Ora Facebook vuole diventare una banca. Via libera dall’Irlanda

Ora Facebook vuole diventare una banca. Via libera dall’Irlanda

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Una fantasiosa carta di credito targata Facebook

Dunque Facebook può fare da oggi in Europa quello che fa da tempo già negli Stati Uniti. Anzi, molto di più. Proporsi cioè come intermediario creditizio, ente di deposito e operatore dei pagamenti. Il gruppo californiano ha infatti ricevuto dalla Banca centrale irlandese una licenza che potrà utilizzare in tutta l’Unione Europea. L’attendeva da due anni. Significa che ci puntava molto.

L’autorizzazione prevede che una società sussidiaria, di cui non è ancora noto il nome, potrà proporre soluzioni finanziarie legate alla gestione dei pagamenti e potrà anche – attenzione – emettere moneta elettronica, così come trasferire crediti nei Paesi europei.

Se ne era parlato molto la scorsa primavera e in fondo già da anni, dei piani di Menlo Park sul mondo del credito e dei micropagamenti, che consente negli Stati Uniti via Messenger grazie all’accordo con una serie di partner come PayPal. Ora, con la licenza irlandese, può spingersi oltre e architettare una sua offerta finanziaria ad ampio spettro.

Secondo il Sunday Business Post si tratta infatti di un passo sostanziale nel mondo finanziario. Insomma, adesso si fa sul serio. Gli utenti potranno trasferire soldi all’interno di un Paese o tra mercati diversi ma anche depositarli su Facebook. Quindi disporre di un vero e proprio conto corrente, qualcosa di diverso da un banale borsellino di crediti interni da usare per l’acquisto di beni virtuali. E ben oltre, dunque, gli obiettivi di e-commerce. Verso l’emissione un domani di una vera e propria valuta virtuale che si da scambiarsi e in cui convertire gli euro, mettendo in piedi una ragnatela simile a quella dei più noti servizi di money transfer, che infatti stanno già tremando.

Un altro obiettivo potrebbe anche essere quello di aggredire quella torta – fatta di 2,5 miliardi di utenti – di persone che non dispongono di un conto bancario di nessun genere.

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Wall Street ora punta sugli alternative data

Wall Street ora punta sugli alternative data

Foto: Getty Image
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Wall Street ha trovato il modo di fare soldi, capitalizzando ogni nostro movimento. Si tratta del business degli alternative data, dati che vengono generati automaticamente dalle applicazioni che utilizziamo per lo shopping online, la prenotazione di voli, hotel e ristoranti e dal gps del nostro smartphone. Questi dati sono invitanti prede per le aziende che gestiscono fondi d’investimento, perché aiutano a comprendere quali possono essere le tipologie di investimento più redditizie.

Secondo un recente report del TABB Group, il mercato degli alternative data è destinato a raddoppiare negli Stati Uniti e passerà dagli attuali 200 milioni di dollari a 400 milioni, nel giro di cinque anni. Il rapporto spiega come l’implementazione di miliardi di sensori in grado di monitorare qualsiasi tipo di dispositivo, dai frigoriferi alle bombole di gas, aumenterà in modo significativo la quantità e la qualità dei dati che viene reso disponibile per l’analisi.

L’uso degli alternative data riguarda, per esempio, il conteggio delle vetture presenti nei parcheggi dei centri commerciali. I satelliti, così come i droni, sono in grado di registrare i dati sulla presenza delle macchine, fornendo fotografie ad alta risoluzione che lasciano un esiguo margine di errore. È indubbio che uno strumento simile potrebbe aiutare i proprietari di catene commerciali a capire quali negozi vengono apprezzati di più dalla clientela o a organizzare strategicamente la turnistica del personale.

Anche le ricevute delle spese che effettuiamo online, rese anonime, vengono vendute agli investitori per permettergli di comprendere i principali trend di mercato e le preferenze degli utenti. Stando ai dati, l’e-commerce – a livello internazionale e nazionale- è destinato a crescere, così come l’utilizzo di questa fonte di alternative data da parte degli investitori. Infine, i siti di recensioni come Tripadvisor o Yelp aiutano gli investitori a capire che tipologia di aziende sono preferite dagli utenti e, nel contempo, gli forniscono una perfetta guida ai migliori investimenti.

