma, a quanto risulta a Wired, è diventata perfettamente funzionante solo il 25. Con riflessi a cascata su tutti i progetti nazionali che, come quello italiano, si affidano alla tecnologia dei due colossi.

In Italia ora il tema è scegliere chi farà i test necessari a validare Immuni, che dovrebbero partire entro il 5 giugno. Anche perché, conclusa la sperimentazione, l’adozione della app su larga scala non sarà immediata. Ci vorranno circa due settimane perché il 70-80% degli smartphone completi l’aggiornamento dei sistemi operativi, necessario per far funzionare il tracciamento. 

Ma sull’iniziativa del governo si mettono di traverso le regioni, a partire da alcune delle sei indicate dal ministero della Salute per avviare la prima fase di rilascio, tra cui Puglia e Abruzzo. Si chiama fuori il Friuli-Venezia Giulia. In una lettera inviata alla Conferenza delle regioni, il governatore Massimiliano Fedriga ha espresso la sua contrarietà al meccanismo di Immuni legato alla notifica di potenziale esposizione al contagio. Ma anche la Liguria protesta, come annunciato su Facebook dall’assessore alla Sanità di piazza Ferrari, Sonia Viale

I primi layout di Immuni, la app per fare contact tracing in Italia (fonte: Bending Spoons/Ministero dell'Innovazione)
I primi layout di Immuni, la app per fare contact tracing in Italia (fonte: Bending Spoons/Ministero dell’Innovazione)

Lo scambio di dati

Immuni ha rilevato che il giorno %@ sei stato vicino a un utente Covid-19 positivo. Segui le indicazioni del tuo medico. Rimani a casa per i 14 giorni successivi alla data del contatto”. Potrebbero essere queste le parole con le quali l’app di contact tracing avviserà gli utenti di un contatto a rischio. A trovare le stringhe di testo nel codice sorgente dell’app è stato l’avvocato ed esperto informatico Enrico Ferraris. Siccome siamo in fase di test, la formula potrebbe cambiare. Ma il messaggio indica la volontà di dare, fin da subito, misure di prevenzione per chi riceve l’allerta.

Ma come funziona la condivisione dei dati? Quando una persona risulta positiva al test del Covid-19 potrà, come abbiamo già spiegato su Wired, caricare il risultato sul server centrale per avvertire i contatti a rischio. La procedura è guidata dal personale sanitario. Il paziente entra in una sezione specifica di Immuni e riceve una password valida una sola volta (one time password, otp). Comunica questo codice, per esempio per telefono a un addetto dell’Asl, che lo carica sul database centrale. A questo punto tocca al paziente validare l’otp attraverso la app e, successivamente, dare l’ok finale all’invio dei dati: risultato del test e provincia di residenza (che viene richiesta quando si accede a Immuni per la prima volta). Ogni passaggio è volontario e lo status sarà associato ai codici random scambiati dallo smartphone nei 14 giorni precedenti.

I dati vengono spediti a server gestiti da Sogei, la società informatica della pubblica amministrazione controllata al 100% dal ministero dell’Economia e delle finanze. Ogni giorno gli smartphone che hanno la app scaricano la lista aggiornata dei positivi. L’abbinamento avviene sul singolo dispositivo (modello decentralizzato) dal confronto con le chiavi di esposizione temporanea (tek, temporary exposure key) archiviate. Sono i codici che i dispositivi si scambiano quando sono a distanza ravvicinata via bluetooth. Nello specifico è una chiave 16-byte, crittografata, generata casualmente e che viene modificata periodicamente, in modo che il dispositivo a cui è collegata non possa essere intercettato.

A quanto apprende Wired, per fare questa operazione è prevista una content delivery network (cdn), ossia una rete di distribuzione di contenuti basata su nodi di prossimità a cui i dispositivi si potranno collegare per il download anziché convergere tutti sui server di Sogei. La cdn fa una sorta di cache delle informazioni, che distribuisce attraverso nodi più vicini all’utente. In questo caso la lista, con chiavi firmate per non alterare i dati contenuti, viene condivisa attraverso questa rete. Secondo quanto risulta a Wired, Sogei è in fase di selezione di un fornitore per questo servizio. Che non sono in molti a offrire: Amazon, Google, Microsoft, Akamai (anch’essa statunitense). 

