Gli antimalarici come la clorochina sono efficaci contro il coronavirus?

Gli antimalarici come la clorochina sono efficaci contro il coronavirus?

Coronavirus
(foto: Getty Images)

Gli antimalarici sono efficaci contro il coronavirus? Mentre Donald Trump e il suo entourage continuano a sponsorizzarne l’uso per segnare un punto decisivo nella battaglia contro Sars-Cov-2 e ordinano all’India milioni di dosi, la comunità scientifica non riesce a dare un segnale chiaro: se da una parte i maggiori esperti al mondo invitano alla cautela sottolineando l’attuale inconsistenza delle prove sperimentali, dall’altra i medici di mezzo mondo hanno cominciato a prescrivere clorochina e idrossiclorochina ai pazienti affetti da Covid-19. Se ci aggiungiamo i sospetti interessi economici, poi, capire in chi riporre fiducia diventa un bel problema.

Ecco quello che sappiamo.

Antimalarici, antireumatici

Clorochina e idrossiclorochina sono farmaci che da oltre 70 anni sono usati nella profilassi della malaria, per impedire al parassita che la provoca di annidarsi nel nostro organismo a seguito della puntura delle zanzare vettori. Il meccanismo d’azione non è tuttora chiarissimo, ma tant’è i farmaci funzionano e il fatto siano anche economici non guasta. Bisogna però fare attenzione alle dosi e valutare l’anamnesi del paziente per non incorrere negli effetti avversi più gravi, tra cui il collasso cardiovascolare.

Clorochina e idrossiclorochina nel tempo hanno trovato anche un’ulteriore applicazione e oggi sono usati con successo nel trattamento di alcune malattie reumatiche, quali il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide. I reumatologi li prescrivono di routine, conoscendone bene i pro e i contro.

Anche antivirali?

Nel mondo scientifico l’idea che questi farmaci abbiano un’azione antivirale è stata proposta ormai da diverso tempo, ma non sempre gli studi hanno dato risultati univoci. Molto dipende dal virus in studio. Tuttavia una delle forti motivazioni che hanno spinto a iniziare a somministrare clorochina e idrossiclorochina a chi contrae Covid-19 è il fatto che questi farmaci avessero già dato qualche evidenza di efficacia contro un altro coronavirus, quello della Sars nel 2002-03. L’ipotesi era e rimane che agendo sul pH delle cellule queste molecole impediscano al virus di infettare e/o di completare con successo il ciclo di replicazione.
Sulla base di alcuni esperimenti in vitro portati avanti a febbraio, i medici di Wuhan sono stati i primi a somministrare i vecchi antimalarici ai pazienti, riportando un apparente successo. Ma, complici il caos del contesto e la fretta, la comunità scientifica ritiene che le conclusioni presentate non fossero attendibili. Stessa cosa per l’ormai famoso trial francese, che avrebbe trattato i pazienti senza però assolvere a tutti i crismi che una sperimentazione di questo tipo dovrebbe avere (in primis la randomizzazione) – il che a parere degli esperti mondiali rende i dati inconcludenti, al pari delle segnalazioni aneddotiche che da quel momento in poi si sono accumulate.

Per venirne a capo – sostengono anche dall’Oms, fautore anche del mega trial Solidarity – l’unica via è quella di avviare sperimentazioni cliniche serie, ragionate, con criteri che consentano di capire se la somministrazione del farmaco (qualunque esso sia) produca un effettivo beneficio per i pazienti trattati rispetto a un gruppo di controllo.

La via preventiva

Eppure in questi ultimi giorni il fronte scientifico appare più sfilacciato che mai. Una lettera pubblicata sulla rivista Annals of the Rheumatic Diseases a firma di alcuni reumatologi della Sapienza, poi appoggiata anche dalla European League against Rheumatism, sembra esserne una dimostrazione. Nel documento gli esperti valutano i pro e i contro dell’uso preventivo di clorochina e idrossiclorochina, una sperimentazione che potrebbe essere avviata sulla base di esperimenti in vitro che hanno mostrato (sono dati preliminari) come somministrando i farmaci alle cellule in coltura già prima della loro esposizione al coronavirus si limiti la capacità del patogeno di replicarsi. Se la via profilattica dovesse essere provata – sostengono i reumatologi – si può fare affidamento sulle conoscenze sul profilo di sicurezza dei farmaci accumulate in anni e anni di utilizzo e vigilanza sui pazienti reumatici.

