La Russia blocca il suo film, Navalny lo pubblica su Pornhub

La Russia blocca il suo film, Navalny lo pubblica su Pornhub

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A mali estremi, estremi rimedi. Braccato dalla giustizia russa per il documentario “He is not Dimon to you”, l’autore Alexey Navalny ha trovato una soluzione per risolvere il problema: pubblicarlo su Pornhub.

Un tribunale infatti, aveva citato per diffamazione il blogger attivista, che nel film sosteneva proprio che ci fosse un giro di corruzione tra i funzionari russi, Primo Ministro Dmitry Medvedev compreso. La causa è stata intentata da Alisher Usmanov, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese (azionista anche dell’Arsenal Fotball Club), che he ritenuto offensive alcune tesi sollevate dal documentario. 

L’autore – avvocato e politico che intende candidarsi alle prossime presidenziali – davanti all’ordine di rimuovere il suo lavoro, ha scelto di pubblicarlo sulla nota piattaforma di video porno, intitolandolo “Russian Corrupted Politician F***** Hard”, taggando varie categorieIl film ha raccolto migliaia di visualizzazione e persino una valutazione di 95/100 prima di essere reso privato e in ultima analisi segnato dalla comunità per la revisione (al momento della scrittura, benché compaia nel motore di ricerca, è inaccessibile su Pornhub).

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Baywatch tra giallo, commedia trash e scollature

Baywatch tra giallo, commedia trash e scollature

Inutile discutere sull’opportunità di rilanciare con un film una serie tv che negli anni ’90 veniva girata fondamentalmente per fare da contorno a corse in slow motion di addominali e seni rifatti (più i secondi dei primi) e che ha contribuito all’educazione sentimentale e ai calli di migliaia di ragazzini. Ormai questo remake cinematografico di Baywatch è qua e tanto mica l’abbiamo pagato noi.
Il film cerca in qualche modo di inserirsi nel filone delle commedie poliziesche in stile 21 Jump Street, ma trasportando il tutto sulle spiagge californiane e inserendoci dentro una dose di umorismo demenziale a tratti inutile, degno dei Vanzina e persino eccessivo rispetto all’originale, che ogni tanto scende così in basso che puoi sentire il tuo quoziente intellettivo che cala ad ogni minuto che passa.

La storia scimmiotta apertamente il concetto della serie originale: dei bagnini che ogni tanto si improvvisano detective e sventano crimini ben al di là delle loro competenze. Un assunto talmente folle che più volte viene ripetuto persino nel film, con una raffica di strizzatine d’occhio alla serie originale, camei di Pamela Anderson e Hasselhoff inclusi.
Al di là della sua consapevole e divertita rozzezza, che prevede anche gag col pene di un morto, Baywatch sa anche far ridere. Dwayne Johnson e Zac Efron funzionano hanno una buona alchimia, col primo nei panni di un uomo tutto d’un pezzo, così focalizzato nella sua missione di bagnino da non vedere altro che sé stesso e la spiaggia. Il suo unico vero passatempo è affibbiare al secondo ogni possibile soprannome demascolinizzante, da “Justin Bieber” a “High Scool Musical”, un po’ come faceva il Dr. Cox in Scrubs.

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Il personaggio di Efron invece è il classico cliché del “bravo che non si applica”, nuotatore olimpionico dalla scarsa disciplina e dall’ego smisurato che cerca di mostrare quanto è figo, salvo poi cacciarsi in situazioni imbarazzanti per colpa della sua indole autodistruttiva. Entrambi passano gran parte del tempo recitando sia con la voce che con i propri corpi perfetti, abbronzatissimi e scolpiti, tanto che alla fine se andiamo a fare due conti probabilmente sullo schermo si vede più spesso un addominale di una scollatura, segno dei tempi che cambiano e dei differenti equilibri del pubblico.

A bilanciare i due ci pensa il terzo protagonista maschile, il classico nerd grassottello, goffo, bravo con i computer ed esperto di droni che gira per la spiaggia con una maglietta di Donkey Kong e sbava dietro alle più belle, conscio di non aver nessuna speranza. Una figura che, nonostante il colpo di scena finale, risulta talmente stereotipata che mi sono quasi offeso per come il cinema continua a immaginare la categoria a cui orgogliosamente appartengo.

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Ben più bilanciato il trittico di bagnine che riprendono i ruoli di Tiffany, Summer e CJ, interpretate da Ilfenesh Hadera, Alexandra Daddario e Kelly Rohrbach. Al di là della loro bellezza fuori discussione, la prima dimostra un carattere tosto, quasi fin troppo serioso, la seconda è una ragazza decisa che non apprezza molto l’idea di un uomo che le fissa le tette invece degli occhi e la terza è completamente diversa dalla fatalona interpretata da Pamela Anderson, anzi è una ragazza solare, allegra e gentile con tutti. Caratteristica che, complice una scena nel finale che non vi sveliamo, farà avvicinare il film al genere fantascientifico. Per carità, rimangono sempre personaggi abbastanza abbozzati e privi di uno sviluppo, ma poteva andare molto peggio.