I primi layout di Immuni, la app per fare contact tracing in Italia (fonte: Bending Spoons/Ministero dell'Innovazione)
I primi layout di Immuni, la app per fare contact tracing in Italia (fonte: Bending Spoons/Ministero dell’Innovazione)

Il fronte geopolitico

“A quanto si capisce, pur trattandosi di una quantità potenzialmente enorme di dati, questi sono molto piccoli e potrebbero non dover richiedere la realizzazione di un’infrastruttura così complessa, spiega a Wired l’esperto di sicurezza cibernetica del Cert-Pa e componente dell’advisory group dell’Agenzia dell’Unione europea per la cybersecurity (Enisa), Corrado Giustozzi: “Non si può certo dire a priori che si tratti di una scelta sbagliata ma, soprattutto dal momento che si stanno coinvolgendo delle aziende straniere per individuare il fornitore, ci si augura che sia stata svolta un’analisi della dimensione di traffico prevista e del carico che l’infrastruttura dovrà sopportare”

Su questo aspetto aveva sollevato i propri dubbi, il 14 maggio, anche il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). Nel suo rapporto su Immuni, basato sul parere tecnico del Computer security incident response team (Csirt), l’organo di vigilanza dei servizi segreti aveva osservato come la tecnologia necessaria per la realizzazione della Content delivery network non fosse “al momento disponibile presso aziende italiane”, ragione per la quale “dovrà essere acquisita ricorrendo a società estere, ancora da individuare”.

Una formula dubitativa quindi, che “al di là di certificazioni, analisi, bollini e garanzie, si basa sul rispetto delle regole e su un atto di fiducia verso chi ci chiede di installare l’app, il governo, e verso chi contribuisce alla sua realizzazione: Google, Apple e qualsiasi altra azienda coinvolta”, prosegue Giustozzi.

I primi layout di Immuni, la app per fare contact tracing in Italia (fonte: Bending Spoons/Ministero dell'Innovazione)
I primi layout di Immuni, la app per fare contact tracing in Italia (fonte: Bending Spoons/Ministero dell’Innovazione)

 

In Europa

A livello europeo nel frattempo si lavora all’interoperabilità delle app di contact tracing. Il principio di base è che, perché le frontiere possano riaprire in sicurezza, i software scelti dalle varie cancellerie per raccogliere dati utili a ricostruire la catena dei contagi possano dialoghino tra loro. Anche in questo caso, tuttavia, i tempi sono più lunghi del previsto e l’interfaccia arriverà a dogane aperte. A quanto risulta a Wired, finora c’è una proposta sul tavolo, che sarà discussa la prossima settimana, ma che non potrà entrare in funzione prima delle fine di giugno.

In un commento su Nature Luciano Floridi, a capo del Data Ethics Group dell’università di Oxford e altri tre ricercatori dello stesso ateneo, Jessica Morley, Josh Cowls e Mariarosa Taddeo, hanno stabilito alcune linee guida per progettare app di contact tracing rispettose dei dati degli utenti e fissare i principi etici a cui devono ispirarsi.

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SpaceX, oggi il primo lancio con astronauti

SpaceX, oggi il primo lancio con astronauti

Eravamo tutti col fiato sospeso, mercoledì 27 maggio 2020, in attesa del lancio epocale della capsula Crew Dragon, il taxi spaziale di SpaceX, che per la prima volta porterà due astronauti americani della Nasa sulla Stazione spaziale internazionale. Ma purtroppo, a causa del maltempo, come temuto la partenza è stato rimandato. Il nuovo appuntamento – speriamo sia quello utile – è fissato per oggi, sabato 30 maggio, alle 21:22 (ora italiana). Si tratta della prima volta che la Nasa collabora con una missione, Demo-2, gestita da un privato, ovvero l’azienda aerospaziale SpaceX del visionario Elon Musk, per portare equipaggio umano nello spazio, ovvero i due astronauti protagonisti, Douglas Hurley e Robert Behnken.

Il lancio avverrà dalla piattaforma di Cape Canaveral, in Florida, la stessa che ha visto partire missioni come Apollo e Shuttle, è il primo volo americano dopo quasi 9 anni – l’ultimo l’8 luglio 2011, quello dello Space Shuttle Atlantis. Sarà possibile seguire l’evento storico in diretta su Nasa Live, il canale ufficiale della Nasa in streaming, ma anche sui vari social e sulle app per smartphone (qui il dettaglio di tutti i canali per seguirla).