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Zika, la microcefalia potrebbe presentarsi mesi dopo la nascita

Zika, la microcefalia potrebbe presentarsi mesi dopo la nascita

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(foto: Mario Tama/Getty Images)

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha pochi giorni fa dichiarato che il virus Zika non rappresenta più un’emergenza di salute pubblica, ma quella che in apparenza potrebbe sembrare una buona notizia in realtà nasconde ben altro. Lo stato di emergenza, infatti, era stato invocato quando ancora si conosceva molto poco del virus ed era necessaria una risposta immediata in termini di fondi e impegno dei ricercatori. Soprattuto per le possibili complicazioni più che per le infezioni. Ma la storia di Zika non è finita.

“Oggi ci troviamo in una situazione del tutto differente”, ha raccontato Peter Salama, a capo dei programmi di emergenza sanitaria dell’Oms. Ora che è stato accertato che il virus Zika causa danni cerebrali nei feti e nei neonati, e che si sta diffondendo, anche al di fuori del Sud America, è necessario utilizzare un approccio a lungo termine. “È fondamentale comprendere che il virus Zika continuerà a diffondersi, ed è per questo che dobbiamo continuare a rispondere in modo adeguato al contesto” prosegue Salama.

Allo stato attuale alcune delle questioni più scottanti riguardano vari aspetti del virus: per esempio non è affatto chiara l’epidemiologia, non sappiamo quante sono effettivamente i casi di microcefalia correlati, e ancora non è chiaro, ricorda anche il New Scientist, se diversi ceppi di virus possano avere diversi effetti o se ci possano essere dei fattori in grado di rendere l’infezione più o meno pericolosa per le mamma e i loro bambini. Né è noto se Zika possa essere trasmesso insieme ad altri virus e cosa questo possa significare.

A complicare il quadro, arriva ora la notizia che la microcefalia, tra le complicazioni più temute del virus, potrebbe comparire anche dopo mesi dalla nascita da madri infettate dal virus. Lo studio in questione, raccontato sulle pagine di Morbidity and Mortality Weekly Report, è quello relativo a 13 bambini nati in Brasile tra ottobre 2015 e gennaio 2016. Alla nascita nessuno di loro, con infezione congenita, ha ricevuto una diagnosi di microcefalia, ma a distanza di alcuni mesi la condizione è stata diagnosticata per 11 di loro. Qualcosa di simile era già stato osservato in analisi precedenti.

Ma le dimensioni della testa non sono l’unico sintomo rivelato a mesi di distanza e potenzialmente riconducibile a Zika. Questi bambini infatti a ridosso della nascita, e in alcuni casi già in utero, presentavano già delle anomalie neurologiche, e che col passare dei mesi, accanto alla mancata crescita cranica proporzionale per la loro età, sono cominciati a comparire anche diversi disturbi: riduzione del volume cerebrale, sproporzioni e danni nel tessuto cerebrale, problemi muscolari, disfagia, epilessia. Un complesso quadro di disturbi cui gli specialisti si riferiscono come congenital Zika syndrome, sindrome da infezione congenita di Zika. “È chiaro che i bambini possono essere gravemente influenzati dall’infezione anche se non hanno microcefalia all nascita”, ha commentato al Washington Post Tom Frieden. In altre parole la microcefalia non è un marcatore essenziale della sindrome da infezione congenita di Zika. “Per me”, ha continuato Frieden, “la questione chiave principale è che non possiamo dire ‘come sono colpiti i bambini che non hanno la microcefalia’?

