Ecco un ologramma fatto con le onde sonore (e per questo anche tattile)

Ecco un ologramma fatto con le onde sonore (e per questo anche tattile)

Siamo sempre più vicini all’ologramma di Star Wars, proiettato da C1-p8, nel quale la principessa Leila inviava la celebre richiesta di aiuto:“Aiutami Obi-Wan Kenobi. Sei la mia unica speranza”. Ora, infatti, siamo riusciti a sviluppare un ologramma, o più correttamente una immagine volumetrica, visivo, acustico e addirittura touch. In particolare, i ricercatori dell’Università del Sussex, nel Regno Unito, coordinati da Ryuji Hirayama sono riusciti a sviluppare un’immagine in movimento 3D utilizzando nient’altro che una pallina di polistirolo e una serie di piccoli altoparlanti. Lo studio è stato pubblicato su Nature.

I ricercatori hanno messo a punto un dispositivo con 256 altoparlanti, posizionati sopra e sotto un piccolo modulo 3D che funge da display per le immagini. Gli altoparlanti, spiegano i ricercatori, emettono ultrasuoni per creare piccole sacche di bassa pressione nell’aria in cui galleggia la sfera di polistirolo. Così, manipolando le onde sonore emesse dagli altoparlanti, è possibile spostare velocemente la posizione delle sacche di bassa pressione e, quindi, controllare la posizione esatta della pallina.

Se questa si muoverà abbastanza velocemente, apparirà come una figura in 3D di cui è persino possibile cambiarne la forma nel tempo per dare l’impressione di un oggetto in movimento. Ma tutto ciò deve avvenire molto rapidamente: la figura, infatti, deve essere tracciata per intero in meno di 0,1 secondi (se si verifica un qualsiasi rallentamento, l’effetto visivo si perde). È possibile, inoltre, colorare gli oggetti 3D con raggi di luce rossa, verde e blu diretti sulla sfera.

Nel video, il dispositivo è stato in grado di creare una farfalla che sbatte le ali, numeri in sequenza e uno smile. “È come una magia”, afferma Hirayama, aggiungendo che questo ologramma si può anche toccare: gli altoparlanti, infatti, creano un’area di aria a pressione più elevata che circonda la pallina. Se qualcuno si avvicina a quest’area, spiega il ricercatori, avranno l’impressione di toccare l’immagine, anche se stanno in realtà solamente toccando l’aria.

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La Rai cancella Chef Rubio, dove ha sbagliato il cuoco ruspante della tv

La Rai cancella Chef Rubio, dove ha sbagliato il cuoco ruspante della tv

(Foto LaPresse/Andrea Panegrossi)

Chef Rubio, all’anagrafe di Frascati Gabriele Rubini, ha posizioni molto nette su diversi argomenti come la sicurezza interna, l’immigrazione o la geopolitica internazionale. E le esprime in modo altrettanto netto. Come molti di noi. Il punto è che è un personaggio televisivo che, per giunta, nelle sue trasmissioni si occupa di altri argomenti: la cucina dal basso, quella “unta e bisunta” delle trattorie dei camionisti, delle diverse specialità di paesi lontani che a noi appaiono spesso immangiabili e così via. Il suo primo problema è questo: il personaggio tv fa una cosa per cui certe posizioni in fondo non sono richieste, la persona sente l’urgenza di esplicitarle. E ci mancherebbe. Il fatto è che a volte lo fa in modi oggettivamente inaccettabili e in generale tiene un tono molto ruvido.

In altre parole, il primo addenta un maxipanino col lampredotto o qualche cavalletta arrostita cinese, il secondo sveste i panni dell’esploratore culinario ruspante e magari si lancia in una crociata antisionista dai toni durissimi. Ad esempio, in occasione della morte del reporter italiano Simone Camilli a Gaza, lo chef twittò: “Israele ‘nonstato’ nazista. Sionisti cancro del mondo. Rip”. Un’altra volta, invece, scrisse che “mutilare i civili palestinesi è ciò che riesce meglio all’IDF. Per questo danno lezioni in tutto il mondo: farlo in maniera pulita e letale. È successo in #Guatemala, in #India (maggior acquirente di armi israeliane) per il #Kashmir, e adesso in Chile. Perché non lo dite?”. Sono posizioni personali, come altre espresse contro l’ex ministro Matteo Salvini nel corso delle diverse crisi degli sbarchi ma pure più di recente, esposte in modo estremamente duro, nell’ultimo caso al limite delle minacce.

