Dune, in arrivo un nuovo film e una serie tv

Dune, in arrivo un nuovo film e una serie tv

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Dune, il primo di sei romanzi dell’epopea fantascientifica il Ciclo di Dune di Frank Herbert, sta per tornare al cinema grazie a un remake in produzione. Notizia ancora migliore per i fan della saga, il film dovrebbe essere anche accompagnato (non è ben chiaro in quali termini) da una serie tv.

A portare nuovamente in vita le vicende della dinastia Atreides sul  prezioso e conteso pianeta Arrakis, già raccontate da David Lynch nel suo kolossal incompreso del 1984 con Kyle MacLachlan per la colonna sonora di Brian Eno, sarà Legendary Pictures. Non molto altro è noto in questa fase: cast, data di uscita, possibile network per lo show e dettagli di vari natura di certo trapeleranno nei prossimi mesi.

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Altro che produzioni stellari, in This is Us vince la normalità

Altro che produzioni stellari, in This is Us vince la normalità

This is Us

È andato in onda ieri sera su FoxLife il primo episodio in italiano di This is Us, la nuova serie della Nbc che in patria ha sorpreso pubblico e critica rivelandosi come il vero successo di questa stagione televisiva. I numeri parlano chiaro: 10 milioni di spettatori per il pilota e solo un lievissimo calo a seguire, fino ad assestarsi su una media di 9 milioni.

This is Us ha una produzione stellare e ambiziosa come The Crown? Una trama cervellotica e sofisticata come Westworld? C’è un mistero da risolvere come in Stranger Things, o sfrutta il successo che ancora oggi riscuotono i polizieschi procedurali, come il fortunato rivale Bull? No, niente di tutto questo. This is Us parla di persone normali che vivono esperienze comuni. Vi sembra noioso? Al contrario.

Chi ieri si è sintonizzato sul primo episodio ha fatto la conoscenza di quattro persone che compiono tutte trentasei anni lo stesso giorno: Randall, un medico afro-americano sulle tracce del padre biologico, Kevin, un attore di successo artisticamente frustrato, Kate, una donna obesa che vorrebbe disperatamente dimagrire, e Jack (Milo Ventimiglia), che insieme alla moglie Rebecca (Mandy Moore) si prepara alla difficile nascita di tre gemelli. Queste persone, apparentemente così diverse, sono legate tra loro in un modo che sta proprio al pilota svelare.

In controtendenza rispetto a una stagione televisiva che punta tutto sullo straordinario (abbiamo parlato, ad esempio, di Timeless), This is Us parla dell’ordinario in modo così sensibile, onesto e diretto, che è difficile non lasciarsi coinvolgere dalla sua umanità. La famiglia, i rapporti tra le persone e delle persone col proprio corpo, gli errori del passato e la voglia (o la difficoltà) di porvi rimedio, sono tra i temi che vengono affrontati in ogni puntata, in un gioco d’incastri che funziona al millimetro.

È come se This is Us avesse scelto di sfruttare la qualità raggiunta dalle serie televisive per raccontare una storia volontariamente semplice, in cui echeggiano la profondità di Parenthood e quella tenerezza un po’ telefonata delle comedy anni Ottanta come Full House. Non è banale, ma non teme di sembrarlo. Una cosa evidente, infatti, è la capacità con cui la serie sembra di tanto in tanto pericolosamente vicina a toccare lo stucchevole, ma riesce sempre a fermarsi appena prima, dove risiede un’obbligata, ma sincera commozione.

Non a caso il creatore Dan Fogelman ha lavorato per Disney e Pixar (ha sceneggiato Bolt, Cars, Cars 2 e Rapunzel), ideato la brillante serie Galavant e ridato vita ai meccanismi stanchi delle commedie romantiche con Crazy, Stupid, Love (il film del 2011 con Julianne Moore, Steve Carell, Emma Stone e Ryan Gosling).

“Il mondo è diventato più cinico” ha detto. “Guardo le anteprime dei film ogni anno e a volte diventa davvero faticoso. È tutto oscuro, cinico…forse è il momento giusto perché una serie mostri speranza e ottimismo, che faccia piangere e sentire bene con sé stessi. Non ho iniziato a fare questo mestiere per far sentire la gente peggio di prima.”.

