Avengers: Endgame, come la Marvel ha cambiato del cinema che conoscevamo

Avengers: Endgame, come la Marvel ha cambiato del cinema che conoscevamo

Il 24 aprile esce nelle sale italiane Avengers: Endgame, il grandissimo finale di stagione di quella che è una serie tv immensa di cui vediamo una puntata ogni 5-6 mesi circa da almeno 11 anni. La Marvel, poi diventata parte della Disney,ha creato uno dei fenomeni più importanti dei nostri anni, portando al cinema le dinamiche editoriali che ha sperimentato, costruito e testato per decenni con successo sulla carta. Che si sia fan o no dei film di supereroi, l’idea produttiva dell’universo condiviso tra diversi film è stata la più importante che il cinema abbia avuto nei nostri anni e per certi versi quella che ancora lo tiene in piedi. Ora con quest’ultimo Avengers finisce un ciclo e poi ne dovrà iniziare un altro (che sarà tutta un’altra sfida).

Quando Jon Favreau, grande attore ma anche raffinato regista indipendente, si metteva alla guida di Iron Man nel 2008 era la prima volta che la casa editrice si cimentava nella produzione e quel film avrebbe impostato tutto il tono del successivo universo Marvel. Leggero, spensierato, con un po’ di commozione e grandissima enfasi su avventura, cambiamento ed eroismo. I film Marvel in linea di massima sono tutti stati realizzati seguendo quello stampino: raccontare l’eccitazione del potere, il divertimento dell’azione e un intreccio gigantesco in un mondo in cui la violenza esiste ma non è mai percepita (l’esatto contrario dell’universo Dc firmato da Zack Snyder, in cui la violenza è sempre dura, clamorosa e pericolosa).

Se dieci anni di Harry Potter avevano dimostrato che il pubblico può seguire una trama anche con un film l’anno, il Marvel Universe ha dimostrato che il pubblico può seguire intrecci complicati di film in film, può seguire sottotrame che iniziano da una parte e proseguono da altre e che può diventare conscio dei meccanismi produttivi (certi film sono Marvel e altri sono Dc, e solo all’interno del medesimo marchio condividono personaggi e storie). Star Wars, che è già un universo condiviso, vorrebbe fare lo stesso, come anche la Dc. Stesso discorso per la serie horror L’evocazione (fatta di sequel, prequel, spin-off e via dicendo tutti collegati) e così anche Fast & Furious, di cui esce tra poco lo spin-off Hobbs & Shaw, e Transformers.

Ma anche solo a livello di i singoli film la Marvel ha cambiato molto di quello che pensavamo di sapere riguardo il cinema d’intrattenimento. Le storie d’amore, che una volta erano una componente primaria del racconto, sono passate in secondo piano. Ci sono ma a loro sono dedicati meno minuti e soprattutto molta meno enfasi di recitazione e messa in scena. La Marvel ha quasi cancellato il sesso (e non è che sia una gran bella notizia), ha marginalizzato la politica e ha sostituito tutto ciò con storie di esseri umani che cercano di essere parte del proprio mondo. Gli eroi sono alle volte degli outsider che i poteri mettono al centro di tutto, oppure sono persone con un alto senso civico che finalmente possono fare qualcosa, o ancora dei villain redenti oppure figure borderline (Vedova nera per esempio o anche Hulk) che in un gruppo trovano un senso anche per se stessi.

Prima gli eroi erano i personaggi cui ambire, poi sono diventati anti-eroi (e lo stesso, in un modo perverso, erano personaggi cui ambire) per la Marvel sono invece individui che per un motivo o per l’altro non funzionano bene con gli altri. “Chi siamo quando siamo con gli altri?” si chiedono i loro film, ed è abbastanza scontato che sia questo il grandissimo racconto dell’universo Marvel al cinema nel momento in cui si trova a gestire tanti personaggi, storie di gruppo e intrecci in cui tutti influiscono su tutti, ma è anche vero che la maniera in cui i Marvel Studios hanno realizzato film corali non ha precedenti. Prima un film con molti personaggi aveva storie separate e solo blandamente intrecciate, ora dopo Avengers la questione è molto più complessa, c’è un obiettivo unico e tutti vi partecipano a modo loro, trovando nella collaborazione (che spesso nasce da uno scontro risolto) la soluzione.