Posizioni che in questi giorni gli starebbero costando l’allontanamento dalla tv. Non solo nella pausa del rapporto col gruppo Discovery, che pare fosse comunque già in cantiere da tempo e presa di comune accordo, ma anche per l’annullamento di una puntata del programma #RagazziContro su Rai2 già registrata e che, appunto, non verrà trasmessa. Decisione unilaterale della Rai che, oltre tutto, non sembra ancora aver comunicato alcunché ufficialmente allo chef e al suo staff. Curioso, comunque, come l’intervento fosse stato registrato più di un mese fa quando Rubini era già il Rubini che conosciamo: cos’è cambiato nel frattempo di significativo? Nel frattempo anche Amnesty, che Rubio ha spesso supportato, sembrerebbe aver preso le distanze.

Al di là del merito, su cui a volte si è davvero molto distanti altre volte, come accaduto nel caso delle crisi migratorie, più vicini, quella di Chef Rubio sembra una battaglia persa nel metodo. Perché il cuoco sembra volersi opporre al linguaggio dell’odio con altro linguaggio dell’odio. Una tattica che purtroppo – lo spiegano molto bene alcuni testi di riferimento sul tema come La disputa felice di Bruno Mastroianni – esaurisce quanto di condivisibile potrebbe esserci in alcune di quelle posizioni nel momento stesso in cui quello scontro si consuma, quasi sempre su Instagram o Twitter. Quel che resta sono  spesso solo scorie digitali, una sfida di parole ostili.

Se Rubini avesse (avuto) il modo e la chiave per problematizzare molti di quei punti, in una parola per spiegarli scaricando il suo approccio generale di quanto c’è di superfluo o di offensivo, schivando il rischio – pressoché scontato – di diventare a sua volta bersaglio e sparring partner di scambi velenosi, e magari di infilare alcuni di quegli aspetti problematici nei suoi programmi, probabilmente ci avrebbe guadagnato non solo la sua professione ma anche chi lo segue.

In definitiva Rubio è diventato, neanche troppo “suo malgrado” visto che ciascuno di noi deve rispondere di ciò che scrive, un polarizzatore dai toni estremi esattamente come molti dei personaggi che contesta, che gli si pongono contro o che sostengono tesi diametralmente opposte alle sue. Ha scelto il ruolo del populista anche lui, nel senso che parla di temi che da social non sono usando toni che li infiammano, senza aiutarci a fare passi avanti. Ci si potrà anche domandare come mai un ministro dell’Interno campione di cyberbullismo e avvelenamento potesse farlo con la massima serenità e un cuoco tv no, ma il punto non è chi possa o non possa farlo – fino ai limiti della libertà d’opinione possiamo farlo tutti, per fortuna – quanto in che modo questo finisca con l’influenzare il proprio percorso.

Semmai sarebbe da interrogarsi su quanti personaggi con toni e posizioni che vengono contestate a Rubio, o anche molto di peggio – una su tutte: abbiamo ormai sdoganato i neofascisti nei salotti serali – continuino liberamente a parlare sulla tv pubblica e privata, proprio ora, nel momento in cui scriviamo, accolti dai più insopportabili programmi televisivi.

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La bufala dei seggiolini anti-abbandono che “friggono” i bambini

La bufala dei seggiolini anti-abbandono che “friggono” i bambini

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(foto: Jessica Peterson/Getty Images)

Tanto si è parlato, e si continua a parlare, della nuova normativa che obbliga a installare seggiolini anti-abbandono in tutte le auto che trasportano bambini fino ai 4 anni di età. Accanto a tutte le ragionevoli critiche sulle questioni legali, economiche, procedurali e sociali, però, ce n’è anche una prettamente scientifica che proprio non sta in piedi. In pratica, si sostiene che le onde elettromagnetiche associate ai sistemi di comunicazione wireless dei seggiolini provocherebbero danni alla salute dei più piccoli, “friggendoli” e “bombardandoli” con radiazioni nocive.

Le tesi (pseudoscientifiche) di chi protesta

Argomentazioni del genere si leggono su diversi siti italiani, dalla pagina Facebook Attiviamoci tutti al sedicente portale di notizie online OrticaWeb, o anche nei commenti comparsi sotto articoli di approfondimento (di per sé ineccepibili) come ad esempio su Hardware Upgrade. “Espone la popolazione infantile a ulteriori elettrofrequenze”, è l’accusa iniziale, seguita dalla presunta constatazione che “l’inquinamento elettromagnetico è una concausa del cancro e di altre malattie cronico-degenerative”. Citando una mozione presentata dalla deputata Sara Cunial, peraltro già respinta, si parla di un “bombardamento da radiofrequenze” imputabile al segnale d’allarme anti-abbandono e al mantenere acceso lo smartphone mentre si è al volante.

Si lamenta inoltre l’assenza di sperimentazioni specifiche, in sostanza invocando il principio di precauzione, e si dice che “i bambini non dovrebbero utilizzare cellulari, smartphone, tablet e cordless, […] che andrebbero tenuti a distanza, o ancor meglio spenti. Infine, si legge di quanto il problema dell’abbandono sia poco significativo se confrontato con i casi di tumore indotti dalle radiazioni anche nei più piccoli, scagliandosi pure contro una lunga serie di altri dispositivi smart. E lamentando, attraverso alcuni commenti degli utenti, che nel caso del seggiolino ci sarebbe l’ulteriore aggravante della prossimità con i genitali.