Quanto osservato dai ricercatori sottolinea almeno due aspetti importanti: l’importanza di un follow up adeguato e l’attenzione anche a quei bambini che alla nascita non presentano problemi nati da madri esposte al virus. Perché potrebbero sviluppare microcefalia e i problemi collegati, anche più in là nel tempo. Come non è chiaro, scrivono gli stessi ricercatori: “La patogenesi della microcefalia postnatale da infezioni congenite di Zika è sconosciuta. La diminuzione della crescita della testa potrebbe essere la conseguenza di una distruzione precoce in utero dei neuroprogenitori o delle cellule neurali, della presenza persistente di molecole infiammatorie, o della continua infezione delle cellule neurali”. L’emergenza è finita, ma lo studio su Zika e sulle sue possibili complicazioni affatto.

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Highlander, il reboot della saga ha già un regista

Highlander, il reboot della saga ha già un regista

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Che il franchise Highlander stesse per risorgere a nuova vita era noto, la notizia è che il progetto di rinnovamento si è improvvisamente concretizzato: il regista di John Wick Chad Stahelski ha infatti firmato per dirigere una pellicola reboot che potrebbe già essere parte di un ampio piano per far ripartire la saga.

Who wants to live forever? Christopher Lambert nei panni di Connor MacLeod e Sean Connery in quelli di Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez, se pensiamo al film iconico di Russell Mulcahy del 1986 che ha ispirato quattro sequel, due serie televisive live action, un film e due serie animati, dieci romanzi originali e una varietà di fumetti. Un universo narrativo già formato che è un vero e proprio tesoro per Lionsgate, già all’opera sulla sua rifondazione contemporanea.

Prepariamoci, dunque: le creature immortali stanno per tornare. Segnando un altro punto nel grande tabellone dell’operazione nostalgia a Hollywood.

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Rapporto Ue: 467mila morti premature dovute allo smog

Rapporto Ue: 467mila morti premature dovute allo smog

(foto: Getty Images)
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Nessuna buona notizia sul fronte dell’aria che respiriamo: è di 467mila la stima di morti premature in Europa per colpa dello smog, un quadro che non registra grossi miglioramenti rispetto al rapporto precedente. “Siamo ancora molto, molto lontano dai parametri di sicurezza per la salute che ha stabilito l’Oms”, a dirlo è Annamaria Caricchia, ricercatrice dell’Ispra e referente italiana dell’Eea.

L’Italia? È tra i Paesi che sta peggio con 66.630 morti premature per pm 2,5; 21.040 per biossido di azoto (No2), e 3.380 per ozono troposferico (O3), i tre peggiori inquinanti. Fate voi la somma.
In generale, la situazione migliora per l’Europa occidentale – eccetto l’Italia, per l’appunto – ed è molto grave in quella orientale, fatto già sottolineato anche dalla WHO.

La cosa è drammatica, ma lo è molto di più considerare che il nostro Paese continua a essere quello che meno si adopera politicamente per cambiare la situazione. Esempi? Il più recente è l’ennesimo no allo stanziamento di fondi per le ciclabili, una politica che con successo molti paesi europei hanno adottato per contrastare lo smog. Abbiamo rimandato una legge che avrebbe stanziato 50 milioni di euro allo scopo. Tanti? La Norvegia ne ha stanziati 800, e l’Ungheria – che ha un Pil ben diverso dal nostro – 96.

Sappiamo, dal rapporto WHO come da quello pubblicato oggi dall’Eea, che è la Pianura Padana a concentrare gli inquinanti e i morti: “le grandi città di questa zona sono le peggiori d’Europa, e tra le peggiori al mondo. Eppure se si decide, ad esempio, per il blocco del traffico, non lo si fa mai (o solo eccezionalmente) in maniera ragionata e condivisa, ma ogni campanile a sé“, spiega Caricchia.

L’Italia non ha solo bisogno di urgenti e costosi interventi per ridurre queste morti, di un cambio di rotta e di mentalità, ma di una politica ambientale che diriga dall’alto, che sia capace di guidare i sindaci e le regioni per uno scopo unico. Una priorità che riguarda troppo da vicino il nostro benessere, per essere ancora una volta trascurata.
Eventi come la Giornata degli alberi non sono la soluzione.

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Ora su WhatsApp puoi guardare i video senza doverli scaricare

Ora su WhatsApp puoi guardare i video senza doverli scaricare

(Foto: Getty images)
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Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per il consumo del traffico dati su dispositivi mobili. WhatsApp non obbliga più a scaricare i video ricevuti per poterli vedere.

