Orange is the New Black, che cosa aspettarsi dalla quinta stagione

Orange is the New Black, che cosa aspettarsi dalla quinta stagione

La quinta stagione di Orange is the New Black è tra noi. Le detenute del carcere di Litchfield sono tornate su Netflix per raccontarci le conseguenze della morte di Poussey negli episodi finali del quarto capitolo della serie (qui la nostra recensione). Che cosa succederà ad alcuni dei personaggi femminili più amati delle serie tv? Lo abbiamo chiesto a Kate Mulgrew e Uzo Aduba, le interpreti rispettivamente di Red e Crazy Eyes nella serie tv, incontrate a Berlino insieme ad altri giornalisti europei.

red

La quinta stagione si svolgerà nell’arco di tre giorni e la posta in gioco sarà più alta di quanto non lo sia mai stata“, svela Mugrew: “È noi contro di loro e, in questo momento di caos assoluto e senza precedenti, incrociamo i nostri destini per ritrovarci l’un l’altra in modo da sopravvivere. Ma all’interno di tutto ciò ognuna di noi ha la propria direttrice”. Per Red l’obiettivo sarà la vendetta, oltre al tentativo di tutelare la propria vita e quella della sua figlia putativa, Nicky.

L’ultimo episodio della stagione precedente era culminato con una scena clou, in cui Dayanara puntava la pistola verso il sociopatico secondino Humphrey. “Lo show termina sempre in un punto in cui la tensione è molto alta, che sia la pistola impugnata che tutti stanno guardando o il dubbio sul fatto che Pennsatucky sia morta oppure no“, racconta Aduba: “C’è sempre qualcosa di molto intenso nelle conclusioni, e c’è sempre un modo per riprendere la storia dall’altra parte, una risposta con cui la creatrice dello show è in grado di far continuare il tutto. Questa stagione non farà eccezione“.

dayanara

Il merito di questo forte convolgimento con la storia delle detenute di Litchfield è infatti di Jenji Kohan, creatrice, produttrice e sceneggiatrice di Orange is the New Black: “Non ho mai incontrato nessuno come lei, penso che voglia sempre mantenere elevati gli standard come mai è stato fatto prima“, dice l’interprete di Red: “E per fare ciò ci mette tutte le sue capacità, la sua incredibile intelligenza, la sua immaginazione sempre fervida. Noi ne sappiamo quanto voi – continua Mulgrew –, non sappiamo mai cosa accadrà poi. È la prima volta che mi capita e io recito da 42 anni: ho sempre saputo cosa avrei fatto poi, se sarei morta, se mi sarei sposata, se ti amavo o non ti amavo… In questo caso non ho alcun indizio“.

uzo

La storia sviluppata da Kohan prende spunto da un racconto reale di esperienza in carcere, quello di Piper Kerman (interpretata da Taylor Shilling nella serie tv), pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2014 con il titolo Orange is the New Black. Da Manhattan al carcere: il mio anno dietro le sbarre. Un punto di vista originale sulle prigioni femminili, scevro da pregiudizi. “Credo che questa serie mi abbia aiutato a avere una maggiore consapevolezza su questi temi“, confessa l’attrice che recita Crazy Eyes, “quando senti le storie umanizzate di chi è in prigione e vedi le circostanze inizi a considerarli come esseri umani a tutto tondo. La maggior parte delle persone è in carcere come risultato di un patteggiamento, e questo non è necessariamente sinonimo di innocenza o di colpevolezza. Quando ti mettono di fronte a una scelta fra 25 anni di reclusione oppure 6, magari minacciandoti di essere giudicato da una giuria, allora l’opzione più intelligente ti sembra quella di accettare i 6 anni. Se prendi in considerazione questi aspetti e ti rendi conto che il 90% dei carcerati americani è in carcere proprio per via del patteggiamento”, conclude Aduba, “la tua visione delle cose cambia totalmente“.

Orange is the New Black certamente può essere educativo“, continua Mulgrew: “bisogna in qualche modo iniziare un dibattito su questi temi e poi allargarlo. Ma ora che c’è questo pagliaccio al potere [Trump, ndr], non so… Nel sistema carcerario del nostro Paese dovrebbe cambiare tutto, proprio tutto, ma ora sono preoccupatissima che non cambierà nulla“. Staremo a vedere.