Prima bufala: la legge mal interpretata

Ancor prima di discutere le (mancate) evidenze scientifiche a supporto delle accuse rivolte a chi ha promosso la normativa, è sufficiente leggere con un minimo di attenzione il testo del provvedimento per privare le lamentele di fondamento. Come riporta il sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e come peraltro ha discusso Bufale un tanto al chilo, la normativa specifica che è possibile che seggiolini e dispositivi anti-abbandono siano collegati allo smartphone del genitore con una app o tramite Bluetooth per inviare notifiche”.

Quella premessa “è possibile” chiarisce che il collegamento wireless con l’automobile o con i telefonini non è affatto obbligatorio, ma solo opzionale. Se dunque (pur senza ragioni scientificamente sensate) qualcuno desiderasse rimuovere del tutto le onde elettromagnetiche associate al seggiolino, lo si potrebbe fare – a patto di trovare un dispositivo ad hoc – senza violare alcuna normativa. Non occorre certo essere dei guru dell’innovazione per rendersi conto di quanto sarebbe stato assurdo e anacronistico negare questa possibilità, impedendo che una soluzione tecnologica semplice (e, come vedremo, sicura) possa essere sfruttata per semplificare la vita dei genitori.

Come se non bastasse, è la normativa stessa a imporre garanzie sulla salubrità dei dispositivi anti-abbandono. Lo ha riportato anche Il Sole 24 Ore qualche settimana fa: [i seggiolini] devono essere in linea con la normativa di compatibilità elettromagnetica, perché ricevono ed emettono onde radio quando funzionano”. Vale a dire, i sistemi di trasmissione wireless dei dispositivi devono sottostare alle normative di sicurezza, e seguire l’iter di approvazione anche per quanto riguarda il sistema di telecomunicazione. Escludendo l’esistenza di fantomatici complotti per omologare seggiolini insicuri e nuocere alla salute dei bambini, il tema della sicurezza è già risolto in partenza.

Seconda bufala: i danni delle onde elettromagnetiche

Il timore dell’invisibile, il principio di precauzione come freno a qualunque innovazione e l’allarmismo generico sulle radiazioni non sono certo una novità dei seggiolini anti-abbandono, ma pure in questo caso sono temi tornati protagonisti delle discussioni e delle proteste. Di onde elettromagnetiche e telecomunicazione abbiamo già parlato qui su Wired in molte occasioni, incluso l’ultimo filone a proposito degli allarmismi sulla tecnologia 5G, e in sintesi si può dire che secondo la comunità scientifica al momento non sono emersi particolari elementi di preoccupazione.

Per di più, in questo caso si tratta di tecnologie di comunicazione (il Bluetooth e i sistemi di trasmissione radio) impiegati da anni, molto meno performanti in termini di potenza e raggio d’azione rispetto ai sistemi all’avanguardia e perciò né abbastanza nuovi da giustificare la richiesta di attendere l’esito degli studi, né con caratteristiche tecniche tali da sollevare particolari timori.

Bufala bonus: due pesi e due misure

Le proteste e gli allarmismi sui “bambini cotti al microonde” hanno un ulteriore elemento grottesco, legato a ciò che di fatto succede in tutte le automobili. Quando, ad esempio, si leggono le lamentele sulla necessità di mantenere acceso lo smartphone durante il viaggio in auto, verrebbe da chiedersi quante persone effettivamente lo spengano ogni volta che entrano nell’abitacolo. O quante persone chiedano a tutti i passeggeri di disattivare o mettere in modalità aereo i loro dispositivi, chiudendo anche auricolari Bluetooth, navigatori e altri dispositivi connessi. O quanti non avvicinino mai a un bambino uno smartphone o un tablet connesso a internet, quanti non portino mai il bambino in un’area in cui c’è una rete wifi o la copertura 3G/4G/5G, o quanti non facciano mai giocare i propri figli con un oggetto radiocomandato. Insomma, non è chiaro perché proprio il seggiolino smart dovrebbe fare la differenza. Ribadito che non esistono evidenze che tutto ciò abbia un impatto negativo sulla salute, l’unica ricetta proposta dai complottisti del seggiolino parrebbe essere lo spegnimento totale di qualsiasi forma di telecomunicazione.