L’app di messaggistica di proprietà di Facebook dal 2014 offre la possibilità di vedere le clip ricevute come si trovasse su YouTube, o su un qualsiasi altro servizio di streaming. Senza tempo d’attesa né spreco di risorse se non si ha nessuna intenzione di conservarle.

Una bella comodità, per ora riservata agli utenti Android, con la promessa di raggiungere anche gli altri in tempi brevi.

L’applicazione, che ha recentemente deciso di interrompere lo scambio dati degli utenti con Facebook, dopo le numerose pressioni dell’Europa, si sta dando molto da fare sul piano tecnico.

Ha da poco inaugurato le videochiamate per tutti e aggiunto la verifica di sicurezza in due passaggi. Per rendere il servizio più appetibile, considerando tale il modello Snapchat, ha anche introdotto la possibilità di aggiungere emoji e disegni sulle foto.

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Xiaomi sarà al CES di Las Vegas con un lancio globale

Xiaomi sarà al CES di Las Vegas con un lancio globale

(Foto: Xiaomi)
(Foto: Xiaomi)

Sembra che tra gli ospiti più attesi del prossimo CES di Las Vegas che si terrà a gennaio 2017 ci sarà Xiaomi. La casa cinese ha infatti annunciato infatti tramite il proprio profilo Twitter che parterciperà alla manifestazione con il lancio di un nuovo prodotto — il primo pensato per la distribuzione globale. Di cosa si tratti nello specifico non è dato saperlo: Xiaomi è rimasta volutamente abbottonata al riguardo, sfidando i suoi fan a piazzare una scommessa, e in molti stanno puntando su uno smartphone.

Il gruppo è diventato famoso nei suoi pochi anni di vita proprio per aver saputo produrre telefoni ad alte prestazioni a prezzi drasticamente più bassi rispetto a quelli della concorrenza, tanto che ogni nuovo terminale lanciato sul mercato cinese dalla società è accompagnato dalle lamentele dei fan occidentali che per ottenerlo devono ricorrere all’importazione: uno smartphone sarebbe insomma il gadget ideale per un ingresso nel mercato statunitense.

Xiaomi potrebbe però prendere tutti in contropiede: la società è attiva in diversi ambiti, che includono tv, set top box e soprattutto veicoli elettrici — dall’hoverboard Ninebot Mini alla bici elettrica da 400 euro Mi Qicycle; potrebbe dunque puntare a introdursi negli Stati Uniti in modo meno spettacolare e rischioso rispetto a un faccia a faccia diretto con gli iPhone e i Galaxy S di Apple e Samsung. Ne sapremo di più nelle prossime settimane, indiscrezioni permettendo, o direttamente il 5 gennaio alle 20 ora italiana, quando si terrà la conferenza stampa di Xiaomi all’hotel Venetian.

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Final Fantasy XV: Kingsglaive anticipa l’uscita dell’attesissimo gioco

Final Fantasy XV: Kingsglaive anticipa l’uscita dell’attesissimo gioco

Final Fantasy XV sta per uscire. Dal primo annuncio del gioco (inizialmente pensato come spin-off di Final Fantasy XIII e solo successivamente convertito in un capitolo a sé stante) sono passati dieci anni di silenzi, cambi di programma, rinvii – l’ultimo due mesi fa, quando sembrava quasi fatta -, ma i fan della saga non hanno ceduto e ripongono in questo capitolo tutte le loro speranze, dopo qualche delusione negli ultimi anni.

Proprio perché l’attesa è alle stelle, Square-Enix si è lanciata in una campagna pubblicitaria a tappeto che ricorda da vicino quella che già fece a Final Fantasy VII nel 1996 e che costò, da sola, 100 milioni di dollari. Ben spesi, considerando che Final Fantasy VII è e rimane ancora oggi uno dei giochi più venduti della storia, ed è considerato il titolo che più di tutti ha decretato il successo della prima Playstation. Se Final Fantasy XV riuscirà in un’impresa simile è difficile dirlo, ma l’entusiasmo, di sicuro, non manca.

