Da The Prestige a Sherlock Holmes, lo sguardo del cinema sulla tecnologia nella Belle Époque

Da The Prestige a Sherlock Holmes, lo sguardo del cinema sulla tecnologia nella Belle Époque
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Viviamo nell’epoca più tecnologica di sempre. Il cinema e le serie tv, così come il mondo videoludico, ci mostrano continuamente un universo narrativo in cui il concetto di avveniristico perde sempre più d’importanza, visto che la realtà spesso raggiunge (ed in qualche caso anticipa) la fantasia.

Ma non è una prerogativa solamente della nostra epoca. Il rapporto tra uomo e tecnologia, si fece via via sempre più suggestivo ed intimo a partire dalla fine del XIX secolo, contraddistinse la fine di quell’era comunemente definita Vittoriana e l’anima di quella successiva definita come Belle Époque, tragicamente interrotta dalla Grande GuerraMa come vedevano la neonata tecnologia quegli uomini, che in breve tempo dalle carrozze coi cavalli si trovarono a bordo di biciclette ed auto, conobbero il telegrafo, cominciarono a scoprire che esisteva un mondo fatto di elettricità, atomi e tanto altro ancora? Il cinema ha cercato di parlarci di quella tecnologia, di quel periodo in cui l’industrializzazione di massa, le nuove scoperte scientifiche, paradossalmente favorirono spesso la fantasia più fertile, facendo rinascere l’occultismo, il soprannaturale, forze invisibili ed arcane. Spesso, lo ha fatto unendo realtà storica e fantasia.

Christopher Nolan e Nikola Tesla

Uscito 15 anni fa è uno dei migliori film su quel periodo storico in cui la scienza faceva passi da gigante, diventava quasi una nuova religione, alimentando però paradossalmente l’illusionismo, quei grandi performer che promettevano di stupire il pubblico con magie e mistero.
La rivalità tra Alfred Bornen (Christian Bale) e Robert Angier (Hugh Jackman) diventa grazie a Nolan, il simbolo di quell’epoca contraddittoria. In Borden, sperimentatore anarchico, egli creò il simbolo dei tanti inventori e scienziati, che per puro e disinteressato amore del progresso e della ricerca, ci aprirono un mondo di possibilità. Al contrario Angier, ambizioso, animato da una bramosia spietata, rappresenta l’anima industriale e capitalista, che usò le nuove scoperte per il mero profitto, senza curarsi delle conseguenze.
Non a caso, a decidere le sorti dei due, sarà uno dei più geniali e sfortunati inventori di tutti i tempi: Nikola Tesla (interpretato da David Bowie). Tesla per loro crea un macchinario in grado di clonare l’uomo, uno strumento che Angier userà spietatamente per diventare una star. The Prestige parlava della magia del cinema, dell’illusione dell’arte, certo. Ma come non vedervi, nella neutralità di Tesla, una metafora sui limiti del rapporto tra uomo e tecnologia, mostrataci come un mero strumento, i cui effetti dipendono dagli scopi decisi dalla mente di chi la possiede.  

Paul McGuigan e Victor Frankestein

Come tale principio possa essere vero, viene mostrato in, diretto da Paul McGuigan, trasposizione del celebre romanzo di Mary Shelley sulla “Creatura” nata da pezzi di cadavere per mano di un giovane studente di medicina. Il giovane Victor Frankestein (James McAvoy) e il suo assistente Igor (Daniel Radcliffe) rappresentano perfettamente lo spirito “anarchico” della scienza di quel periodo, che sovente andava contro ogni principio etico in nome della sperimentazione, anche la più estrema. Un aspetto qui di primaria importanza, è la rappresentazione dell’energia elettrica secondo le idee che molti in quel finire di 800 teorizzavano, vedendovi possibilità potenzialmente sconfinate, soprannaturali.
La scienza diventa qui strumento dell’occulto, dell’impensabile, viene mostrata come mezzo attraverso il quale l’uomo di sostituisce a Dio, travalica ogni limite, mirando a correggere gli “errori” della natura.Era il punto di vista di quel movimento filosofico noto come Positivismo, che come il giovane Viktor Frankenstein, rifiutava i dogmi e la moralità religiosa, in nome del progresso tecnologico assoluto.

Alfonso Gomez-Rejon ed Edison

Il futuro è al centro anche di Edison – l’uomo che illuminò il mondo di Alfonso Gomez-Rejon, biopic dedicato alla leggendaria “Guerra delle correnti” che vide contrapposti Thomas Edison (Benedict Cumberbatch) e il brillante George Westinghouse (Michael Shannon).
Qui ritorna centrale ancora una volta la figura di Tesla (interpretato da Nicholas Hoult), simbolo dell’innovazione, del genio sperimentatore nel senso più puro, quello che sovente anche oggi viene soffocato dalla logica di mercato. La tecnologia viene qui declinata storicamente come il risultato dell’iniziativa personale, quindi mutevole, non prevedibile. Corrente continua od alternata? Dietro tale dilemma, che creò la celebre rivalità tra i due grandi inventori, il film ci parla soprattutto dello scontro tra innovazione tecnologica e imprenditoria, della necessità che si materializzò in quegli anni, di avere degli standard universali che tenessero conto di costi e benefici. Contemporaneamente, questo biopic è anche uno dei primi ad affrontare il tema della pubblicità come mezzo per rendere la tecnologia apprezzata (od odiata) dal pubblico, di come la comunicazione sia anch’essa una parte fondamentale dell’innovazione.
Ancora più che nel film di Nolan, si può comprendere quale mix di meraviglia e paura provasse il pubblico, di fronte a queste scoperte, ad un mondo misterioso che gli si dischiudeva davanti.