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5 reunion di serie tv che vorremo

5 reunion di serie tv che vorremo

C’è stata quella di Beverly Hills 90210, quella di Veronica Mars e prima ancora quella di Una mamma per amica; quella di Will and Grace si conclude quest’anno; in futuro vedremo quella di Battlestar Galactica, di Bayside School e anche quella di Gossip Girls, e si sta parlando in queste ore in modo molto insistente di uno speciale celebrativo di Friends con tutti i suoi protagonisti: le reunion dei cast delle serie tv, soprattutto se inserite in stagione revival o veri e propri reboot, sono l’ultima tendenza nostalgica della tv di oggi. Il pubblico vuole rivedere i personaggi che hanno segnato la loro giovinezza e dall’altra parte i network ma soprattutto i servizi di streaming cercano titoli forti e riconoscibili per affermarsi. Ma in questo scenario, allora, quali sono i programmi che vorremmo rivedere in onda?

1. Dawson’s Creek

I creatori e il cast sono stati più volte interpellati e sembrano essere stati piuttosto chiari: un ritorno di Dawson’s Creek non si farà, per ragioni tecniche ma anche di opportunità. Da una parte la maggior parte dei suoi attori, a partire da Michelle Williams (ma che nella serie è peraltro morta), oggi costerebbero troppo per metterli tutti insieme; dall’altra una storia che ha avuto le sue evoluzioni, le sue peripezie e una sua conclusione tutto sommato dignitosa cos’altro avrebbe da dire oggi?

Eppure i giovani che hanno seguito le avventure dei quasi ventenni Dawson, Pacey, Joey e Jen sono cresciuti con loro e probabilmente non hanno mai smesso di chiedersi che ne è stato della loro vita. Il petulante Dawson è riuscito davvero a sfondare nel mondo del cinema? Joey è sopravvissuta alla crisi dell’editoria? E sta ancora assieme a Pacey? La curiosità di vederli sulla soglia dei quarant’anni e magari capire che anche loro non se la passano così bene è un sentimento troppo difficile da sotterrare, anche se come sempre bisogna stare attenti a ciò che si desidera.

2. Firefly

Quasi tutte le creazioni di Joss Whedon, data la loro carica narrativa e simbolica, meriterebbero un ritorno sullo schermo. Ma se proprio dobbiamo scegliere (e sappiamo quanto un ritorno di Buffy sia complicato sotto tantissimi punti di vista), allora la scelta cadrebbe su Firefly. Quest’epica fantascientifica dai tratti western è andata in onda dal 2002 al 2003 per una sola stagione ma fece comunque in tempo a conquistare il cuore di moltissimi spettatori, tanto che poi la saga continuò col film Serenity e con altre versioni a fumetti o ludiche.

Umorismo insolito, personaggi strambi e marginali, un senso dell’azione mai troppo enfatico e soprattutto un’inventiva infinita e spesso al servizio di messaggi importanti facevano di Firefly un unicum nelle pur numerose serie fantascientifiche incentrate sull’equipaggio di una nave spaziale. A guidare tutto c’era il capitano Mal interpretato da Nathan Fillon, poi acclamato anche nella serie Castle. Rivedere questi protagonisti insieme sarebbe un grande regalo, qualsiasi sia stato poi il loro destino nell’universo.

3. Freaks and Geeks

Creata da Paul Feig (Le amiche della sposa, Last Christmas) e prodotta da Judd Apatow (Molto incinta, la serie Love), Freaks and Geeks è stata una serie talmente di culto che da noi in Italia non è mai stata trasmessa durante il suo corso originale, fra il 1999 e il 2000, ed è arrivata su Netflix solo nel 2016. A dire il vero anche negli Stati Uniti è stata cancellata dopo pochi episodi, ma ha davvero lasciato il segno sul pubblico, a cominciare dal cast eccezionale di attori che hanno fatto poi una carriera decisamente folgorante: James Franco Linda Cardellini, Seth Rogen, Jason Segel e Lizzy Caplan fra tutti.

Ambientata in una scuola superiore americana agli inizi degli anni Ottanta, la serie ha lasciato il segno anche per il suo taglio inedito che si concentrava appunto sugli emarginati dalla solita narrazione scolastica del piccolo e grande schermo, che si era sempre concentrata su bulli, pupe e qualche geniale eccezione. Il focus su una sottocultura che non era certamente sdoganata come oggi, ma trattata senza pietismi ma anzi con grande brillantezza, fa pensare che oggi sarebbe interessante vedere che fine hanno fatto i personaggi. L’idea è presto pronta: potrebbero ritrovarsi per il ventennale del loro anno scolastico e confrontare così come sono andate le loro vite nel frattempo.

4. Sex and the City

Anche Sex and the City ha segnato, nel bene o nel male, un’epoca di televisione, rivoluzionandone anche alcuni schemi. Portare il sesso sul piccolo schermo, liberandolo di certi freni inibitori e costruendogli attorno una cornice coerente, non per forza trasgressiva ma decisamente glamour, è stata un’operazione importante, soprattutto alla fine degli anni Novanta in cui ha fatto il suo debutto. A guardarlo ora certe cose ci sembrano obsolete, altre decisamente inaccettabili, come una certa trattazione succube della donna nel mito del principe azzurro o la focalizzazione solo su personaggi bianchi e benestanti.