Questa premessa non si traduce, però, nel raccontare un mondo a suo modo idealizzato (come ad esempio quello di Una mamma per amica), anzi la forza della serie è l’esatto contrario, cioè la capacità di raccontare un mondo complicato, spesso ingiusto, dove non è facile essere felici, ma quello che ci rende vivi, e umani, è continuare a tentare. Anche perché, nel bene e nel male, non siamo mai davvero soli. Come insegna un personaggio chiave, non c’è limone così amaro da non poterne tirare fuori una parvenza di limonata. Forse è un messaggio banale. Ma neghereste di avere bisogno di sentirvelo dire?

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Carina la Giornata degli alberi, ma per l’ambiente ci vuole ben altro

Carina la Giornata degli alberi, ma per l’ambiente ci vuole ben altro

(foto: Zoe Vincenti - Ernesto Ruscio)
(foto: Zoe Vincenti – Ernesto Ruscio)

La Giornata degli alberi (21 novembre) è arrivata anche quest’anno con iniziative carine in tutta Italia. Bambini che piantano l’alberello nel cortile di scuola e poi vanno al cinema a vedere film a tema, alberi regalati a chi ha un giardino, parchi rinfoltiti, belle parole. Niente di più.

L’Italia ha l’aria tra le più inquinate del mondo, con un numero di morti maggiori al resto d’Europa per questo motivo (84.400 decessi prematuri nel 2012, ultimo dato disponibile). Abbiamo politiche ambientali inesistenti a paragone delle coraggiose mosse delle grandi città europee: c’è chi elimina le auto private dai centri (Helsinky, Oslo e in parte Parigi elimineranno le auto, mentre le emissioni di CO2 sono entrate a far parte del bilancio in Norvegia), o investe milioni in ciclabili (La Norvegia 800 milioni, la “povera” Ungheria 96 milioni). Noi abbiamo appena negato un intervento da 50 milioni. Tutto questo investire per l’ambiente non è solo saggezza e salute: è anche un ritorno economico calcolato recentemente in 200 miliardi di euro.

Pur di far spazio alle rinnovabili, le grandi capitali europee non si sono fermate neppure di fronte ai monumenti simbolo, come Parigi, che ha reso solare ed eolica la Torre Eiffel. Invece cosa facciamo noi? Sventoliamo la Giornata degli Alberi, istituita con un Regio Decreto del 30 dicembre 1923 (e accolta – bontà sua – dal Ministero ell’Ambiente nel 2013).

Roma ha fatto comunque poco e niente anche per questo giorno, alcuni piccoli o medi comuni hanno fatto divertire i ragazzini o regalato alberi, Milano sembra far la parte da regina, con circa 9mila nuovi alberi. A guardar bene la mappa, però, la città sceglie di piantarli fuori dal centro o nei parchi. Non nelle grigie piazzette dove i bimbi giocano circondati dal cemento (piazza Gramsci, per dirne una), non tanto sui lunghi viali dove una bassa vegetazione potrebbe finalmente impedire l’abbrutimento dei parcheggi selvaggi e favorire il passaggio delle bici (Corso Sempione, per dirne un’altra).

Anche lo slancio social è parecchio moscio. Legambiente festeggia la Giornata dell’albero con la Festa dell’albero, con una ridondanza che già di per sé fa mal sperare; 500 iniziative per piantare alberi, con il soporifero invito a farsi un selfie abbracciati a una pianta al grido di #salvailsuolo: un hashtag che infatti non s’è filato nessuno, a parte gli addetti al settore, compresi i bambini.

 

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HTC 10 Evo arriva anche in Italia

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HTC 10 Evo (Foto: HTC)

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HTC 10 Evo
HTC 10 Evo (Foto: HTC)
HTC 10 Evo
HTC 10 Evo (Foto: HTC)
HTC 10 Evo
HTC 10 Evo (Foto: HTC)
HTC 10 Evo
HTC 10 Evo (Foto: HTC)
HTC 10 Evo
HTC 10 Evo (Foto: HTC)

HTC tenta il raddoppio con HTC 10 Evo, versione più economica ma ugualmente interessante dello smartphone portabandiera HTC 10 presentato all’inizio dell’anno. Quest’ultima versione è stata svelata pochi giorni fa negli Stati Uniti sotto il nome di Bolt, ma in Italia è ufficiale solo da qualche ora. L’ottimo design è ripreso dal modello di punta, così come l’impostazione di base del dispositivo, fortemente votato alla riproduzione dei contenuti multimediali.