In Infinity War il grimaldello geniale per raccontare tutto ciò è stato mostrare come l’attrezzatura degli eroi (ognuno ha un oggetto che lo definisca) è frutto del contributo di un altro eroe. Qualcuno gli potenzia un’arma, qualcuno gliela dona, qualcuno gliela ritrova. Siamo quello che siamo grazie agli altri. Semplice, universale, mondiale. Adesso Endgame risolverà il grande cliffhanger del film precedente (spoiler qui se non avete visto Infinity War: metà della popolazione dell’Universo muore), tirando tutte le trame e probabilmente rilanciandone di nuove. Comunque vada il film sarà inevitabilmente il racconto di una parte dei personaggi che cerca di salvare l’altra per sconfiggere insieme l’unica minaccia che richieda lo sforzo congiunto di tutti. Di fatto sarà la sublimazione del concetto di collaborazione tra mondi e realtà differenti.

Qual è il nostro posto nella società?” del resto è anche la domanda cruciale dei nostri anni, quelli in cui il ruolo delle minoranze e di tutti quelli che vengono trattati da minoranza è in forte cambiamento. Con un po’ di ritardo la Marvel ha recepito la necessità di aggredire quel fronte e quando lo ha fatto, di nuovo, ha cambiato tutto. Black Panther e Captain Marvel sono arrivati tardi ma si sono piazzati in cima alla lista dei film più influenti riguardo la nuova centralità di categorie prima marginalizzate. Addirittura la Marvel è stata così elastica da prendere due personaggi su carta non proprio famosissimi, i cui film arrivano molto tardi e molto vicini alla soluzione finale, e rivedere i propri piani mettendo questi eroi qui ad un livello di importanza anche superiori a quelli storici.

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Il ritorno di iPad mini, un piccolo classico alla prova

Il ritorno di iPad mini, un piccolo classico alla prova

Non ne facciamo una questione di prezzo, anche perché è solo relativamente economico ma in ogni caso decisamente abbordabile. Facciamone una questione di dimensione: il piccolo mini è una sorpresa per tutti, a cominciare da Apple che, al momento del rilancio – questa dell’iPad mini è la quinta generazione, rimessa in circolazione dopo quattro anni di pausa – ha dichiarato di essersi mossa perché stupita che ci fosse ancora tanta gente che comprava il vecchio iPad mini. Questo nonostante ci siano telefoni di poco più piccoli e nonostante il rapporto dimensione/potenza/costo non favorisca i tablet più piccoli.

iPad mini
Piccolo piccolo, ma con un processore molto potente: A12 Bionic

Invece, iPad mini ha un pubblico, ha scoperto Apple: perché non aggiornarlo, allora? Detto fatto, stesso fattore di forma ed estetica, cambiando però il resto. Lettore di impronte digitali Touch Id di seconda generazione (e non riconoscimento del volto), processore A12 Bionic (in quello prima c’era ancora l’A8, questo con la videocamera da 8 megapixel è perfetto per la realtà aumentata), ottimo display da 7.9 pollici Retina con True Tone, compatibilità con Apple Pencil di prima generazione e porta di collegamento Lightning. È rimasto anche il jack audio, e la leggendaria potenza e autonomia: il mini è una piccola bomba che va a pieno regime per almeno una giornata intera, e sfrutta al meglio il processore attualmente usato sull’ultima generazione di telefonini Apple. Insomma, cambiare molto per non cambiare tutto.

Se ricordate, dal punto di vista del rapporto dimensioni/potenza, l’iPad mini è come la vecchissima Mini Cooper, quella degli anni Sessanta-Ottanta: una piccola auto bombardina dalle prestazioni maiuscole e dal prezzo relativo non bassissimo ma comunque abbordabile (il prezzo di entrata per iPad mini è 459 euro, per il nuovo iPad Air è 569 euro, abbiamo stilato una classifica per capire quali iPad comprare).

C’è un pubblico per questo iPad mini, ed è completamente differente dal pubblico degli altri tablet di Apple, che in questo momento sono distribuiti su una linea di prodotti lunga e non sempre chiarissima. Invece, chi vuole l’iPad mini è interessato solo a questo apparecchio e non pensa agli altri. Niente conflitti, niente distrazioni. Niente novità.

iPad mini
Processore A12 Bionic e schermo Retina True Tone, più il lettore delle impronte Touch Id

Usare iPad mini richiede un piccolo sforzo, un ritorno al passato se si è adoperato uno degli ultimi Pro con Usb-C. Ma la qualità dello schermo è il vero punto fermo, oltre alle dimensioni estremamente ridotte, anche se le cornici così larghe sono un vero ritorno al passato. Manca la cover-tastiera di Apple perché, spiegano i loro tecnici, l’usabilità dei tasti troppi piccoli non merita. E i magneti della chiusura e la telecamera posteriore hanno cambiato posizione, in maniera tale che bisogna cambiare cover nonostante le dimensioni siano identiche. La Apple Pencil di prima generazione, con porta Lightning (quella del mini, ovviamente) è quella che mi è piaciuta meno sia perché usarla per prendere appunti su quello schermo così piccolo è poco pratico, sia perché avrei preferito i vantaggi di quella di seconda generazione (disponibile solo per gli attuali iPad Pro).