Ma appunto sarebbe interessante rivedere in azione le protagoniste originali (anche se sappiamo bene le faide che intercorrono soprattutto fra Sarah Jessica Parker e Kim Catrall) magari in una posizione più defilata a fare da mentori a una nuova generazione di donne. Fra l’altro anche il sesso è cambiato moltissimo negli ultimi vent’anni, introducendo tematiche come l’online dating o la fluidità impensabili un tempo. Un aggiornamento di quelle tematiche sarebbe quindi davvero intrigante e magari altrettanto rivoluzionario.

5. Er

Il genere medical in questi ultimi decenni ha avuto diverse e fortunate declinazioni, da Dr House a Grey’s Anatomy, da Nurse Jackie a The Resident. Eppure niente sarebbe stato possibile senza il capostipite, Er. Tutto ciò che è venuto dopo è stata una continua riproposizione, anche se con tagli ogni volta diversi, di quell’intuizione avuta dal romanziere Michael Crichton, ovvero che nei corridoi del pronto soccorso di un ospedale sono contenute tutte le sfumature più forti dell’umanità. Da quel lontano 1994 sono passati molti anni e ovviamente è cambiato anche il mondo degli ospedali, soprattutto americani.

C’è da dire che poi la maggior parte degli attori di quella fortunata serie, da Noah Wyle a Julianna Margulies, ma soprattutto George Clooney, hanno avuto una carriera piuttosto solida che renderebbe piuttosto difficoltoso un ritorno su questo set. Eppure altri personaggi minori (o lo spirito del dottor Mark Greene) potrebbero guidarci fra una nuova generazione di medici e infermieri. E se proprio con Er non è possibile, possiamo sempre riprendere in mano Scrubs.

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Google Maps aiuta i turisti pronunciando 50 lingue gli indirizzi

Google Maps aiuta i turisti pronunciando 50 lingue gli indirizzi

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(Foto: Google)

Spesso mostrare un indirizzo su una mappa può non essere sufficiente per comunicare una destinazione per esempio a un taxista poco pratico di tecnologia oppure a un passante per strada. Essere turisti in paesi con un alfabeto completamente diverso può rendere ogni spostamento problematico, ma grazie al prossimo aggiornamento di Google Maps verrà introdotta una funzionalità davvero molto interessante.

Sull’applicazione per Android e iOs ci sarà infatti una piccola (grande) novità distinguibile già a livello grafico visto che accanto a ogni via, esercizio commerciale o punto di interesse apparirà un microfono blu. Facendo tap con il polpastrello e attivando l’altoparlante, il software andrà a pronunciare l’indirizzo nell’idioma locale e con la giusta pronuncia, per una comunicazione più semplice e immediata con le persone del posto.

Non solo, si creerà anche un collegamento rapido a Google Translate per una traduzione più completa e approfondita senza dover copiare e incollare aprendo e chiudendo i due software. Grazie alla localizzazione geografica, Google Maps capirà all’istante dove ci troviamo pescando il dizionario corretto senza doverlo selezionare manualmente.

Certo, per il momento gli idiomi supportati sono cinquanta (tra i quali l’italiano), ma visto l’immenso database di Google in continuo aggiornamento, non è difficile pensare che l’elenco aumenterà in modo graduale nel corso dei prossimi mesi. Va da sé che per paesi come la Cina dove Google e i suoi servizi sono bloccati si dovrà per forza passare da un vpn per sfruttare questa capacità.

L’aggiornamento di Google Maps con traduzione istantanea degli indirizzi in lingua locale è promessa per il fine mese in corso e sarà naturalmente gratuito sia su Android sia per iPhone. Per utilizzare questa funzione sarà necessario avere una connessione attiva via wi-fi oppure con traffico dati.

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Arriva la traduzione simultanea su Google Maps

Arriva la traduzione simultanea su Google Maps

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(Foto: Getty Images)

Google integrerà le funzioni del suo traduttore all’interno di Google Maps con l’intento di facilitare i viaggi in paesi stranieri dove la lingua è un ostacolo. Attraverso Google Maps gli utenti, oltre a impostare il navigatore satellitare, possono perlustrare i quartieri, prenotare hotel o ristoranti e informarsi sulle attività presenti nella zona circostante.

Tutto questo diventa difficile quando ci si trova in un paese straniero, del quale non si conosce l’idioma, e la lingua diventa un grosso ostacolo che impedisce di muoversi agilmente, soprattutto in quei paesi dove non si ha familiarità nemmeno con l’alfabeto.