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Ma oltre al lancio, previsto per le 21:22 si potrà assistere a tutte le operazioni preparatorie: la copertura dell’evento della Nasa e di SpaceX inizia alle nostre 5 di mattina, per i più mattinieri, e proseguirà oltre il lancio, fino alle 00.30 di domenica 31 maggio – insomma la Nasa ci terrà compagnia anche nel sabato sera. Ecco alcune immagini della Crew Dragon, della missione Demo-2 di SpaceX e della Nasa e dei due protagonisti.

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Respinto il ricorso di Apple sull’obsolescenza programmata

Respinto il ricorso di Apple sull’obsolescenza programmata

(Photo by Budrul Chukrut/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Tegola su Apple in Italia. Il Tar Lazio ha respinto il ricorso presentato dalla Mela contro la sanzione dell’Antitrust per obsolescenza precoce. Dopo le segnalazioni dei consumatori condivise da Altroconsumo già nel 2014, si era chiusa nel 2018 l’istruttoria dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato con la sanzione di 10 milioni di euro nei confronti di Apple per pratiche commerciali scorrette e aggressive consistenti nell’aggiornamento dei dispositivi senza una opportuna comunicazione ai clienti delle conseguenze causate dall’installazione, come lo spegnimento improvviso.

Apple ha fatto ricorso contro la sanzione, ma il Tar del Lazio ha rigettato la richiesta riconoscendo per la prima volta in Italia l’obsolescenza programmata come pratica scorretta e aggressiva nei confronti dei consumatori.

La decisione del tribunale conferma che Apple ha sviluppato e suggerito gli aggiornamenti del firmware iOS 10 e 10.1.2 per gli iPhone 6/6Plus/6s/6sPlus, già acquistati dai consumatori, che ne modificavano le caratteristiche funzionali e ne riducevano in maniera sensibile le prestazioni, inducendoli in errore circa la decisione di procedere all’installazione di tali aggiornamenti. “Non prestando un’adeguata assistenza ai consumatori per ripristinare la funzionalità preesistente dei telefoni danneggiati dagli aggiornamenti, di fatto Apple ne ha accelerato il processo di sostituzione con nuovi modelli di iPhone traendone un vantaggio economico” si legge nella decisione del Tar.

Per Ivo Tarantino, a capo di Affari istituzionali e relazioni media dell’associazione dei consumatori, Altroconsumo, in prima linea su questa battaglia: “Questa sentenza costituisce un precedente di grande importanza nella storia della lotta contro l’obsolescenza prematura dei prodotti tecnologici. Apple deve finalmente prendersi le sue responsabilità nei confronti di tutti quei clienti che sono stati ingannati per fin troppo tempo e che meritano di essere risarciti. Noi di Altroconsumo siamo lieti di aver contribuito in parte a combattere questa pratica scorretta che non solo danneggia i consumatori ma ha un impatto fortemente nocivo anche sull’ambiente. Riteniamo che ora i consumatori vadano adeguatamente risarciti”.

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Non solo Facebook, anche Google e Microsoft guardano alle telecomunicazioni in India

Non solo Facebook, anche Google e Microsoft guardano alle telecomunicazioni in India

(Photo by Alex Tai/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Il settore delle telecomunicazioni indiano, e soprattutto quello dei servizi digitali, fa sempre più gola ai giganti tech della Silicon Valley. Dopo che il mese scorso Facebook ha deciso di investire oltre 5,7 miliardi di dollari nella principale società di telecomunicazioni del subcontinente, Relinance Jio, ora è il turno di due colossi come Google e Microsoft per acquisire partecipazioni di rilievo nelle società del paese.

Secondo quanto riporta il Financial Times, Big G avrebbe avviato delle trattative, al momento ancora non confermate, per acquisire circa il 5% di Vodafone Idea, il secondo più grande operatore di telecomunicazioni in India e frutto della fusione nel 2017 tra il colosso internazionale Vodafone e la società indiana Idea, parte della multiservizi Aditya Birla Group. Nel complesso, Vodafone Idea, che negli ultimi anni ha riportato forti perdite per via della sempre maggiore concorrenza di altri gruppi, può contare su una base di oltre 330 milioni di abbonati ai suoi servizi mobili, che rappresentano all’incirca il 33% dell’intero settore.