iPad mini
iPad mini

Durante il giorno il mini quasi non ti accorgi di averlo dietro. La qualità è quella di iOS e la batteria maiuscola. A casa la sera, grazie anche alla presa mini-jack, l’ho collegato fisicamente al vecchio amplificatore hifi di casa per trasformarlo nel jukebox smart e connesso. A letto il mini è l’ideale per guardare un telefilm o leggere un libro o un fumetto. Molto meno comodo per sfogliare Pdf in formato A4 o per compiti di lavoro tradizionali.

iPad mini
iPad mini e la nuova cover color papaya

In conclusione, iPad mini ha un senso, ma solo se siete già organizzati per questo apparecchio che fa (appena un po’) meglio le cose che si fanno con un iPhone XsS Max e un (bel po’) peggio quelle che si fanno con un iPad dallo schermo più generoso. Se però vi serve un tablet perché dovete andare zaino in spalla in Patagonia e ogni etto in più conta, i 300 grammi dell’iPad mini sono l’unica scelta possibile.

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Dracula ed io, vampiri e nerd nella Bologna di Morozzi

Dracula ed io, vampiri e nerd nella Bologna di Morozzi

Immaginate Dracula, non necessariamente quello di Bram Stoker, né Vlad III di Valacchia, ma entrambi questi personaggi e anche di più. Immaginate la leggenda, quindi. Un vampiro millenario, che assomiglia un po’ a Robert Downey Jr, che si aggira per le strade di Bologna alla ricerca di un amico (o amica), un’altra creatura di fantasia con cui ha appuntamento per una secolare partita a scacchi. Questo (questa) anch’esso (essa) immortale, che ogni volta che muore riesce a tornare in vita cambiando sesso (capite ora il senso delle parentesi?). Immaginate poi un giovane scrittore, dalla vita piuttosto normale, figlio d’arte (suo malgrado), proprietario di una fumetteria e con un complesso rapporto con il sesso opposto. E poi immaginate degli omicidi seriali, il vero fil rouge che unisce i due personaggi, Dracula e lo scrittore, e avrete sbirciato solamente da lontano alcuni degli ingredienti dell’ultimo libro di Gianluca Morozzi.

L’autore, classe 1971, anch’egli di Bologna, ha pubblicato diversi saggi, graphic novel e romanzi. Per TEA, editore anche di quest’ultimo Dracula ed io, ha pubblicato, tra gli altri, L’era del porco (originariamente lanciato da Guanda) e Gli annientatori. Morozzi è un personaggio molto attivo nell’ambiente letterario italiano, tiene corsi di scrittura creativa ed è direttore editoriale della casa editrice Fernandel.
Come nei due romanzi precedentemente citati, anche qui, muove i suoi personaggi in una Bologna oscura e magica e lo fa attraverso due storie che per un po’ viaggiano parallele. Il vampiro per eccellenza prende in affitto una casa nel centro del capoluogo emiliano e scopre ben presto che la creatura che avrebbe dovuto incontrare è stata uccisa e che in qualche modo le è stata impedita la resurrezione. Dracula inizia così una fitta indagine che lo porta a sospettare di essere vittima di uno degli ennesimi soprusi di sangue perpetrati dal Primo, il vampiro malvagio che lo ha iniziato al culto del sangue e che da secoli, periodicamente, mette a dura prova la sua esistenza.

Parallelamente il giovane Lajos, un nerd bolognese non più tanto giovane, scrittore di romanzi non proprio di successo, abita nel palazzo in cui si insedierà il vampiro, e tra un bicchiere di vino con il gruppo di amici, una partita di calcio del Bologna e un affare amoroso che non va a buon fine, si troverà a conoscerlo e a dover lavorare per lui. La vita di Lajos è scandita dal rapporto con i suoi tre amici del cuore, un gruppo di comprimari davvero ben costruiti e che hanno la capacità di dare uno spessore notevole al protagonista. Un protagonista inetto e totalmente inadatto a vestire i panni dell’eroe, e proprio per questo ancor più pittoresco e incisivo se messo al cospetto del mito.

