L’Amazzonia sta bruciando, più del solito

L’Amazzonia sta bruciando, più del solito

Negli ultimi giorni i media di tutto il mondo sono tornati a parlare degli incendi che, soprattutto in questo periodo dell’anno, distruggono ampie porzioni della foresta amazzonica. Lo stanno facendo in maniera diversa dal passato e soprattutto con maggiore intensità, anche se non sempre utilizzando dati adeguati a un’analisi pertinente. Il punto di partenza, in ogni caso, è che il Brasile sta bruciando a un ritmo che non si registrava almeno dal 2013.

Cosa si dice degli incendi

Buona parte del clamore mediatico attorno agli incendi è dovuto ad una serie di scatti, che rappresentano il cielo sopra San Paolo totalmente coperto da un denso fumo nero, in un primo momento attribuito proprio ai roghi in Amazzonia.

In realtà non esiste alcuna prova che il fumo arrivi proprio dalla macro-regione amazzonica, anche se un’immagine satellitare della Nasa sembrerebbe perorare tale ipotesi. Dopo il dibattito generato dagli scatti, comunque, sul tema è intervenuto anche Inpe, il centro di ricerca spaziale brasiliano, rilasciando dei dati riportati dalla stampa internazionale.

Secondo l’istituto sudamericano, nei primi otto mesi del 2019 gli incendi in tutto il Brasile sono stati 71.497, in aumento dell’83% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’area coperta dalla foresta amazzonica, da gennaio a oggi, è stata colpita da 39.033 roghi, un numero che supera di gran lunga quello registrato nel corso della secchissima estate 2016 (quando gli incendi erano stati 36.333).

Per la maggior parte dei nove stati appartenenti alla macro-regione amazzonica, quello in corso è l’anno con più incendi dal 2015 a oggi, con il nefasto record del Mato Grosso che brucia il 260% in più rispetto al 2018. In generale, comunque, tra i 5 stati più colpiti, ben 4 ospitano una porzione di foresta e Amazonas, lo stato più esteso del Brasile, ha dichiarato lo stato di emergenza.

Cosa c’entra Bolsonaro

In queste ore molti attivisti, politici e delle cause ambientali, stanno puntando il dito contro il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, che nel momento più caldo della polemica ha accusato le ong di aver appiccato gli incendi come forma di ritorsione per il taglio dei finanziamenti governativi.

Bolsonaro ha in seguito corretto il tiro, ma non ha potuto evitare le accuse degli ambientalisti, che imputano alla sua amministrazione una politica volta a incoraggiare i disboscamenti, anche tramite la riduzione delle sanzioni nei confronti di società coinvolte in attività di deforestazione illegale.

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Eqv, la monovolume elettrica di Mercedes

Eqv, la monovolume elettrica di Mercedes

Le monovolume sono una tipologia di auto che negli ultimi anni hanno avuto una grossa flessione nelle vendite, a causa della capillare diffusione di suv e crossover. Tuttavia rimangono una categoria di auto in grado di sposarsi al meglio con famiglie numerose che utilizzano l’auto per i grandi spostamenti e che quindi hanno bisogno di tanto spazio.

L’elettrificazione, che negli ultimi anni ha investito praticamente tutte le categorie di auto, non ha risparmiato nemmeno questo settore. La prima azienda automobilistica a dare dignità alle monovolume elettriche è la Mercedes.

La Mercedes Eqv, questo il nome del modello, è una multispazio che, dopo essere stata mostrata sotto forma di concept al Salone di Ginevra 2019, è stata presentata in versione definitiva in un’anteprima mondiale; la presentazione al pubblico avverrà al prossimo Salone di Francoforte (10-22 settembre).

La Vista della trequarti posteriore della Mercedes EQV

La Eqv è la seconda vettura elettrica del produttore tedesco (la prima è la suv Eqc), che ha delle finiture premium e deriva dalla Classe V. Le caratteristiche tecniche sono assolutamente interessanti; si parla infatti di ben 405 km di autonomia e di consumi di 27 kWh di energia per percorrere 100 km (i valori, provvisori, sono stati calcolati secondo lo standard Nedc). A garantire l’autonomia è l’accumulatore di 90 kWh montato sotto il pavimento così da non sottrarre spazio a passeggeri e bagagli (la capacità della Eqv è di 1.030 litri con i posti in uso).