Guy Ritchie e Sherlock Holmes

Arriviamo quindi a Guy Ritchie, ai suoi due film su Sherlock Holmes. Nel primo, vi è forse la migliore rappresentazione di quanto durante l’epoca vittoriana, la tecnologia permettesse a chi ne conosceva i segreti, di imporsi come una figura a metà tra lo stregone e la rock-starLord Blackwood (Mark Strong) usa la conoscenza per instillare paure ancestrali e risvegliare la superstizione. Lo fa nel momento in cui l’elettricità sta diventando sempre più importante, ma assieme ad essa fa la sua comparsa anche la ben poco reclamizzata chimica.
Holmes (Robert Downey Jr.) e Watson (Jude Law) mentre sono sulle sue tracce, vivono come in un’ucronia, in un mondo dove esistono teaser ed armi di distruzione di massa azionate a distanza.
Qualcosa di molto simile è presente anche nel seguito, Gioco di Ombre, dove il letale Professor Moriarty (Jared Harris), ha a disposizione armi ed equipaggiamenti che precorrono i tempi, e si diletta con interventi di chirurgia plastica fantascientifici. L’elemento veramente interessante qui, è però soprattutto la visione di Moriarty. Egli prevede che la tecnologia cambierà il volto della guerra e della società, muovendosi in armonia con l’industrializzazione di massa creerà un regime basato sulla domanda e l’offerta. La ricerca, la sperimentazione tecnologica, qui è collegata al mito futuristico della guerra purificatrice, dell’uomo macchina che si impadronisce del futuro, domina l’universo ed i suoi simili con la scienza ed i suoi doni.

 

 

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Cosa sappiamo sulla “super-immunità” da Covid-19 e perché studiarla

Cosa sappiamo sulla “super-immunità” da Covid-19 e perché studiarla

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(foto: Unsplash)

Il tema dell’immunità da coronavirus, come abbiamo visto in quasi due anni ormai di pandemia, è estremamente complesso. Le discussioni intorno a durata, forza, natura dell’immunità acquisita dopo infezione o vaccinazione hanno ripercussioni importanti in termini di diffusione del virus, rischio di re-infezione e politiche vaccinali. Basti pensare alla questione delle vaccinazioni di chi ha già avuto l’infezione: meglio completare il ciclo vaccinale, in caso di doppia dose? Aggiungono qualche elemento su cui i riflettere i risultati a cui sono giunti alcuni ricercatori di recente in tema di immunità. Mediaticamente è stata ribattezzata “super immunità”, occasionalmente anche immunità “superumana”, indica la risposta scaturita dalla combinazione di infezione e vaccinazione, che sarebbe particolarmente potente. Studiarla potrebbe tornare utile mentre si sta lavorando alla somministrazione delle terze dosi.

Vaccino, Covid-19 e super immunità

A rilanciare il tema della super immunità è un pezzo apparso sul sito di Nature in questi giorni, agganciandosi a un articolo pubblicato sulla stessa rivista un mese fa. Secondo l’articolo, perché il coronavirus scappi agli anticorpi che si ritrovano nel sangue di una persona infettata o vaccinata, dovrebbe accumulare almeno venti mutazioni in punti sensibili. Non una cosa facilissima insomma. Detto in altre parole: l’immunità sviluppata da vaccini e malattia nel complesso è abbastanza buona, per ora. Ma la ricerca va oltre, individuando una sorta di super immunità.

Più nel dettaglio il team della Rockefeller University ha fatto questo: ha costruito un coronavirus “finto”, polimutante, con venti tra le peggiori mutazioni possibili sulla proteina spike. E ha cercato quindi di capire quale sia stata la risposta immunitaria nei vaccinati o infettati nei confronti di questa forma polimutante.

Con tutte queste mutazioni (tante), effettivamente, il virus (falso) riesce a bucare la risposta immunitaria, pur rimanendo “vulnerabile”, spiegano i ricercatori, alle risposte anticorpali delle persone che erano state infettate e avevano ricevuto il vaccino. Un’immunità “incredibilmente vasta”, così Paul Bieniasz, a capo del paper, commenta quanto osservato per chi ha avuto Covid-19 ed è stato vaccinato, che lascia supporre una protezione non solo contro le varianti in circolo ma potenzialmente anche contro altre che potrebbero presentarsi in futuro. Cosa significa e come si potrebbe spiegare tutto questo?

Un sistema immunitario in evoluzione

Il significato va ricercato nel meccanismo di funzionamento del sistema immunitario e potrebbe avere ripercussioni importanti per la gestione delle campagne vaccinali, in particolar modo dei richiami. Infatti, quanto osservato ora si riaggancia a un’altra scoperta, annunciata a inizio anno dallo stesso team. Ha a che fare con l’evoluzione e il funzionamento del nostro sistema immunitario. Gli scienziati infatti hanno osservato che anche mesi dopo l’infezione gli anticorpi contro il coronavirus, sebbene diminuiscano in numero, continuano a evolversi, o meglio, si evolvono le cellule che li producono (i linfociti B), di fatto aiutando l’organismo a rendersi pronto a una eventuale ri-esposizione, come vi abbiamo raccontato.