La scrittura di Morozzi, oltre a essere estremamente fluida e travolgente, oscilla tra due registri ben precisi. Quando narra della vita e delle vicissitudini di Lajos è profondamente scanzonato, ironico, quasi grottesco. Ma quando l’autore inizia a descrivere le torture alle quali il killer sottopone le sue vittime, la scena diventa incredibilmente cruenta ed emerge tutta la tradizione di genere a cui attinge, e che riesce a plasmare in modo davvero efficace.
In realtà, esiste un terzo livello di lettura, quello che non può fare a meno di notare gli svariati riferimenti a band, videogiochi, fumetti, film e a tutto l’universo nerd espanso. Vi spoilero solo che a un certo punto della narrazione Dracula si trova a chiedere consiglio ad Alan Moore, l’autore di Watchmen e V per Vendetta, su come rimuovere un placca di metallo che ha nel cranio.

Naturalmente non mancano i colpi di scena, le inversioni narrative, le scene truculenti e il divertimento. Certo, sembra facile quando si prende in prestito un personaggio dell’immaginario horror così famoso come Dracula, eppure l’autore mostra la sua maestria anche quando gioca con i cliché del genere, li rivolta, ci scherza su, oppure semplicemente li porta alla loro estremizzazione. Il risultato è una storia incredibilmente originale, sia per la sua ambientazione italiana (e italiota) che per la rilettura in chiave moderna di un classico immortale.

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Nubia Alpha: esce in Italia l’ibrido smartphone-smartwatch con schermo pieghevole

Nubia Alpha: esce in Italia l’ibrido smartphone-smartwatch con schermo pieghevole

Nubia Alpha in uscita in Italia
(Foto: Nubia)

Nubia Alpha esce in Italia il 25 aprile per un prezzo di 449 euro. Tutto pronto per il debutto di quello che si può considerare a ragione uno smartphone ibrido, perché, come uno smartwatch, si può allacciare al polso, e ritenuto tra i gadget più interessanti visti a Barcellona in occasione del Mobile World Congress 2019.

Uscirà per ora soltanto nella versione con connessione bluetooth il bizzarro Nubia Alpha, che per ora riserva la versione con e-sim (ossia con sim elettronica configurabile via software) per il mercato cinese in esclusiva con China Unicom, mentre non è chiaro se e quando arriverà in Italia e sugli altri mercati. Verosimile che saranno stipulati accordi con gli operatori dei vari altri paesi per offerte particolari e dedicate. È peraltro proprio quest’ultima con e-sim la versione che non richiede di doversi appoggiare allo smartphone, potendo telefonare e sfruttare la connessione alla rete per le applicazioni e le funzionalità più estese.

In Italia arriverà il modello più simile a uno smartwatch che a uno smartphone, che però strutturalmente non cambierà, rimanendo un oggetto unico nel proprio genere grazie alla presenza dello schermo oled flessibile che si arrotola letteralmente attorno al polso per un impatto visivo notevole, anche se il design generale del gadget rimane un po’ voluminoso e ingombrante.

La scheda tecnica di Nubia Alpha parte dunque dal display con diagonale da 4.01 pollici di diagonale che è stato progettato e testato per potersi flettere senza problemi fino a 10000 volte. Il processore che governa il dispositivo è lo Snapdragon Wear 2100, si trova a bordo anche una batteria da da 500mAh dall’autonomia tutta da testare, una fotocamera 5 megapixel con grandangolo e apertura f/2.2 in grado di scattare selfie e supportare videochiamate e connessioni bluetooth e wi-fi. Piuttosto spessa la cornice della cassa in acciaio inox che però è resistente all’acqua. Uscirà anche una speciale variante placcata oro 18 carati.

Come anticipato, il prezzo sarà di 449 euro e ci sarà un regalo speciale per i primissimi acquirenti sul sito ufficiale: al costo del dispositivo si avrà l’Explorer Package con gli speciali auricolari senza fili Nubia Pods, simili ai Samsung Galaxy Buds.

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Anche l’unicorno della “carne finta” si quota a Wall Street

Anche l’unicorno della “carne finta” si quota a Wall Street
Beyond meat

La stagione delle quotazioni in Borsa a Wall Street non è fatta soltanto di unicorni del settore tecnologico come Lyft, Pinterest o Uber. La società americana Beyond Meat, specializzata soprattutto nella produzione di alternative vegetariane e vegane a carne, hamburger e salsicce, ha presentato i documenti per la sua quotazione sul listino di New York.

La startup californiana della fake meat (carne finta), come è definita negli Stati Uniti, punta raccogliere circa 184 milioni di dollari, piazzando all’incirca 8,7 milioni di azioni ad un prezzo che oscilla tra i 19 e i 21 dollari l’una. Inoltre, la valutazione complessiva del suo business si attesterebbe attorno a circa un miliardo di dollari.

