5 eventi di Star Trek che dovete assolutamente conoscere prima di guardare Picard

5 eventi di Star Trek che dovete assolutamente conoscere prima di guardare Picard

Franchise longevi e articolati come Star Trek o Star Wars vantano mitologie ricchissime e complicate. Una serie come Star Trek: Picard, il cui debutto è previsto il 24 gennaio su Amazon Prime Video, ha la fortuna di contare ancora prima dell’esordio su uno stuolo di spettatori, che aspettano trepidanti il ritorno del capitano dalla scarsa pazienza e dalle impeccabili doti diplomatiche di Star Trek: The Next Generation (o TNG), primo sequel televisivo della serie classica degli anni ’60 prodotto tra il 1987 e il 1994 (e proposto a orari improbabili da Italia 1). Ritroveremo l’attempato Jean-Luc Picard della serie eponima condurre un’esistenza in disparte dopo aver voltato le spalle alla Federazione dei pianeti (per ragioni che scoprirete da soli): disilluso ma agguerrito, è destinato a intraprendere una missione che indaga il legame tra l’androide Data e i cyborg Borg con un nuovo irrequieto equipaggio.

Ambientata 35 anni dopo l’esordio della prima stagione di TNG e una ventina dagli eventi del film La nemesi, la serie si premura, nei primissimi episodi, di riportare al pubblico i momenti storici salienti nei due decenni mancanti. Tuttavia, la trama di Picard è strettamente legata ad alcuni eventi specifici del franchise che – se ignorati o dimenticati – rendono la fruizione dello spin-off un po’ criptica e meno entusiasmante. Vi rinfreschiamo la memoria su quello che serve assolutamente sapere per godere appieno di questo nuovo capitolo della saga fantascientifica. Ecco i precedenti narrativi per capirci qualcosa di Picard, con tanto di cronologia.

1. La misura di un uomo (TNG, stagione 2 episodio 9) – Anno 2365

https://www.youtube.com/watch?v=GKGZhghrzM4

Da molti è considerata la puntata più bella di The Next Generation, sicuramente fa parte di quella manciata che esplica al meglio la filosofica umanista del papà del franchise, l’incomparabile Gene Roddenberry. In questo episodio l’ufficiale della Flotta stellare Bruce Maddox esprime la volontà di smontare il cervello positronico dell’androide Data (creato da uno scienziato, Noonian Soong, dalle conoscenze cibernetiche sbalorditive) per carpirne il funzionamento e, auspicabilmente, replicarlo in serie. Il diretto interessato rifiuta, perché il disassemblaggio distruggerebbe (semplifichiamo) la sua coscienza. Picard lo appoggia e viene autorizzato un processo per stabilire i diritti dell’androide. Il capitano, difendendo appassionatamente l’ufficiale, paventa la possibilità che Data e i suoi discendenti vengano prodotti e impiegati come schiavi, vincendo il processo. Nell’epilogo Data si offre di aiutare Maddox nelle sue ricerche nei limiti della propria incolumità.

2. La figlia di Data (TNG, stagione 3 episodio 16) – Anno 2366

https://www.youtube.com/watch?v=nRWq31STK-0

Come accennato, il fantomatico scienziato Noonian Soong è stato l’unico in grado di creare robot senzienti avanzati come Data. Quest’ultimo, studioso dell’umanità che anela a sperimentare in prima persona i sentimenti umani, decide di sviluppare un nuovo cervello positronico partendo dal proprio. Il risultato è una figlia, Lal (dall’hindi “amata”), subito adocchiata da un ammiraglio della Flotta stellare, Haftel, che vuole portarla via per studiarla. La creazione di Data è più avanzata di lui – sa simulare un linguaggio colloquiale e, soprattutto, è in grado di provare sentimenti –, ma è destinata a vita breve a causa dell’instabilità della matrice messa a punto dal padre. La perdita della figlia per l’androide, teoricamente incapace di affezionarsi a chiunque, ha un impatto importante su di lui.