La batteria può essere ricaricata mediante le colonnine veloci, fino a 110 kW, che permettono di ripristinare la capacità dal 10 all’80% in 45 minuti in corrente continua (Dc). Come alternativa è possibile utilizzare il caricatore interno da 11 kW, ma i tempi si allungano a circa 10 ore (consigliabile l’utilizzo di una Wallbox domestica).

Il motore elettrico è montato sotto il cofano ed è in grado di erogare 204 Cv e 362 Nm di coppia massima e trasmette la potenza alle ruote anteriori; la velocità massima è di 160 km/h.

Esteticamente la Eqv sposa gli ultimi stilemi della Mercedes e presenta una grande griglia caratterizzata da listelli orizzontali che ingloba i fari a led. Specifici anche i cerchi in lega, che sono chiusi per assicurare una migliore efficienza aerodinamica, ed il paraurti.

La Mercedes Eqv sarà disponibile a partire dalla primavera 2020 in due versioni lunghezze: 514 cm, con passo di 320 cm, e 537 cm, con passo di 343 cm. Sarà ordinabile con sei poltrone singole oppure nella variante a sette posti, dotate del divano per la seconda e terza fila.

Gli interni della Mercedes Eqv

Gli interni, così come la sorellastra endotermica Classe V, sono curati, tuttavia, a differenza di quest’ultima, la Eqv può contare sull’Mbux aggiornato, il sistema multimediale della casa tedesca, dotato, tra le altre cose, di un sofisticato sistema di assistente vocale. Il display da 10 pollici è di tipo touch e può essere controllato attraverso i comandi al volante o mediante il trackpad collocato sul tunnel centrale. Il sistema multimediale è inoltre provvisto di alcune specifiche funzionalità in grado di garantire una perfetta gestione della batteria; il navigatore inoltre tieni conto dei dati sul traffico e regola in modo automatico il recupero dell’energia nelle frenate.

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Spotify Premium ora offre tre mesi di prova gratis

Spotify Premium ora offre tre mesi di prova gratis

spotify premium prova gratis
(foto: Spotify)

Svolta interessante per Spotify Premium, con l’introduzione della prova gratuita per tre mesi per chi non ha mai fruito prima di promozioni speciali. Il periodo free sarà a disposizione di tutte le varianti del piano in abbonamento e sarà destinata a rimanere un’opzione stabile, non soltanto un’offerta estemporanea.

Un’occasione interessante per tutti gli utenti vergini ossia che hanno sempre accarezzato l’idea di accedere alle oltre 50 milioni di canzoni su richiesta senza interruzioni pubblicitarie e quasi mezzo milione di podcast, ma hanno sempre desistito, senza mai sfruttare alcuna prova. Per tutti questi potenziali futuri clienti il periodo promozionale è stato triplicato, visto che finora era di 30 giorni.

Non cambia la libertà di poter o meno decidere di abbonarsi: dopo il trimestre libero si potrà continuare con Spotify Premium scegliendo una delle declinazioni oppure accontentarsi della versione gratuita. Oppure, si può sempre abbandonare il servizio.

Si potranno sfruttare i tre mesi gratuiti con Spotify Premium standard che poi costerà 9,99 euro al mese così come quello per studenti (4,99 euro al mese) e anche quello per famiglie (14,99 euro al mese per cinque utenti) che peraltro è il più tormentato dagli scrocconi che sfruttano abbonamenti altrui (ecco come eliminarli). Inoltre, sarà interessato anche il piano Duo (12,49 euro) per coppie, che è in fase di test.

Sappiamo che ci vuole tempo per sperimentare appieno tutte le funzionalità disponibili con Premium – ha commentato Alex Norström, Chief Premium Business Officer di Spotify – quindi stiamo dando alle persone il tempo necessario per innamorarsi della perfetta esperienza di ascolto di Premium“.

Sarà una settimana pregna di novità per Spotify con il piano Famiglia che sarà rinnovato a breve, con il possibile arrivo delle Storie anche sulla piattaforma musicale e con le voci sulla serie tv tratta dal saggio sulla storia della piattaforma che vedrà Steve Jobs come parte del cattivo.