Il display in effetti è un pannello LCD da 5,5 pollici a risoluzione QHD, mentre i segnali audio vengono processati da un chip dedicato e riprodotti ad alta risoluzione da un altoparlante BoomSound o dagli auricolari USB-C inclusi nella confezione.

La perdita del jack per le cuffie ha reso il telefono resistente all’acqua, mentre inspiegabilmente il processore a bordo è il potente ma non più nuovissimo Snapdragon 810, passato alla storia per non essere stato esattamente il migliore uscito dagli stabilimenti del produttore di chip statunitense. La dotazione di memoria è di 3 GB per la RAM e di 32 (espandibili) dedicati allo stoccaggio, sul lato frontale sotto al tasto home si nasconde un lettore per le impronte digitali e il comparto fotografico è composto da una fotocamera principale da 16 megapixel con stabilizzazione ottica e una frontale da 8.

Non ci sono ancora informazioni sul prezzo in Italia, che potrebbe oscillare attorno ai 450 euro, mentre la disponibilità online è prevista a breve.

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Kanye West è in ospedale, cancellato il resto del tour

Kanye West è in ospedale, cancellato il resto del tour

(foto: Getty Images)

Kanye West, musicista apprezzato a dispetto di una condotta generalmente discutibile, in questo momento si trova in un ospedale di Los Angeles. La notizia (che non sorprende) arriva all’indomani della cancellazione di tutte le date restanti del tour legato al suo ultimo e acclamato album The Life of Pablo.

Sposato con Kim Kardashian, stella dei reality da cui ha anche avuto due bambini, Kanye West è celebre per le sue affermazioni surreali che vanno dalla dichiarazione di essere un dio fino alla volontà di candidarsi a presidente degli Stati Uniti nel 2020. Le sue posizioni bizzarre, a ogni modo, avevano cessato da un po’ di stupire il pubblico bene abituato da anni alle sue boutade, fino a che, qualche giorno fa nel corso di una data a San Jose, hanno attirato nuovamente l’attenzione dei media. Durante il concerto, e interrompendo più volte i suoi pezzi, Kanye ha infatti ammesso di non aver votato e di essere comunque un supporter di Donald Trump.

La goccia che sembra aver fatto traboccare il vaso, però, sembra essere stato il recente concerto a Sacramento, dove West si è lasciato andare a una serie di confessioni paranoiche anche sui suoi amici Beyoncé e Jay Z (“i suoi killer vogliono uccidermi”, ha affermato) suonando soltanto tre canzoni e abbandonando il palco.

Artista di certo tra i più controversi della nostra generazione, amato e odiato, sbeffeggiato eppure percepito come genio, Kanye West potrebbe aver gestito con difficoltà la recente rapina a mano armata perpetrata a Parigi ai danni della moglie. Intanto ciò che è noto è che sia stato ricoverato nel cuore della notte e portato in ambulanza in manette per “la sua salute e sicurezza”.

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Se l’evasore fiscale si stana sui social

Se l’evasore fiscale si stana sui social

fisco1E se lo spesometro passasse dai social network? Che le piattaforme siano divenute piedistalli di sfoggio assoluto – a volte perfino criminale – è fuori dubbio. Ma cosa accadrebbe se il nuovo smartphone, la macchina appena immatricolata, la vacanza extralusso, l’acquisto costoso che sfoggiamo finissero nelle grinfie del fisco? Dai post e dalle foto su Instagram o Facebook, per esempio, si potrebbero ricavare dati utili a tracciare un identikit del proprio stile di vita. E quindi valutare eventuali discrepanze con quanto dichiarato (e pagato).

È ciò che è successo in Australia, dove una squadra di specialisti nell’analisi dei dati sta dando vita a un progetto lanciato lo scorso anno dall’Australian taxation office, l’ufficio nazionale delle tasse. I proventi del lavoro? Notevoli. Tanto da apparire francamente fuori misura: 10 miliardi di dollari australiani in tributi non pagati recuperati tramite le indagini dei social segugi. La scuola dei figli, gli acquisti, i viaggi, i regali: siamo abituati a una pornografia che mette in pericolo la nostra privacy non solo in termini di sicurezza personale e commerciale ma anche sotto aspetti paradossali: informazioni e notizie che mai saremmo disponibili a fornire in pubblico finiscono ogni giorno in pasto ai nostri “amici” o follower. Magari con l’obiettivo di alimentare le invidie sul proprio stile di vita.