Per permettere ai propri utenti dei viaggi più sereni senza questo fastidioso ostacolo, Google ha implementato in Google Maps le funzioni di Google Traduttore dando vita a una nuova funzionalità dell’app che consentirà al dispositivo di pronunciare il nume del luogo o il suo indirizzo nella lingua locale. In questo modo per gli utenti così più facile chiedere informazioni alle persone del posto.

Google Maps integra le funzioni di Google Traduttore per far pronunciare al telefono i nomi dei luoghi nella lingua locale (fonte: Google)

Se pure la conversazione risulta difficile, Google Maps effettuerà un collegamento rapido a Google Traduttore consentendo ai suoi utenti di conversare attraverso di esso. La tecnologia adoperata dal motore di ricerca sfrutta la geolocalizzazione per rilevare automaticamente la lingua parlata nel luogo in cui l’utente si trova e affiancandola a quella impostata sul telefono.

Nel momento in cui l’utente all’estero cercha un punto d’interesse, Google Maps mostr, l’icona dell’altoparlante accanto al nome del luogo cercato. Premendo su di essa sarà possibile visualizzare e ascoltare la traduzione nella lingua locale del nome luogo cercato. In Italia la nuova funzionalità sarà resa disponibile entro la fine di novembre sui sistemi Android e iOS con il supporto per 50 lingue, a cui ne verranno aggiunte altre nei prossimi mesi.

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Come si crea un coltello? La parola al professionista

Come si crea un coltello? La parola al professionista

I coltelli, lo saprete già, non sono tutti uguali: possono ovviamente servire a scopi diversi e al contempo, come per qualsiasi altro oggetto, custodiscono lo stile e il know how di chi li crea. In questo video, la professionista Chelsea Miller spiega come si costruisce un coltello, con sei crescenti livelli di complessità. Si parte dal modello più semplice, quello integralmente in legno (ma anche in questo caso bisogna fare attenzione: alla propria sicurezza, ma anche a non asportare dalla materia prima troppo materiale, pena dover rifare tutto da capo).

Al terzo livello ecco una nuova difficoltà, con l’introduzione del metallo: serviranno macchinari diversi, bisognerà usare precauzioni diverse e stare attenti alla postura. Per affilare una lama ci vogliono ore e Miller dà anche qualche suggerimento su come tenere i gomiti, come muovere il corpo per non essere troppo rigidi. Non sarete voi a imporre il ritmo ma seguirete, di fatto, il movimento del materiale.

Attenzione anche alla cartavetrata con cui rifinirete il coltello, finite le procedure hardware: meglio separare quella con cui opererete sul legno da quella per la parte metallica.

La domanda sorge spontanea: cosa prevede il sesto livello? Un coltello da chef in acciaio al carbonio, il materiale preferito da Miller.

 

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Italia prima in Europa per morti da polveri sottili, ma non sembra un problema

Italia prima in Europa per morti da polveri sottili, ma non sembra un problema

Sempre sull’onda del riscaldamento globale e del cambiamento climatico di cui l’emergenza a Venezia ci sta fornendo una drammatica dimostrazione, arriva ora uno studio continuativo pubblicato su The Lancet secondo il quale l’Italia fa registrare un altro record negativo europeo, sulla scia di alcuni allarmanti rapporti usciti già negli scorsi anni: siamo il primo paese in Europa, e undicesimo nel mondo, per morti premature da esposizione alle polveri sottili Pm2.5. Lo scorso marzo l’Organizzazione mondiale per la sanità aveva spiegato che l’aria inquinata uccide ogni anno 80mila persone solo in Italia, collocandoci addirittura un po’ più in alto nella triste classifica, intorno al nono posto, forse perché teneva in considerazione anche altri tipi di gas nocivi come Pm10, biossido di azoto e ozono.

Un bilancio disastroso che si inserisce in un quadro apocalittico: ogni anno morirebbero circa 8 milioni di persone per l’inquinamento atmosferico sia in locali chiusi (4,3 milioni) che all’aperto (3,7 milioni). Lo 0,1% della popolazione mondiale che soffre, specie nei Paesi a basso e medio reddito, l’uso di combustibili come legna, carbone e residui organici in sistemi privi di abbattimento delle emissioni ma anche mobilità privata. Le immagini arrivate pochi giorni fa da Nuova Delhi, con agravamenti proprio nelle ultime ore, non ci stupiscono più, anche se dovrebbero: le Pm2.5 hanno toccato livelli venti volte superiori al limite tollerabile dalle linee guida dell’Oms. Il governatore Arvind Kejriwal ha paragonato la capitale indiana a “una camera a gas”. Sebbene in quel caso le ragioni siano in parte locali, legate ad esempio alla bruciatura delle stoppie nelle regioni che circondano la città.