3. L’attacco dei Borg Parte 1 e 2 (TNG, stagione 3 episodio 26 e stagione 4 episodio 1) – Anno 2367

https://www.youtube.com/watch?v=M0wV30UJdh8

Introdotti brevemente nella seconda stagione, i Borg non sono una specie, bensì un insieme di varie razze migliorate con impianti cibernetici e unite in una mente collettiva. Si spostano in enormi astronavi a forma di cubo e vantano una tecnologia impressionante e avanzatissima continuamente migliorata assimilando (ovvero assorbendo, integrando e quindi distruggendo gli abitanti del pianeta di turno) le conoscenze scientifiche dei popoli che incontrano. In questo seminale doppio episodio a cavallo tra terza e quarta stagione, i Borg prendono di mira la Terra, rapiscono Picard e lo assimilano trasformandolo nel terrificante Locutus. Il primo ufficiale Riker, con un espediente ingegnoso quanto semplice, riesce a salvare sia il pianeta che il capitano.

4. Io, Borg (TNG, stagione 5 episodio 23) – Anno 2369

https://www.youtube.com/watch?v=sRc8EyPoxOU

Altra pietra miliare della fantascienza televisiva Io, Borg è una puntata mirabile che vede il capitano Picard affrontare e superare l’odio covato nei confronti dei Borg – rei di averlo privato dell’individualità trasformandolo in Locutus – lasciando che a prevalere siano la ragione e la pietà (state pensando al Dottore di Doctor Who e al suo odio cieco per i Dalek?). L’astronave Enterprise raccoglie una richiesta di aiuto e si imbatte nell’unico sopravvissuto allo schianto di una navicella Borg. Tre di Cinque è un ragazzino, ma presenta le stesse caratteristiche dei suoi simili, ovvero è privo di emozioni e di un’individualità propria. Separato dalla collettività, il borg ribattezzato Hugh (come “you”, in italiano, “Tuk”) recupera la coscienza di sé e accetta di venire restituito al proprio cubo, con la speranza che le sue esperienze infettino come un virus gli altri.

5. Star Trek: La nemesi e Star Trek. Il futuro ha inizio – Anni 2379 e 2387

https://www.youtube.com/watch?v=iogVdLND6W0

L’ultimo film per il cinema incentrato sull’equipaggio dell’Enterprise D capitanato da Picard è dedicato ai Remani, razza a lungo schiavizzata che grazie a un clone di Picard (interpretato da un irriconoscibile Tom Hardy) ribalta i giochi di potere sul pianeta Romulus – ostile alla Federazione dei pianeti di cui fa parte la Terra – e minaccia un conflitto in grado di annientare la Flotta stellare di cui l’Enterprise è la nave ammiraglia. Grazie a Shinzon, Data conosce B-4, un suo prototipo meno evoluto nel quale trasferisce una copia della propria memoria. Durante lo scontro con Shinzon Data muore e a B-4, precedentemente disattivato, viene data una possibilità di evolversi. Nel film di J. J. Abrams dedicato all’equipaggio della serie classica e ambientato in un universo alternativo viene rivelato che dopo la dipartita di Shinzon il pianeta Romulus ha avuto vita breve, distrutto da una supernova nel 2387.

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5 modi in cui le startup reinventano il nostro modo di viaggiare

5 modi in cui le startup reinventano il nostro modo di viaggiare

Ragazzo in viaggio
Ragazzo in viaggio

La realtà del viaggio non è quella che ci aspettiamo, mai”. La frase è del filosofo Alain de Botton, che in uno dei suoi classici, L’arte di viaggiare, spiega perché. Questo non significa che dobbiamo rinunciare a viaggiare. Se affidarsi alla meta per coltivare le nostre aspettative può essere sempre deludente, meglio giocare con i nuovi modi di viaggiare per farsi sorprendere da relazioni, sistemazioni, improvvisazioni, nuovi scopi. L’importante è muovere il primo passo, affrontare il viaggio, tornare avendo lasciato qualcosa e portandosi dietro altro, fosse anche una delusione.