In una famiglia il marito dichiara un reddito di 80mila dollari australiani all’anno e la moglie 60mila – ha spiegato Chris Jordan, responsabile dell’agenzia, al The Australiannoi però, dai post sui social media, riusciamo a capire che negli ultimi anni hanno volato almeno tre volte in business class e fatto una vacanza invernale in un resort di lusso in Canada. Non solo: l’analisi rivela che hanno anche tre figli che vanno a scuola in un istituto privato la cui retta costa 75mila dollari all’anno”. Qualcosa, insomma, non torna. Lo spesometro social, candido poiché spontaneo, ingenuo perfino in tutta l’avventatezza con cui lo nutriamo, parla chiaro. Specialmente quando finisce per incrociarsi con tutti gli altri database, da quello della motorizzazione alle attività finanziarie.

Ma spesso è appunto il mero stile di vita, esposto senza pietà sulle piattaforme, a poter sollevare dubbi sulle tasse e in generale sulle fonti e le origini di certa ricchezza. Accade quotidianamente, perfino fra i nostri contatti, figuriamoci cosa potrebbe saltare fuori da un monitoraggio sistematico che giochi con i big data. Di strumenti per scandagliare i contenuti ce ne sono d’altronde a decine. Nel caso australiano 1.400 contribuenti e 400 imprese sono stati pizzicati e incriminati per reati amministrativi, dalla falsa dichiarazione al mancato rispetto degli adempimenti fiscali. Per 21 sono scattate misure anche più scottanti, cioè penali.

Come la mettiamo con la privacy? C’è poco da obiettare o protestare: quella roba la partoriamo noi stessi, spesso senza pensare ad alcuna conseguenza. Complicato capire quanto elementi così raccolti potrebbero avere un peso nel corso di procedure tributarie. Ma poco importa: servono – come successo in Australia – da calcio d’inizio, campanello d’allarme per lanciare approfondimenti e accertamenti.

Una strategia simile che pure nel nostro Paese è entrata nel vivo dalla scorsa primavera grazie a una circolare di programma dell’Agenzia delle Entrate che ha aperto la strada: non più solo controlli mirati alle banche dati tradizionali della Pa come l’anagrafe tributaria e dei conti correnti. Gli 0017 del Fisco potranno reperire informazioni in ogni modo. Andrà bene anche la foto del resort su Facebook.

Una strada che merita di essere percorsa con fermezza ma certo con attenzione. Sarebbe salvifica in un Paese come l’Italia, patria degli evasori e del nero ma anche dello sfoggio pacchiano e dell’insolenza più sconvolgente. Quella con cui chi sfugge al fisco, magari del tutto, spesso non riesce a non farsene vanto. La Repubblica dei furbetti: quelli che da una parte tacciono e dall’altra espongono su Facebook e compagnia e che una volta tanto pagherebbero a carissimo prezzo il loro incauto narcisismo.

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Trump, ecco il programma dei suoi primi 100 giorni

Trump, ecco il programma dei suoi primi 100 giorni

trumpNiente muro con il Messico e abbandono del Tpp, accordo che Trump vuole sostituire con trattati da ratificare con singoli paesi, intenzione che l’Europa unita può accogliere con soddisfazione.

Nel suo discorso di 2 minuti e 37 secondi ci sono pochi no e molti yes we can. C’è il dietrofront sul muro al confine con il Messico e, dall’altra parte, le aperture possibiliste confermano che il presidente eletto si sta ammorbidendo. Lo sottolinea la morsa che ha cominciato ad allentare già una decina di giorni prima del voto dell’8 novembre, sferrando attacchi un po’ meno duri nei confronti di Obama, tant’è che oggi Trump non si sente del tutto pronto a rottamare quell’ Obamacare che solo a fine ottobre aveva definito come “una grande bugia“.

Nei primi 100 giorni, a Washington metterà l’accento sul lavoro, annunciando un giro di vite sui visti e permessi, per tutelare i lavoratori americani che Trump vede al centro del progetto di riportare l’America in cima al mondo. Il team di Trump è al lavoro per stilare un elenco di azioni da tradurre in leggi per riformare il mercato del lavoro. Un messaggio sibillino che sarà interessante seguire nei prossimi mesi perché bisognerà vedere come reagiranno i big dell’economia davanti a misure troppo rigide.