Del resto, con la sua attenzione alla sostenibilità nella produzione e alla dimensione più salutista del consumo alimentare, Beyond Meat è stata in grado, nel tempo, di attrarre le simpatie e i capitali di molti nomi di prim’ordine. Il fondatore e patron di Microsoft, Bill Gates, per esempio, è stato tra i primi sostenitori del progetto. E con lui anche la star di Hollywood Leonardo Di Caprio, che tra i suoi investimenti ha deciso di sponsorizzare proprio i burger vegani della società.

E il passo verso la Borsa è stato deciso sulla base del sempre crescente numero di consumatori che in tutto il mondo scelgono di abbracciare alternative vegetariane o vegane alla carne. In base a quanto riportato dal sito The Vegetarian Resource Group nel 2017 negli Stati Uniti il 3,3% della popolazione ha dichiarato di non mangiare né carne né pesce, e di questi l’1,6% si definiva completamente vegano.

Beyond Meat dichiara di avere già all’incirca 10mila punti vendita in tutto il mondo. Dall’anno scorso, inoltre, la società è presente con i suoi hamburger anche in Italia.

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Cos’è la norma “salva-Roma”, e perché se ne parla

Cos’è la norma “salva-Roma”, e perché se ne parla

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il sindaco di Roma Virginia Raggi ad una conferenza stampa al Viminale (foto: Fabrizio Corradetti / LaPresse)

Il Consiglio dei ministri darà il via libera al cosiddetto decreto crescita, l’atto legislativo così chiamato perché contiene una serie di misure che dovrebbero fungere da volano per l’economia. Uno dei punti più discussi è il salva-Roma, la norma inserita per alleggerire il debito della capitale.

La gestione del debito capitolino oggi è affidata a una struttura commissariale creata nel 2010 e finanziata in parte dal comune e in parte dallo stato. Se la nuova norma venisse approvata, questa struttura verrebbe eliminata e a occuparsi dei passivi sarebbero il comune e il ministero dell’Economia. Il primo, in particolare, dovrebbe saldare il debito con i creditori nel settore delle forniture e dei servizi mentre Via Venti Settembre si occuperebbe della parte strettamente finanziaria. Con questa suddivisione il governo spera, infatti, che le banche applichino tassi di interesse sul debito finanziario più bassi di quelli attuali, vista la solidità del nuovo creditore.

Secondo alcune stime, il salva-Roma permetterebbe alla capitale di risparmiare circa 90 milioni di euro all’anno, ma non tutto il governo è favorevole alla norma. Matteo Salvini, in particolare, nell’ottica della dialettica con i suoi alleati del Movimento 5 stelle, ha detto di essere contrario a misure ad hoc per la capitale.

Lo scontro tra gli alleati di governo

Il ministro dell’Interno Salvini, che nei giorni scorsi ha attaccato spesso il primo cittadino della capitale Virginia Raggi, del Movimento 5 stelle, per la sua presunta incompetenza, ha detto durante un comizio a Pinzolo, in provincia di Trento: “A Roma mi sembra che c’è un sindaco che non ha il controllo della città, dei conti, della pulizia, delle strade, delle case, quindi regali non ne facciamo, la Lega non ne fa”.

Secondo Salvini, il ministero dell’Economia dovrebbe contribuire a sanare i debiti di tutti gli enti locali in difficoltà come quello di Catania, non solo quello della capitale. “Non ci sono comuni di serie A e comuni di serie B, se in tanti hanno dei problemi aiutiamo quelli che hanno dei problemi, non ci sono comuni più belli o più brutti”.

Il Movimento 5 stelle, invece, non è disposto a retrocedere anche perché il decreto crescita – comprensivo di norma salva-Roma – è già stato approvato venti giorni fa. Come riporta Adnkronos, il sospetto dei grillini è che la Lega stia utilizzando la norma per distogliere l’attenzione dal caso Siri, scoppiato dopo che il sottosegretario alle Infrastrutture leghista e ideatore della flat tax, Armando Siri, è stato indagato per corruzione. “Piuttosto la Lega pensi a Siri e alle indagini sui fondi che riguardano anche il loro tesoriere, invece di fare di tutto per nasconderlo”, avrebbero dichiarato fonti vicine al Movimento 5 stelle.

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Continuano le bufale sull’incendio di Notre Dame a Parigi

Continuano le bufale sull’incendio di Notre Dame a Parigi

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(foto: Ludovic Marin/Getty Images)

È trascorsa più di una settimana dallo storico incendio alla cattedrale di Notre Dame a Parigi, eppure fake news e complottismi su quanto accaduto non accennano ad arrestarsi. Anzi, accanto alle bufale della prima ora (che avevamo già raccontato qui) continuano a spuntare nuove folli argomentazioni e fantomatiche prove a supporto dell’idea che ci sia un oscuro disegno celato dietro quanto accaduto.