The post Orange is the New Black, che cosa aspettarsi dalla quinta stagione appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Orange is the New Black, che cosa aspettarsi dalla quinta stagione

Fatti da parte Mummia, c’è Tom Cruise

Fatti da parte Mummia, c’è Tom Cruise

Non sono grandi anni per il cinema d’azione americano.
Mentre quello asiatico, nonostante non abbia disponibilità di denaro inferiori, continua a preferire l’azione dal vivo e i veri atleti come protagonisti, Hollywood vive un rapporto complicatissimo con la computer grafica, ne usa in abbondanza sia per film immensi dal costo spropositato sia per scene che (apparentemente) non ne avrebbero bisogno, ma dall’altra parte rimpiange moltissimo gli anni in cui non c’era e occorreva fare tutto dal vero.
La mummia, nonostante avrebbe beneficiato di venti minuti in meno, mostra una delle migliori vie di mezzo tra il necessario ritocco e l’indispensabile concretezza, cioè la definizione di film d’azione moderno. E lo fa, ancora una volta, sul corpo resistente ad ogni invecchiamento di Tom Cruise.

Nonostante il protagonista di La mummia dovrebbe essere la mummia, in realtà è Tom Cruise. E per fortuna.
A 54 anni Cruise continua ad essere l’unico attore d’azione a sfidare l’età senza fare nessuna ironia, senza tenere conto dell’anagrafe, senza mostrare in alcun modo il passare del tempo. Mentre i suoi coetanei o quelli più anziani di lui abbracciano i segni del tempo e li sottolineano nei loro film per dare ai personaggi l’aria di chi sfida anche gli acciacchi, lui no. In uno sforzo di rimanere davvero eternamente giovane, che è sempre più ammirabile al passare degli anni, Cruise regala a La mummia la consueta dedizione e anche grazie a questo, il film è uno dei migliori pacchetti di azione, avventura ed esotismo visti negli ultimi anni.

L’horror ovviamente non c’entra più nulla. Siamo all’alba di un nuovo universo condiviso (sempre se l’incasso lo consentirà), cioè di una serie di film che la Universal vuole realizzare a partire dalle sue proprietà intellettuali classiche (l’uomo lupo, Dracula, Frankenstein, il mostro della laguna nera, il dr. Jekyl e mr. Hyde e per l’appunto la mummia), un film a testa tutti connessi tra di loro come quelli Marvel e DC. Del resto anche negli anni ‘30 dopo i singoli film sono cominciati ad uscire i vari Frankenstein contro l’uomo lupo e via dicendo.
Per il momento però (e fino all’ultima scena) questo è un film di Tom Cruise, in cui il villain è una mummia millenaria risvegliata per errore proprio da lui, militare a caccia di tesori in Iraq (che poi era l’antica Mesopotamia come ricorda un cartello iniziale).

Un film di Tom Cruise vuol dire un film fatto di stunt realizzati per la maggior parte dal vero (almeno quando riguardano lui) e uno in cui l’eroe non è per nulla al passo con i tempi ma fieramente anacronistico.
C’è un momento in cui è particolarmente evidente, quando nel battibecco con l’archeologa che lo accompagna alla scoperta della tomba/prigione della mummia viene svelato che i due già si conoscono, poche sere prima hanno condiviso una notte d’intimità e lei, per fargli male, dice davanti ad altri che sono stati “15 secondi non memorabili”. Lui fa la faccetta. Risate. In un film moderno sarebbe finita lì e si sarebbe passati ad altro. Ma non in uno con Tom Cruise. Una scena dopo, in un dialogo privato, lui le chiederà come mai ha mentito sottolineando che invece era durato molto di più e lei ne era stata molto soddisfatta. Non sia mai.

Nessuno più intende il protagonista maschile in questo modo: un uomo vero che deve dimostrare di esserlo in tutti i modi, che non ha nemmeno un difetto nella lunga lista di obblighi di gender. Soprattutto nessuno alla sua età continua ad impegnare il proprio fisico in questa maniera fino a che davvero non sembra passato un anno da Mission: Impossible 2.
La Mummia beneficia non poco da tutto ciò e specie nella prima parte, che oscilla tra Indiana Jones e Uncharted, con una lieve preferenza per il secondo a giudicare dai meccanismi delle trappole e da come vengono attivati ma anche proprio da come è vestito Tom Cruise.

Chiunque nutrisse davvero dei dubbi sulla capacità che ancora ha quest’attore di animare da sé un intero film (e qui lo aiuta non poco Alex Kurtzman, regista che capisce bene il potenziale che ha a disposizione) può guardare anche solo la scena in assenza di gravità, girata davvero in assenza di gravità, andando in picchiata con un aereo. Ci sono voluti 64 ciak per farla bene e si vede, perchè alla fine Tom Cruise e Annabelle Wallis hanno una scioltezza senza pari nel muoversi a gravità 0. Cose del genere, messe tutte insieme, fanno effettivamente un film d’avventura, lo rendono concreto.