Il viaggio è un sinonimo di cambiamento di prospettiva, non di risoluzione di un problema. Se il nostro curriculum da viaggiatori vale a volte più di quello scolastico (perché nutre le nostre soft skills), la formazione al viaggio ha scatenato il nascere di iniziative e piattaforme per rendere questa scuola di vita più semplice, economica ed emozionante. Non è solo Airbnb a rivoluzionare il nostro istinto nomade. Abbiamo individuato cinque percorsi che indirizzano le scelte di chi vuole organizzare una vacanza e a cui l’industria del turismo risponde con la tecnologia.

1. Scegliere il risparmio

Esistono alcuni comfort considerati indispensabili, come la rete wifi o la possibilità di muoversi facilmente fra diverse attrazioni, ma per il soggiorno basta un letto in poco spazio, a volte addirittura con persone sconosciute. Minimalismo e low cost viaggiano insieme e il risparmio non è rinuncia, ma scelta di quello che è indispensabile. L’ostello di lusso è sempre più una soluzione praticata da giovani e meno giovani, molto conveniente se si dorme in camerata, attraente anche per chi vuole una camera privata, la possibilità di incontrare persone interessanti, focalizzate sul viaggio più che sulle comodità, sono gli ingredienti che di solito motivano a queste sistemazioni.

La piattaforma di riferimento per prenotare gli ostelli è Hostelworld, che ha anche una versione in italiano. La tendenza oggi è quella di crearsi pacchetti low cost fai da te, prenotando gli spostamenti su siti e app di operatori come Flixbus, Easyjet e Ryanair, creandosi poi un pacchetto personalizzato; un cambiamento che ha convinto le grandi compagnie a confezionare proposte ad hoc. Utravel di Alpitur, dedicata agli under 30, baratta la convenienza con la condizione di poter comunicare solo cinque giorni prima della partenza la destinazione, con la possibilità per il cliente di sceglierla, all’interno di uno degli itinerari previsti nei pacchetti all inclusive. Anche gli operatori tradizionali cercano di aiutare a risparmiare: ad esempio il robot Mildred di Deutsche Lufthansa aiuta a trovare le tariffe più economiche.

2. Cercare l’effetto sorpresa

Viaggi di lusso per tre giorni con attività da scoprire all’ultimo momento in località come Dubai o Montecarlo, oppure quindici giorni con mete lasciate al caso. Per chi non ama la pianificazione queste formule fondate sull’incertezza non spaventano, ma creano la sorpresa da scartare. Flykube svela solo due giorni prima della partenza il viaggio che si farà. Il tour al buio è proposto anche da Waynabox, basta scegliere il luogo di partenza fra Roma e Milano e dire il numero di persone che viaggeranno. Sembra un gioco di spy story quello di Blindfoldtravel, con indicazioni inviate via posta da aprire in momenti diversi, con la meta scoperta solo all’aeroporto. Destinazione scoperta un paio d’ore prima anche per i viaggi su misura di Onivà. Quasi tutti i viaggi a sorpresa prevedono delle gift card.

3. Staccare la spina

Una vacanza serve a staccare e a mettersi alla prova al di fuori della routine. In un mondo globalizzato non è tanto la distanza geografica a creare l’effetto voluto, quanto l’intensità del cambiamento di abitudini.
Per riprendere fiato dall’iper-connessione ci sono i digital detox retreat. A raccoglierne alcuni in tutto il mondo, soprattutto quelli legati allo yoga, è la piattaforma Queen of Retreats. C’è anche chi, lavorando tutto l’anno a contatto solo con la tecnologia, decide di mettersi alla prova con il lavoro in fattoria trovando però un ambiente internazionale. Anche il Wwofing (World-Wide Opportunities on Organic Farms, cioè “opportunità globali nelle fattorie biologiche”) ha la sua piattaforma, che rimanda alle realtà in tutto il mondo.