Un avvertimento, però: i farmaci non dovranno mancare (cosa che invece sta accadendo, soprattutto negli Stati Uniti) per quei pazienti che oggi sono affetti da patologie che traggono certificato beneficio dal trattamento con antimalarici.

Scontro alla Casa Bianca

Una spaccato di questo complesso panorama lo si può avere sbirciando quanto sta succedendo negli Stati Uniti. Il presidente Trump è da tempo un forte sostenitore dell’utilizzo degli antimalarici, tanto da averne promesso un cospicuo rifornimento (29 milioni di dosi ordinate dall’India), ignorando e scontrandosi con gli esperti della sua task force, primo fra tutti Anthony Fauci, immunologo di fama mondiale e a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases che sostiene la linea scientifica più rigorosa – e indubbiamente più lenta. Il rischio è quello di impiegare ingenti risorse senza ottenere nessun beneficio oggettivo.
A tal proposito c’è anche chi ha avanza l’ipotesi che dietro alla presa di posizione della Casa Bianca ci siano interessi economici, legati alle partecipazioni dello stesso presidente Trump, ma anche di una pare del suo entourage e di altre persone a lui vicine, nel business delle case farmaceutiche che più avrebbero da guadagnarci.
La Fda, intanto, ha autorizzato l’impiego dell’idrossiclorochina come farmaco di emergenza per trattare i pazienti Covid-positivi e le richieste negli Usa sono schizzate alle stelle, tra le più disparate testimonianze dei medici, divisi tra entusiasmo e palese scetticismo.

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WhatsApp blocca le catene di Sant’Antonio per fermare le fake news

WhatsApp blocca le catene di Sant’Antonio per fermare le fake news

whatsapp
Foto di Anton – Pexels.com

WhatsApp ora limiterà l’inoltro di un messaggio verso contatti multipli se quest’ultimo viene identificato come “altamente inoltrato”. Una nuova arma contro la diffusione della disinformazione si aggiunge all’arsenale di WhatsApp che, stanco di essere l’unica piattaforma della famiglia di Menlo Park a non poter sfruttare il potere degli algoritmi di moderazione, nelle ultime settimane si è industriato per trovare un modo di combatterla senza violare la privacy dei propri utenti.

L’applicazione di messaggistica è stata usata, per diverse settimane dall’inizio della pandemia di coronavirus, per diffondere fake news senza che Facebook potesse mettere un freno a causa della crittografia usata per tutelare le conversazioni.

Molte delle notizie false che girano nelle chat di WhatsApp si diffondono facilmente grazie al fastidioso meccanismo della catena di Sant’Antonio. Fino a poco prima dell’aggiornamento un utente poteva inoltrare il messaggio a un numero massimo di 5 contatti, che al loro volta avrebbero potuto fare altrettanto.

Così facendo le notizie disinformanti riescono a viaggiare a una velocità impressionante e perciò, per rallentarne la diffusione, i vertici di WhatsApp hanno deciso di limitare la possibilità di inoltrare un messaggio che risulta essere “altamente inoltrato” a un solo contatto invece che a 5.

Abbiamo riscontrato un notevole incremento della quantità di messaggi inoltrati”, scrive un portavoce di WhatsApp sul blog della società. “Molti utenti ci hanno riferito di essere infastiditi da questi messaggi e di temere che possano contribuire alla diffusione di notizie false”, spiega WhatsApp sul blog: “Riteniamo pertanto che sia importante rallentare la propagazione di questi messaggi per mantenere WhatsApp un luogo dedicato alle conversazioni private”.

Questa limitazione si aggiunge al WhatsApp coronavirus information hub, una guida per fornire informazioni affidabili alla popolazione, al bot informativo dell’Oms e al Fact Checker di Facta, nella lotta alla disinformazione che ruota attorno al coronavirus. “Ovviamente, non tutti i messaggi inoltrati contengono notizie false o contribuiscono alla disinformazione. Molti utenti inoltrano informazioni utili, video divertenti, meme o riflessioni che ritengono significative”, spiega WhatsApp con la speranza che questa nuova limitazione possa arginare l’inoltro di fake news per lasciare spazio a tutti quei messaggi divertenti e piacevoli.