Non è infatti la mummia e la sua maledizione (abbastanza generiche), non è Russell Crowe nei panni del dr. Jekyll (interessante ma insufficiente) e nemmeno la scena in cui vediamo nel suo ufficio indizi degli altri mostri a dare anima ad un primo capitolo di universo condiviso (pura accademia in anni di cinefumetti), ma la maniera in cui la sua azione è interpretata, in cui il protagonista sembra subirla sul proprio corpo e rialzarsi, in cui fatica ad uscire indenne da ogni sequenza. Come già capito con l’Iron Man di Jon Favreau è la spinta propulsiva che un film riesce a dare e le promesse che questa implica, quel che anima un intero universo.

The post Fatti da parte Mummia, c’è Tom Cruise appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Fatti da parte Mummia, c’è Tom Cruise

Brezsny o Fox, dimmi che oroscopo segui e ti dirò che pesci sei

Brezsny o Fox, dimmi che oroscopo segui e ti dirò che pesci sei

di Anna Sidoti

Se c’è qualcosa che ha dell’impossibile, oltre le innumerevoli nonché più sensate cose che ci sembrano tali, è l’adorazione social dell’oroscopo di Rob Brezsny. Astrologo, scrittore, poeta e musicista, per lui le stelle sono arte e poesia, quindi declina le sue velleità in poche righe per ogni segno.

Vergine, l’altro giorno ho letto un postit appiccicato sulla vetrina di un bar, diceva “le cose belle nella vita non vanno mai date per scontate”: e quindi ti invito a riflettere sui massimi sistemi dell’universo, alla ricerca dello specchio che ti mostrerà la bellezza che hai già nella tua vita.
Ariete, so che voi siete un po’ testardi, ma vi consiglio di riflettere, oggi, e di non esserlo più. Vi regalo una citazione, che vi farà pensare: “coloro che non ascoltano niente cadranno per qualsiasi cosa”.

Schermata 2017-06-08 alle 11.45.49

Tutto e niente, insomma. Le parole di un amico o di un terapista, di certo non di un astrologo. Eppure, la mania social dilaga, sul popolo quasi esclusivamente femminile che, adorante, tagga la propria amica su un post perché “sono proprio io”, oppure “oddio, sta davvero succedendo!”. Ed è questo, che ha dell’impossibile: è normale ritrovarsi in una mini-storia generica e approssimativa, ma se questa narrazione porta il nome di oroscopo diventa un credo, un appuntamento settimanale, una risposta alla domanda “chissà cosa mi succederà questa settimana”, non è normale che quelle quattro righe siano generiche e approssimative.

Altrimenti non si è astrologi, ma scrittori. Come se non bastasse, la contraddizione maggiore è data dal rifiuto totale dell’accettazione dell’oroscopo di Paolo Fox, vate delle stelle, che ogni mattina racconta le sensazioni che i segni zodiacali incontreranno durante le loro 24 ore. Un disgusto generale verso l’astrologia, simbolo di superstizione dunque ignoranza.

Schermata 2017-06-08 alle 11.44.23

Ed è per questo che Brezny vince, sui social e quindi nella vita offline: Rob fa parte della cultura “leggo ciò che voglio sentirmi dire”, aumentando il filone narrativo della società odierna, fatta di “visualizzato alle ore” con conseguente trattato filosofico sul perché egli/ella non risponde ai nostri messaggi. Ha trovato il giusto equilibrio per far sì che vada bene per una moltitudine di persone senza esplicitare più di tanto; dall’altro lato, Paolo Fox è un astrologo puro, entra nel dettaglio e quindi scatena un rifiuto nell’ascoltatore di oggi che abbia meno di quarant’anni, che si sente dire che probabilmente nelle prossime 12 ore avrà una bella notizia al lavoro. È una non-voglia di credere alle cose imposte e di non affidarsi alla cultura popolare: no, non quella cool tornata alla ribalta in questi ultimi anni, bensì quella rappresentata da I fatti vostri, con il logo immortale coi panni stesi, un eterno Magalli e il cantante che canta Caruso ogni mattina.

In questo scontro tra supereroi con il potere della “veggenzavince Brezsny perché è più facile e leggero credere in qualcosa in cui si vuole credere, piuttosto che cedere alla tentazione umana di affidarsi alle parole di uno sconosciuto che ci dice che oggi potrebbe essere il giorno giusto per cambiare casa perché le stelle sono favorevoli. Solo che il punto rimane chiamarlo oroscopo: se esso è l’interpretazione degli astri, probabilmente dalla finestra di Rob è sempre nuvoloso.