Lo studio su The Lancet, intitolato Countdown on Health and Climate Change, spiega come nel 2016 siamo stati registrati in Italia 45.600 decessi in età precoce. Una strage che forse dobbiamo ostinarci a paragonare ad altre cause di morte precoce che colpiscono il paese per comprenderne la portata reale: gli incidenti stradali, nel 2018, hanno per esempio causato 3.334 vittime. Sempre troppi, ovviamente. Eppure l’allarme sociale è giustamente enorme (anche perché, a onor del vero, i feriti sono stati 242mila) e senz’altro superiore alla qualità dell’aria che respiriamo. Ma il punto è che su temi del genere – il clima che cambia e ci sovrasta, ci uccide perfino se non ci muoviamo in modo serio e tempestivo – fatichiamo ancora a cogliere le dimensioni concrete. E le conseguenze.

Inondazioni, incendi, sconvolgenti ondate di calore, fenomeni atmosferici violentissimi – certo non anomali in senso assoluto né sconosciuti ma la cui potenza e frequenza è in costante aumento – innalzamento del livello dei mari, cambiamenti climatici e migrazioni forzose, diffusione di malattie infettive sconosciute, si pensi alla dengue o al colera: sono temi lampanti ma che fino a qualche tempo fa pensavamo non potessero toccarci. Non solo ci stanno toccando ma ci stanno anche uccidendo. Ripetiamolo: 40mila persone l’anno scomparse per l’aria inquinata in un paese occidentale che, sotto questo profilo, sembra più vicino alle aree in via di sviluppo che a quelle più avanzate.

In questo senso la sfida climatica e ambientale avanzata da Greta Thunberg e dal movimento che le si è raccolto intorno è fatale: numeri come questi costituiscono al momento l’eredità che lasceremo alle prossime generazioni se, come minimo, non ci allineeremo agli obiettivi degli accordi di Parigi. Dai quali, per giunta, protagonisti come gli Stati Uniti scappano a gambe levate: scambiano più margini di manovra oggi su vincoli e fonti energetiche ipotecando il futuro prossimo, un futuro che però sta fregando tutti perché è ormai quasi il presente. Come quelli che si abbuffano a cena pensando che i chili di troppo o i problemi alla salute non arriveranno mai: alla fine la natura presenterà il conto.

Tutto questo impatta non solo sul dato umano ma anche su quello economico: quelle morti da Pm2.5 ci costano perdite per milioni di euro, le ondate di calore che investono alcune aree, in particolare del Mediterraneo, riducono le ore lavorate (si stima una perdita di 45 miliardi di ore perse nel 2018 rispetto al 2000, 1,7 milioni in Italia) sena contare i danni dai fenomeni naturali – solo il maltempo dello scorso autunno sull’Italia, in particolare il Triveneto, ci è costato 5 miliardi di euro – le ricadute sui servizi pubblici e sui sistemi sanitari, la malnutrizione e la riduzione del potenziale dei raccolti. L’unica strada per chi ha già coscienza è premiare la politica che metta davvero al centro questi argomenti, senza rinunciare alla crescita ma legandola alle tecnologie pulite. Per chi non ha coscienza, ci stanno purtroppo pensando il clima e la stessa avidità umana.

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Sono solo fantasmi pretende di essere il Ghostbusters italiano e quasi ci riesce

Sono solo fantasmi pretende di essere il Ghostbusters italiano e quasi ci riesce

Un giorno qualcuno dovrà studiare sul serio i film di Christian De Sica regista, anche quando, come in questo caso la regia “tecnica” come la chiama lui, cioè la regia di tutti i comparti che non sono la recitazione, la fa il figlio Brando (e si vede, per fortuna), anche quando come in questo caso il soggetto, cioè l’idea della storia, viene da Nicola Guaglianone e Menotti, lo stesso duo dietro Lo chiamavano Jeeg Robot. Anche qui, in Sono solo fantasmi insomma, Christian De Sica è capace di fare sua l’idea di base dandogli un afflato e una personalità che, nel bene o nel male, sono unici e soprattutto personali e intimi.

La storia è presto detta, tre fratelli che non si vedono da una vita sono riuniti dalla morte del padre con cui avevano pochi rapporti. Sperano in un’eredità e invece solo debiti. Il più ingenuo e squilibrato dei tre però parla di fantasmi e li introduce alla paradossale attività di scaccia spiriti che, sia vera o meno, comincia a fruttargli dei soldi. Quale fosse davvero l’intento del film è possibile capirlo da una sequenza posizionata più o meno al centro. È una parte animata che ricostruisce ciò che è avvenuto nel passato, una maledizione e un fantasma. È una scena che per design e ambizioni parla di paura più o meno seria, parla di turbamento come lo poteva fare Zuul in Ghostbusters.