Economia e made in Usa
Vale la pena spendere due parole sul Partenariato Trans-Pacifico (Tpp) che Trump ha descritto come un pericolo per tutta l’economia americana che vuole rilanciare sia investendo nell’economia sia chiedendo ai player privati di fare altrettanto. Al posto del Tpp il presidente eletto vuole stringere accordi bilaterali con singoli stati, arrivando così a mettere in forse tutta la partnership che, stando almeno alle parole del premier giapponese Shinzo Abe, perderebbe valore senza l’adesione americana.

Nel frattempo Apple, e per il momento è solo un indizio, ha annunciato di voler riportare negli Usa parte della propria produzione, decentralizzata in Cina non solo per ragioni economiche. Questa, però, è poco più di una riflessione e non è da escludere che sia Foxconn a spostarsi negli Usa.

Energia e semplificazione
Basta restrizioni sulla produzione di energia e sull’esportazione di greggio perché, sostiene Trump nel suo discorso, ci sono leggi killer che uccidono milioni di posti di lavoro. Un piano simile era già stato accarezzato nel 2014 da Ernest Moniz, attuale segretario dell’Energia dell’amministrazione Obama.

Riguardo alle leggi in generale, Trump ha promesso di cancellarne due per ogni nuova norma creata durante il suo mandato.

Conflitti di interessi, stampa corrotta e Nigel Farage
Il presidente eletto dichiara guerra ai conflitti di interesse e vuole impedire per almeno cinque anni ai funzionari di alto livello che lasciano la pubblica amministrazione di sedere ai vertici delle lobby. Nel frattempo la stampa accusa Trump di approfittare della sua posizione per gestire i propri affari. Al centro della bufera sono finiti dei campi da golf in Scozia, messi in forse da un progetto per la costruzione di un impianto eolico.

Trump non ha mai negato la sua natura di tycoon e sottolinea di non averla mai nascosta a nessuno né prima, né durante la campagna elettorale, accusando a sua volta la stampa di mostrare un’inclinazione alla corruzione. Il New York Times ha scritto che, a tutela degli interessi di Trump, in Scozia si sia schierato anche l’euroscettico Nigel Farage, che oggi il presidente eletto vuole fortemente come ambasciatore britannico negli Stati Uniti.

Per il momento ciò che si può dire con assoluta certezza è che, nonostante in passato gli Usa abbiano avuto presidenti provenienti da ceti alti, è la prima volta che al 1600 di Pennsylvania Avenue siede un miliardario con interessi internazionali.

Sicurezza nazionale
Trump
promette di unire intelligence, difesa e Stato maggiore per scongiurare ogni tipo di attacco, soprattutto quelli cyber, e mantenere la sicurezza delle strutture vitali di tutta la Nazione.

Ora non resta che dare poco più di tre mesi a Trump, che si insedierà il prossimo 20 gennaio, per vedere come farà a mantenere le promesse che ha fatto agli americani.

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Team per la trasformazione digitale, ecco la squadra di Piacentini

Team per la trasformazione digitale, ecco la squadra di Piacentini

tmInizia a prendere forma il Team per la trasformazione digitale che, con Diego Piacentini alla guida, dovrebbe imprimere una svolta decisiva ai processi di semplificazione e digitalizzazione del nostro Paese.

Sono in otto, annunciati dallo stesso manager, a fare il loro ingresso nella squadra: Simone Piunno sarà il chief technology officer, Raffaele Lillo entra come applied data scientist. E poi ancora Giovanni Bajo, per le relazioni con gli sviluppatori, Guido Scorza agli affari regolamentari nazionali ed europei, Simone Surdi come assistente tecnico e coordinatore delle attività. Spazio anche a Marisandra Lizzi, nell’ambito delle comunicazioni e delle pr.

Qualche nome al grande pubblico è più famoso, come quello di Scorza, editorialista (anche per Wired) oltre che avvocato; interessante è invece scoprire il background delle altre new entry, che non vanno solo a ricoprire un ruolo ma, come specificato a settembre, abbracceranno più complessivamente la visione declinata da Piacentini, quella di un Paese-sistema operativo, con dieci principi tecnologici-operativi alla base della trasformazione.