The post Brezsny o Fox, dimmi che oroscopo segui e ti dirò che pesci sei appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Brezsny o Fox, dimmi che oroscopo segui e ti dirò che pesci sei

La scatolina che scova gli insetti negli hotel e li cattura

La scatolina che scova gli insetti negli hotel e li cattura

Automated-Insect-Monitoring-SystemChi è stato in Asia, in Sud America o comunque in paesi tropicali potrebbe averli incontrati, se poi viaggia low cost allora è stato come avere un appuntamento già fissato. Parliamo degli insetti che si nascondono nelle stanze d’hotel, un coacervo di animaletti che vanno dalle tranquille formiche ai ben più fastidiosi pappataci che in genere adorano dormire all’interno dei materassi.

Prima di dormire sul materasso infestato non è che tu possa fare granché se non rivolgerti a hotel di fascia media. Se c’è qualche ospite inatteso infatti te ne accorgerai solo nel cuore della notte. Per questo la tecnologia ci viene incontro con Automated Insect Monitoring System, un vero e proprio cacciatore di insetti.

Questa scatoletta di soli otto centimetri di lato sfrutta calore, ferormoni e vapore per scovare al volo se nella stanza ci sono insetti. Li attira a se, li chiude in una gabbia e poi gli scatta una foto così potrai identificarli e usarla come prova verso chi ti sta ospitando. Il produttore, Delta Five, non ha ancora dichiarato il prezzo di vendita.

The post La scatolina che scova gli insetti negli hotel e li cattura appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: La scatolina che scova gli insetti negli hotel e li cattura

Spark, la prova del drone per i selfie

Spark, la prova del drone per i selfie

A questo punto non manca più nessuno. Oggi abbiamo finalmente provato Spark, il nuovo drone di Dji che va a completare la sua linea di quadricotteri. A livello consumer, tralasciando quindi i mezzi professionali, Dji ha nel paniere il classico Phantom, il pieghevole Mavic Pro e ora si aggiunge questa pulce, il più piccolo di tutti.

Le dimensioni sono fondamentali perché Spark, senza paraeliche è bene precisarlo, pesa 295 grammi e sta quindi sotto la soglia dei 300 grammi. Una soglia fondamentale visto che, oltre a permetterci di pagare meno di assicurazione, consente di realizzare filmati professionali senza bisogno di patentino. Sotto quel peso, infatti, tutti gli scenari sono considerati non critici e basta registrarsi all’Enac come operatori per usare foto e filmati anche per lavori sotto compenso.

Spark, però, è anche un drone per amatori e principianti. È semplicissimo da usare e ha la particolarità di poter funzionare senza bisogno di radiocomando o dello smartphone. La fotocamera di bordo — una 12 megapixel con sensore da 1/2,3 pollici che registra filmati in Full Hd — serve anche per il riconoscimento gestuale. Prima di tutto prendiamo in mano questa pulce di 143x143x55 millimetri e la accendiamo: la fotocamera scansiona il viso per riconoscerci e il drone inizia a fluttuare. A questo punto se gli si mostra una mano inizia a ricevere i controlli: se muovi la mano lui si sposta, se lo saluti si allontana e quando vuoi scattare una foto basta unire pollici e indici a formare un quadrato come fanno i registi. Il drone capisce tutto e imposta l’autoscatto, ci dà 3 secondi per metterci in posa e la foto è servita.

Ovviamente possiamo abbinarlo allo smartphone esattamente come gli altri droni della Dji e qui, all’interno dell’app dedicata, troveremo le funzioni smart che consentono manovre da professionisti in un tocco. Con QuickShot, Spark vola lungo un tragitto predefinito mentre registra un breve video seguendo il soggetto e ha quattro opzioni: Rocket invia lo Spark in cielo con la videocamera puntata verso il basso, Dronie lo fa volare allontanandosi dal soggetto, con Circle ruota intorno al soggetto mentre Helix lo fa girare a spirale.

Ci sono poi TapFly che consente di far volare Spark verso un punto desiderato toccandolo sullo schermo del tuo smartphone, e ActiveTrack, che gli permette di riconoscerci e seguirci mantendoci al centro dell’inquadratura e variando altitudine in caso andiamo in discesa. Insomma, è la nuova frontiera delle action cam.

Se volessimo scatenare la piccola belva, ecco la modalità Sport. I comandi passano tutti in mano all’operatore e Spark può viaggiare fino a 50 km/h. È la modalità più divertente, soprattutto se si utilizza Goggles, il visore di Dji che consente il volo in prima persona, ma è anche la più pericolosa quindi la consigliamo solo agli esperti. In più, con Sport la carica della batteria si esaurisce in fretta e l’autonomia dichiarata di 16 minuti cala drasticamente.