L’investimento servirebbe quindi a Google per potenziare ulteriormente la sua presenza nel paese, soprattutto nel settore dei servizi di comunicazione e in quelli digitali, ma anche a frenare l’avanzata di Reliance Jio, che con il recente investimento di Facebook e dei fondi Silver Lake, Kkr, General Atlantic e Vista, ha messo a segno un aumento di capitale di oltre 10 miliardi di dollari solo negli ultimi mesi ed è oggi il primo operatore di telecomunicazioni in India con oltre 388 milioni di abbonati.

Del resto, secondo quanto riporta ancora il Financial Times, la stessa Google sarebbe interessata ad acquisire una partecipazione anche in Reliance Jio, proprio per garantirsi un ruolo di rilievo soprattutto per quanto riguarda la gestione di servizi e la costruzione di una rete per la connettività nelle zone rurali del paese. Inoltre, proprio in India, Google punta a potenziare anche la sua presenza per quanto riguarda i pagamenti digitali, soprattutto tramite il suo servizio Google Pay, che nel paese conta oggi circa 67 milioni di utenti attivi ogni mese .

Ma i numeri elevati di Reliance Jio hanno attratto anche Microsoft, che a sua volta sarebbe interessata ad acquisire una partecipazione all’interno del gigante indiano. In questo caso, secondo quanto si legge su Mint, l’azienda di Redmond sarebbe interessata a rilevare una quota del 2,5% in Jio Platforms, che gestisce tutti i principali servizi di telecomunicazione e quelli digitali del gruppo di Mumbai, inclusa la piattaforma di e-commerce che sta diventando sempre più popolare in India.

Nel caso di Microsoft, l’investimento avrebbe un controvalore di circa 2 miliardi di dollari, e anche in questo caso sembra che l’interesse maggiore del gigante tecnologico sia rivolto soprattutto al settore dei servizi per i pagamenti digitali, un mercato che solo in India conta complessivamente oltre 589 milioni di utenti e che per il 2020 si stima possa arrivare a valere oltre 69 miliardi di dollari, destinati a salire fino a 135 miliardi nel 2023.

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Uber Eats commissariata in Italia per caporalato sui rider

Uber Eats commissariata in Italia per caporalato sui rider

Un fattorino di Uber eats (Getty Images)
Un fattorino di Uber eats (Getty Images)

Commissariata per caporalato. La filiale italiana di Uber finisce in amministrazione giudiziaria. Lo ha disposto la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, a quanto riferisce l’agenzia stampa Ansa. Il commissariamento di Uber Italy srl, filiale della multinazionale dei trasporti e delle consegne a domicilio, sarebbe legato allo sfruttamento dei rider, i fattorini addetti alle consegne di cibo per il servizio Uber Eats.

Su Uber Italy è in corso un’indagine condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza e coordinata dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e dal pubblico ministero Paolo Storari.

Oggi Uber Eats è presente in 14 città: Catania, Palermo, Milano, Monza, Torino, Bologna, Firenze, Trieste, Roma, Napoli, Rimini, Reggio Emilia, Genova e Bari.

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Gli illustratori “ripopolano” le strade svuotate dal lockdown

Gli illustratori “ripopolano” le strade svuotate dal lockdown

“La città non ha strade vuote, ma piene di responsabilità. E colore”. È da questo punto di vista che Komiti, società di comunicazione rumena, ha deciso di osservare – durante le settimane di lockdown per il coronavirus – le vie deserte della città in cui ha la sede (Cluj-Napoca). Ne è nato un progetto che, coinvolgendo illustratori e artisti locali, ha riempito piazze e viali di disegni e fantasia.

Il risultato è una città fiabesca in cui i gatti si impossessano delle corsie vuote, figure gigante in stile cartoon abbracciano i palazzi, dj in formato extra-large suonano i dischi usando i tetti degli edifici come console.

L’iniziativa, nel segno dell’hashtag #stămacasă (restiamo a casa), ha toccato poi anche Bucarest, coinvolgendo altri artisti per popolare la città svuotata dalla pandemia grazie a linee e colori. Potete scoprire l’effetto finale sfogliando la gallery.

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Apple vende da oggi gli iPhone Xr ricondizionati, ma ne vale la pena?

Apple vende da oggi gli iPhone Xr ricondizionati, ma ne vale la pena?

iphone xr ricondizionato
(Foto: Apple)

Gli iPhone Xr sono ufficialmente apparsi nella pagina dell’Apple Store dedicata ai dispositivi ricondizionati. Si parte da prezzi di 609 euro per la versione da 64 gb e naturalmente la disponibilità dipenderà man mano dalle scorte. Che cosa significa ricondizionato e, tirando le somme, conviene puntare su questo modello nel 2020 e a questo prezzo?