In un film a così alto tasso di estrogeni e testosterone anche il cattivo di turno deve uniformarsi, ecco perché lo interpreta Priyanka Chopra, femme fatale tutta scollature e trucco esagerato che gestisce con pugno di ferro un traffico di droga nella baia e uno spietato piano di accaparramento delle proprietà vista mare.

Ovviamente chiedere a un film del genere una trama solida e sensata è una richiesta degna di persone che non hanno capito ciò che stanno andando a vedere, tuttavia è incredibile la capacità del film di cambiare faccia in maniera repentina. Prima è un videoclip trash pop con gente che nuota sott’acqua, poi ha il momento action, evolve in commedia, quindi arriva il momento intimista, poi si torna commedia, viriamo verso il nonsense, improvvisamente sei in un servizio di Sport Illustrated, quindi si torna seri, qualche scollatura, infine arriva il giallo, una scazzotata e una battuta. Fondamentalmente ci troviamo di fronte alla versione cinematografica di una sequela di shot in cui gli alcolici li decide il barista e tu puoi soltanto berne uno dietro l’altro senza soluzione di continuità.

C’è forse troppa roba in Baywatch, troppe cose che non erano l’originale, troppa investigazione, troppa commedia volgarotta e poco mare.

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Così poco mare che alla fine il dubbio ti viene: ma se per Mitch e compagnia proteggere la spiaggia è tutto, come mai passano gran parte del tempo lontani, tra feste, balli e investigazioni, tanto da venire ripresi dalle autorità? C’è qualche salvataggio in mare, ma gran parte dell’azione si svolge lontana dalla spiaggia e questo è forse l’unico vero tradimento alla serie originale, oltre alla colpevole carenza di un personaggio che ricopra il ruolo di Michael Newman, baffuto bagnino che nella serie TV era anche l’unico a esserlo realmente.

Il risultato, al netto di effetti digitali veramente ridicoli e una lunghezza fin troppo eccesiva, soprattutto nel finale, è un film sboccato, volgarotto, buffo e abbastanza innocuo che fa ciò che deve fare. Il materiale di partenza non era certo dei migliori, quindi non mi sento di fustigare particolarmente questo reboot di Baywatch. Piacerà ai ragazzi, piacerà a chi vuole riempirsi gli occhi con corpi maschili e femminili mentre ridacchia a qualche battuta. È un film che prepara all’estate e va bene così.

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Chi c’è dietro Matteo Renzi News, la voce non ufficiale del Pd su Facebook?

Chi c’è dietro Matteo Renzi News, la voce non ufficiale del Pd su Facebook?

Il fotomontaggio di Matteo Renzi News che paragona Renzi a Totti
Il fotomontaggio di Matteo Renzi News che paragona Renzi a Totti

È “la voce dei renziani sul web!”. Con tanto di punto esclamativo finale che, scorrendo i post, non manca quasi mai. “Condividiamo!”, “Diffondiamo!”, “Condividiamo tutti!” e via discorrendo. Urla, la voce dei renziani sul web. Caratteri maiuscoli, una sfilza di +++ all’inizio di ogni post, come se fosse una notizia da ultim’ora, una pioggia di superlativi e aggettivi pompati: “grandissimo”, “strepitoso”, “straordinario”, “grande”, “bravo”. Matteo Renzi News è una pagina Facebook di sostenitori del segretario del Partito democratico. Pagina non ufficiale, ci tengono a rimarcare i piani alti del Pd, da quando, pochi giorni fa, è comparso un fotomontaggio che accosta Renzi all’ex capitano della Roma, Francesco Totti. “Orgogliosi di questa generazione, due grandi capitani. Metti mi piace e condividi se anche tu la pensi così”. E giù gli sberleffi della rete.

A gestire Matteo Renzi News sarebbero dei fan, come si autodefiniscono gli autori su Facebook. “Non fanno parte della struttura ufficiale”, spiega Alessio De Giorgi. Giornalista e imprenditore, renziano della prima ora nonostante una parentesi in Scelta civica di Mario Monti, De Giorgi è stato direttore del sito Gay.it, che nel maggio del 2016 ha lasciato per passare allo staff di comunicazione del segretario del Pd.

Un commento in cui i gestori di Matteo Renzi News dichiarano di essere fan
Un commento in cui i gestori di Matteo Renzi News dichiarano di essere fan

I fan, però, adoperano un linguaggio che sembra tutt’altro che improvvisato. Anzi, nel tempo si è evoluto e ha assunto una serie di regole di comunicazione. Nei primi mesi Matteo Renzi News era un patchwork: screenshot da Twitter, foto recuperate dai giornali, montaggi improvvisati. Aveva anche un altro nome: Matteo Renzi è il nostro presidente. La pagina accende i motori alla fine del 2014. Tra le prime immagini una fotografia in bianco e nero di Renzi, 23 like e quattro commenti.