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iPhone 7 ha fallito un test sulle radiazioni da radiofrequenza

iPhone 7 ha fallito un test sulle radiazioni da radiofrequenza

Apple iPhone 7 Plus
(foto: Maurizio Pesce / Wired)

Il Chicago Tribune ha pubblicato l’esito di un test condotto per misurare la radiazione da radiofrequenza emessa da alcuni tra gli smartphone più diffusi in commercio. Si è scoperto come iPhone 7 non solo vada a eccedere in modo netto rispetto al limite massimo imposto negli Stati Uniti, ma che tale valore sia il doppio rispetto a quello denunciato da Apple a seguito dei test interni.

E ora la palla passa alla Federal Communications Commission (Fcc), che si occupa delle telecomunicazioni oltre oceano. L’agenzia governativa indagherà conducendo prove per confermare o smentire questo allarme. Se i dati collimassero con quelli del Tribune il dispositivo potrebbe essere considerato pericoloso. Per la cronaca, sono stati quattro gli esemplari di iPhone 7 testati e il problema si è presentato sempre.

Oltre a iPhone 7 sono stati testati anche iPhone X, iPhone 8, iPhone 8 Plus, Samsung Galaxy S9, Samsung Galaxy S8, Samsung Galaxy J3, Moto E5 Play, Moto G6 Play, Moto E5 e Blu Vivo 5 Mini. Le radiazioni sono state raccolte a distanze di 2, 5, 10 e 15 millimetri. iPhone 7 ha fallito da 2 e da 5 mm secondo gli standard americani.

iPhone 7 radiazioni
(foto: Chicago Tribune)

Il quotidiano sottolinea inoltre come i limiti debbano essere peraltro aggiornati dato che la distanza attuale di 25 mm per i test era accettabile negli anni ’90 quando i voluminosi telefonini venivano spesso trasportati in taschini da cintura, mentre ora vengono riposti a pochissima distanza dalla pelle. Così, ha condotto test sulle stesse distanze proposte dalle prove interne dei vari produttori (Apple arriva a 5 mm) scendendo fino a 2 millimetri.

Se iPhone 8 Plus si è comportato bene, mentre gli altri sono comunque rimasti un po’ sopra i limiti, gli altri smartphone non se la sono passata meglio. Secondo il Tribune a una distanza di 2 mm praticamente tutti vanno oltre. Ed è proprio quella la distanza più comune rispetto al corpo umano durante il giorno, quando si ripone in tasca. Il peggiore del lotto da 2 mm è stato Samsung Galaxy S8 con un valore di 8,22 watt per chilogrammo quando il limite è di 1,6 riferito a un grammo di tessuto negli Usa. In Italia e Europa si divide a 2 per il capo e 4 per il corpo, ma su una quantità di tessuto di 10 grammi. Dunque, i valori non sono paragonabili per i nostri ordinamenti.

Quando il Tribune ha presentato i risultati alle varie società coinvolte, sono stati ripetuti i test secondo le indicazioni fornite. Il migliore è stato Moto G6 Play ma anche il meno noto Blu Vivo 5 è rimasto sotto i limiti.

Apple aveva richiesto al Chicago Tribune di sfruttare la soluzione integrata per ridurre le radiazioni, ma il problema è rimasto e ha risposto affermando che il quotidiano avrebbe svolto un test inaccurato. La risposta di Cupertino: “Tutti i modelli di iPhone, compreso iPhone 7, sono stati controllati e certificati dalla Fcc così come in tutti gli altri paesi in cui vengono venduti. Dopo un’attenta verifica e successiva convalida di tutti i modelli di iPhone testati nel report del Chicago Tribune, confermiamo che siano conformi e che rispettino tutte le linee guida e i limiti di esposizione previsti dalla legge“. Posizione simile per Samsung, che aveva risposto ribadendo che i modelli venduti rispettavano i limiti richiesti dalla Fcc.