La somministrazione del vaccino (e quindi lo sviluppo della cosiddetta immunità ibrida, identificando quella appunto che deriva da infezione naturale e vaccinale) non farebbe che potenziare questo meccanismo, spiegano oggi, allargando e affinando la risposta anticorpale, e aumentando anche la capacità del sistema immunitario di rispondere alle varianti (come suggerito da un altro studio simile sul tema risalente a pochi mesi fa e dallo stesso team della Rockefeller University). Un effetto maggiore appunto in chi è stato vaccinato dopo la malattia rispetto a chi è stato vaccinato senza aver contratto Covid-19, probabilmente anche perché l’esposizione all’infezione genera anticorpi diversi contro la proteina spike e più in generale contro altri antigeni virali.

Per usare le parole di Shane Crotty del La Jolla Institute for Immunology in una perspective su Science, l‘immunità ibrida potrebbe essere vista come una pianta ibrida, la risultante di due linee (immunità naturale e da vaccino) che combinate insieme hanno un effetto sinergico, e fanno crescere la pianta che ne deriva meglio, più forte. Per effetto combinato di diversi componenti del sistema immunitario: le cellule B da una parte sì, che maturano ed evolvono nel tempo, ma anche dei linfociti T, che contribuiscono, tra l’altro, proprio a potenziare la risposta dei linfociti B e la produzione anticorpale.

Ma, ricorda ancora Nature, non è detto che qualcosa di analogo non si verifichi anche per le persone che sono state vaccinate senza aver avuto la malattia (che rappresenta sempre un rischio, a differenza dei vaccini). Questi pazienti infatti sarebbero stati seguiti finora mediamente per un tempo minore, ma ci sono indizi che lasciano supporre meccanismi di maturazione anticorpale e resistenza al virus simili a quelli osservati nei vaccinati già infettati, giustificando così l’eventuale uso di dosi booster.

Come riassume bene uno studio pubblicato su Science Translational Medicine, l’esposizione ripetuta all‘antigene migliora la risposta immunitaria nel tempo, e che, di conseguenza, “l’efficacia del vaccino, anche contro varianti emergenti resistenti alla neutralizzazione, possa migliorare dopo una dose booster, anche se la dose booster contiene la proteina spike del lineage originale (del virus, nda)”.

 

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Questa società sta reinventando le batterie agli ioni di litio

Questa società sta reinventando le batterie agli ioni di litio

Foto di Ralph Hutter on Unsplash

Nel 2003, Gene Berdichevski venne a sapere di un gruppo di imprenditori che stava pianificando di realizzare auto sportive elettriche per il mercato statunitense. Era uno studente alla Stanford University ed era affascinato dall’industria dell’energia: costruiva auto leggere alimentate con energia solare, che funzionavano grazie a batterie agli ioni di litio e le portava in giro per il Paese. 

Berdichevski aveva calcolato che la densità di energia delle batterie agli ioni di litio rendeva possibile la realizzazione di auto vere che potevano percorrere almeno 500 chilometri con una singola carica, e aveva elaborato un business plan basato su questa idea. Sei mesi dopo, mollò la Stanford per unirsi a quegli imprenditori e diventare il settimo dipendente di Tesla.

Tuttavia, più tempo trascorreva nella società, più aumentava la sua frustrazione relativamente alle condizioni dell’industria delle batterie. “Oggi tutto il mondo dovrebbe essere elettrico“, diceva. Ma le prestazioni miglioravano di poco, i prezzi calavano lentamente e le tecnologie delle nuove batterie che promettevano di sostituire quelle agli ioni di litio erano ancora lontane decenni.  

Berdichevski lasciò Tesla e tornò alla Stanford per studiare e ottenere un master in scienza dei materiali, con l’obiettivo di esplorare potenziali soluzioni. Tuttavia, si rese conto che ogni nuova tecnologia, per farsi strada, avrebbe avuto bisogno di inserirsi nei processi industriali esistenti: il settore dell’energia solare forniva un esempio da evitare, dal momento che i miglioramenti progressivi e la caduta dei prezzi nella consolidata energia solare basata sul silicio aveva spinto gli innovatori fuori dal mercato. La risposta, decise, non era sostituire gli ioni di litio ma migliorarli

Nel 2011, fondò Sila Nanotechnologies insieme al professore di ingegneria del Georgia Tech, Gleb Yushin e il collega di Tesla, Alex Jacobs. La società punta a migliorare del 50 per cento la performance delle batterie agli ioni di litio sostituendo l’anodo, uno dei quattro componenti chiave delle batterie, che hanno anche un catodo, un separatore e un elettrolito. (Gli ioni di litio viaggiano dall’anodo al catodo attraverso l’elettrolito quando la batteria viene usata e in senso opposto quando viene ricaricata.)

Di solito l’anodo è costituito da grafite, ma Sila ne ha creato uno composto di silicio nano-ingegnerizzato, che può contenere litio in una quantità 24 volte superiore senza gonfiarsi e degradarsi, così una batteria delle stesse dimensioni è in grado di essere più potente. Questa innovazione sarà decisiva per decarbonizzare merci e aviazione. “Il miglioramento del 50 per cento che stiamo per rendere disponibile, permetterà autotrasporto su lungo raggio e voli elettrici“, afferma Berdichevski (anche se specifica che i voli elettrici probabilmente saranno disponibili solo su brevi rotte regionali.)