Il resto del film invece contamina occasionali fuoriuscite in quella zona con la pochade classica di De Sica e non riesce a creare armonia tra i due toni (che invece era il segreto di Ghostbusters, la commedia che non inficia, anzi esalta l’avventura). La scelta di una fotografia chiara e naturalistica è uno scoglio troppo alto da superare per arrivare alla vera azione (anche se grazie al cielo, Brando De Sica almeno cerca di dare impulso alle scene con videocamera a mano e obiettivi deformanti). Eppure l’idea non è male, non è male davvero.

Non solo Napoli è davvero l’unica città in Italia in cui una storia simile, una di fantasmi che infestano e fanno dispetti, è credibile, l’unica a rischio distruzione, l’unica che abbia dentro di sé un’umanità che può convivere con lo spiritismo, ma anche il grande finalone quasi apocalittico è perfetto. E il fatto che pedissequamente Sono solo fantasmi ricalchi tutti i passaggi di Ghostbusters (indigenza dei protagonisti, primi casi, società, quartier generale, auto a tema, contrasto con gli scettici che liberano i fantasmi….) non è necessariamente un male perché il film ha una sua personalità. Che poi tutto ciò che in Ghostbusters è elettrico, elettronico e scientifico qui diventi sciamanico, a candele, cattolico (addirittura i fucili attaccati agli zainetti protonici diventano formule esoteriche egizie) può indispettire, far ridere o fare tenerezza a seconda di come la si veda, ma è indubbiamente vicino all’ambientazione e sensato con i presupposti.

Il punto è che sarebbe servito davvero un altro look per accreditarlo e dargli plausibilità, perché l’accostamento visivo alla commedia italiana sempliciotta lo fa arrancare anche nelle parti migliori. Anche accettando quanto sia maldestro il film nelle parti di avventura sarebbe potuto comunque essere una variazione italiana accettabile del film di Ivan Reitman. Perché di Ghostbusters capisce una cosa molto importante: quanto conti la città in una storia di fantasmi. New York è molto presente con i suoi veri luoghi e il carattere dei suoi cittadini, qui Napoli è altrettanto presente con luoghi, architetture, il suo villain atavico (il Vesuvio) e con il carattere di chi la abita (pericolosamente vicino alla macchietta ma da quel punto di vista obiettivamente poteva andare peggio). Di fatto non potrebbe essere stato ambientato in un altro posto senza cambiare parte della storia.

E infine una vera idea sorprendente questo film ce l’ha. Ad infestare la vita dei tre è il fantasma di un padre che si chiama Vittorio, ha la voce di De Sica che imita quella di suo padre ed è anche interpretato da Christian truccato come il padre. E Christian De Sica che sullo schermo viene a patti con un padre ingombrante, che si giocava tutto al casinò, spesso assente e difficile, interpretando un travet in un film co-diretto con il figlio Brando è, in effetti, qualcosa.

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L’accesso a internet va riconosciuto come diritto umano

L’accesso a internet va riconosciuto come diritto umano

(foto: Desmond Boylan / Associated Press)

Uno studio condotto nell’università di Birmingham è giunto alla conclusione che l’accesso a internet gratuito deve essere considerato un diritto umano. Merten Reglitz, docente di etica globale all’università di Birmingham, ha pubblicato sul Journal of Applied Philosophy la sua ricerca, nella quale sostiene che internet potrebbe consentire a miliardi di persone di condurre delle “vite minimamente decenti”, in particolare nei paesi in via di sviluppo.

L’accesso a internet non è un lusso, ma un diritto umano morale e tutti dovrebbero avere un accesso non monitorato e senza censure a questo mezzo globale, fornito gratuitamente a coloro che non possono permetterselo”, ha specificato Reglitz.

“Senza tale accesso”, continua Reglitz, “molte persone mancano di un modo significativo per influenzare responsabilmente le istituzioni. Queste persone semplicemente non hanno voce in capitolo nel definire le regole a cui devono obbedire e che modellano le loro possibilità di vita”.

La ricerca attribuisce a internet una possibilità senza precedenti per proteggere i diritti umani fondamentali di libertà e indipendenza personale. Inoltre, definendo i diritti umani morali come tutti quelli basati su interessi universali essenziali per una vita dignitosa, l’accademico assegna a internet il titolo di diritto umano.

Reglitz spiega che il diritto a internet è paragonabile al diritto globale alla salute. Nei paesi sviluppati gli utenti che possono permetterselo dovrebbero pagare l’accesso a internet mentre stati in via di sviluppo dovrebbero offrire postazioni pubbliche per l’accesso gratuito a internet e sviluppare le infrastrutture necessarie per sviluppare maggiori accessi. Anche la World Web Foundation indica che l’ostacolo più grande a ottenere l’accesso universale alla rete è proprio il costo della connessione, indicando che su tutta la popolazione globale ci sono ancora 2,3 miliardi di persone che non hanno accesso a internet a prezzi abbordabili.

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