I dispositivi ricondizionati sono prodotti sono stati riportati a una condizione pari al nuovo dopo aver sistemato eventuali problemi di carattere estetico, software o hardware; talvolta riguardano anche gadget restituiti poco dopo l’acquisto per un ripensamento oppure quelli da esposizione.

Apple spiega sul proprio sito che gli iPhone ricondizionati vengono sottoposti a una accurata serie di controlli, di sostituzione di eventuali componenti difettosi, sono dotati di una nuova batteria e un nuovo guscio esterno e vengono offerti con un anno di garanzia, spedizione gratis in una scatola nuova con accessori e cavi e viene garantito il reso gratuito.

Al momento della stesura di questo pezzo, è possibile ordinare il modello con memoria base iPhone Xr da 64 gb a 609 euro nei colori bianco e nero, quello intermedio da 128 gb a 649 euro in bianco e nero e quello da 256 gb a 749 euro in nero. Il risparmio è rispettivamente di 130, 140 e 160 euro.

Ricordiamo che la scheda tecnica di iPhone Xr punta su un display da 6,1 pollici Retina, fotocamera posteriore singola da 12 megapixel e frontale da 7 megapixel, chip Apple A12 e compatibilità con Apple Pay.

Conviene puntare su questo modello nel 2020 e a questo prezzo? Attualmente si possono trovare alternative nuove per esempio su Amazon a 629 euro per il 64 gb e 726 euro per il 128 gb; ci sono valutazioni simili anche presso altri rivenditori parti di grandi catene del tech.

Nonostante iPhone Xr sia stato battuto solo dal fratello maggiore iPhone 11 nei dati di vendita globali rimane pur sempre un modello di due anni fa, che vede proprio in casa il suo peggior rivale. Il recentemente presentato iPhone Se 2020 costa infatti sensibilmente di meno (499 euro) e offre componenti più moderni, seppur con un design più vetusto.

 

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Trump o non Trump, che succede se ci mettiamo a trattare i social network da editori?

Trump o non Trump, che succede se ci mettiamo a trattare i social network da editori?

Come spesso capita, Donald Trump ha sparigliato le carte in tavola. Con l’ordine esecutivo per ridurre la protezione legale dei social media rispetto ai contenuti pubblicati, è entrato a gamba tesa in un dibattito aperto da anni. Facebook, Twitter, YouTube, Instagram e gli altri dovrebbero essere considerati degli editori a tutti gli effetti?

Il problema è che Trump è una figura ingombrante. Non solo è il presidente degli Stati Uniti, ma è una persona dai poteri enormi che ci ha abituati ad azioni d’impulso. La decisione di voler modificare la legge americana riguardante le responsabilità dei provider, cioè i fornitori di accesso a internet, ha infatti tutti i crismi della decisione motivata da una situazione personale. Arriva infatti dopo che Twitter ha segnalato due messaggi di Trump come notizie sostanzialmente false, invitando a un approfondimento su testate giornalistiche autorevoli. 

Bisognerebbe però sforzarsi per un momento di lasciare da parte Trump e le sue motivazioni e ragionare sul significato di un simile provvedimento. E anche sulle conseguenze che potrebbe avere sulla libertà di espressione online di tutti noi.

Una legge di un’altra epoca

Quella della responsabilità dei social network e in generale dei provider è una vecchia storia. Negli Stati Uniti il problema venne affrontato già nel 1996, con una legge nota come Communications Decency Act.  All’epoca ovviamente si parlava solo di provider e il dibattito sulla loro responsabilità si concluse con una decisione per certi versi strana. “Si stabilì un’esenzione di responsabilità. Il che è una scelta peculiare”, spiega a Wired Giusella Finocchiaro, esperta di diritto delle nuove tecnologie. “Di solito, infatti, le norme stabiliscono le responsabilità, non le mancate responsabilità”.