Sila sta lavorando insieme a Bmw e Daimler sui veicoli elettrici, e insieme ad altri partner su dispositivi elettrici di largo consumo che dovrebbero essere resi pubblici più avanti nel corso dell’anno. Quando i prodotti arriveranno sul mercato (“entro sei mesi“, secondo Berdichevski), rappresenteranno la sfida più grande nell’ambito della tecnologia per le batterie dai primi anni novanta, quando le batterie basate su litio e cobalto arrivarono ai consumatori con i Walkman di Sony.

Una delle preoccupazioni rispetto agli ioni di litio riguarda l’impatto negativo dell’estrazione di litio e cobalto sulle comunità e l’ambiente in Sudamerica, Asia e Africa. Questo, insieme alla crescita del prezzo del litio, è uno dei motivi alla base della corsa alle nuove tecnologie d’immagazzinamento dell’energia, quali i supercapacitatori basati su solfuro di litio, sugli ioni di alluminio e sul carbonio. 

Ma il litio è uno degli elementi più piccoli e leggeri. “Quei legami chimici sono tra i più forti che è possibile ottenere per unità di peso e volume“, spiega Berdichevski . “Da un punto di vista scientifico, è difficile immaginare come possa essere rimpiazzato“. E, sostiene sempre Berdichevski, non è fondamentalmente scarso. Se necessario, è possibile estrarlo dall’acqua del mare.

La strategia di Sila, che punta a migliorare la tecnologia attuale, paga di sicuro sul fronte degli investimenti: la società di recente ha raccolto 600 milioni di dollari per finanziare una nuova linea di produzione, e sebbene la società non preveda di fabbricare proprie batterie, nei prossimi anni costruirà un impianto capace di fornire materiali per gli anodi delle batterie di un milione di veicoli, o di un miliardo di dispositivi di elettronica di largo consumo. 

Concentrandosi solo su una parte della tecnologia, anziché cercare di reinventare l’intera batteria, Sila è stata in grado di portare già oggi sul mercato prodotti per l’immagazzinamento dell’energia migliorati, ed è riuscita a farlo in modo che questi possano essere integrati nelle linee di produzione esistenti, mentre altre tecnologie sono ancora indietro di anni. Ulteriori miglioramenti di altri componenti della batteria potrebbero in futuro aiutare a sfruttare ancora di più le potenzialità degli ioni di litio e condurci dove sarebbe giusto che fossimo per contrastare il cambiamento climatico. “ una rivoluzione a puntate“, osserva Berdichevski.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Wired Uk

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I gatti sono davvero così pericolosi per la fauna selvatica?

I gatti sono davvero così pericolosi per la fauna selvatica?

Photo by Pacto Visual on Unsplash

I gatti sono spesso considerati il nemico numero uno della fauna selvatica, mentre molto meno si sa dell’impatto dei cani. La preoccupazione di alcuni conservazionisti australiani è che gli animali da compagnia possano predare la fauna nativa, soprattutto mammiferi e uccelli, e portare alcune specie all’estinzione. Al momento ci sono pesanti restrizioni relative ai felini domestici (associate a campagne di abbattimento dei gatti ferali), mentre per i cani ci sono solo prescrizioni ad andare al guinzaglio in alcune aree e rimanere all’interno dei giardini di proprietà. Questa differenza non è stata finora supportata da studi scientifici.

Un nuovo studio pubblicato su Frontiers Veterinary Science condotto da un team di ricercatori australiani chiarisce finalmente l’impatto relativo di cani e gatti sulla fauna locale urbana. Lo studio usa l’approccio della citizen science, tramite questionari online che chiedevano ai proprietari di segnalare e identificare le eventuali prede dei loro animali.

I risultati dello studio sono molto interessanti: in entrambi i casi la maggior parte delle prede erano mammiferi e, di questi, quelli predati da cani e gatti, l’88% e il 97% dei casi rispettivamente, erano topi, ratti e conigli, tutte specie introdotte recentemente in Australia e considerate nocive. I cani però erano molto più inclini dei felini nel predare specie native, 62% contro 47%. Di queste, le specie più predate erano scinchi e lucertole, ma i cani erano più inclini a predare anche animali più grandi come opossum, canguri e wallaby, mentre la maggior parte degli uccelli predati erano introdotti o molto abbondanti: il 18% degli uccelli predati dai cani e il 14% di quelli predati dai gatti erano autoctoni, ma nessuna popolazione di uccelli predati, secondo il questionario, è in declino.

Questi risultati sono in disaccordo con diversi studi precedenti, che riportano un effetto negativo dei felini domestici sulle popolazioni native di uccelli e mammiferi. Tuttavia, fanno notare gli autori, “molti studi si basano solo su modelli matematici e non valutano le reali densità di popolazione. Per esempio, una recente revisione sistematica riporta che i gatti negli Stati Uniti uccidono miliardi di uccelli e mammiferi ogni anno”. Secondo gli autori, questi numeri sono sovrastimati in quanto estrapolazioni da altri studi che usavano presupposti sbagliati, per esempio non tenevano conto del breve tempo che il gatto medio americano spende fuori casa, o sovrastimano il numero di gatti rispetto ai numeri effettivi forniti dalla associazione dei veterinari americani.