Nei nuovi ingressi figurano quindi Piunno come Cto, laurea in ingegneria elettronica ed importanti esperienze nell’ambito dello sviluppo di piattaforme web e mobile e relative integrazioni con i sistemi di operatori telefonici internazioni; il data scientist Raffaele Lillo, di ritorno dagli Usa, è già direttore di Advanced Analytics nella divisione Interactive di Igt (di cui fa parte Lottomatica), ed esperto di tecniche di analisi dei dati e machine learning per la costruzione di applicazioni smart; Giovanni Bajo, cto di Develer, esperto e promotore di software libero e buon esempio per chi vuole entrare nel mondo del lavoro, senza necessariamente passare dall’università (Bajo spera “di riuscire finalmente a discutere la tesi nel 2017″)

C’è chi, come Simone Surdi, ha scritto a Piacentini per “poter lavorare con lui a qualsiasi condizione“, saputo che il manager di Amazon avrebbe guidato la struttura governativa e chi,  come Scorza, esperto come giornalista e legale di nuove tecnologie,sulla necessità di “cambiare il modo di comprendere e scrivere le regole della governance dell’innovazione”.

Il team comunque continuerà a crescere, e a quanto pare le candidature non mancano per abbracciare il Manifesto che guiderà la trasformazione digitale.

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Poeta, performer, blogger e ora pure attore, chi è davvero Guido Catalano

Poeta, performer, blogger e ora pure attore, chi è davvero Guido Catalano

I poeti non lo considerano un poeta, ma un cabarettista. I cabarettisti non lo considerano un cabarettista, ma un poeta. Gli elettricisti non lo considerano un elettricista, e fanno bene“.
Inizia con queste parole il film su Guido Catalano, appena presentato al Torino Film Festival: Sono Guido e non guido di Alessandro Maria Buonomo.

Un mockumentary scherzoso e autoironico, che nello spiegare il successo di un autore che fa oltre 150 readings l’anno registrando il tutto esaurito, lo prende e ci prende in giro raccontando la figura del suo gemello immaginario Armando. Autore vero delle sue opere, affetto da reversofonia e comprensibile solo grazie all’Invertendo. Ovviamente lo interpreta lo stesso Catalano, con un paio di occhiali scuri addosso.

Tanta fantasia per raccontare la realtà di quello che Dente definisce “una rockstar, anzi una poemstar“. Catalano ha difficoltà a definirsi. Dice di sentirsi piuttosto un attore, un cantautore senza musica, un performer (e “un sex symbol”!). Ammette l’attesa pluriennale che i giornali si accorgessero di lui, visto che “la roba che faccio è abbastanza unica“. Racconta che ha iniziato a stare sul palco a 17 anni e non ha più smesso. Confessa un amore smodato per l’umorismo, senza il quale “la mia vita sarebbe ben triste“.

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Si sorride, guardando il film, esattamente come leggendo i suoi componimenti. E si riflette su un fenomeno, la poesia nel 2016. Che assume forme multiple e variegate: dalla (r)esistenza profondamente politica di Erri De Luca alla leggerezza estremamente socievole e social di Guido Catalano. L’ultimo dei poeti, è scritto nel suo romanzo D’amore si muore ma io no (ed. Rizzoli).

A chi lo critica, risponde dichiarandosi “criminale poetico seriale” con tanto di t-shirt a tema. Nel frattempo il 45enne torinese porta avanti il suo progetto di poesia a versi liberi, per lo più di argomento sentimentale, infarcita di ironia tanto per accattivarsi meglio il favore delle migliaia di persone che lo seguono sul suo blog e sui social network, dove è praticamente una star.

La sua prima opera risale al 2001, I cani hanno sempre ragione. Seguono una serie di pubblicazioni – Sono un poeta cara, La donna che si baciava con i lupi, e gli stra-venduti Ti amo ma posso spiegarti e Piuttosto che morire m’ammazzo – e collaborazioni con giornali (Il Fatto Quotidiano, Linus) e trasmissioni televisive e radiofoniche (da True Line su Mtv a Caterpillar di Radio 2).

Chi volesse assistere a un suo evento deve attendere: sul blog, Guidocatalano.it, scrive che dopo dieci anni di reading forsennati (quasi un migliaio in tutto) ha deciso di prendersi una vacanza per poi ripartire con “un nuovo Tour della Madonna – con tutto il rispetto per la Santa Vergine e per la signora Ciccone” a inizio 2017 e un nuovo libro di poesie per Rizzoli.