Al momento Spark è disponibile in preordine sul sito dell’azienda e il prezzo per il pacco base che comprende il drone, una batteria e tre paia di eliche è di 599 euro. Meglio però puntare al Fly More Combo, kit che a 799 euro offre pure una seconda, fondamentale, batteria, il caricabatterie, quattro paia di eliche, e il telecomando. Questo non è solo un accessorio: aumenta infatti la portata del drone, permettendoci di farlo volare fino a due chilometri di distanza, mentre invia filmati a 720p in tempo reale. Se stai pensando di usare Spark per motivi professionali non puoi ovviamente farne a meno.

The post Spark, la prova del drone per i selfie appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Spark, la prova del drone per i selfie

Regno Unito, Theresa May non ha più la maggioranza

Regno Unito, Theresa May non ha più la maggioranza

(foto: Getty Images)
(foto: Getty Images)

Giocare d’anticipo non ha funzionato: il primo ministro britannico Theresa May, decidendo di andare a elezioni anticipate, non è riuscita a ottenere l’effetto sperato. Il voto politico dell’8 giugno nel Regno Unito, infatti, si è risolto con un risultato negativo per i conservatori, che hanno ottenuto solamente il 42% circa delle preferenze, contro il 40% dei laburisti guidati da Jeremy Corbyn. Per formare una maggioranza, quindi, a May serviranno degli alleati. Lo spoglio è ancora in corso, ma mancano pochissimi seggi all’appello che si possono considerare questi risultati praticamente come definitivi.

La situazione in Regno Unito si presenta con un hung Parliament, un parlamento appeso, senza una chiara maggioranza durante un periodo difficile, in cui servirebbe piuttosto un governo forte, capace di far fronte ai pressanti problemi del paese. Da un lato ci sono i tre attentati terroristici subiti negli ultimi tre mesi, dall’altro invece le difficili negoziazioni per la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Visto il risultato, Corbyn ha già chiesto le dimissioni di May da primo ministro.

Nel frattempo, il valore della sterlina è crollato del 2% sin dalla pubblicazione dei primi exit poll (1,28 sul dollaro e 1,14 sull’euro).

The post Regno Unito, Theresa May non ha più la maggioranza appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Regno Unito, Theresa May non ha più la maggioranza

L’account Twitter che trolla le foto di repertorio assurde

L’account Twitter che trolla le foto di repertorio assurde

fotoassurde

Se c’è una cosa più divertente di certi fotoromanzi di dubbia qualità, è la serie di “immagini di magazzino” a corredo di alcuni articoli. Gli stock di fotografie simboliche, messe a disposizione di chi deve pubblicare notizie in assenza di scatti dedicati, spesso sono del tutto irreali. Per enfatizzare i concetti correlati al tema dei pezzi – organizzati per macroaree come “salute”, “violenza”, “rapine”, e via di seguito – le scene vengono costruite ad arte, restituendo poca veridicità a chi guarda.

Adesso, c’è un account Twitter, chiamato Dark Stock Photos, studiato apposta per trollarle. Lo ha messo in piedi Andy Kelly, un giornalista di videogiochi. Cercando negli archivi che offrono questo tipo di contenuti, come Shutterstock e iStoc, Kelly ha trovato le più rappresentative, con lo scopo di celebrarne l’assurdità.

Peccato che non ci siano dei commenti a corredo (ma, su questo, chiunque si può sbizzarrire con un retweet). L’account parodia propone foto come questa, che simboleggia (o almeno, vorrebbe), un rapimento:

Per alcune, difficile anche trovare un significato. Per esempio, questa:


Dramma familiare? Lutto? Litigio? Chi può dirlo. Quasi come nel caso del pistolero stanco (con evidente problema di alcolismo e solitudine da festività):

Oppure, ragazze rapinate solo perché vestite in abiti sportivi tra gli scaffali di un supermercato (sfocatissimo):

Bambini con problemi allo smartphone:

Bambini che non apprezzano i regali di Natale ricevuti:

The post L’account Twitter che trolla le foto di repertorio assurde appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: L’account Twitter che trolla le foto di repertorio assurde