Mentre si è già iniziato a parlare di ricostruzione e le indagini sono ancora in corso, abbiamo raccolto qui un altra carrellata di teorie del complotto e falsità, comparse sui social e in rete negli ultimi giorni. Eccone qui un quintetto, che con tutta probabilità non sarà nemmeno l’ultimo.

1. Il complotto sotterraneo dei templari

Come si suol dire, fa già ridere così. In sintesi, questa forma di complottismo parte dall’idea che esista un collegamento tra il rogo di Notre Dame e altri tre incendi scoppiati in chiese francesi negli ultimi mesi. Il primo nella chiesa di Saint-Sulpice, sempre a Parigi, poi uno nella parte settentrionale del Paese e uno nel sud. Lo scopo degli attentatori sarebbe quello di allontanare i fedeli da luoghi di culto ben precisi, in modo da usare i lavori di ristrutturazione come copertura per svolgere degli scavi e identificare (o insabbiare) tracce lasciate dall’ordine dei cavalieri templari.

Questo complotto presuppone, tra l’altro, che chi trama nell’ombra riesca poi a infiltrarsi negli appalti per la ricostruzione, e che sia stato così bravo da non lasciare prove della propria azione né si faccia smascherare a cantiere aperto. Perché altrimenti, se le autorità sapessero di questo piano e fossero d’accordo, di certo sarebbe stato necessario appiccare il fuoco per poter aprire un cantiere e fare qualche lavoro di scavo ad hoc. E, infine, a Notre Dame il presunto incendiario non sarebbe stato particolarmente sagace, poiché il rogo ha danneggiato prevalentemente la parte alta dell’edificio, mentre sarebbe stato più utile inventarsi qualcosa che giustificasse l’esecuzione di scavi.

2. Gli apostoli decapitati e la matrice anti-cristiana

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(foto: Ludovic Marin/Getty Images)

In questo caso si tratta di pura speculazione a partire da immagini autentiche. Come ben noto, infatti, le statue raffiguranti gli apostoli che (per fortuna) sono state spostate da Notre Dame proprio pochi giorni prima dell’incendio hanno la testa staccata dal resto del corpo. Il motivo di questa separazione tronco-capo, come spiegato in dettaglio anche da Bufale.net, è che il restauro esterno e interno delle statue cave in bronzo richiede alcune accortezze. In particolare, per restaurare il materiale all’interno e rafforzare la struttura era necessario creare una via d’accesso, e il collo è parso il punto migliore in cui eseguire in taglio, anche perché lì erano già presenti vecchie saldature e quindi non si sarebbe provocato alcun ulteriore danno alle opere d’arte.

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(foto: Ludovic Marin/Getty Images)

Vista la delicatezza delle strutture in bronzo, si è deciso di asportare le teste già prima di allontanare le statue da Notre Dame, come mostrano alcune immagini degli operai al lavoro. Nonostante tutto paia perfettamente logico, qualcuno ha visto in questa decapitazione un disegno mistico anti-cristiano, voluto da qualche setta o da gruppi islamici. Tutto ciò, combinato con l’incendio, sarebbe una prova inconfutabile che a Notre Dame si sia consumato qualche rito esoterico diabolico, di cui tutta la cristianità sarebbe innegabilmente vittima. A partire dalle foto d’agenzia disponibili in rete (come quella qui sopra), ognuno può giudicare il livello di esoterismo del rito di esportazione delle teste dalle statue.

3. Gli Sherlock Holmes (da tastiera) dell’incendio

Il punto di partenza di questa breve storia è un video disponibile su YouTube che mostra il tetto della cattedrale di Notre Dame nelle ore precedenti l’incendio. Nel filmato si nota un operaio al lavoro, e a un certo punto compare un piccolo bagliore, definito in certi casi un flash o una scintilla. Tutto qui. Quanto basta sequenza di immagini raccolte a distanza, secondo alcuni, per affermare di aver capito chi e come ha innescato il rogo, nonostante dalle immagini non si intraveda quasi nulla.