E ora? Come spiegato per il 5g, non sono dimostrati con certezza i danni dall’esposizione alle onde emesse dai cellulari sul corpo umano e si ragiona per principio di precauzione. La prima reazione sembra un riscaldamento della zona interessata, mentre non ci sarebbero correlazioni con lo sviluppo di tumori. Inoltre, questi test sono condotti sempre nella peggiore delle ipotesi possibile con lo smartphone che lavora alla massima potenza, non in uno scenario reale.

Non resta che attendere il contro-test della Fcc. Se venissero confermati i valori allora iPhone 7 sarebbe sopra i limiti americani risultando potenzialmente (e formalmente) dannoso e soprattutto contraddicendo i dati di Apple. In ogni caso, anche se si possedesse uno smartphone di questo tipo, i consigli sono sempre i soliti: utilizzare quanto più possibile auricolari, non lasciare a diretto contatto con la pelle e non stare al telefono per lunghi periodi ogni giorno.

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Perché Trump vuole la Groenlandia: perderà 440 miliardi di tonnellate di ghiaccio

Perché Trump vuole la Groenlandia: perderà 440 miliardi di tonnellate di ghiaccio

groenlandia
(foto: Sean Gallup/Getty Images)

In questo agosto infuocato, uno dei posti più freddi della Terra continua a far parlare di sé. È la Groenlandia ovviamente, la più grande isola del pianeta, sede dell’unica calotta di ghiacci eterni al di fuori del continente antartico. E da qualche tempo, anche una nuova fonte di imbarazzo per l’amministrazione americana, in seguito alla proposta di Trump (subito rispedita al mittente dalla sua controparte danese) di acquistare l’isola, al conseguente battibecco e quindi alla cancellazione della visita del presidente americano in Danimarca prevista nelle prossime settimane. Ma non è tutto. In questi giorni dalla Groenlandia arriva un’altra (pessima) notizia: tra temperature record e scarse nevicate della scorsa stagione invernale, lo scioglimento della calotta glaciale dell’isola procede a ritmo sempre più spedito. Due episodi che, come vedremo, sono tutt’altro che scollegati.

Iniziamo dalla situazione dei ghiacci groenlandesi. A lanciare l’allarme in questo caso è un articolo dell’Associated Press, in cui il matematico e climatologo David Holland, dell’università di New York, racconta la situazione anomala di questo 2019. Il punto, ovviamente, è che fa caldo. Tanto caldo che Holland racconta di essersi trovato a lavorare senza giacca e guanti durante una mattinata di rilevazioni nei pressi di Kulusuk, un piccolo villaggio della Groenlandia dove il termometro negli scorsi giorni ha superato (evento abbastanza raro) i 10 gradi centigradi. Ancora più eloquente, probabilmente, la situazione nella Summit Station della Us National Science Foundation, un centro di ricerca posto a 3.200 metri di altitudine, dove le temperature non superano praticamente mai lo zero. Per quanto è possibile sapere, era capitato una volta nel 2012, per un totale di 6,5 ore, una nel 1889 e probabilmente un’altra nel Medioevo. Nell’estate del 2019 invece è già capitato due volte, per un totale di 16,5 ore sopra lo zero.

Concentrandoci sulle conseguenze per i ghiacci, il momento peggiore è stato a cavallo tra il 31 luglio e il 3 agosto. In quei giorni – spiega l’esperto – l’ondata di caldo che ha colpito l’Europa continentale ha portato grandi masse di aria calda sull’isola, con risultati drammatici: in soli cinque giorni, 58 miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono sciolte sulla superficie della calotta groenlandese. Una cifra che supera di 40 miliardi di tonnellate le medie stagionali, e che non tiene in considerazione i ghiacci sciolti al di sotto della superficie marina.

Colpa del caldo, ovviamente, a cui però quest’anno si sommano gli effetti di una stagione invernale particolarmente avara di neve. In queste aree glaciali la neve fresca contribuisce infatti non solo a rimpolpare le riserve di ghiaccio, ma aiuta anche a proteggere la calotta dallo scioglimento, fornendo una superficie più chiara, che riflettere meglio il calore e rallenta quindi l’aumento delle temperature al si sopra del punto di scioglimento. Il risultato? Uno dei peggiori anni di sempre per la Groenlandia: secondo i calcoli degli scienziati per la fine dell’anno si saranno sciolte o staccate almeno 440 miliardi di tonnellate di ghiaccio dalla calotta dell’isola. Abbastanza da coprire l’intera superficie della Grecia con 35 centimetri di acqua.