Nel tempo, però, i gestori affinano la tecnica. Le fotografie sono ufficiali. I post hanno i colori blu e rosso del movimento In Cammino, versione italiana di En marche di Emmanuel Macron, con cui Renzi e il suo braccio destro, il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina, si sono ripresi la guida del Pd. “Li conosco, so che non vorrebbero comparire. Sono più persone che si alternano, c’è anche un grafico – spiega De Giorgi -. Sono più bravi di altri perché sono tempestivi e in certe circostanze hanno anche bruciato comunicazioni nostre. Hanno mantenuto un profilo altissimo tra dicembre e gennaio, quando Matteo era in buen retiro dopo il referendum”.

Tuttavia nel partito l’impressione è che la comunicazione della pagina abbia preso una piega troppo professionale, con circa dieci post al giorno. E una strategia precisa: rispondere per le rime ai toni del Movimento 5 stelle che, non a caso, è il bersaglio numero uno. Beppe Grillo immortalato su uno yatch è uno degli ultimi post, per controbattere alla politica francescana che l’ex comico si è attribuito qualche settimana fa ad Assisi. Il linguaggio è quello della controinformazione sui social: “Vi hanno fatto credere una notizia sbagliata, ecco la nostra verità”. E vai con l’hashtag o l’imperativo a condividere per esaltare le gesta del Pd e dei suoi componenti.

Un chatbot risponde su Matteo Renzi News
Un chatbot risponde su Matteo Renzi News

Chi cerca di scrivere un messaggio via Messenger ai gestori, si trova davanti a un chatbot. Precisa che la pagina è “non ufficiale”, rimanda alla mail del sito del segretario e poi subito offre di iscriversi alla newsletter giornaliera di Renzi o di scaricare la app. Insomma, se la pagina non è ufficiale, i canali ufficiali tuttavia la usano per ampliare la base di indirizzi in rete. E a loro volta i gestori non si preoccupano di richiamare i profili dei renziani nei loro post: da Martina a Maria Elena Boschi, da Matteo Richetti ad Andrea Marcucci. Il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, è il big del partito che condivide più spesso i contenuti della pagina.

Wired ha chiesto a un esperto di influencer, che lavora tra Milano e gli Stati Uniti, di analizzare i post. Le sue conclusioni sono che hashtag e mention sono usati in modo corretto. L’ingaggio del pubblico è basso, come lo è tuttavia il seguito della pagina stessa, che supera i 68mila utenti. La media delle interazioni è in linea con la percentuale di Facebook, in genere più bassa rispetto ad altri social, e nel caso di post datati raggiunge anche l’1% degli iscritti.

Sul web, d’altronde, Renzi vuole conquistare quote di pubblico. Ha appena lanciato una nuova applicazione di partito, Bob, e varato una diretta streaming per commentare i fatti del giorno e la politica, #Orenove.

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C’è un sito che ti dice se il tuo lavoro sarà rimpiazzato da un robot

C’è un sito che ti dice se il tuo lavoro sarà rimpiazzato da un robot

farmacistiRobot all’arrembaggio per rubare il lavoro a tutti? Non esattamente. Se n’è parlato ampiamente nel corso del Wired Next Fest 2017 appena trascorso scoprendo che no, la strada è un’altra (quella di un aiuto da parte delle macchine, non della sostituzione in toto). Certo è, che i lavori ripetitivi siano maggiormente passibili di una rivoluzione automatica.

Per scoprire quali professioni siano più a rischio, un duo di design e sviluppo, composto da Dimitar Raykov e Mubashar Iqbal, ha inventato una piattaforma che funziona come un motore di ricerca per rispondere alla domanda specifica. Si chiama, didascalicamente, “I robot prenderanno il mio lavoro?“. Giornalisti e creativi vari (coreografi, artisti), secondo le stime, dovrebbero dormire sonni tranquilli (si fa per dire), mentre chi si occupa di statistica risulterebbe più minacciato (vedi assistenti al parcheggio).

parcheggiatori

Il lavoro del sito si basa sull’indagine intitolata “Il futuro dell’occupazione: Quanto sono passibili di essere informatizzati i posti di lavoro?”, pubblicata nel 2013 da Carl Benedikt Frey and Michael A. Osborne. Va sottolineato che questo tipo di panorama è in costante evoluzione e i dati fanno riferimento al mercato del lavoro statunitense. 

Per ogni professione, la piattaforma aggiunge, alla percentuale di rischio, dati sul numero di occupati del settore e il loro salario medio, oltre che una stima sulla crescita del comparto entro il 2024.