Ieri sera, nei cinema Uci di tutta Europa, si è svolto Final Fantasy XV: Road to Release, un evento speciale pensato per lenire le sofferenze dei fan negli ultimi giorni di attesa. Sofferenze causate, tra l’altro, anche dagli spoiler, che hanno cominciato a circolare in rete a seguito della rottura del day one in molte parti del mondo. Durante lo speciale collegamento in diretta dell’Ign, il regista Hajime Tabata (che abbiamo intervistato a Lucca) si è rivolto al pubblico promettendo che verranno presi seri provvedimenti verso chi ha diffuso anzitempo immagini, filmati e altre informazioni del gioco. In effetti, ragazzi, abbiamo aspettato dieci anni. Una settimana in più non ci ucciderà.

Il cuore della serata è stata la proiezione di Kingsglaive: Final Fantasy XV, il lungometraggio legato al gioco, che in Italia è già disponibile in Blu Ray e Dvd.

Similmente a com’era già successo per Final Fantasy: The Spirits Within e Final Fantasy VII: Advent Children, Kingsglaive è una creatura strana. Da una parte, è visivamente spettacolare. La cgi ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, ma in questo caso siamo oltre a qualsiasi paragone o aspettativa. In più di un’occasione i volti dei personaggi (che in inglese hanno, tra gli altri, le voci di Sean Bean, Lena Hadley e Aaron Paul) sono così realistici da non riuscire a credere che non siano reali. Non soltanto il livello di dettaglio è altissimo, ma a volte l’espressività è così genuina da riuscire ad abbattere l’ultimo limite della computer graphic: catturare l’emozione degli occhi umani. Un traguardo tecnico incredibile, con cui l’industria dovrà, forse, fare i conti.

A questa forza visiva, però, non ne corrisponde purtroppo una uguale in termini di contenuti. La trama del film è molto semplice. Re Regis, monarca del regno di Lucis, è costretto ad accettare un trattato di pace dalle condizioni unilaterali per porre fine a una lunga guerra contro il rivale Nifelheim. Tra le condizioni poste dal trattato vi è che Lunafreya – erede del regno di Tenebrae, ora in mano a Nifelheim – dovrà sposare il figlio di Regis, Noctis (protagonista del gioco). Intanto, però, gli Angoni del Re – una sorta di guardia magica – dovranno garantire la sicurezza della città.

Nonostante la promessa di un film trasversale, è subito evidente che in realtà Kingsglaive funziona come lungo prologo del gioco. La sceneggiatura è esile, l’azione spettacolare ma confusa, nel complesso la cosa che resta più impressa è il world building, che non per niente verrà esplorato in Final Fantasy XV. Se quindi Kingsglaive rappresenta senza dubbio una trovata innovativa in termini di marketing e universo espanso, lo spettatore occasionale non riuscirà a trarne un senso di compimento e quindi di reale soddisfazione. A meno che, certo, il suo intento non sia solo quello di rifarsi gli occhi. In quel caso, Kingsglaive: Final Fantasy XV è un film da vedere e rivedere, perché difficilmente qualcuno farà di meglio molto presto.

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Silence, il trailer del nuovo film di Martin Scorsese

Silence, il trailer del nuovo film di Martin Scorsese

Lunghissima gestazione (si parla di dieci anni) per la nuova pellicola di Martin Scorsese, Silence, che ha finalmente un trailer piuttosto suggestivo, ricco e dettagliato.

Tratto dal romanzo di Shusaku Endo del 1966, Silence racconta del tormentato e meditabondo gesuita Padre Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield), un missionario raggiunto in Giappone da padre Francisco Garrpe (Adam Driver) alla ricerca di un mentore spirituale che ha perso la fede (Liam Neeson). Il viaggio è reso tutt’altro che semplice dalle severe persecuzioni cristiane durante il periodo Edo.

Silence, ritorno al cinema di Scorsese dopo The Wolf of Wall Street nel 2013, arriverà nelle sale italiane il 12 gennaio 2017.