La situazione della seconda riserva di ghiacci più ampia del pianeta, insomma, non è delle più rosee. Ma come si collega la situazione alle recenti sparate di Trump? È presto detto: con lo scioglimento sempre più veloce dei ghiacci l’Artico si sta trasformando in un luoghi più strategici del pianeta. E la Groenlandia è il punto di appoggio più vicino. Nei prossimi anni gli effetti del riscaldamento globale apriranno nuove rotte nell’oceano Artico, e l’area si trasformerà in qualcosa di simile a un novello canale di Suez: un centro nevralgico per i trasporti e i commerci tra Asia, Europa e continente Americano. Non a caso, la Cina ha iniziato da tempo ad interessarsi alla Groenlandia, proponendo lo scorso anno forti investimenti per costruire aeroporti e stabilimenti minerari sull’isola, nell’ambito di un progetto che qualcuno ha ribattezzato “la via della seta artica”.

Anche la Russia, ovviamente, guarda con interesse all’area, per il suo valore commerciale e militare. E non bisogna dimenticare che lo scioglimento dei ghiacci non farà che facilitare la nascita di nuovi impianti minerari (in Groenlandia sono presenti enormi giacimenti di terre rare, particolarmente importanti per gli Stati Uniti, visto che la guerra commerciale con la Cina sta mettendo a rischio gli approvvigionamenti) e soprattutto petroliferi: si stima che nell’artico si trovino circa il 13% di giacimenti di petrolio ancora inesplorati del pianeta.

Si può capire, insomma, quale interesse strategico rivesta l’isola per gli Stati Uniti. Ma nonostante questo, poche persone al mondo avrebbero immaginato di poter risolvere la questione come Trump, recapitando alla Danimarca una proposta di acquisto per la Groenlandia. Praticamente impossibile da accettare per mille motivi, non ultimo, come sottolineato dal premier danese Mette Frederiksen, il fatto che Groenlandia è sì parte del Regno di Danimarca, ma ha guadagnato da tempo ampissima autonomia: possiede un parlamento autonomo, un primo ministro, e dal 1982 non fa neanche più parte della Comunità europea.

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Il signor diavolo ha tutti i difetti degli horror anni ’70 e nessun pregio

Il signor diavolo ha tutti i difetti degli horror anni ’70 e nessun pregio

Esiste una certa aura mitologica intorno agli horror di Pupi Avati. Con La casa dalle finestre che ridono in testa, la modesta pattuglia di film realizzati tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 ha generato un culto alimentato anche dal contrasto con quella che è stata la filmografia di Avati da lì in poi, decisamente lontana dai lidi della paura. L’altro Avati, quello di genere, gode di una benevolenza che negli anni è stata alimentata dall’effetto sorpresa di chi, di volta in volta, lo scopriva dopo aver conosciuto i film contemporanei. Di fatto i suoi, anche nei casi migliori, sono stati horror derivativi che avevano il merito di fondare un piccolo sottoimmaginario figlio di quello di Dario Argento ma ambientato nella campagna padana.

Che oggi, in anni di crisi del suo cinema e di fatica a trovare un posto in televisione, ma anche di grande fortuna del cinema di paura, torni a quel genere suona come un’operazione ben poco spontanea e ispirata. La visione del film conferma l’impressione. Il signor diavolo, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato l’anno scorso da Avati e pensato inizialmente per la televisione, è un fiacco tentativo di horror italiano, tutto piegato verso l’estetica e il linguaggio di 40 anni fa, assolutamente impermeabile ed estraneo ai cambiamenti trascorsi in queste decadi. Sembra un piccolo viaggio indietro nel tempo, per nulla piacevole e piuttosto inutile.

Nel 1952 un pesce piccolo della DC viene inviato nel veneto per insabbiare un caso che sta destando scalpore e potrebbe compromettere i risultati del partito in quella regione. È una storia tra presente e passato di possessione (forse), di strane tradizioni ma anche emarginazioni e omicidi. Tutto molto confuso e introdotto da una sequenza alla Dario Argento che parte molto bene e finisce molto male, piccola sineddoche di un film capace di trovare ambientazioni obiettivamente ottime e ben congegnate ma anche di rovinare tutto con quello che vi fa accadere.