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Dove vorreste passare la quarantena, nella villa di Batman o nell’appartamento di Friends?

Dove vorreste passare la quarantena, nella villa di Batman o nell’appartamento di Friends?

Friends
L’appartamento della sitcom Friends.

E se, invece che nella vostra abitazione, poteste decidere di passare l’isolamento per il coronavirus in una casa da film o cartoni animati, tipo quella dei Simpson oppure l’appartamento di Friends o, ancora, la magione della Famiglia Addams? Dove vorreste vivere la quarantena? Se l’è chiesto Sell House Fast, agenzia inglese che si occupa di compravendita immobiliare. Ha interrogato 1.220 persone sul tema, domandando loro in quale, tra dieci dimore di fantasia, vorrebbero trascorrere le settimane di lockdown.

La classifica vede sul gradino più alto del podio Villa Wayne, la fantasmagorica residenza (Batcaverna inclusa) di Bruce Wayne, alias Batman, a Gotham City. Nella casa sterminata del supereroe dell’universo DC Comics vivrebbe volentieri il 26,23 per cento degli intervistati. A ruota segue La Tana, cioè la residenza della famiglia Weasley in Harry Potter. Qui traslocherebbe subito il 24,59 per cento dei partecipanti al sondaggio.

La terza posizione, con il 16,39 per cento delle preferenze, se la aggiudica il villone degli zii di Will Smith nella serie tv degli anni 90 Willy, il principe di Bel-Air. Con il suo ingresso a colonne in stile Casa Bianca appare anche nella mitica sigla al minuto 1’25”.

Seguono la casa di Mamma ho perso l’aereo (quella da cui Macaulay Culkin, nel 1990, tentava di tenere alla larga i ladri), l’appartamento della sitcom Friends, il castello di Dracula con un sorprendente 4,92 per cento di preferenze, la casa del commovente film di animazione firmato Pixar-Disney Up, la residenza londinese di Sherlock Holmes posta da Arthur Conan Doyle al 221B di Baker Street.

A chiudere la classifica troviamo due case da incubo: la spettrale dimora della Famiglia Addams con il 3,28 per cento di voti e, con appena lo 0,82 per cento di preferenze, la casa dei Simpson. Insomma, quasi nessuno sceglierebbe Springfield e i suoi abitanti gialli per passare il lockdown.

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I segreti di Margot Robbie e Saoirse Ronan, in una Autocomplete Interview

I segreti di Margot Robbie e Saoirse Ronan, in una Autocomplete Interview

Se sei un’attrice di successo, prima o poi scocca l’ora del film in costume ambientato in epoca elisabettiana: un destino toccato in sorte anche a Margot Robbie e Saoirse Ronan, che interpretano Elisabetta I e Mary Stuart nella pellicola Maria regina di Scozia, uscita nelle sale nel 2018.

Le due attrici si impegnano molto anche in questa Autocomplete Interview, cercando di soddisfare fan e curiosi su Google che vogliono conoscerle meglio. L’attrice australiana è stata protagonista di Tonya, film basato sulla vita della pattinatrice Tonya Harding, e garantisce di aver personalmente eseguito diverse scene sul ghiacchio. La Robbie, australiana, non ha mai preso parte – come pare pensare qualcuno – alla serie Downton Abbey; ha recitato per tre anni e mezzo nella soap australiana Neighbors, che è il format a cui si ispira l’italiana Un posto al sole. Per capirci, in quella australiana, hanno recitato nel corso degli anni anche Kylie Minogue, Russell Crowe, Natalie Imbruglia e Guy Pearce.

Saoirse Ronan, invece, ha debuttato al cinema, giovanissima, nella pellicola I Could Never Be Your Woman con Michelle Pfeiffer: non è mai uscito nelle sale, ma non ha pregiudicato certo il futuro dell’attrice, che figura spesso nelle migliori produzioni in uscita anno dopo anno. Cresciuta in Irlanda, è nata a New York.

Detto questo, veniamo alla grande domanda che tutti si fanno: come si pronuncia il nome Saoirse? La pronuncia irlandese è Sher- shuh, ma gli americani e gli inglesi trovano altri modi per pronunciare questo nome che significa libertà.