 

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Facebook pronto a censurarsi per rientrare nel mercato cinese

Facebook pronto a censurarsi per rientrare nel mercato cinese

facebook1La prima cosa che viene da pensare è che se possono farlo in un senso, possono farlo anche nell’altro. A quanto pare Facebook avrebbe creato un sistema in grado di censurare i contenuti pubblicati sulla sua piattaforma in alcune aree geografiche. Dove? Ovvio: in particolare in Cina, dove il social di Mark Zuckerberg sta facendo di tutto per sbarcare. Anzi, per tornare (è vietato dalle proteste della minoranza uigura a Ürümqi, capitale dello Xinjian, del luglio 2009). Stando al New York Times tale sistema, farebbe parte dell’offerta alle tanto celebrate autorità di Pechino: “Ecco il sistema che blocca i contenuti scomodi al regime: ora possiamo venire?”.
Il Ny Times scrive in base a un’indiscrezione arrivata da alcuni dipendenti ed ex dipendenti che, su garanzia di anonimato, hanno spiegato il funzionamento del Leviatano sociale in grado di mangiarsi i contenuti di attualità più sgraditi e partorito lo scorso anno.

Non sarebbe ovviamente Facebook a decidere cosa dovrebbe restare e cosa dovrebbe sparire (in questo senso c’è massima coerenza con l’invito a non farsi “arbitri della verità” espresso di recente da Zuckerberg): un partner governativo dovrebbe stabilire le notizie da eliminare e quelle innocue, da lasciar pascolare. Si tratta di una delle soluzioni sul tavolo per schivare il Golden Shield Project di cui abbiamo spesso parlato, cioè il muro gestito dal ministero della Pubblica sicurezza che impedisce l’accesso ai siti considerati dannosi. Non è dunque detto che possa davvero entrare in funzione.

È da tempo che diciamo pubblicamente di essere interessati al mercato della Cina e stiamo cercando di capire meglio il Paese – ha spiegato all’agenzia Afp una portavoce del gruppo californiano – tuttavia non abbiamo ancora preso alcuna decisione riguardo all’approccio nei confronti della Cina”. C’è un dato, però, che lascia passare tutta la scivolosità dell’approccio. Per carità, non è detto che non possa essere una scelta giusta: al momento appare come minimo controversa. È  ben dipinto dalla frase attribuita proprio a Zuckerberg nella quale il fondatore avrebbe spiegato che in fondo “è meglio rendere possibile una conversazione, anche se non è ancora una conversazione completa”. Un po’ quello che fa LinkedIn proprio in Cina mentre tutti gli altri social, da YouTube a Instagram, sono bloccati.

Un conto, però, è rispondere a precise richieste governative – documentate nel rapporto sulla trasparenza che ormai ogni big company hi-tech pubblica annualmente – come accaduto in Pakistan, Turchia o persino in Francia. Fatti puntuali per quanto gravi che appunto costituiscono un’eccezione alla normalità. Un altro piegare il dna del proprio prodotto a logiche completamente diverse pur di penetrare un ghiotto mercato. Creando così un precedente di proporzioni enormi. E se altri regimi dovessero chiedere il medesimo trattamento?

Se questa è una valutazione morale che in fondo può lasciare il tempo che trova, c’è un altro elemento che lascia perplessi. Se in effetti da Menlo Park trapelano notizie simili, e cioè – al netto di ogni necessaria verifica e approfondimento – indiscrezioni che raccontano la capacità di mettere a punto un sistema tanto sofisticato di rimozione dei contenuti, chi ci assicura che non sia già stato fatto in precedenza? E che senso ha, inquadrata alla luce di queste notizie, la battaglia sulle fake news?

I sistemi ci sono: se la piattaforma si riterrebbe in grado di sbarcare niente meno che in Cina sfoderando una simile architettura forse sarebbe anche stata in grado di usarla positivamente, bonificando il suo ecosistema durante la campagna elettorale statunitense. O, in piccolo, in quella referendaria italiana ancora in corso. Tanto per fare due esempi, senza dimenticare le frottole evergreen che circolano indisturbate sulle nostre bacheche.

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