Con la legge n. 31 del 2000 anche in Europa si legiferò sulla materia in modo analogo. L’articolo 17, che ovviamente è ancora in vigore, prevede un esonero generale della responsabilità dei provider. “Diventano responsabili solo se si inseriscono nell’ambito della comunicazione in maniera attiva”, precisa Finocchiaro. “In sostanza non hanno l’obbligo di controllare preventivamente i contenuti. Ma diventano responsabili solo se sono destinatari di una decisione di un giudice, in caso di inadempimento”

Per fare un esempio pratico: se un utente diffama qualcuno attraverso un post su Facebook, ne risponde solo quell’utente. Non è responsabile in solido con il social network. Cosa che invece avviene se un giornalista è ritenuto colpevole di diffamazione: in tal caso ne risponde sia il giornalista sia il direttore di testata. Così avviene finora anche negli Stati Uniti. Ma quello che si vorrebbe ora, con la Trump move, è equiparare la responsabilità dei social a quelle dei giornali.

La territorialità di internet

Non è comunque sempre facile perseguire illeciti avvenuti online, in un mondo sempre più connesso: di solito si fa riferimento al luogo dove un reato è avvenuto. E va da sé che internet ha reso complicato stabilire il concetto di luogo. Tuttavia, normalmente viene considerato il foro di competenza nel luogo in cui chi ha subito il danno ha il proprio centro d’interessi. La diffamazione, nello specifico, per sua natura è un reato che può riguardare più ambiti geografici.

Quindi un’ordinanza come quella di Trump si applicherebbe anche da noi? La risposta breve è no. Tuttavia le conseguenze ci sarebbero, eccome. Innanzitutto creerebbe un precedente assolutamente importante, e le legislazioni nel mondo ne terrebbero conto. Certo, sono – per così dire – autonome (prendiamo per esempio il famoso Regolamento generale sulla protezione dei dati. Il Gdpr si applica in Europa, mentre negli Usa hanno altre regole), ma bisogna anche tener conto che esistono scuole di pensiero che sostengono che di fatto gli europei applichino le norme del Gdpr anche negli Stati Uniti. Non è un caso che molti servizi e piattaforme online americane di respiro internazionale si siano adeguate.

Specularmente, nel caso di cui stiamo parlando, potrebbe avvenire l’opposto: se i social network dovessero essere ritenuti responsabili per i contenuti degli utenti, è facile pensare a un controllo più stretto su post e tweet

“Probabilmente eserciteranno un controllo maggiore su tutti, non solo in America”, spiega Finocchiaro. “Ci sarebbe minore libertà nel comunicare. Per questo non credo che sia la scelta giusta pensare che la responsabilità dei social media debba essere la stessa degli organi di stampa”. Effettivamente, è evidente quanto le caratteristiche dei due mondi sono diverse: le testate giornalistiche hanno dei criteri nella pubblicazione delle notizie che – almeno in teoria – seguono un decalogo preciso. Il controllo sugli articoli, per quanto una redazione possa essere prolifica, è sicuramente un lavoro limitato rispetto a quello che interesserebbe la quantità di post sui social network che viene prodotta ogni secondo. 

Le notizie sui social e le responsabilità individuali

Tra social network e testate giornalistiche anche le finalità e la natura giuridica sono diverse. Eppure è innegabile che moltissima – se non la maggior parte – dell’informazione ormai venga veicolata e prodotta sui social. Fake news comprese, ovviamente. Quindi – non lo scopriamo oggi – una funzione editoriale di queste piattaforme risulta sempre più evidente. 

“Sia negli Stati Uniti che in Europa il dibattito è apertissimo. La nostra legislazione risale ormai al 2000. Era nata con l’idea di far sviluppare il commercio elettronico. Nel frattempo sono passati vent’anni, il commercio elettronico si è ben che sviluppato”, ci spiega Finocchiaro.

Per l’esperta la legislazione quindi andrebbe almeno adeguata. “Innanzitutto bisognerebbe prevedere una maggiore responsabilità degli individui che si servono delle piattaforme. Si potrebbe pensare a un anonimato di due livelli: si è anonimi rispetto al pubblico ma non rispetto al provider del servizio, che in caso di indagine può essere tenuto a rivelare l’identità. Questo porterebbe a una responsabilizzazione maggiore rispetto ai cosiddetti odiatori online. Oggi è difficile perseguirli perché spesso godono di un’ingiusta protezione derivante proprio dall’anonimato”.

Tuttavia bisogna anche ricordare che è grazie all’anonimato che attivisti, soggetti minacciati o deboli, possono esprimersi liberamente online. Anche Finocchiaro riconosce che è comunque rischioso dare in mano a organizzazioni private la responsabilità di una censura più intensa, dato che queste organizzazioni potrebbero poi comunque essere soggette a pressioni governative.