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A giugno Saturno darà spettacolo

A giugno Saturno darà spettacolo

(Foto: Nasa)
(Foto: Nasa)

È arrivato il momento migliore dell’anno per osservare Saturno. Il 15 giugno, infatti, tutti gli appassionati di astronomia, e soprattutto chi è particolarmente affascinato dallo splendido pianeta con i suoi anelli, potranno puntare lo sguardo al cielo e ammirarlo per tutta la notte: in quel giorno, il pianeta raggiungerà il massimo della sua luminosità dell’intero 2017, in quanto si troverà in opposizione al Sole e alla minima distanza dalla Terra (circa 1.352 milioni di chilometri). In particolare, come segnala l’Unione astrofili italiani (Uai), Saturno sarà facilmente visibile nella prima parte della notte a Sud-Est, nelle ore centrali a Sud e poco prima dell’alba a Sud-Ovest.

Per celebrare il gran finale della missione Cassini, che si concluderà il prossimo 15 settembre, la manifestazione Occhi su Saturno, prevista per il 1 luglio, estenderà il proprio calendario di iniziative e osservazioni dal 21 giugno (350° anniversario della posa della prima pietra per la costruzione dell’Osservatorio di Parigi, da cui Gian Domenico Cassini fece le sue più importanti scoperte su Saturno) al 15 settembre (giorno in cui terminerà la missione Cassini con il tuffo della sonda nell’atmosfera del pianeta con gli anelli).

Ma quello di Saturno è solo uno dei tanti eventi del mese di giugno. Il 21 giugno, per esempio, ci sarà il solstizio d’estate, ovvero il giorno più lungo dell’anno, di 15 ore e 15 minuti. Per quanto riguarda i pianeti, nelle notti di giugno rimane molto buona l’osservabilità di Giove, che nella prima parte della notte continua a essere l’astro più luminoso della volta celeste, mentre ormai il pianeta rosso è praticamente invisibile e Venere si potrà ammirare prima del sorgere del Sole. Infine, da appuntare in agenda anche il 2 giugno con la congiunzione tra Venere e Urano, e quella tra la Luna e Saturno nella notte tra il 9 e 10 giugno.

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Milano, la città non offre piste ciclabili? Le tracciamo noi

Milano, la città non offre piste ciclabili? Le tracciamo noi
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Un po' storta, ma è fatta con amoreSfoglia gallery6 immagini

Un po’ storta, ma è fatta con amore

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Un po’ storta, ma è fatta con amore

L’immagine sottolinea bene la necessità di provvedere al proseguimento della pista ciclabile. Lo spazio è poco, ma sufficiente per una strada a senso unico

Ancora genitori diretti alle scuole sottostanti questa mattina

Un bambino al termine della pista ciclabile vera e propria, imbocca la Guerrilla Bike Lane disegnata stanotte


I cartelli indicano il divieto di accesso, dopo che la pista vera e propria termina nel nulla

Tutti vogliono più piste ciclabili, qualcuno è passato ai fatti. Il cavalcavia Bussa unisce il quartiere Isola con via Farini, nel centro di Milano, e di lì passano ogni mattina schiere di genitori e figli diretti all’asilo nido sottostante e non solo. Le condizioni di sicurezza sono però ridicole: la parte in salita del cavalcavia ha una splendida pista ciclabile che invita alla mobilità sostenibile, ma a metà, poco prima della discesa, la pista si interrompe, un cartello impedisce di proseguire, e l’alternativa è solo una scala. Bici in groppa? Coi pupi ben legati?

La vergogna di quel tratto di strada era nota da tempo. Diverse associazioni e anche le scuole del quartiere avevano più volte segnalato al Comune il problema: una viabilità irrazionale e astrusa, potenzialmente mortale. Purtroppo, un caso tra molti.
Bene, adesso, da ieri notte, ci hanno pensato gli attivisti usando stencil fatti a mano e pittura fresca come acqua per gli assetati. E stamani il quartiere sorrideva, passando. La parola più sentita era: “Finalmente”.

Perché non ci ha pensato il Comune di Milano? Non sembra essere, e non è, cieco di fronte al serio problema della ciclabilità. Sa che fare più piste ciclabili significa sveltire il traffico, ridurre le emissioni, aumentare la sicurezza, creare vivibilità, ridurre le spese sanitarie. E si sta adoperando, in qualche modo. Già Pisapia aveva speso in piste ciclabili, ad esempio circa 20 milioni tra viale Tunisia, via Inganni e Parco Sempione. Dopo di lui, Beppe Sala ha inaugurato 17 km di piste per 31 milioni di spesa, un mese fa. Ma non basta.