Anche se il filmato è autentico e merita attenzione da parte degli investigatori, sorprende che molti utenti – a partire da quei pochi fotogrammi e restando comodamente a casa – abbiano già raggiunto delle conclusioni definitive su quanto accaduto. Il bagliore potrebbe essere stato causato da un riflesso di qualche materiale verso l’obiettivo della videocamera, da qualche effetto ottico oppure potrebbe anche essere dovuto a qualche strumento di lavoro correttamente adoperato dal lavoratore. Come ha ricostruito anche Open, poi, il filmato è precedente di oltre un’ora rispetto al momento in cui si ritiene che l’incendio si sia innescato, quindi parrebbe mancare anche quella concomitanza temporale necessaria per poter dire di aver trovato il colpevole.

In questo caso, dal punto di vista del debunking e del fact-checking, non si può parlare di vera e propria bufala. Tuttavia è singolare che sui social e sui media si tenti di far concorrenza agli investigatori professionisti che stanno indagando su quel che è accaduto, in una sorta di effetto Dunning-Kruger collettivo. Per dirla in una battuta, oltre che tutti esperti di vaccini e di formazioni calcistiche, ora siamo anche tutti investigatori specializzati in roghi da cantiere.

4. Uno spagnolo, un francese e un italiano

Un intreccio internazionale per una bufala semplice semplice. Lo spagnolo della situazione è il giornale Hispanidad Catolica, che lo scorso 16 aprile ha pubblicato un articolo in cui si esulta per la messa in salvo di una statua della Madonna.

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Uno screenshot dell’articolo spagnolo

Il francese è il fantomatico pompiere parigino che avrebbe compiuto l’eroico salvataggio. E l’italiano è il pompiere che in realtà è ritratto nella foto del salvataggio, riconoscibile come nostro connazionale dai dettagli della divisa.

Oltre alla scorretta attribuzione della nazionalità, la foto non sia nemmeno stata scattata a Parigi. Si tratta infatti di un’immagine che risale al terremoto del 2009 in Abruzzo, brutalmente riciclata in occasione dell’incendio a Notre Dame. In questo caso non è chiaro quale fosse lo scopo della fake news: magari solo quello di racimolare qualche click con un contenuto emozionale, oppure suscitare sollievo nei fedeli con una storia finita bene, raccontata nelle ore in cui buona parte di un simbolo del mondo cristiano era appena stata divorata dalle fiamme.

5. Il miracolo dell’oro intatto

Secondo alcuni utenti che hanno osservato con attenzione le foto della cattedrale dopo l’incendio, all’interno dell’edificio sarebbe accaduto qualcosa di inspiegabile e soprannaturale. La croce d’oro sull’altare, infatti, sarebbe incredibilmente rimasta intatta nonostante le fiamme e la distruzione. Tutto ciò non può che essere un segno dell’intervento divino.

miracolo

Indipendentemente dalle questioni di fede, in questo caso esiste una spiegazione scientifica per quanto accaduto. La temperatura di fusione dell’oro, infatti, è di 1.064°C, molto più alta di quella raggiunta durante un incendio. Le fiamme possono avere temperature variabili, ma in media si tratta di 600-700°C, con punte di 800°C o 900°C.  Ciò significa che l’oro non è stato scaldato a sufficienza perché potesse fondere, quindi anche qualora la croce fosse stata davvero avvolta dalle fiamme (resta da verificare) è del tutto normale che sia rimasta pressoché intatta. Anzi, sarebbe stato anomalo se fosse stata fusa.

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Una capsula di SpaceX ha preso fuoco durante i test al motore

Una capsula di SpaceX ha preso fuoco durante i test al motore

SpaceX
(foto: 3DSculptor/Getty Images)

Sabato scorso (20 aprile) nelle strutture di Cape Canaveral Air Force Station qualcosa è andato storto: la capsula Crew Dragon di SpaceX, la versione del veicolo progettata per portare futuri equipaggi nello Spazio, avrebbe subito delle anomalie durante un test ai motori generando enormi pennacchi di fumo. Secondo quanto riferito dal Florida Today, nell’incidente non ci sono stati feriti e tutta l’area è ora sotto controllo. “SpaceX ha condotto una serie di test del motore su un veicolo di prova di Crew Dragon”, ha dichiarato a Space.com nei giorni scorsi un portavoce di SpaceX. “I test iniziali sono stati completati con successo ma quello finale ha generato un’anomalia”.

Un incidente che potrebbe ritardare tutti i piani della compagnia. SpaceX, infatti, sperava di utilizzare entro la fine di quest’anno la sua capsula Crew Dragon per riuscire a trasportare gli astronauti della Nasa verso la Stazione spaziale internazionale. Ricordiamo, infatti, che la capsula è stata lanciata con successo per la prima volta a marzo scorso: durante la missione, ancora senza equipaggio, la navicella spaziale si è agganciata correttamente alla Iss ed poi è tornata sulla Terra.