 

 

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L’ecommerce salva il business della Pasqua

L’ecommerce salva il business della Pasqua

Decorazioni uova di Pasqua in Inghilterra
Foto: LaPresse

Con l’Italia chiusa in casa per fronteggiare l’emergenza coronavirus quella di domenica 12 aprile sarà certamente una Pasqua diversa sotto molti punti di vista. Per questo le numerose aziende dolciarie presenti nella Penisola, che prima della chiusura degli stabilimenti avevano iniziato la produzione delle classiche uova di cioccolato e colombe da distribuire in tutto il territorio, ora guardano all’ecommerce per provare ridurre le perdite.

I dati

Dalla chiusura di bar e pasticcerie, e con gli ordini ridotti da parte dei supermercati, l’associazione Confartigianato stima che le perdite sul giro d’affari legato alle festività pasquali quest’anno si aggireranno attorno ai 652 milioni di euro complessivi, sia per mancato fatturato sia per i danni legati alla deperimento delle materie prime acquistate.

In particolare, l’associazione solleva dubbi sull’incongruità di trattamento riguardo alle chiusure tra pasticcerie artigiane, che sono circa il 70% delle 24mila attività del settore, e altre attività, come per esempio i panifici, che sono invece rimasti aperti.

Dal canto suo Unione Italiana Food stima un crollo complessivo delle vendite di circa il 30-40%, e sottolinea come in realtà “il paradosso in questa situazione è che, nonostante l’emergenza, l’industria dolciaria sarebbe assolutamente pronta a far fronte alle esigenze delle festività pasquali, ma gli ordini mancano”, si legge nelle parole dell’associazione riportate da Il Sole 24 Ore.

Il mercato online

Così, un possibile argine alla crisi del comparto potrebbe arrivare dall’ecommerce. Molte pasticcerie artigianali e stabilimenti hanno deciso di smaltire parte della produzione già pronta che hanno in magazzino approfittando delle possibilità offerte dal mercato online. Negli ultimi giorni quindi, molti laboratori artigianali tra i più famosi hanno deciso di potenziare la parte di spedizioni e di e-shop sui loro siti. In questi casi, alcuni laboratori stanno facendo accordi con società di logistica e corrieri per riuscire a incrementare le consegne sul territorio.

Oltre ai colossi come Amazon, dove si possono trovare colombe e uova di Pasqua delle principali marche così come quelle artigianali, ci sono anche aziende come Eataly, oppure Lindt e Venchi, che tramite i loro canali ecommerce già consolidati permettono l’acquisto e la spedizione dei prodotti dolciari. A questi si aggiungono altre aziende dolciarie che abitualmente riforniscono le pasticcerie sul territorio, e devono quindi fare riferimento a queste per la possibilità di consegnare a domicilio la loro merce.

Attenzione ai prezzi

Ma se da una parte lo shopping online di prodotti per festeggiare la Pasqua è una possibilità, dall’altra non mancano anche in questo campo le speculazioni. Secondo una ricerca di Federconsumatori, infatti, mentre i prezzi dei prodotti tipici del periodo nei supermercati e nei negozi fisici sono aumentati ma di percentuali relativamente basse (circa 0,6%), online questi prezzi sono aumentati sensibilmente.

L’associazione stima che il prezzo di una colomba normale online possa raggiungere anche 19,90 euro, a fronte dei 9,96 euro al supermercato, con un incremento del 105%. Per quanto riguarda le uova di cioccolato, invece, si registrano rincari che vanno dal 37% fino al 168%.

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La nostra prova della Mercedes classe C plug-in hybrid

La nostra prova della Mercedes classe C plug-in hybrid
Mercedes Classe C de EQ-Power

Prima dell’entrata in vigore del lockdown, abbiamo provato la nuova Mercedes classe C 300 De EQ-Power. Questa infatti è la prima station-wagon della casa di Stoccarda in cui la parsimonia del motore diesel si sposa con le emissioni zero dell’ibrido plug-in. Va anche detto che, entro il 2022, è prevista l’elettrificazione dell’intera gamma Mercedes-Benz.

Il nuovo powertrain

Classe C 300 monta il nuovo quattro cilindri diesel OM 654 da 194 cavalli. A lui si abbina il cambio automatico a 9 rapporti. A completare, il motore elettrico da 90 kW. Insieme, i due motori erogano fino a 306 cavalli di potenza e 700 Nm di coppia complessiva. C 300 de può raggiungere i 250 km/h. Un powertrain che però è attento alle emissioni. La CO2 prodotta si ferma a 42 grammi per chilometro. Mentre gli ossidi di azoto si arrestano a 60 microgrammi. Valori che si azzerano nei 57 chilometri stimati di autonomia elettrica.