Secondo una recente statistica di Strava Insight, un social media che usa le rilevazioni GPS per controllare i propri progressi giornalieri in bici, Milano è già adesso la città in cui i ciclisti compiono le distanze più significative nel percorso strada-lavoro, più di Parigi o Berlino, quanto Amsterdam. Ed è logico: la città è piatta, il clima mite, il mezzo è il più veloce possibile dato il traffico. Nel 2016 i milanesi hanno percorso in media 18,6 miglia in bici per andare al lavoro, e andiamo anche spediti (velocità media a Milano 14,8 miglia all’ora, contro le 16 di Amsterdam). Sono rilevazioni basate sui dati degli utenti (1,2 milioni), ma comunque significative di un cambiamento di mentalità che sta arrivando velocemente anche da noi, e che velocemente richiede una risposta. A vantaggio di tutti.

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5 modi in cui The Wire ha cambiato le serie tv

5 modi in cui The Wire ha cambiato le serie tv

Questo che vedete qui sopra è il teaser trailer di The Deuce, la nuova serie che partirà a settembre su Hbo e parlerà della legalizzazione dell’industria pornografica negli anni Settanta a New York, oltre che di traffico di droga, corruzione, Hiv e altri temi. Ma a garantire l’interesse della serie, oltre a un cast stellare che può vantare nomi come James Franco e Maggie Gyllenhaal, è che a scriverla è stato David Simon, ideatore e sceneggiatore dell’acclamatissima The Wire, che debuttava sempre su Hbo proprio il 2 giugno 2002.

Considerata da molti come una delle migliori serie di sempre, nelle sue cinque stagioni The Wire mostra un intreccio irresistibile di realismo crudo, profondità psicologica e intrecci narrativi. Racconta infatti gli intrighi di potere e di criminalità ma anche le problematiche sociali della città di Baltimora, concentrando ogni stagione su un problema specifico (il traffico di droga, il sistema portuale, la burocrazia corrotta ecc).

Il racconto, anche visivo, hard-boiled, l’impiego di un cast corale di attori semisconosciuti (che poi hanno però avuto grande successo, come Idris Elba, Dominic West e Aidan Gillen, il Ditocorto di Game of Thrones), la descrizione senza sconti di vite comuni sono alcuni degli elementi molto diffusi nei prodotti seriali di oggi a cui The Wire ha aperto la strada. Vediamo come questa serie ha cambiato il mondo della narrazione in tv.

1. È un’opera letterariaHfzVd1M

L’accostamento fra The Wire e la vera e propria letteratura funziona su diversi livelli. Innanzitutto perché, oltre a Simon anche lui autore di romanzi, il team di sceneggiatori comprendeva parecchi nomi della crime fiction americana fra cui Dennis Lehane e George Pelacanos. Ma lo stesso Simon aveva un chiaro modello letterario in mente: “Il nostro riferimento sono i grandi romanzi russi. E vogliamo fare con Baltimora quello che Balzac ha fatto con Parigi e Dickens con Londra“.

Inoltre l’ambizione letteraria di questa serie è dimostrata dal fatto che, pur parlando di una specifica città in un determinato periodo di tempo (l’inizio del ventunesimo secolo), l’effetto finale è quello di una storia universale che può toccare le corde di chiunque. Una portata impegnativa e interessante, dunque, che ha spianato la strada alle serie di oggi che sono l’esatta trasposizione televisiva di grandi romanzi letterari, prima fra tutte American Gods.

2. La ricerca dell’autenticitàgiphy

Qualsiasi cosa abbiamo rappresentato in quei cinque anni, come il crimine e la corruzione“, ha dichiarato Simon, “sono accaduti realmente a Baltimora. Le storie sono state rubate dalla vita vera“. In effetti lo showrunner è un ex giornalista che ha lavorato nella cronaca nera del quotidiano The Baltimore Sun, così come il co-autore Ed Burns era un ex detective della omicidi. Ogni aspetto della città viene scandagliato con realismo estremo, andando a dimostrare come tutte le formazioni di potere (dal municipio cittadino alla gang di narcotrafficanti) funzionano allo stesso modo.

Ogni tema è affrontato andando a osservare con minuzia i dettagli dei microuniversi che vengono raccontati (dalla legislazione del porto al funzionamento dei testi scolastici). Ma la cosa sorprendente è il linguaggio: un aspetto forse un po’ perso nel doppiaggio italiano è che ogni gruppo di personaggi ha la sua propria lingua che differisce in vocaboli e stile da quella degli altri, dando vita a contrasti ma anche similitudini (come fra il modo di parlare dei poliziotti e quello dei criminali).

3. L’andamento antologicogiphy-3

Nel corso dei sessanta episodi totali della serie lo spettatore assiste a diverse storyline, in quanto la città è vista secondo il punto di vista di diversi personaggi. Ma ciò che conta è soprattutto la storia principale che si dipana nel corso di ogni stagione, concludendosi in sé stessa (a parte la quinta, che serve quasi a chiusura di tutta la serie). Ciò permette al contempo di slegarsi dai modelli preconfezionati della singola vicenda in ciascun episodio ma permette anche di aggiungere complessità e dettagli alla narrazione in generale.