Da questo ultimo successo, SpaceX si è concentrata sui cosiddetti test di interruzione in volo, un esame cruciale che serve a dimostrare che la capsula è in grado di tenere al sicuro gli equipaggi nel caso in cui qualcosa andasse storto durante il viaggio in orbita. Il sistema, che entra in funzione solamente nei casi di emergenza, è molto simile a quello del razzo russo Soyuz, che lo scorso ottobre ha messo in salvo due astronauti, il russo Aleksei Ovchinin e il collega americano Nick Hague, quando a due minuti dal decollo i motori hanno smesso di funzionare.

Ora SpaceX e la Nasa stanno indagando sull’anomalia presentata dal motore della Crew Dragon. “Garantire che i nostri sistemi soddisfino rigorosi standard di sicurezza e rilevare anomalie come questa, prima del volo, sono le ragioni principali per cui sottoponiamo i nostri veicoli a numerosi esami e test”, ha dichiarato SpaceX. “I nostri esperti stanno ora investigando e lavorando a stretto contatto con i collaboratori della Nasa”. Ancora non è chiaro come questo incidente influenzerà la timeline di SpaceX per il lancio della Crew Dragon provvisto di equipaggio. Ma ci sono alte probabilità che questa appuntamento, previsto per la fine dell’anno, ritardi a seconda di quanto sia grave l’anomalia e quanto tempo serva per risolvere il problema.

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Parigi potrebbe presto avere una piccola Notre Dame provvisoria

Parigi potrebbe presto avere una piccola Notre Dame provvisoria

Una piccola Notre Dame provvisoria, costruita in legno nelle immediate vicinanze di quella originale, che potrà ospitare i fedeli durante i lavori di restauro e di ricostruzione della cattedrale parigina. E sì, magari anche diventare un nuovo monumento da visitare e fotografare per la gioia di turisti & co. La proposta arriva dallo stesso rettore di Notre Dame, monsignor Patrick Chauvet, e sembrerebbe aver già trovato l’appoggio di numerose personalità politiche, tra cui anche la sindaca Anne Hidalgo.

“Non possiamo dire semplicemente che la cattedrale sarà chiusa per i prossimi cinque anni”, ha dichiarato Chauvet, facendo riferimento al piano dei lavori prospettato dal presidente francese Macron, secondo cui – appunto – serviranno cinque anni per riportare l’imponente struttura alla sua bellezza (e alla sua agibilità) pre-incendio. Ancora non sono certi i tempi di progettazione e realizzazione della chiesa sostitutiva, che secondo il parere del rettore di Notre Dame dovrebbe essere “bella, simbolica e attraente”.

Intanto in Francia sono state sollevate perplessità sull’idea del governo di lanciare una sorta di bando internazionale per architetti con l’obiettivo di raccogliere proposte per la nuova guglia della cattedrale, che dovrà sostituire quella crollata durante l’incendio. Secondo molti, infatti, la scelta migliore sarebbe quella di ricostruire fedelmente la guglia originale, aggiunta in realtà nel corso di un restauro nell’Ottocento sotto la direzione dell’architetto francese Eugene Viollet-le-Duc.

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Una bicicletta che sembra un Transformer

Una bicicletta che sembra un Transformer

In molti paesi europei, specie al nord, la bicicletta è un mezzo di trasporto alternativo all’auto, talvolta più gettonato perché versatile, comodo ed efficace. In questa prospettiva rientrano anche la cultura del movimento, l’abbondanza di piste ciclabili e di spazi riservati alle due ruote. Naturale perciò che si vedano tanti modelli diversi di bici, inclusi alcuni particolari per forma e funzionamento.

In quest’ultimo segmento rientra la Convercycle Bike, progetto nato in Germania che – come indica il nome – si fonda su un sistema che trasforma la bicicletta classica in una bici cargo, permettendo così di avere lo spazio disponibile per trasportare le buste della spesa, un seggiolino per bambini oppure libri, attrezzature sportive e qualsiasi altro strumento altrimenti difficile da portarsi dietro senza dover fare attenzione e fatica per pedalare.

Credit Convercycle

Grazie al sistema a doppia cerniera che sposta il portapacchi al centro della bicicletta, il modello assicura capienza e comodità. Una volta che si necessita di spazio, basta sollevare il portapacchi e far scivolare la ruota posteriore estendendo la lunghezza della bici a 2,55 metri e sfruttare il portapacchi in grado di supportare carichi fino a 60 chili.

Gli interessati a Convercycle Bike possono scegliere tra la versione standard, che costa 1099 euro, e quella elettrica, che su Indiegogo si può prenotare a 1399 euro, con consegna in programma nel prossimo agosto.

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