La batteria agli ioni di litio da 13,5 kWh si ricarica in 1 ora e mezza grazie alla wallbox. Cinque ore, invece, per la ricarica da casa. Un plug-in hybrid che grazie alla funzione Charge può ricaricarsi anche in viaggio grazie all’ausilio del motore termico. Un servizio utile nel caso in cui si debba entrare in un’area con il blocco del traffico. A lei si aggiungono le funzioni e-mode (solo elettrico), e-save (solo termico) e hybrid. Quest’ultima, nella modalità di guida eco, utilizza in modo previdente i dati degli ADAS, il tracciato stradale e i limiti di velocità. Scopo finale è aiutare il conducente nella guida, alternando in modo mirato e autonomo modalità sailing, recupero di energia, gestione termica e supporto del motore a combustione interna.

Mercedes Classe C de EQ-Power

Design esterno e cura dei dettagli

Gli esterni della Classe C 300 de in prova hanno il kit aerodinamico AMG. Tra questi, i roof rails in alluminio (le barre del tetto), la mascherina Matrix argento, i parafanghi ampliati e i cerchi in lega leggera da 18 pollici a 5 razze. Di notte, la strada è illuminata dai fari anteriori full led con Intelligent Light System.

Negli interni premium spicca il nuovo display centrale da 10,25 pollici da cui si controlla insieme al touchpad l’infotainment del veicolo. Dietro al volante multifunzione, la leva delle marce e il quadro strumenti totalmente digitale. Nei due grandi occhi simmetrici si possono visualizzare le informazioni legate alla guida, ma anche le mappe, i consumi e la scelta dei 5 stile di guida. ECO, Confort, Sport, Sport+ e Individual. 

Oltre alle prestazioni, questa station wagon infatti copre i 0-100 km/h in 5,7 secondi, sono molti i dettagli curati da Mercedes-Benz. Tra questi, il sistema audio Burmester, la ricarica wireless dello smartphone e gli inserti in alluminio; senza dimenticare le luci d’ambiente in 64 tonalità e i sedili riscaldati con supporto lombare elettrico. Il modello in prova con allestimento Premium ha un prezzo di 55.700 euro.

Come va su strada

Per chi non è mai salito su una vettura Mercedes-Benz, la leva del cambio dietro il volante risulterà una sorpresa. La seduta è bassa e confortevole. La strumentistica è un mix ben calcolato tra tasti fisici e touch in modo da non distrarre la guida. Funzionale il touchpad centrale per la gestione dell’infotainment sul grande display centrale. Anche il volante multifunzione è ben ideato. Basta una mezza giornata per abituarsi alle funzioni senza dover più guardarlo. Il divanetto posteriore ospita comodamente tre persone adulte. L’abitacolo è silenzioso anche alle alte velocità a tutto beneficio del sistema audio dotato sia di radio analogica che digitale.

Sebbene la sua forma allungata la leghi al concetto di “familiare”, Classe C 300 de EQ-Power è un’auto molto divertente. Nella modalità Sport+ la guida pretende attenzioni da pilota. Insuperabile, nel vero senso della parola, appena scatta il verde al semaforo. L’operazione di ricarica, effettuata diverse volte presso i supermercati e le colonnine pubbliche, è stata veloce e senza mai un intoppo. A batteria carica, siamo riusciti a percorrere una media di 37 chilometri in modalità elettrica. Il pacco batteria, però, ruba diverso spazio al bagagliaio, che prende una forma a gradino.

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iPhone 12 avrà ancora il notch, ma più piccolo

iPhone 12 avrà ancora il notch, ma più piccolo

iphone 12
(Foto: Phonearena)

Emerge un altro interessante dettaglio sul design dei futuri iPhone 12, ossia la generazione prossima ventura degli smartphone Apple attesi in autunno, salvo sorprese dovute al coronavirus. Nello specifico, sembra cosa fatta quella di un notch ridotto sensibilmente, qualcosa di chiesto a gran voce, visto che fino ai modelli del 2019 occupa una buona parte della fascia superiore.