Anche la sostenibilità è a volte campo di sperimentazione: ad Amsterdam Noord, all’interno del quartiere eco-creativo De Ceuvel, c’è l’hotel Asile Flottant, con camere ricavate in vecchie barche all’interno di un progetto di incubatore di imprese davvero innovativo.

Il quartiere incubatore eco-creativo De Ceuvel ad Amsterdam fra le nuove mete di viaggio

4. Semplificare il viaggio

Per poter approfittare di tutte le offerte basate su incertezza e essenzialità è necessario sapersi organizzare senza fronzoli. Ridurre al minimo il peso dei bagagli, focalizzando il necessario è una qualità fondamentale di chi vuol viaggiare in maniera moderna. La tecnologia propone oggi alcune soluzioni: L’assistente Bb (Blue Bot) di Klm per Google Home fornisce suggerimenti personalizzati per semplificare il compito dei viaggiatori. Con il moltiplicarsi delle interazioni Bb diventa sempre più intelligente, fino al punto di fornire consigli e indicazioni specifiche in base alle caratteristiche della destinazione verso cui si è diretti.

Anche nelle relazioni con le compagnie si preferiscono, dice il direttore commerciale Jonathan Newman di Caravelo, interazioni attraverso chatbot, ancora più graditi se passano attraverso piattaforme di messaggistica. Circa un anno fa, anche la compagnia aerea Volaris ha lanciato il suo chatbot Vale, mentre Aeromexico risponde per domande generiche attraverso Messenger di Facebook.

5. Sperimentare l’ospitalità aumentata

Entrare utilizzando il proprio smartphone al posto di una chiave, regolare con il controllo vocale illuminazione temperatura e accesso ai dispositivi, poter sentire la propria musica o poter seguire le proprie serie su Amazon o Netflix. La tecnologia permette di portarci oltre la nostra comfort zone. In questo caso non si va in viaggio per lasciare tutto, ma per estendere la propria esperienza di vita in altri luoghi. Ci aspettiamo di venire riconosciuti e non faticare, neanche per premere un bottone. L’hotel Future di Alibaba Flyzoo è un esempio di questo modello ipertecnologico: riconoscimento facciale con un sistema biometrico per accedere alle camere, assistente virtuale per impostare l’allarme sveglia, fare una sessione di yoga, richiedere servizi di pulizia o avviare la doccia ad una certa temperatura. La stanza memorizza le preferenze degli ospiti alla visita successiva per personalizzare l’esperienza.

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I deepfake ora rubano il lavoro ai modelli in carne e ossa

I deepfake ora rubano il lavoro ai modelli in carne e ossa

(screenshot da Generated.photos)

Vi ricordate i volti che non esistono, quelle immagini create da zero dall’intelligenza artificiale che per qualche tempo hanno imperversato sulla rete? Bene: hanno trovato lavoro. Un numero crescente di agenzie utilizza infatti questa tecnologia per fornire a chiunque ne abbia bisogno una quantità illimitata di fotografie di persone inesistenti, ma assolutamente verosimili.

Startup come l’argentina Icons8 o la statunitense Rosebud AI hanno per esempio tra i loro clienti università, applicazioni di dating e agenzie di risorse umane. Considerando gli usi impropri che si possono facilmente fare di queste immagini (per esempio, creare personalità online che nella realtà non esistono), la fondatrice di Rosebud AI ha spiegato al Washington Post come “valuti individualmente ogni possibile cliente”. Non un compito semplice, visto che la sua startup ha oltre duemila potenziali clienti in lista d’attesa.

Ma perché così tante aziende vogliono utilizzare immagini di persone inesistenti, create da un algoritmo, invece delle foto di persone reali? La ragione è prima di tutto economica: una volta terminato l’addestramento, svolto utilizzando database di fotografie reali, queste intelligenze artificiali sono in grado di sfornare quantità immense di immagini di persone in ogni possibile situazione e con espressioni di qualunque tipo, abbassando inevitabilmente i prezzi: “Icons8 afferma che i suoi volti possono essere molto utili a chi ha bisogno di incrementare rapidamente la quantità di materiale promozionale, preparare numerose bozze o illustrare concetti che potrebbero essere delicati per un modello umano”, si legge ancora sul Washington Post.