In qualche modo The Wire, modificando in ogni stagione il tema principale ma facendo in modo che i personaggi più ricorrenti tornassero all’interno della trama, ha anticipato il modello antologico così in voga nella serialità di oggi, da True Detective a American Crime Story.

4. La rappresentazione della diversitàgiphy-2

Uno dei personaggi più memorabili di The Wire è sicuramente Omar Little, interpretato da Michael K. Williams. In assoluto uno dei protagonisti più originali e anticonvenzionali della televisione degli ultimi decenni, è una specie di antieroe che rapina i trafficanti di droga e, nonostante sia evidentemente un criminale, si muove secondo un rigido codice morale. E poi è di colore e gay, sfuggendo dunque allo stereotipo del gangster da strada e stabilendo una variazione inaspettata e affascinante.

In generale una serie come The Wire è attenta a rappresentare, con realismo ma anche con volontà di contraddizione, la diversità che anima con i suoi contrasti una città come Baltimora: poliziotti contro criminali, ricchi contro poveri, neri contro bianchi. Non c’è però una fazione che risulta superiore alle altre. Di sicuro un ampio spazio dato al racconto della comunità afroamericana, dentro e fuori i luoghi comuni, ha anticipato la diffusione oggi di serie come Atlanta o Insecure.

5. I personaggi corali e sfumatigiphy-1

Come già detto, la forza di The Wire viene anche dal suo numeroso cast. Il fatto che, a parte qualche personaggio davvero primario come il detective Jimmy McNulty (Dominic West), ci si affidasse a una coralità di interpreti dà anche il polso della volontà di rappresentare un intero ambiente in tutte le sue sfaccettature. Inoltre non c’è qui una divisione netta fra buoni e cattivi, dando spazio a personalità sfumate che nascondono sia lati positivi che altri di autodistruzione o negatività. Un po’ come succede in serie contemporanee come Breaking Bad e House of Cards.

E come in ogni serie con un grande cast che si rispetti, gli autori non si facevano problemi a eliminare personaggi anche molto importanti e amati per pure ragioni narrative. The Wire non fu certo la prima serie a farlo, ma di sicuro non fu nemmeno l’ultima, come i tanti fan di Game of Thrones o The Walking Dead sanno benissimo.

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Le startup che aiutano le persone disabili

Le startup che aiutano le persone disabili

Disabilità

Le difficoltà che le persone disabili devono affrontare quotidianamente sono tante, e riguardano diversi contesti. Innanzitutto il mancato o parziale abbattimento delle barriere architettoniche come marciapiedi non a norma, luoghi pubblici accessibili solo tramite scale, autobus che non hanno le pedane reclinabili, ascensori che non funzionano e così via. Non solo. Si registrano anche percentuali alte per quanto riguarda l’esclusione in ambito sociale, con molte difficoltà sia nella ricerca di un’occupazione sia in ambito scolastico. Questo succede perché in Italia, nonostante gli sforzi compiuti, manca un’uniformità di intervento per i servizi e l’assistenza ai disabili. Tuttavia, in aiuto dei disabili, esistono delle soluzioni tecnologiche realizzate da alcune startup. Vediamone alcune, insieme ai vantaggi che hanno introdotto.

Partiamo da Bookingbility fondata a Palermo, recentemente incubata da TIM #Wcap e iscritta all’Associazione Startup Turismo. Ha creato una piattaforma di prenotazione che consente ai disabili di scegliere strutture alberghiere prive di barriere architettoniche. Il procedimento da seguire per essere inseriti negli hotel certificati da Bookingbility è molto semplice. Il proprietario dell’hotel compila l’apposita modulistica, allega le foto dell’hotel e i documenti che testimoniano l’accessibilità della struttura, quindi inoltra la richiesta. In seguito Bookingbility valuta l’hotel (anche sulla base delle recensioni che gli utenti hanno scritto su quell’hotel) ed elabora un algoritmo. Sarà infatti proprio questo a stabilire se l’hotel preso in esame avrà i requisiti, o meno, per poter essere inserito nell’elenco.

Altra startup che si impegna per l’abbattimento delle barriere architettoniche è Kinoa, che ha sviluppato l’app Kimap. Kimap è una sorta di navigatore che, tramite un dispositivo installato sulle carrozzine, suggerisce il tratto di strada migliore da percorrere. Grazie a Big Data e sistemi di geolocalizzazione avanzati, infatti, l’app rende più precisa la mappatura delle vie cittadine e permette di aggiornarle indicando, in tempo reale, se ci sono cambiamenti riguardo alla viabilità. Inoltre coloro che si muovono con sedia a rotelle o triride possono calcolare il percorso selezionando la qualità del terreno desiderato così da evitare strade sconnesse o altri tipi di ostacoli.