Le voci arrivano dallo YouTuber Jon Prosser di Front Page Tech con i render che sono stati realizzati dal portale Phonearena e che raccontano di un dispositivo con infine un passo avanti nell’estetica, che era rimasta sostanzialmente la stessa dal 2017 col lancio di iPhone X, al netto dell’implementazione del multi-sensore fotografico sui modelli più evoluti.

Il corpo dei nuovi iPhone sarà più stretto, mentre le diagonali di schermo dovrebbero essere di 6,1 pollici per la versione standard e Pro e di 6,7 pollici per quella Max, con il tanto vociferato modello economico alias iPhone SE con schermo da 5,4 pollici. Inoltre, si considera uno spessore di 7,4 millimetri contro gli attuali 8,1 di 11 Pro e 8,3 di 11. Rimarrebbe invariata la cornice da 2 mm attorno allo schermo.

(Foto: FrontPageTech)

La riduzione del notch sarebbe direttamente legata alla presenza di un compartimento fotografico migliorato sul retro, con più hardware che necessita di più spazio, da qui la riduzione di quello che ora è destinato al sistema composto da sensore frontale e tecnologia Face Id.

La fotocamera sarebbe dunque doppia per iPhone 12 che avrebbe scocca in alluminio e tripla più sensore Lidar per iPhone 12 Pro e 12 Pro Max in acciaio inossidabile. Tutti avrebbero il modulo 5G per navigare ad alta velocità e bassa latenza. Il chip che muoverebbe il nuovo terzetto sarebbe Apple A14 con processo produttivo a 5 nanometri.

Non resta che attendere ulteriori rumors, ben consci che la tabella di marcia  coronavirus Covid-19. Ecco gli altri smartphone in uscita nella stagione primavera estate.

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Cosa ci racconta il più grande studio sui bambini positivi al coronavirus

Cosa ci racconta il più grande studio sui bambini positivi al coronavirus

bambini
(foto: Maxym Marusenko/NurPhoto via Getty Images)

Generalmente, i bambini americani a cui è stata diagnosticata la Covid-19 presentano sintomi lievi. Anche se per ora sono stati registrati alcuni casi gravi e tre decessi. A sottolinearlo sono gli statunitensi Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) in un nuovo studio, il più ampio condotto finora sui bambini e il nuovo coronavirus. In particolare, spiegano gli esperti, i primi risultati evidenziano che i neonati e i bambini di sesso maschile possono avere un maggior rischio di infezioni e di sviluppare una malattia grave. Anche se gli esperti non sanno ancora spiegarne il motivo.

Esaminando circa 149mila persone positive al nuovo coronavirus negli Stati Uniti registrate tra il 12 febbraio e il 2 aprile scorso, i ricercatori hanno scoperto che i casi tra i bambini al di sotto dei 18 anni di età erano meno del 2%. Una bassa percentuale di bambini, che nel complesso hanno riportato una sintomatologia lieve o mancanza di sintomi. Sebbene i più piccoli abbiano, quindi, meno probabilità di sviluppare sintomi del nuovo coronavirus rispetto agli adulti, dalle analisi è emerso anche che in questa fascia d’età non è escluso che si possa sviluppare “una malattia respiratoria grave che può portare a un ricovero ospedaliero”, si legge nel nuovo rapporto. “L’allontanamento sociale e le misure preventive rimangono perciò importanti per tutte le fasce d’età, poiché i pazienti con una malattia meno grave e quelli asintomatici probabilmente svolgono un ruolo importante nella diffusione della malattia”.

In particolare, dalle analisi è emerso che i sintomi, come tosse e febbre, non sono stati riportati così spesso nei più piccoli come negli adulti: solo il 73% dei bambini ha sviluppato febbre, tosse e respiro corto, mentre nello stesso arco di tempo il 93% degli adulti di età compresa tra 18 e 64 anni ha segnalato di avere sintomi più gravi. Dati, quindi, che confermano i precedenti risultati del Centro per il controllo e la prevenzione della malattie cinese, secondo cui il nuovo coronavirus in qualche modo, ancora sconosciuto, sembra risparmiare i più piccoli. Come vi avevamo raccontato, infatti, sebbene i bambini abbiano le stesse probabilità di contrarre il nuovo coronavirus degli adulti, la maggior parte di loro presentava sintomi lievi o erano asintomatici.