Tutte le volte in cui Einstein ha avuto ragione

Tutte le volte in cui Einstein ha avuto ragione

Einstein
(Foto: Getty Images

La teoria della relatività generale formulata da Albert Einstein è corretta. Ce lo siamo sentito dire diverse volte, nel corso di questo ultimo secolo: in più occasioni, infatti, la comunità scientifica ha avuto modo di verificare, tramite osservazioni sperimentali, la correttezza delle intuizioni del fisico tedesco che hanno stravolto per sempre i concetti di spazio, tempo e gravità. L’ultima prova, in ordine temporale, è appena arrivata grazie a un lavoro pubblicato su Science da un’équipe di scienziati del Department of Physical Sciences alla Embry-Riddle Aeronautical University di Daytona Beach, in Florida (e di altri istituti di ricerca). I ricercatori, in particolare, hanno analizzato un aspetto del cosiddetto fenomeno delle micro-lenti gravitazionali, ossia la deviazione della luce proveniente da una sorgente lontana, concludendo, per l’appunto, che “Einstein sarebbe orgoglioso di noi: una delle sue previsioni ha appena passato un rigorosissimo test sperimentale”.

Ma ripercorriamo questo secolo breve con ordine, partendo dall’inizio. Tutto è cominciato il 25 novembre 2015, quando il trentasettenne Einstein annunciò all’Accademia prussiana delle scienze l’equazione di campo alla base della teoria della relatività generale. Si tratta, per essere più precisi, di un sistema di dieci equazioni che descrivono come la forza gravitazionale sia il risultato della curvatura dello spazio-tempo (il tessuto a quattro dimensioni su cui è cucito l’Universo) dovuta alla presenza di massa ed energia. Per raccontarla in parole più semplici, i fisici si servono di solito di una metafora che, se pur non correttissima dal punto di vista scientifico, aiuta la comprensione del fenomeno: lo spazio-tempo si può immaginare come una sorta di foglio di gomma, una superficie morbida che viene curvata dalle masse che vi sono appoggiate sopra. In tale analogia, per esempio, la forza di gravità esercitata dal Sole nei confronti della Terra altro non è che il risultato della curvatura del foglio di gomma quadridimensionale provocata dalla massa del Sole stesso.

Naturalmente, Einstein non si limitò a esporre la sua teoria. Ne propose anche nel 1916, tre verifiche sperimentali, poi passate alla storia con il nome di test classici della relatività generale. Si tratta, per la precisione, della precessione del perielio dell’orbita di Mercurio, della deviazione della luce proveniente da stelle lontane a opera del Sole e del red-shift gravitazionale della luce. Inutile dire, senza tema di spoiler, che tutte e tre verifiche hanno brillantemente superato il vaglio sperimentale.

Precessione del perielio di Mercurio
Secondo la fisica newtoniana, ovvero la descrizione classica della gravità, un sistema a due corpi costituito da un corpo che orbita attorno a una massa di forma sferica descrive un’ellisse di cui la massa stessa occupa uno dei due fuochi. È il caso, per esempio, dei pianeti del Sistema solare. Tra cui, per l’appunto, il bollente Mercurio. Sempre Newton insegna che il perielio dell’orbita, ovvero il punto di massima vicinanza con il Sole, dovrebbe spostarsi nel tempo (la cosiddetta precessione) a causa delle interazioni gravitazionali con gli altri pianeti del Sistema solare. Tuttavia, l’analisi delle precessioni del perielio di Mercurio, effettuata da Urbain Le Verrier nel 1859, rivelò un disaccordo di 43 arcosecondi per anno solare rispetto alle previsioni. Inserendo nelle equazioni gli effetti dovuti alla curvatura dello spazio-tempo previsti dalla relatività generale, le osservazioni sperimentali tornano invece a essere in accordo con i risultati teorici. A dimostrarlo fu lo stesso Einstein nel 1916, un anno dopo l’annuncio delle sue equazioni di campo.

Deviazione della luce solare
È probabilmente la verifica della teoria della relatività generale più celebre e spettacolare di sempre. Stando alle intuizioni di Einstein, come ricordato sopra, lo spazio-tempo è deformato dalle masse che vi sono contenute: a tale deformazione sono soggetti anche i raggi di luce, che dunque si piegano quando passano in prossimità di oggetti celesti come stelle o pianeti massivi. L’eclissi totale di Sole del 1919 provò brillantemente questo meccanismo: l’astronomo Arthur Eddington, infatti, riuscì a osservare delle stelle che sarebbero dovute trovarsi dietro il Sole rispetto alla Terra (e dunque non visibili) proprio grazie al fatto che la loro luce veniva deviata dalla nostra stella. Si dice che il fisico tedesco, a chi gli chiese come avrebbe reagito se l’osservazione dell’eclissi avesse sconfessato la sua teoria, risposte: “Mi sarei dispiaciuto per il Signore. La relatività generale, comunque, è corretta”.