Continuiamo con Horus Technology (che ha recentemente cambiato nome in Eyra), startup creata nel 2014 dai genovesi Saverio Murgia e Luca Nardelli, inseriti da Forbes nell’elenco dei migliori imprenditori under 30 d’Europa. Horus è un dispositivo wereable che utilizza sistemi di intelligenza artificiale e computer vision aiutando ipovedenti e non vedenti a leggere testi, riconoscere volti, oggetti e ostacoli. Si può utilizzare da solo oppure applicandolo agli occhiali, non necessita di alcuna connessione a Internet e si ricarica con una semplice batteria tascabile.

Jobmetoo, invece, é il portale dedicato alla ricerca di lavoro per persone disabili e appartenenti alle categorie protette. Riconosciuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Jobmetoo offre molti servizi di recruiting online: creazione del CV che il candidato può tenere costantemente aggiornato/monitorato, possibilità di ricevere job alert con annunci di lavoro mirati e bacheca con nuovi posti di lavoro in linea con le proprie aspirazioni professionali. Ma c’è di più. Eh sì, perché Jobmetoo é anche un blog che ogni giorno tiene informati i suoi utenti con articoli che riguardano il tema della disabilità.

Passiamo quindi a Sesame Enable. Sesame Enable é una startup israeliana che ha inventato uno smartphone rivoluzionario. Pensato per persone con limitata capacità di mobilità, può essere utilizzato senza mani. Il dispositivo infatti si accende (e si spegne) grazie al sistema di voice control che permette anche di passare da un’applicazione all’altra. Lo smartphone, una volta acceso, sarà in grado di riconoscere il volto dell’utente. Apparirà quindi un cursore multimediale, che verrà guidato sullo schermo con i movimenti della testa.

Startup da ricordare é anche la pluripremiata MarioWay, che ha realizzato una carrozzina personalizzabile per persone paraplegiche. MarioWay ha infatti la certificazione B-Corporation, assegnata a tutte le aziende con gli standard di scopo più alti in termini di responsabilità verso clienti, fornitori e ambiente. Inoltre ha ricevuto il Marchio di Eccellenza di Horizon 2020 dalla Commissione Europea. MarioWay é personalizzabile perché può essere adattata alla lunghezza di tibia e perone. E tiene conto anche del peso e della postura, adattandosi di conseguenza. Si può usare senza mani e consente al disabile di stare in una posizione quasi eretta grazie ad una sella regolabile. MarioWay ha molti vantaggi fisiologici per collo, cassa toracica, previene i dolori posturali e migliora la circolazione sanguigna.

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Arrivano in Italia i conti correnti multipaese

Arrivano in Italia i conti correnti multipaese

soldi

La similitudine che i fondatori di Ipagoo usano più spesso per spiegare come funzioni il loro istituto di moneta elettronica è quella del roaming telefonico. Così come quando si viaggia all’estero, si può usare il proprio numero di cellulare appoggiandosi alla rete di un operatore del luogo, Ipagoo offre di gestire da un solo conto corrente pagamenti e operazioni in diversi stati. Al momento quattro e tutti europei: Francia, Regno Unito, Spagna e Italia. Ipagoo punta agli espatriati o alle piccole e medie imprese che fanno affari con l’estero. “Se un italiano deve pagare una bolletta in Spagna, deve aprire un conto là. Anche se la sua banca ha una filiale all’estero, dovrà avere una posizione a livello locale”, spiega Franco Mignemi, cofondatore di Orwell, la società inglese che ha sviluppato Ipagoo.

Ipagoo non è una banca. Non può investire denaro. Non offre mutui né prodotti investimento a suo marchio. E in realtà non può neanche tenere in cassaforte il denaro che i correntisti depositano, tant’è che per il Regno Unito si appoggia a Barclays e per l’Europa continentale all’italiano Istituto centrale delle banche popolari. Ipagoo, di fatto, funge solo da intermediario. Ha sviluppato l’applicazione, e presto anche un sito, da cui il cliente può aprire i conti correnti in quattro mercati e in tre valute: euro, sterlina e dollaro.

Dall’avvio delle attività ad aprile i correntisti sono 500. Entro il 2021 l’obiettivo è convincere 500mila piccole e medie imprese e 4 milioni di persone. La società ha investito circa 25 milioni di euro in cinque anni per mettere a punto la piattaforma. L’apertura del conto, ad esempio, che avviene a distanza, prevede come autenticazione un selfie finale con il documento di identità che viene georeferenziato dal sistema di Ipagoo per verificare la corrispondenza con l’indirizzo di residenza dichiarato. Per il deposito di denaro fisico Orwell sta attivando in Italia un’altra sua controllata, Pagasicuro, un sistema che convenziona 4.000 negozi lungo lo Stivale. Il canone mensile del conto è di 3 euro al mese e comprende tre bonifici Sepa in uscita. I successivi costano 2 euro, i pagamenti internazionali via Swift 36 euro. La commissione di cambio di valuta è dello 0,5%. Gli scambi tra conti dell’app sono gratis.