Paradossalmente pure la struttura a flashback funziona, insomma non è la narrazione in sé il problema, è che Pupi Avati non crede minimamente a quel che sta raccontando, non ne ha nessuna paura e si vede. Come un mestierante mette in scena ciò che la sceneggiatura (scritta da lui con Antonio e Tommaso Avati) indica, affidandosi al fatto che generalmente certe idee e certe scene mettano paura, che il buio spaventi più della luce, che certi rumori dovrebbero suscitare orrore, che il dentista faccia ribrezzo a tutti e le deformità siano sempre portatrici di pregiudizi. Insomma si fida di alcuni assunti e non trova invece nelle singole situazioni gli anfratti di paura, i punti di vista, le immagini e le trovate che colgono di sorpresa o suscitano l’orrore là dove si annida davvero. Se non agita delle catene e non mette delle tende strappate mosse dal vento o dei fantasmi con il lenzuolone in testa è solo perché quello non è il suo immaginario di riferimento.

Il tutto ovviamente non è aiutato dalla scelta di un ritmo lento, probabilmente finalizzato a creare un mood molle, immobile e sottilmente teso, in realtà capace solo di svantaggiare un racconto a tratti confuso che avrebbe di certo beneficiato dell’opposto, di un ritmo coinvolgente ed incalzante. La storia della scoperta progressiva di cosa si annidi nella provincia padana, delle usanze arcaiche e dei costumi ancestrali regionali è ben poco clamorosa e soprattutto ha tutti i difetti del cinema horror anni ‘70 visto oggi e nessuno dei suoi pregi.

Datatissimo Il signor diavolo finisce per tenersi a fatica sul crinale del ridicolo più arriva a dover quagliare l’orrore. Fa bella mostra ad esempio di una library di suoni che si usavano negli anni ‘70/‘80 e oggi sono risibili, stranianti e fuori luogo. Oppure coinvolge in ruoli marginali nomi come Andrea Roncato, Cesare Cremonini, Alessandro Haber e Gianni Cavina, storici volti di film di Avati, completamente stonati se usati in questa maniera per così poco tempo. Non abbiamo modo di credere ai loro personaggi perché li vediamo un attimo e rimaniamo solo stupiti della loro presenza, identificandoli per chi sono più che per chi interpretano. L’unico possibile interesse è per gli storici del cinema.

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Ecco come potrebbe essere il design della Ps5

Ecco come potrebbe essere il design della Ps5

Ps5 brevetto
(foto: LetsGoDigital)

Un brevetto registrato da Sony e pubblicato online dal sempre ben informato LetsGoDigital potrebbe aver svelato in anteprima il design della futura Ps5 di Sony. Non c’è la conferma definitiva che il dispositivo riprodotto sia proprio la console prossima ventura, ma gli indizi portano proprio in questa suggestiva direzione.

Il primo è che il brevetto è firmato nientemeno che dal direttore tecnico di Sony, Yusuhiro Ootori, che già aveva lavorato alla precedente Sony Ps4. La seconda è di carattere tecnico. Se di primo acchito non si può che pensare proprio a una console nonostante una forma più futuristica, si possono notare sigle e scritte interessanti che, una volta interpretate si rivelano piuttosto sibilline.

Il documento è stato registrato da Sony Interactive Entertainment presso l’Inpi (Instituto Nacional da Propriedade Industrial) ovvero l’ente brevetti brasiliano mentre è stato depositato presso l’Ompi (World Intellectual Property Office) lo scorso 13 agosto 2019. La descrizione dell’oggetto come “Configurazione applicata al/nel dispositivo elettronico” apre a diversi dubbi, ma la classe 14,02 del brevetto lo pone nell’insieme di dispositivi per l’elaborazione dei dati e periferiche collegate.

Guarda caso proprio quella dove si trovano diverse console, Ps4 inclusa. Ecco un confronto tra brevetti sempre realizzato da LetsGoDigital.