Uno studio neozelandese, continuano gli autori, “stima gli uccelli predati dai gatti in un’area urbana in modo implausibile, dato che il numero di uccelli predati dai gatti in 12 mesi è vicino o superiore al numero totale di uccelli presenti”. Un altro studio condotto nell’area metropolitana di Perth (Australia Occidentale), riferiscono i ricercatori australiani, non trova correlazione tra la densità di cani e gatti e l’abbondanza di passeriformi, ma trova una correlazione negativa tra la densità degli uccelli e lo sviluppo edilizio, il che porta gli autori a concludere che il fattore critico sia la distruzione dell’habitat, piuttosto che la presenza di cani e gatti. Infine, secondo lo studio, non si tiene conto degli effetti positivi delle predazioni da parte di cani e gatti, come la recente invasione di ratti e topi in Australia dopo le campagne di abbattimento lascerebbe pensare.

Il fattore critico, conclude lo studio, non è quanti animali vengono predati ogni anno, ma l’impatto generale di cani e gatti sulle popolazioni di animali selvatici. La predazione a opera di cani e gatti sembra essere di importanza minore rispetto ad altri problemi come la perdita di habitat e lo sviluppo urbano. Si deve puntare a sforzi di conservazione efficaci sulla base di studi scientifici, anziché biasimare una singola specie senza una evidenza sperimentale.

* L’autrice dell’articolo è stata peer reviewer della ricerca menzionata

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Halloween, 15 libri spaventosissimi per bambini e ragazzi

Halloween, 15 libri spaventosissimi per bambini e ragazzi

Fantasmi, zombie, vampiri, streghe: per Halloween, cosa c’è di meglio che farsi spaventare da una bella storia di paura? Anche bambini e bambine subiscono il fascino di questa festa mostruosa, del suo essere legata alla notte e all’occulto. Per sfruttare il momento e proporre alla famiglia di leggere insieme una bella storia dell’orrore non c’è che l’imbarazzo della scelta.

La letteratura per l’infanzia, infatti, celebra in tanti modi la notte in cui il mondo dei vivi e quello dei defunti si toccano da vicino. Tra le novità in un’uscita quest’anno, bambine e bambini al primo ciclo della scuola primaria impazziranno per il nuovo capitolo di Mortina (Mondadori), la bambina zombie di Barbara Cantini, che questa volta si metterà alla ricerca dei genitori scomparsi. Per la fascia d’età della scuola dell’infanzia, invece, perfetti sia il grande classico inglese Ossaspasso ora finalmente portato in Italia da Carmelozampa che il simpatico Tibia e Biagio, l’amicizia è servita (Terre di mezzo), che terra dell’improbabile ma perfetta storia d’amicizia tra un cane e uno scheletro.

Per il loro Halloween, ragazze e ragazzi più grandi adoreranno invece le atmosfere inquietanti di Dieci di Marine Carteron (Giunti), una storia di isole deserte, telecamere e morti per eliminazione che mescola elementi di Agatha Christie e Stephen King e fa pensare anche a Squid Game. Chi di loro ama le graphic novel, invece, apprezzerà anche Beetle l’apprendista strega (Tenue), dove una simpatica strega goblin dovrà riuscire a gestire al tempo stesso il suo apprendistato stregonesco e la ricerca della propria identità tipica di tutti gli adolescenti.

Queste sono solo alcune delle nostre proposte: nella gallery trovate 15 bellissimi libri per bambine e bambini, ragazze e ragazzi per un weekend di Halloween davvero da paura.

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Una coalizione globale per creare i mercati contadini del futuro

Una coalizione globale per creare i mercati contadini del futuro

Tra i lasciti più evidenti delle ore più convulse di questo biennio pandemico, c’è sicuramente una riflessione sulla nostra spesa alimentare. Perché se da una parte abbiamo assistito ad una spinta verso il digitale, e una rimonta dell’acquisto online, d’altra parte lo sguardo si è rivolto al locale, e ai benefici che questo può offrire in termini di qualità, di sostenibilità e anche di rapporto umano.

I farmers market

Il settore dove questo approccio diventa evidente è quello agroalimentare: in tutto il mondo sta prendendo piede un modello che unisce produttore e consumatore, usando la leva della tradizionale prossimità territoriale e, al tempo stesso, assicurando pratiche e approcci votati al futuro. Da queste premesse, questa estate, ha preso vita la Coalizione mondiale dei farmers market (che potremmo tradurre come “mercati contadini”), di cui oggi fanno parte Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Norvegia, Australia, Danimarca, Giappone, Ghana, Georgia, Cile, Nuova Zelanda e anche l’Italia.

Proprio il nostro Paese è stato precursore di un’esperienza cui altri oggi stanno guardando, quella dei mercati di Campagna Amica, rete promossa dal sindacato Coldiretti e nata nel 2008, che oggi conta oltre mille mercati di vendita, ospita più di 10mila aziende ed è in grado di generare oltre 4 miliardi di fatturato. “I farmers market sono il luogo dove si concretizza nella maniera più importante la necessità dei consumatori di fidarsi di chi produce il cibo, si crea un rapporto di fiducia e ci si apre a ci chi vuole conoscere chi ha prodotto che mangia, e da dove proviene”, spiega Carmelo Troccoli, direttore generale di Fondazione Campagna Amica.

Rispetto ai mercati rionali già conosciamo, precisa Troccoli, nei farmers market si trovano infatti gli stessi produttori, allevatori o agricoltori, che allevano e coltivano i prodotti a chilometro zero che troviamo sul banco, e non degli intermediari. Per la medesima ragione, avendo anche campi e bestiame da seguire, i farmers market di Campagna Amica non sono aperti più di un paio di giorni a settimana, ma spesso offrono la consegna a domicilio.