Ipagoo, in verità, spinge il cliente a restare all’interno dei confini di Ipagoo. Un’azienda, ad esempio, potrebbe aprire conti per le sue filiali e far convogliare il denaro su quello della capogruppo senza spese. Per questo la società ha già pronte nuove aperture, in Germania, Portogallo, Polonia, Stati Uniti entro il 2018, e in quattro anni intende attivare 70 valute.

La concorrenza con le banche, però, non è direttrice di sviluppo di Orwell. Al contrario la società vuole offrire il sistema di Ipagoo come piattaforma per altri istituti di credito. Chebanca ha firmato il primo accordo ma i canali di trattativa sono aperti con altre cinque realtà italiane. “In futuro potranno offrire i loro prodotti, come un mutuo, su Ipagoo, allargando il loro bacino di clienti”, auspica Mignemi.

La Orwell in realtà non è la sola compagnia che ha sviluppato servizi di pagamenti per expats. A dicembre dello scorso anno ha iniziato a lavorare in Italia Number26, nata in Germania nel 2013. Autorizzata come banca, N26 ha di recente raccolto 40 milioni di dollari da una rosa di investitori, tra cui il miliardario di Hong Kong, Li Kashing, tra i principali azionisti di Ck Hutchinson, che a sua volta è in Wind Tre. La società ha 300mila clienti nei 17 Paesi europei in cui opera e ha ottenuto una licenza bancaria dalla Bce.

Number26 ha integrato due sistemi per scambiare denaro oltre confine senza cambiare conto corrente: Moneybeam, per le operazioni person to persone, e Transferwise per i bonifici. L’istituto di credito offre anche polizze assicurative, fidi e forme di investimento e in Italia ha 10mila correntisti.

Ancora prima è sbarcata sul mercato LeuPay, un sistema di conti correnti multi-Paese sviluppato dall’istituto di credito maltese Satabank. La app, che in origine operava in Bulgaria, è particolarmente apprezzata sui forum in cui si scambiano informazioni sui paradisi fiscali come uno strumento per muovere liberamente denaro. Il sistema di conti multipli e transfrontalieri è sorvegliato speciale per smascherare eventuali operazioni di riciclaggio. Ipagoo spiega di adoperare un sistema di controlli incrociati che evidenziano operazioni anomale e triangolazioni sospette dall’esterno.

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Internet e velocità di connessione, l’Italia è ancora indietro

Internet e velocità di connessione, l’Italia è ancora indietro

a ottobre, con l'obiettivo di colpire Dyn, l'azienda statunitense di monitoraggio e instradamento del traffico internet che si occupa della gestione dei Dns. A farne le spese sono state moltissime risorse web tra cui Twitter, Netfix, Spotify, eBay, New York Times, Financial Times, Reddit e pure i circuiti Visa (Foto: Thomas Trutschel/Getty Images)
(Foto: Thomas Trutschel/Getty Images)

Quanto veloce viaggiamo su internet, da fisso e da mobile e a che punto sono le scorte di indirizzi Ipv4? A queste e altre domande vuole rispondere Akamai, piattaforma cloud di content delivery, con un rapporto sullo stato di Internet nel primo trimestre del 2017.

Ventisette dei trentuno paesi europei inclusi nello studio hanno registrato velocità medie di connessione uguali o superiori a 10 Mbps (in media col trimestre precedente): l’Italia, in questo panorama, non spicca per eccellenza. Nonostante il continuo aumento della velocità media di connessione infatti, che da 8,7 nel quarto trimestre dello scorso anno a 9,2 Mbps (+ 6,2%), nel primo trimestre 2017 l’Italia scende ancora nella classifica mondiale. Guadagna (si fa per dire) la 61esima a livello globale e la 28esima in area EMEA. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (Q1 2016) l’aumento è del 13%.

Secondo i dati raccolti dall’azienda, cinque paesi europei si sono classificati tra i primi 10 paesi/aree geografiche per l’adozione della banda larga a 25 Mbps. Si tratta di Norvegia (2°), Svezia (3°), Svizzera (5°), Danimarca (6°) e Finlandia (9°). L’Italia, anche in questo caso, sta così e così: il 79% delle connessioni sono sopra i 4 Mbps (in discesa dalla 28esima alla 29esima posizione in EMEA e dalla 63esima alla 65esima a livello mondiale).
Considerando prestazioni più alte, nel trimestre in esame l’Italia registra solo il 26% di connessioni sopra i 10Mbps e il 12% di quelle superiori ai 15 Mbps.

Parlando di connessioni mobili, mentre nel Regno Unito la velocità di connessione media più elevata pari a 26 Mbps (24,1 Mbps in Germania), in Italia la velocità media è di 12,4 Mbps.

In termini di penetrazione circa 814 milioni di indirizzi IPv4 si sono connessi alla Akamai Intelligent Platform da 239 località. L’Italia mantiene la decima posizione con 17.108.083 indirizzi connessi, sempre in riferimento ai primi tre mesi di quest’anno.

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