Confronto Ps4 Ps5
(foto: LetsGoDigital)

Quel che salta subito all’occhio è una forma molto meno minimalistica e essenziale della Ps4 con un ampissimo spazio per la ventilazione (per via della devastante potenza promessa?) e una struttura con pieni/vuoti che rompe in modo deciso col passato. Sul fronte si notano diversi ingressi e quello che sembra un lettore di dischi ottici.

Infine, l’indizio più controverso: la forma a V della parte superiore potrebbe essere un rimando al 5 come la quinta generazione della console di casa Sony. E se non fosse Ps5? Potrebbe alla fine rivelarsi come un accessorio esterno, ma anche in questo caso il mistero e fitto e la nebbia tutta da diradare.

Cosa potrà mettere sul piatto Ps5? Arriverà fino alla risoluzione 8k, sarà retrocompatibile con Ps4 e potrebbe debuttare con Gta 6.

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Tutti i Paesi in cui esiste lo ius soli, che Trump vuole eliminare

Tutti i Paesi in cui esiste lo ius soli, che Trump vuole eliminare

Foto di SAUL LOEB/AFP/Getty Images

La cittadinanza americana potrebbe smettere di essere un diritto di nascita. L’ultimo fronte polemico aperto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguarda il cosiddetto birthright citizenship, comunemente entrato nel dibattito politico del nostro Paese con il nome di ius soli.

Si tratta di una norma sancita dall’ordinamento americano tramite il XIV emendamento della Costituzione e la sua formulazione risale addirittura al 1868. In breve, la legge suprema degli Stati Uniti d’America stabilisce che chiunque nasca sul territorio americano abbia automaticamente diritto alla cittadinanza e ai diritti che tale status conferisce. Trump si è scagliato in più occasioni contro questa formulazione, arrivando a definirla “ridicola” nel corso di un’intervista rilasciata al sito internet di informazione Axios.

“Siamo l’unico Paese al mondo in cui una persona può arrivare e avere un bambino e quel bambino avrà la cittadinanza americana per 85 anni, con tutti i benefici che ciò comporta”, ha dichiarato Trump in quell’occasione. In queste ore la posizione di Trump è però diventata decisamente più concreta, tanto da rivelare ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca l’intenzione di occuparsi “seriamente” di un questione che potrebbe avviare una lunga battaglia, politica e legale.

Il diritto di nascita nel mondo

Come spesso accade con le dichiarazioni di Donald Trump, non è corretto definire gli Stati Uniti “l’unico Paese al mondo” a prevedere lo ius soli incondizionato. Secondo un documento pubblicato nel 2018 dal Global Citizenship Observatory, un centro studi che si occupa di raccogliere dati e informazioni sui processi di acquisizione della cittadinanza, lo ius soli non mitigato da alcuna condizione è adottato dal 18% dei paesi di tutto il mondo, percentuale che arriva all’83% prendendo in considerazione solo Nord, Centro e Sud America.

Oltre agli Stati Uniti, la cittadinanza viene automaticamente concessa dal confinante stato del Canada, ma anche da Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico, Perù e Venezuela.

Il diritto di nascita in Europa

Le cose cambiano un po’ spostandosi nel vecchio continente, dove lo ius soli è sempre vincolato da qualche requisito, seppur con notevoli differenze a livello normativo.

La concessione della cittadinanza è spesso legata al criterio della residenza nel Paese, come in Germania, dove è necessario che almeno uno dei due genitori viva regolarmente da 8 anni sul territorio tedesco, e nel Regno Unito, che valuta solo le domande giunte da un genitore con un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. In Grecia gli anni di residenza richiesti per un genitore sono 5.

In Spagna è molto facile ottenere la residenza per la seconda generazione, un solo anno di permanenza sul territorio, mentre diventa decisamente più complicato in caso di genitori nati all’estero, situazione in cui gli anni richiesti diventano 10 (5 per i rifugiati, 2 per i cittadini dell’America Latina). Nel vicino Portogallo lo ius soli diventa automatico solo a partire dalla terza generazione, mentre in Belgio e Francia ogni bambino acquisisce la cittadinanza all’età di 18 anni (è necessario comunque aver vissuto stabilmente nel Paese).