Una filiera globale ma corta

Il tema del chilometro zero, in particolare, è molto sentito. Secondo i dati condivisi da Campagna Amica, tra l’inizio degli anni Novanta e il 2017 il valore del commercio alimentare globale è passato da 315 miliardi di dollari a circa 1.500 miliardi di dollari e i Paesi a basso e medio reddito rappresentano quasi un terzo di questo commercio alimentare. Ma più la filiera alimentare si allunga, spiega Coldiretti, più aumentano i problemi logistici, ambientali e anche speculativi, come la pandemia ci ha dimostrato. Al tempo stesso, soluzioni che prima di questa fase sembravano un azzardo, sono presto diventate l’unica risposta possibile.

Quattro anni fa abbiamo dato vita a un progetto di mercati indoor, ed è quello che successivamente ci ha dato possibilità affrontare la pandemia perché sono serviti anche come piattaforma per il delivery a casa delle persone”, prosegue Troccoli. E non si tratta dell’unica novità nata dal periodo difficile: “Eravamo ad aprile di un anno e mezzo fa. Stavamo cercando di capire come affrontare la situazione, e abbiamo avviato dei contatti con i nostri amici statunitensi, dove la Farmers Market Coalition americana rappresenta oltre 4mila mercati e oltre 40mila produttori a livello nazionale. Pian piano, è nata l’idea di una coalizione mondiale”.

Ovvero, l’esigenza di far “fronte comune” radunando le associazioni, studiando nuove soluzioni per emancipare gli agricoltori, ma al tempo stesso divulgare (anche tramite social network) e le tematiche relative alla buona alimentazione: “La nostra esperienza di Campagna Amica è sicuramente all’avanguardia, possiamo contare su una rete di mercati coperti estremamente sviluppata e molti stanno guardando al nostro esempio. Viceversa, mi piacerebbe portare in Italia una iniziativa che esiste negli Stati Uniti e in Canada, in base alla quale grazie ad un aiuto pubblico, ad esempio dei coupon, alle famiglie in difficoltà venga garantito l’accesso ai prodotti dei farmers market, ovvero a cibo locale, più fresco e nutriente,” riassume Troccoli.

C’è poi una seconda area che la rete italiana sta cercando di implementare. Dice Troccoli: “Vorrei che i nostri farmers market diventassero sempre più simili a quelli dei nostri amici londinesi, ovvero un luogo non solo dove fare la spesa, ma uno spazio di intrattenimento con spettacoli, giochi per bambini, attività didattiche: stiamo già lavorando in questa direzione”.

Coworking contadino

La finalità, spiegano da Coldiretti, è cambiare il paradigma: meno cibo anonimo, più volti e qualità. Ma se è vero che la pandemia ha favorito la riflessione, secondo il direttore di Campagna Amica non si tornerà indietro, crisi o non crisi: “La pandemia ci ha portato ad un aumento delle richieste del +20% soprattutto per quanto riguarda ortofrutta, farina, pasta. Nel 2020 abbiamo aperto 43 mercati, e per il 2021 siamo sopra i 30 già aperti, e i numeri continuano a crescere, quindi siamo molto positivi”.

La richiesta di farmers Market, in particolare, non va solo incontro alla voglia di cibo fresco e locale, prosegue Troccoli, ma è anche la strada ideale per trasformare un luogo antico, il mercato rionale, in un vero e proprio spazio di coworking per i contadini: “Fondazione Campagna Amica aiuta a trovare gli spazi pubblici adatti ai mercati o a partecipare bandi per l’assegnazione degli spazi. A livello pratico, poi, in un periodo di crisi economica questo diventa il luogo dove poter spartire i costi, gli spazi e le competenze, esattamente come un coworking”.

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Gli appuntamenti da non perdere (anche online) a Lucca Comics & Games

Gli appuntamenti da non perdere (anche online) a Lucca Comics & Games

È iniziato il conto alla rovescia per Lucca Comics & Games 2021. Manca meno di una settimana al ritorno della più grande fiera italiana dedicata all’universo dei fumetti e dei giochi. Dopo un 2020 in formato esclusivamente digital per via del Covid-19, il festival ritorna in presenza anche se con meno padiglioni e un tetto massimo di 20mila visitatori al giorno (rispetto ai quasi 100mila del periodo pre-pandemia).

Per chi è riuscito ad accaparrarsi un biglietto nonostante il sold-out quasi istantaneo, e per chi invece seguirà la fiera in streaming o tramite i tanti appuntamenti online, il programma del 2021 si prospetta ricco di incontri, conferenze e appuntamenti suddivisi tra comics, games, music, videogames, fantasy, cosplay, film, junior e Japan. Le iniziative sono talmente tante che riassumerle tutte sarebbe praticamente impossibile, ma nella gallery in alto abbiamo riassunto gli eventi più significativi e gli appuntamenti imperdibili.

Per tutti gli altri, e per conoscere i dettagli sulle novità e gli autori presentati dalle singole case editrici, il punto di riferimento resta il programma ufficiale, tuttora in costante aggiornamento. Senza contare gli oltre 120 campfire distribuiti sul territorio italiano: eventi organizzati da fumetterie, librerie e altri negozi, che permettono di assaporare un assaggio di Lucca Comics & Games riprodotto in piccolo e a livello locale.