Dal nuovo rapporto, tuttavia, è emerso anche che alcuni bambini hanno sviluppato una malattia più grave, con 147 piccoli pazienti che hanno subito un ricovero ospedaliero, 5 dei quali in terapia intensiva e tre decessi. In tasso di ricovero dei bambini (20%), spiegano i ricercatori, è stato comunque più basso rispetto a quello raggiunto dagli adulti (31%). Ma, nella fascia di età pediatrica, inferiore ai 18, a essere ricoverati con maggior frequenza sono stati i neonati: dei 95 neonati positivi alla Covid-19, infatti. il 62% è stato ricoverato. “Sappiamo che le risposte immunitarie dei bambini si sviluppano nel tempo”, ha spiegato al Time Yvonne Maldonado, dell’American Academy of Pediatrics. “Nel primo anno di vita i bambini non hanno la stessa risposta immunitaria solida dei bambini più grandi e degli adulti”.

Inoltre, un numero sempre crescente di ricerche suggerisce che il sesso maschile sia quello più colpito dal nuovo coronavirus. Recentemente, per esempio, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha riferito che alla fine di marzo, gli uomini hanno rappresentato circa il 70% dei decessi per Covid-19 in Europa. Mentre uno studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che ha coinvolto oltre 25mila casi positivi al nuovo coronavirus, ha rilevato che i pazienti uomini hanno un tasso di mortalità più elevato delle donne.

Secondo alcuni esperti, questi dati potrebbero essere riconducibili al fatto che la popolazione maschile è più incline al fumo e a malattie preesistenti, come per esempio il diabete. Ma nel nuovo rapporto dei Cdc, è emerso che il 57% dei bambini e neonati affetti dalla Covid-19 erano maschi. “Ciò suggerisce che altri fattori biologici potrebbero influenzare questa differenza di suscettibilità tra i due sessi al nuovo coronavirus, hanno concluso i ricercatori del nuovo rapporto.

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Il Giappone ha dichiarato lo stato di emergenza in sette prefetture per il coronavirus

Il Giappone ha dichiarato lo stato di emergenza in sette prefetture per il coronavirus

(foto: Tomohiro Ohsumi/Getty Images)

Il governo giapponese ha deciso di dichiarare lo stato d’emergenza a Tokyo, Osaka e in altre cinque regioni a causa di un’impennata di contagi di coronavirus nel paese. I dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità parlano di più di 3mila casi positivi e di 85 decessi, ma mille di questi casi sono stati registrati solo negli ultimi giorni e concentrati soprattutto nella capitale. Il premier Shinzo Abe, nonostante le prime remore, ha accolto il parere del comitato scientifico giapponese e ha predisposto che, nelle zone indicate, gli spostamenti siano ridotti al minimo e che rimangono aperte solo le attività considerate essenziali. Per circa tre settimane, infatti, il governo aveva tentennato e si era mostrato riluttante a prendere una decisione del genere: le ripercussioni economiche sul paese sarebbero state troppo forti, soprattutto dopo il posticipo dei Giochi olimpici al 2021. Ma il numero di nuovi contagi e l’ondata di panico che sta travolgendo molte delle prefetture del Giappone hanno convinto il premier a stabile una linea di azione comune per contenere l’epidemia.

In cosa consiste lo stato d’emergenza

Lo stato d’emergenza autorizza i governatori delle sette prefetture a chiedere ai residenti di restare a casa, tranne che per comprovate necessità, come fare la spesa o recarsi da un medico, e che vengano assicurati solo i servizi essenziali, ma rispettando tutte le misure sanitarie per salvaguardare la salute dei lavoratori. Rimarranno aperti, quindi, supermercati, minimarket, farmacie, banche, uffici postali e i servizi elettrici, idrici e del gas. Anche i trasporti pubblici non subiranno limitazioni, permettendo a chi ha esigenza di farlo di recarsi sul posto di lavoro.