La legge vigente in Italia risale al 1992 e assegna la cittadinanza a cittadini stranieri nati sul territorio italiano solo al diciottesimo anno di età e solo a condizione di aver vissuto legalmente e ininterrottamente in Italia.

Il tema è stato lungamente dibattuto e dopo 13 anni di rinvii, nel 2015 si era riusciti a incardinare al Senato un disegno di legge popolare che prevedeva uno ius soli temperato (cittadinanza ai nati in Italia da genitori con permesso di soggiorno Ue e residenti sul territorio nazionale da almeno 5 anni) affiancato da uno ius culturae (cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia o arrivati prima dei 12 anni di età, a patto che abbiano frequentato per almeno cinque anni istituti scolastici o percorsi di formazione).

Il disegno di legge si è arenato con la fine della passata legislatura e da quel momento il tema della cittadinanza è praticamente uscito dal dibattito pubblico.

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Il teaser del film Bombshell, tre star per gli scandali sessuali di Fox News

Il teaser del film Bombshell, tre star per gli scandali sessuali di Fox News

Fa caldo qui“, dice il personaggio di Nicole Kidman nel primo teaser del film Bombshell. L’attrice premio Oscar nel video prende l’ascensore, in momenti pieni di imbarazzo ed esitazione, assieme a una Charlize Theron quasi irriconoscibile per via del trucco e anche a Margot Robbie. La strana situazione è presto spiegata andando a guardare la trama del film: le tre infatti interpretano rispettivamente Gretchen Carslon, Megyn Kelly e Kayla Pospisil. Mentre quest’ultima è un personaggio di fantasia, le prime due sono state giornaliste della rete americana Fox News, al centro di una serie di scandali sessuali che questa pellicola vuole appunto ritrarre.

La storia ruota attorno al caso legato a Roger Ailes, una delle personalità di punta del canale all news molto vicino al partito repubblicano, che nel 2016 è stato allontanato dalla rete dopo che una serie di accuse di molestie sessuali erano emerse nei suoi confronti. A farsi avanti per prima fu proprio Carslon, affermando di essere stata licenziata per aver rifiutato le avance di Ailes, e a lei si aggiunse subito dopo anche Kelly, oltre ad altre donne rimaste anonime. “Quello che è iniziato come un sussurro è diventato una notizia bomba“, si vede anche nella clip di anticipazione.

Bombshell, diretto da Jay Roach (Austin Powers, Ti presento i miei), uscirà negli Stati Uniti il prossimo 20 dicembre e vedrà nel cast anche nomi come John Lithgow (che darà il volto proprio ad Ailes), Kate McKinnonConnie BrittonMark DuplassAllison Janney. Sullo stesso scandalo Showtime ha dedicato a giugno la miniserie The Loudest Voice, in arrivo prossimamente anche da noi su Sky Atlantic, con Russell Crowe nei panni di Ailes e Naomi Watts in quelli di Carslon.

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10 idee per le vacanze estive del 2020

10 idee per le vacanze estive del 2020

La lavatrice gira e rigira per lavare tutto quanto, le valigie tornano mestamente nello sgabuzzino e i social traboccano di fotografie griffate #memories. Per molti le vacanze estive del 2019 si apprestano a entrare inesorabilmente nel mondo dei ricordi, mentre scuola e lavoro tornano a bussare prepotentemente alla porta della quotidianità. Come combattere, dunque, la nostalgia e lo sconforto che rischiano di compromettere in modo irreversibile il nostro ritorno in città? Incominciando a programmare le prossime vacanze, ovviamente.

In Islanda, per esempio, per perdersi tra cascate mozzafiato, geyser birichini, terme all’aperto e assaggi di squalo fermentato. O chissà, magari nel lontano Vietnam, per viaggiare a cavallo fra tradizioni antichissime e impronte più che fresche della recente storia, alternando il tutto con vere e proprie spiagge paradisiache. In alternativa, senza dover fronteggiare voli interminabili, è possibile programmare una capatina in Romania, per un tour dei castelli, o nella ancora più vicina Slovenia, per vacanze in cui immergersi tra natura, laghi e grotte. Ecco allora qualche consiglio per iniziare a sognare in vista della prossima estate, da scoprire nella nostra gallery.

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