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È disponibile in Italia il primo anticorpo monoclonale contro Hiv

È disponibile in Italia il primo anticorpo monoclonale contro Hiv

anticorpi monoclonali
Foto: National Cancer Institute|Unsplash

In Italia è ora disponibile il primo anticorpo monoclonale a lunga azione – ovvero che rimane in circolo nell’organismo per molto tempo – contro l’infezione da virus dell’immunodeficienza umana (Hiv). La commercializzazione di ibalizumab, questo il nome del principio attivo, è stata approvata dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e pubblicata in Gazzetta ufficiale lo scorso 19 ottobre. L’anticorpo monoclonale, che agisce in maniera innovativa, è indicato per il trattamento di adulti con infezione da Hiv resistente ai medicinali. L’annuncio è avvenuto durante il Congresso Icar – Italian conference on Aids and clinical research, in corso a Riccione dal 21 al 23 ottobre, promosso dalla Società italiana di malattie infettive e tropicali.

Il problema della resistenza ai farmaci

Il virus dell’immunodeficienza umana e la malattia che provoca, l’Aids, rimangono uno dei grandi problemi di salute pubblica globale: ad oggi, l’Hiv ha infettato quasi 80 milioni di persone e ha provocato più di 35 milioni di morti. L’avvento delle terapie antiretrovirali, a partire dagli anni Novanta, ha notevolmente migliorato la prognosi dei pazienti affetti da Hiv, oltre che la loro qualità della vita. Nonostante ciò, vi sono crescenti preoccupazioni riguardo lo sviluppo di ceppi del virus resistenti alle terapie disponibili. Uno studio del 2019, infatti, evidenzia che, negli Stati Uniti, circa 25mila pazienti convivono con un’infezione da ceppi di Hiv multiresistenti ai trattamenti, e tra questi circa 12mila pazienti necessitano di nuove opzioni terapeutiche in quanto tutti i regimi farmacologici approvati hanno fallito.

Per questi motivi la ricerca biomedica si è orientata verso soluzioni alternative rispetto ai farmaci antiretrovirali, come per esempio gli anticorpi monoclonali. Studi, nel corso degli ultimi anni, hanno dimostrato che gli anticorpi monoclonali offrono diversi vantaggi per la terapia dell’Hiv: un meccanismo d’azione innovativo, la capacità di ripristinare la conta dei linfociti T, di causare la minima insorgenza di ceppi resistenti e un basso potenziale di tossicità rispetto agli altri agenti antiretrovirali alternativi.

Tra queste molecole innovative, la prima approvata è proprio ibalizumab. Si tratta di un anticorpo monoclonale ricombinante e umanizzato, e cioè che è stato ottenuto con tecniche di ingegneria proteica a partire da cellule umane. In particolare, la molecola è a lunga azione (e cioè rimane in circolo per più tempo rispetto agli altri farmaci) ed è in grado di bloccare l’infezione da parte di Hiv dei linfociti T CD4+ (il tipo di linfociti che il virus infetta in maniera selettiva): l’anticorpo, infatti, si lega alla superficie delle cellule, interferendo con le fasi successive al legame che servono affinchè Hiv entri nei linfociti; così impedisce la trasmissione virale che si verifica attraverso la fusione cellula-cellula. L’anticorpo monoclonale, pur non curando di fatto l’infezione, può ridurre la possibilità di sviluppare l’Aids e malattie correlate all’Hiv come gravi infezioni o tumori.

Una storia iniziata nel 2018

Trogarzo, questo il nome commerciale della molecola, era stato già approvato dall’agenzia regolatoria statunitense, la Fda, nel marzo 2018, e da quella europea, l’Ema, nel settembre 2019. Adesso è disponibile anche in Italia (la determina di Aifa che lo autorizza è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale lo scorso 19 ottobre) e indicato, come si legge sull’atto ufficiale “per il trattamento di adulti con infezione da Hiv resistente ai medicinali per i quali non sarebbe altrimenti possibile predisporre un regime antivirale soppressivo“.

Questo anticorpo monoclonale si attacca ai linfociti CD4 impedendo l’ingresso del virus nella cellula”, afferma Anna Maria Cattelan, tra i presidenti del congresso Icar, all’Agenzia Dire. “Questo approccio terapeutico è stato studiato per i pazienti con alle spalle una lunga storia di terapia antiretrovirale. Questo è solo l’inizio, visto che questi anticorpi monoclonali potrebbero essere usati anche in altri contesti, come nella terapia iniziale e addirittura nella prevenzione dell’Hiv”.

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Invasion è una serie fantascientifica schiacciata dalle sue mille ambizioni

Invasion è una serie fantascientifica schiacciata dalle sue mille ambizioni

In Oklahoma uno sceriffo (interpretato dal sempre intenso Sam Neill) indaga sulla scomparsa di un furgoncino in mezzo a un campo di grano all’indomani della sua pensione. A Long Island in una famiglia d’immigrati siriani, una donna che ha abbandonato la carriera medica per occuparsi dei figli scopre drammatici segreti sul marito. A Tokyo una tecnica della Jaxa (la Nasa nipponica) è costretta a salutare la sua amante che parte per lo spazio. A Londra un giovanissimo studente è vittima di bullismo nonché di occasionali attacchi di epilessia. In Afghanistan un muscolosissimo soldato afroamericano è sempre più insofferente alla vita del campo militare. Sono gli inizi di cinque serie differenti? Ebbene no, sono tutte le storyline che Invasion, la nuova serie fantascientifica che ha debuttato su Apple Tv+  oggi 22 ottobre, sciorina agli spettatori nei primi dei suoi dieci episodi (i primi tre diffusi subito, gli altri una volta alla settimana).