Secondo il sistema costituzionale giapponese, però le autorità non possono imporre ordini che limitino le libertà personali dei cittadini. Quindi, in buona sostanza, quelle dei governatori delle prefetture sono delle indicazioni che non possono essere sanzionate penalmente in caso di trasgressione. Infatti, secondo quanto riporta Japan Times, “i governatori possono chiedere la chiusura temporanea di scuole, università, strutture per l’infanzia, cinema, locali di musica e altre strutture. Ma, in caso non s’attengano alle prescrizioni, le ripercussioni si limitano a una nota pubblica di biasimo”. Quindi, la strategia del Giappone si basa tutta sul senso di responsabilità dei propri cittadini. Ad esempio la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, ha in programma di predisporre una serie di iniziative che spieghino ai cittadini in cosa consiste lo stato di emergenza e cosa comporti, a livello di sicurezza pubblica, la sua violazione. Il Guardian ha riportato che Koike ha già raccomandato ai cittadini di restare in casa e ha posticipato l’avvio dell’anno scolastico nella maggior parte delle scuole della capitale.

Che fine ha fatto l’Avigan, il farmaco miracoloso?

L’evoluzione dei contagi nel paese del Sol levante descrive anche la fine della tanto dibattuta vicenda dell’Avigan, il presunto farmaco miracoloso contro Covid-19. Dopo il video virale del commerciante di videogame Cristiano Aresu – in cui si raccontava come in Giappone questo farmaco venisse impiegato normalmente per curare i casi positivi di coronavirus – in Italia la questione è stata molto dibattuta, e aveva portato addirittura a sperimentazioni con la benedizione del ministero della Salute e dell‘Aifa (che pure, da subito aveva sottolineato come non vi fosse alcuna evidenza sull’efficacia dell’Avigan nella cura del Covid-19).

Il farmaco, bisogna specificare, è stato approvato dalle autorità di controllo giapponesi nel 2014 per sindromi influenzali che non hanno quasi nulla in comune con l’attuale coronavirus, e il suo uso è inoltre consentito solo in particolari condizioni d’emergenza, quando altri farmaci antivirali si dimostrano inefficaci.

Il Giappone, come molti altri paesi nel mondo, si prepara dunque a fronteggiare quest’epidemia con gli stessi mezzi a disposizioni di tutti: distanziamento sociale e riduzione delle attività non essenziali.

 

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Il wc tecnologico che ti dice quanto sei in salute

Il wc tecnologico che ti dice quanto sei in salute

wc tech
(Foto: Nature)

In momenti come questo dove in buona parte del mondo la carta igienica è diventato un bene di lusso, avere un bidet può davvero fare la differenza. Oltre a quello classico che è separato dal wc ci sono anche le varianti incorporate, come quelle assai popolari in Giappone, con una presenza di soluzioni automatizzate importanti.

Ma anche la più evoluta proposta del leader del segmento, Toto, non può competere con quella descritta in un recente paper di Nature. La rivista scientifica ha infatti spiegato come un wc tecnologico possa fungere da vero e proprio mini laboratorio di analisi personale casalingo.

Il titolo dello studio lo descrive come un “Sistema igienico montabile per il monitoraggio sanitario personalizzato attraverso l’analisi degli scarti”. E per scarti si intendono naturalmente quelli di produzione umana sia solidi sia liquidi, qualcosa che può davvero raccontare molto sul benessere o meno di un individuo.

Visto da fuori, il wc tecnologico non è poi così diverso da quelli nipponici, con la seduta che incorpora una pulsantiera e il braccetto che produce il getto per la pulizia. Al contempo, però, incorpora una serie di sensori del tutto particolari.

C’è infatti quello che raccoglie campioni di rifiuti liquidi e quello che si dedica a quelli solidi. I campioni sono analizzati in breve tempo alla ricerca di eventuali globuli rossi, verranno considerati elementi come consistenza, colore e quantità di glucosio. Tutto sarà poi raccolto on the cloud in quella che si può immaginare come una sorta di cartella personale.

Per riconoscere un utente da un altro, dato che è più che verosimile che in casa diverse persone utilizzino lo stesso wc, si sfruttano due modi, entrambi basati sulla scansione biometrica. Il primo è classico, legge l’impronta digitale su un piccolo pannello laterale. Il secondo è più particolare perché è soprannominato “analprint” e si può facilmente immaginare a quale zona del corpo si riferisca: va a riconoscere le pieghe di quell’area privata, che formano una sorta di disegno univoco per ogni individuo.

Questo progetto raccontato da Nature per ora non ha ancora un’applicazione reale, ma non c’è dubbio che potrebbe ispirare prodotti destinati al commercio globale, soprattutto in questo periodo storico di emergenza da coronavirus Covid-19.

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