In ogni caso, Trump a parte, la direzione internazionale è di cercare di stare al passo con i tempi rispetto alla produzione delle informazioni. Anche perché la giurisprudenza è andata oltre, e questa totale mancanza di responsabilità dei social media rispetto ai contenuti non esiste già più da un pezzo. Il punto però oggi è equiparare i social media alle testate giornalistiche: un azzardo che comporterebbe più rischi che benefici.

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Attenzione alle mail truffa per scaricare l’app Immuni

Attenzione alle mail truffa per scaricare l’app Immuni

Email di phishing (Getty Images)
Email di phishing (Getty Images)

L’Italia è al centro di un attacco informatico che, sfruttando la scarsa attenzione di cittadini frettolosi di scaricare l’app Immuni per il contact tracing dei contagi da coronavirus, che ancora non è disponibile negli store, installa sui dispositivi un ransomware che cripta tutti i dati chiedendo un riscatto.

Si chiama FuckUnicorn il ransomware che sfrutta l’emotività legata al Covid-19 per aggirare le difese degli utenti e avvantaggiarsi della scarsa attenzione per estorcere denaro. Le modalità d’attacco sono sempre le stesse: arriva un’email apparentemente credibile che invita a cliccare su un link camuffato da sito internet affidabile. Al contrario, l’utente viene rimbalzato su un indirizzo che scarica il ransomware.

Il team di pronto intervento informatico dell’Agenzia Agid (Cert-Agid) ha pubblicato un’avviso che segnala la presenza del ransomware indicando che il dominio fasullo, al quale gli utenti vengono indirizzati per scaricare il file Immuni.exe, riconduce a una pagina che replica il sito web della Federazione ordini farmacisti italiani (Fofi), del tutto estranea alla faccenda e anche allo sviluppo di Immuni, coordinato dal ministero dell’Innovazione.

Dashboard visualizzata installando la finta app Immuni (fonte: Cert-Agid)

Una volta scaricato ed eseguito, il file malevolo mostra una finta dashboard con i dati di contagio del coronavirus. Mentre l’utente visualizza la mappa il ransomware provvede a criptare i dati del sistema rinominandoli aggiungendo l’estensione “.fuckunicornhtrhrtjrjy”.

Messaggio per la richiesta di riscatto da parte dei cybercriminali (Fonte: Cert-Agid)

A questo punto all’utente apparirà un file di testo contenente le istruzioni per pagare un riscatto di 300 euro in bitcoin necessari per far sì che i ciminali decriptino i file.

Il vero problema è che anche se si volesse pagare il riscatto, l’indirizzo email contenuto nelle istruzioni non è valido. Diventa dunque impossibile inviare la prova di avvenuto pagamento agli attaccanti e, di conseguenza, ottenere la decriptazione dei file anche a seguito del pagamento del riscatto.

Wired ricorda di diffidare delle email che invitano a scaricare Immuni cliccando su un link. La app ufficiale deve essere ancora testata e, quando sarà disponibile negli store, sarà svolta una campagna di lancio ufficiale per indicare le modalità di download.

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Le migliori serie alla conquista dello spazio

Le migliori serie alla conquista dello spazio

Oggi, 29 maggio, fa il suo debutto su Netflix la serie comica Space Force. Creata da Greg Daniels e Steve Carell, già duo rodato in The Office, la produzione prende il via dalla folle idea, poi effettivamente realizzata, del presidente Trump di creare una divisione militare preposta all’esplorazione, alla difesa e alla colonizzazione dello spazio. Forse non perfettamente riuscita, comunque questa serie cala nella realtà – seppur parodica – la corsa al “futuro extraterrestre”, già vista in tantissime altri prodotti del piccolo schermo, più o meno realistici, più o meno fantascientifici. Qui quelli che vale la pena recuperare.

1. For All Mankind

Una delle serie più recenti che tratta il tema della conquista dello spazio è di sicuro For All Mankind, ambiziosa produzione che ha segnato, fra le altre, il debutto del servizio streaming Apple Tv+. Siamo nel cosiddetto genere dell’ucronia, ovvero delle narrazioni che immaginano come sarebbe stata una storia alternativa se un qualche evento epocale fosse andato diversamente: in questo caso si immagina che sia stata l’Unione sovietica a sbarcare per prima sulla LunaLa Nasa è nel più totale sconforto, ma tenta un piano di conquista ancora più ambizioso, coinvolgendo anche moltissime donne e rappresentati delle minoranze, ritenuti una risorsa inedita. La riscrittura dei fatti storici, seppure leggermente idealizzata, funziona soprattutto perché propone figure storiche come Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Wernher von Braun.