Red shift gravitazionale della luce
Si tratta di un fenomeno per cui la frequenza della radiazione elettromagnetica si sposta se l’osservatore si trova in una regione a potenziale gravitazionale maggiore rispetto alla sorgente della radiazione stessa. Per semplificare: il fenomeno è l’analogo elettromagnetico dello spostamento in frequenza delle onde sonore che sperimentiamo quando ci transita vicino un’ambulanza a sirene spiegate: la frequenza del suono della sirena cambia quando l’ambulanza si allontana da noi. Uno studio sperimentale del 1971 ha misurato accuratamente il red shift gravitazionale della luce emessa da Sirio B, risultato – tanto per cambiare – in accordo con le previsioni einsteiniane.

Alle tre verifiche classiche sono poi seguite, in tempi più recenti, altre osservazioni sperimentali che hanno ulteriormente consolidato la robustezza della relatività generale. È il caso, per esempio dell’osservazione della radiazione emessa dalla supernova Refsdal: il team di Patrick Kelly, della University of California, Berkeley, ha scoperto nel 2015 che la luce si divide in ben quattro percorsi diversi dando origine alla cosiddetta croce di Einstein. Responsabili sono dei cluster galattici estremamente massicci che, curvando lo spazio tempo, deviano la luce della supernova come se fossero enormi lenti di ingrandimento. E ancora: l’osservazione delle onde gravitazionali, impresa complicatissima dal punto di vista sperimentale e centrata, a febbraio 2016, dagli interferometri dell’esperimento aLigo di Hanford e Livingstone. Si tratta, ricordiamo, di una perturbazione dello spazio-tempo che si origina per effetto dell’accelerazione di due o più corpi dotati di massa (due buchi neri o due stelle in rotazione, per l’appunto) e che si propaga alla velocità della luce modificando a sua volta, localmente, la geometria dello spazio e del tempo. Alla prima storica osservazione, tra l’altro, ne sono seguite altre due. L’ultima, recentissima, si deve alla collisione di due buchi neri, che si sono fusi in unico corpo con massa pari a circa 49 volte quella del Sole e hanno emesso onde gravitazionali captate, ancora una volta, dagli acutissimi occhi di aLigo.

Arriviamo così, finalmente, all’attualità: gli autori dello studio appena pubblicato su Science, usando i dati raccolti dal telescopio spaziale Hubble, dalla Nasa e dall’Agenzia spaziale, hanno (ancora una volta) studiato la deformazione dello spazio-tempo provocata dalla massa di una stella, analizzando la deviazione della luce di un’altra stella posta sullo sfondo. In questo modo, è stato possibile misurare la massa della stella responsabile della deformazione: “La ricerca”, commenta Kailash Sahu, primo autore dello studio, “fornisce un nuovo strumento per determinare la massa di oggetti cui non possiamo accedere in alcun altro modo. La nostra équipe ha misurato la massa di una nana bianca, un corpo celeste che ha esaurito la propria riserva di idrogeno e che costituisce una sorta di resto fossile della prima generazione di stelle della Via Lattea”.

The post Tutte le volte in cui Einstein ha avuto ragione appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: Tutte le volte in cui Einstein ha avuto ragione

James Dyson Award 2017: a caccia di giovani talenti

James Dyson Award 2017: a caccia di giovani talenti

James Dyson Award

L’anno scorso è toccato a Isis Shiffer, ideatrice di EcoHelmet. Un caschetto di carta pieghevole per la bici che utilizza una configurazione esclusiva a nido d’ape per proteggere la testa dagli impatti e si piega fino a diventare piatto quando non lo si usa. Per quest’anno, invece, la sfida è ancora apertissima. E per conoscere l’esito bisognerà aspettare il 26 ottobre. Quando sarà annunciato il vincitore internazionale della quattordicesima edizione del James Dyson Award 2017, un premio che si svolge in 23 paesi di tutto il mondo ed è aperto agli studenti universitari e ai neolaureati in product design, design industriale e ingegneria: l’obiettivo è incoraggiare e finanziare i giovani talenti che sfornano idee innovative per risolvere problemi reali. Un tema da sempre centrale nel business di Dyson, azienda tecnologica di portata mondiale che fa di ricerca, sviluppo e innovazione i suoi punti di forza.