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Realtà virtuale: tenere lontano dalla portata dei bambini

Realtà virtuale: tenere lontano dalla portata dei bambini

(foto: Milo Sciaky)
(foto: Milo Sciaky)

La realtà virtuale è pronta a diventare un fenomeno di massa: Samsung Gear VR è arrivato sugli scaffali già l’anno scorso; nella prima metà del 2016 è stata la volta di HTC Vive e Oculus Rift; in queste settimane è PlayStation VR a invadere i negozi, mentre nei prossimi mesi sarà il turno dei primi dispositivi Google Daydream. Con tutte le domande che ci siamo fatti sulla realtà virtuale a questo punto una inizia a farsi un po’ più pressante: che impatto può avere questa tecnologia sui bambini, che nei prossimi mesi probabilmente si troveranno in giro per casa uno smartphone o una console dotati di visore e vorranno inevitabilmente provarli?

Daydream-View

Secondo Samsung, Gear VR non è adatto ai minori di 13 anni; Oculus e Google sono dello stesso avviso per quel che riguarda Rift e Daydream View; per Sony il limite minimo è di 12 anni; HTC infine si limita a comunicare che la sua tecnologia non è adatta ai più piccoli. Anche se non tutti i produttori concordano sul limite di età, ognuno insomma consiglia di tenere la realtà virtuale lontana dalla portata dei bambini. Le avvertenze a volte assurde che accompagnano i vari prodotti (“consultare un medico prima di utilizzare Oculus Rift in stato di gravidanza”) in realtà fanno presagire che ponendo certi limiti i grandi nomi del panorama VR vogliano semplicemente dimostrarsi cauti in mancanza di prove sull’eventuale pericolosità della nuova tecnologia. In effetti, interpellati sulla questione, medici ed esperti indipendenti ammettono proprio questo: di non avere abbastanza dati a disposizione per arrivare a un giudizio definitivo.

La certezza condivisa per il momento è una: la realtà virtuale non va vietata completamente ma — considerati sia la carenza di informazioni che l’elevato grado di neuroplasticità di bambini e ragazzi — meglio usare una certa cautela nel sottoporli a determinati stimoli. Da una parte, infatti, la maggior parte degli effetti collaterali della realtà virtuale sperimentabili dai bambini (come senso di nausea e difficoltà nella coordinazione oculo-motoria) è in comune con i fastidi provati dagli adulti; d’altro canto, però, gli effetti a lungo termine dell’uso prolungato o dell’abuso di questa tecnologia non sono chiari neppure su soggetti già usciti dalla fase dello sviluppo.

PSVR (Foto: Lorenzo Fantoni)
(Foto: Lorenzo Fantoni)

Un esempio sul quale la comunità si è espressa in termini discordanti riguarda il conflitto tra accomodazione e convergenza, un fenomeno dovuto al fatto che nella realtà virtuale gli occhi non hanno bisogno di mettere a fuoco i vari elementi del campo visivo in quanto si tratta di semplici rappresentazioni bidimensionali su uno schermo piatto. Considerato tra gli interruttori del tipico senso di fastidio provato da alcuni soggetti nella realtà virtuale, viene generalmente considerato come un fenomeno dalle conseguenze immediate e non particolarmente dannoso per i bambini. Alcuni ricercatori però ritengono prematuro liquidare i disturbi come temporanei, e la semplice mancanza di prove a sostegno di questa tesi è dovuta al fatto che la tecnologia non è disponibile da abbastanza tempo.

Pericoli di altra natura, poi, riguardano in modo più specifico le fasce d’età protette. Bambini e ragazzi sono meno abili degli adulti nel discernere ciò che è autentico dalla finzione, una differenza che questa tecnologia potrebbe acuire. Gli stessi contenuti pensati per essere spaventosi su uno schermo televisivo possono avere un impatto più radicale all’interno di un ambiente progettato per simulare la realtà; messaggi pubblicitari o manipolatori rischiano di scavalcare il filtro normalmente riservato ai contenuti di finzione solo perché il contenitore li fa sembrare reali, passando così per dati di fatto.

In attesa e nella speranza che le aziende costruttrici e la comunità scientifica uniscano le forze per arrivare presto a risultati definitivi, la migliore strada da percorrere è probabilmente quella del buon senso: seguire le indicazioni dei produttori in caso di incertezza o, meglio, esercitare un minimo di controllo sui tempi di utilizzo dei gadget e di supervisione sui contenuti.

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