2. Another Life

Nell’estate 2019 aveva fatto il suo debutto su Netflix anche la serie sci-fi Another Life. Quando uno strano artefatto alieno a forma di nastro di Möbius arriva sulla Terra, l’astronauta Niko Breckinridge (interpretata da Katee Sackhoff, già protagonista di Battlestar Galactica) riceve l’incarico di guidare un’esplorazione spaziale mirata a tentare un contatto con la popolazione extraterrestre che ha inviato il nastro. Nel frattempo, il marito Erik Wallace (Justin Chatwin), uno scienziato dell’Interstellar Command, non riesce a trovare una chiave per comunicare con il monolite. Il rischio, per entrambe le missioni, è quello di scatenare una guerra interstellare, ma anche di mettere in dubbio l’integrità stessa delle persone coinvolte in questa pericolosissima sfida. Nonostante molti elementi della serie siano una riproposizione di parecchi cliché fantascientifici, l’approccio intenso e fatto di grande suspence ha convinto a commissionare una seconda stagione.

3. The Expanse

Tratta dalla saga di libri sci-fi scritti dagli autori che si celano dietro allo pseudonimo collettivo James S. A. Corey, The Expanse è una delle serie futuristiche più apprezzate degli ultimi anni. Prodotta dapprima dal canale americano Syfy, è poi passata ad Amazon Prime Video che la distribuisce in tutto il mondo. Il grande successo è dovuto alla costruzione di un universo narrativo molto denso, che immagina un futuro in cui l’umanità ha colonizzato il sistema solare, tanto poi da dividersi in diverse fazioni: la guerra fra terrestri, marziani e abitanti degli asteroidi è sempre sull’orlo di scoppiare, e alla vicenda bellica si legano tante altre storie, a partire da quelle dell’equipaggio della nave spaziale Rocinante. A complicare le cose e ad aprire ulteriori scenari sono dei portali che permettono di spostarsi da una parte all’altra della galassia, non senza ambigue conseguenze. Arrivata alla sua quarta stagione, la serie arriverà presto su Amazon con un quinto ciclo di episodi.

4. Extant

In Extant l’astronauta Molly Woods torna sulla Terra dopo una missione spaziale di 13 mesi e scopre di essere incinta. Il problema è che la sua era una missione in solitaria e l’unica presenza che ha incrociato in orbita è stato il fantasma di un suo vecchio amante, deceduto tempo prima. La rivelazione della gravidanza getta una luce misteriosa e ambigua sulle sue relazioni personali, soprattutto nei confronti del marito John, un ingegnere robotico che aveva in precedenza creato il loro figlio Ethan, un prototipo avanzatissimo di androide. A interpretare la protagonista di questo titolo prodotto da Steven Spielberg è l’intensa e carismatica Halle Berry, che assume un ruolo anche più d’azione nella seconda e ultima stagione,  (anche se probabilmente ci sarebbe stato spazio per ulteriori approfondimenti avvincenti).

5. The Orville

Lo spazio, si sa, è un tema talmente ampio che non si presta solo alle narrazioni fantascientifiche tout court (stile dramma extraterrestre ed esplorazioni ultratecnologiche). C’è anche margine per tantissima commedia. Lo sa bene Seth MacFarlane, il prolifico e irriverente creatore de I Griffin, che qui si cala nei duplici panni di ideatore e protagonista. Il concetto di base è quello di una parodia delle tante serie sci-fi che hanno plasmato l’immaginario comune negli scorsi decenni, a partire da Star Trek. Ma al di là degli intenti parodici, The Orville riesce a raccontare una vicenda di varia umanità, in cui a dominare sono i difetti e le fragilità dei singoli membri dell’equipaggio, messi in confronto all’incommensurabile gravità dell’esplorazione spaziale. Da notare anche il gran numero di guest star, da Rob Lowe a Charlize Theron, da Liam Neeson a Bruce Willis. Le riprese della terza stagione sono state messe in pausa per via del coronavirus.

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