“Solitamente esiste una soluzione a ogni problema”, ha raccontato James Dyson, fondatore dell’azienda. “Designer e ingegneri sfidano le convenzioni e hanno idee brillanti: il James Dyson Award ricerca soluzioni di progettazione semplici ma di livello e che abbiano il potenziale di suscitare un impatto rilevante sulla società. Ogni anno sono stupito dalle idee che riceviamo, e mi aspetto che il numero di iscrizioni cresca ulteriormente anche in questa edizione”. Sono diversi e importanti i temi toccati dai partecipanti ai concorsi negli anni precedenti: lo sfruttamento eccessivo della pesca, il trasporto di vaccini nei paesi in via di sviluppo, lo spreco globale di cibo e il tasso di mortalità prematura dei neonati. Al vincitore internazionale andrà un riconoscimento di circa 42mila euro (più 7mila per la sua facoltà universitaria); saranno premiati, inoltre, anche i vincitori di ogni singola nazione, che riceveranno circa 2.800 euro a testa.

Per il nostro Paese, lo scorso anno è stata premiata Eleonora Pesce, studentessa alla Università Iuav di Venezia e inventrice di Remove, un sistema antigravitazionale per l’allenamento e la riabilitazione degli arti inferiori: nato dall’osservazione della mobilità dei bambini e dal modo in cui apprendono a camminare, il dispositivo si adatta alle esigenze di quanti, anziani e pazienti post-traumatici, hanno bisogno di un supporto per la deambulazione e per gli allenamenti. “Vincere l’edizione nazionale del James Dyson Award”, ha raccontato Pesce, “mi è servito a progredire nel progetto e a catalizzare l’interesse di potenziali investitori e referenti del settore. Dopo il premio ho avuto la possibilità di partecipare, con il progetto Remove, a una competizione locale di design alla quale mi sono classificata terza e che mi ha consentito di entrare in contatto con un’impresa del territorio impegnata nel settore dei dispositivi medicali per disabili. In questo momento è al vaglio un avanzamento ulteriore del progetto”. Per questa edizione, la giuria che valuterà i progetti italiani sarà composta da personalità di primo livello del mondo dell’innovazione e della tecnologia: da Massimo Temporelli, innovatore, divulgatore e co-fondatore di TheFabLab, a Layla Pavone, amministratore delegato per l’Industry Innovation di Digital Magics, a Luciano Galimberti, presidente dell’Associazione per il Disegno Industriale.

The post James Dyson Award 2017: a caccia di giovani talenti appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: James Dyson Award 2017: a caccia di giovani talenti

L’ex direttore dell’Fbi Comey: i russi hanno interferito nelle elezioni Usa

L’ex direttore dell’Fbi Comey: i russi hanno interferito nelle elezioni Usa

(foto: Bill Clark/CQ Roll Call via Getty)
(foto: Bill Clark/CQ Roll Call via Getty)


James Comey
, l’ex direttore dell’Fbi, ha affermato, nell’attesa audizione in Senato prevista oggi, che senza dubbio i russi hanno interferito, con vari tentavi e livelli di sofisticazione, sul processo elettorale delle presidenziali 2016. Comey ha anche affermato che l’amministrazione guidata da Donald Trump lo ha “diffamato” e lo stesso trattamento è stato riservato al bureau federale delle investigazioni. Sebbene la legge non chiede particolari motivazioni per esautorare un direttore, come riconosciuto da Comey, tuttavia l’amministrazione ha dipinto un quadro in cui l’agenzia era in preda allo scompiglio e in cui i sottoposti avevano perso confidenza nella leadership. Accuse che Comey respinge come bugie pure e semplici.

L’ex direttore dell’agenzia, silurato a maggio scorso, ha anche sostenuto che il suo licenziamento appare connesso al ruolo svolto nelle investigazioni sulle interferenze di parte russa.

Comey, che ha parlato sotto giuramento, ha anche ammesso che le spiegazioni addotte per giustificare il suo allontanamento dalla carica lo hanno lasciato confuso, alla luce degli attestati di stima sul suo buon lavoro espressi in precedenza da Trump. E, pur confermando che Trump gli chiese sostanzialmente di lasciar perdere l’indagine su Mike Flynn, non si è sbilanciato sull’ipotesi che possa rappresentare o meno “intralcio alla giustizia”.

L’ex direttore del bureau ha anche confermato di aver trascritto dettagli sugli incontri con il presidente, preoccupato dall’idea che l’attuale inquilino della Casa Bianca potesse mentire in merito. E che il presidente non era sotto investigazioni quando dirigeva ancora l’Fbi.

Minacciato in passato via Twitter, Comey ha anche detto di sperare che esistano davvero le registrazioni citate da Trump come spauracchio per costringerlo a star zitto.

The post L’ex direttore dell’Fbi Comey: i russi hanno interferito nelle elezioni Usa appeared first on Wired.

Leggi l’articolo completo: L’ex direttore dell’Fbi Comey: i russi hanno interferito nelle elezioni Usa