Per tutto il resto della serie questi fili narrativi vengono interrotti e ripresi, alcuni del tutto abbandonati, altri di nuovi introdotti ex abrupto, e solo alcuni momentaneamente intrecciati. Sullo sfondo, ognuno di questi personaggi vive personalissimi drammi (la sensazione dell’irrilevanza senile, l’adulterio, il bullismo ecc.) mentre nel mondo avvengono strani fenomeni e s’intravede, ma solo quasi a latere, che sta avvenendo appunto una qualche forma di invasione aliena. Nonostante infatti si capisca fin da subito (il campo di grano!) e a dir il vero ancora più chiaramente dalla sigla che siamo di fronte a una ponderosa opera fantascientifica, sembra che la sceneggiatura faccia di tutto per parlarci di altro: dell’infinita miseria umana per esempio, o di quanto siano irrilevanti gli impegni sentimentali di fronte a un mondo che potrebbe finire da un momento all’altro.

Il problema è che la serie sembra non ingranare mai. Chi guarda consuma episodio dopo episodio (aspettando settimana dopo settimana) nella speranza che effettivamente ci sia qualcosa che ci riporti nei binari di un disaster movie extraterrestre. Invece più che nelle zone di Independence Day ci troviamo più nei pressi di film più intellettuali come Arrival o sulle tracce della Guerra dei mondi di Spielberg (a dire il vero anche quello abbastanza sfinente).

Molto si deve qui anche alla serie War of the Worlds, la cui seconda stagione è partita di recente su Disney+, e in cui allo stesso modo si introducono numerosi personaggi apparentemente lontani fra loro che solo molto lentamente si uniscono in uno scenario più intrecciato e, in fin dei conti, concludente.

Invasion in definitiva non è solo un prodotto piuttosto derivativo ma è anche fin troppo compiaciuto nel suo intento di voler contaminare il genere sci-fi con quel prestige drama tutto struggimento emotivo e sottotesto sociale che tanto va di moda in questi anni (i danni di Big Little Lies sulla gente, verrebbe da dire). In effetti quello che funziona in questi episodi è ciò che più si allontana da questa strana commistione: Shioli Kutsuna è una rivelazione di rara intensità mentre interpreta un’ingegnere aerospaziale che per la prima volta si accorge, dilaniata dal lutto, che delle creature aliene si stanno avvicinando alla Terra; Trevante, il soldato Usa interpretato da Shamier Anderson, deve confrontarsi amaramente con la dura realtà dell’Afghanistan, in cui – con inquietante tempismo – la popolazione locale si trova sia a salvarlo da morte certa sia a ricordargli che loro, alle invasioni “aliene”, sono abituati da decenni.

Troppo poco, forse, per rendere interessante la visione ed è comunque un peccato dato che Apple ci aveva abituato sul suo streaming a produzioni di grandissimo livello e altrettanta originalità: senza scomodare titoli già cult come The Morning Show e Ted Lasso, l’adattamento di Asimov Foundation è di ottima fattura così come eccezionale e l’esperimento audio di Calls. È un peccato anche perché i due creatori, Simon Kinberg e David Weil, rispettivamente lo sceneggiatore di diversi film di X-Men e il creatore di Hunters e Solos per Amazon, sono due autori di razza (ma già Solos, per esempio, doveva metterci in guardia da un certo tipo di solipsismo fine a sé stesso). Verranno sicuramente altre serie, nel frattempo Invasion fa fede al suo nome perché forse sarete invasi solamente dalla noia.

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L’app per usare iPhone come webcam (con i filtri di Snapchat)

L’app per usare iPhone come webcam (con i filtri di Snapchat)

epoccam
(Foto: Elgato)

EpocCam di Elgato è un’applicazione gratuita (con extra a pagamento) per iOs che permette di usare iPhone come webcam. L’ultima novità strizza l’occhio a un pubblico più social con la possibilità di sfruttare una serie di filtri in realtà aumentata di Snap Camera. Da Zoom a Microsoft Teams, sarà possibile cambiare sfondo, aggiungere elementi virtuali al volto oppure cambiare colore dei capelli e così via.

Elgato è un brand di proprietà di Corsair Game che si è specializzato nei prodotti per lo streaming di contenuti in alta qualità con dispositivi come microfoni, webcam, luci, schede di cattura, green screen e soprattutto gli stream dock per la gestione dell’ecosistema. Visto che gli smartphone rimangono tra i supporti più popolari per lo streaming, non è un caso che uno dei servizi di punta di Elgato sia proprio l’applicazione EpocCam che si rivolge agli utenti iPhone per usare lo smartphone Apple come webcam in grado di comunicare con app di terze parti. Qualcosa di simile a quanto visto con le soluzioni proprietarie dei vari produttori di fotocamere mirrorless o reflex.

Con EpocCam si può usare iPhone come webcam sia su Mac sia anche su Windows e la novità dell’ultimo aggiornamento riguarda l’aggiunta di 15 filtri del pacchetto di Snap Camera di Snapchat per esempio per diventare un pirata con tanto di pappagallo sulla spalla, per indossare un caschetto futuristico oppure per pixellarsi, invertire i colori al negativo o applicare filtri stile Vhs o dipinto.

Ecco i link per scaricare EpocCam versione free oppure EpocCam Pro (7,99 euro), tenendo presente che la possibilità di usare iPhone come webcam e i filtri Snap Camera sono a disposizione con entrambe le versioni dell’app.

 

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