Per preparare queste immagini, Icons8 ha prima di tutto assunto 70 modelli, a cui sono state scattate migliaia di foto utilizzate per addestrare gli algoritmi. Terminata questa fase, i dipendenti della startup hanno trascorso alcuni mesi a preparare il loro archivio, selezionando le immagini meglio riuscite, correggendo quelle che avevano qualche difetto ed etichettandole sulla base delle loro caratteristiche. Vi serve una ragazzina imbronciata con i capelli biondi e gli occhi verdi? Tra le decine di migliaia di immagini – visualizzabili sul sito GeneratedPhotos – è probabile che ci sia quella che fa proprio al caso vostro.

Una seconda ragione che ha portato alla nascita di questi servizi è però molto meno intuitiva e ha tutto a che fare con la storica mancanza di diversità delle immagini pubblicitarie e simili, in cui la prevalenza di donne e uomini bianchi è schiacciante (un problema che è anche all’origine di alcune forme di pregiudizio algoritmico). In passato, per aggirare questo problema, alcune istituzioni e società sono ricorse a scorciatoie imbarazzanti. L’università del Wisconsin-Madison ha per esempio photoshoppato in tutta fretta un uomo nero in un’immagine promozionale non è appena si è accorta che comparivano solo persone bianche, ricavandone un’enorme figuraccia.

Più in generale, nei database delle agenzie fotografiche c’è una netta prevalenza di uomini bianchi, mentre le minoranze sono decisamente sottorappresentate. Anche chi cercasse immagini caratterizzate da una certa diversità, insomma, potrebbe avere qualche difficoltà a reperirle. Ed è qui che, ancora una volta, tornano utili i servizi offerti da startup come Rosebud AI e Icons8, che possono rapidamente produrre migliaia di finte fotografie con un’altissima percentuale di diversità; togliendo dall’imbarazzo chiunque si trovi alle prese con questo delicato problema. Ma proprio per la delicatezza della questione, viene da chiedersi se l’intelligenza artificiale sia lo strumento migliore per risolverla.

Il pericolo è di dare l’illusione della diversità, anche perché l’intelligenza artificiale è in grado di imitare solo ciò che le è stato mostrato durante l’addestramento. A lungo andare, queste persone inesistenti rischiano di essere sempre uguali una all’altra: “Nella pubblicità, vogliamo conquistare più diversità e mostrare volti unici. Questo invece è un sistema che tende a omogeneizzare tutto”, ha raccontato Valerie Emanuel, co-fondatrice di un’agenzia di modeling con sede a Los Angeles.

L’utilizzo di questa tecnologia solleva inoltre parecchi problemi etici: “Non fa altro che dimostrare quanto poco potere abbiano gli utenti in termini di veridicità di ciò che vedono online”, ha spiegato la docente di Intelligenza Artificiale Elana Zeide. “Non esiste una realtà obiettiva con cui confrontare queste foto. Siamo abituati al mondo mondo fisico e agli input sensoriali, ma in questo tipo di situazioni non abbiamo alcuna risposta istintiva che ci aiuti a capire cosa sia reale e cosa no. È estenuante”.

Se vi sembra di aver già sentito questo tipo di considerazioni è perché sono le stesse che vengono sempre fatte quando si parla dei deepfake. E non è un caso, il sistema alla base è infatti lo stesso: il GAN, generative adversarial network (utilizzato anche per produrre opere d’arte artificiali e altro ancora), che impiega due algoritmi in competizione tra loro – uno produce e l’altro valuta la qualità dell’output – per assicurarsi che i risultati ottenuti siano assolutamente verosimili.

In verità, in alcuni casi i risultati sono mostruosi (soprattutto quando, invece dei ritratti, si cerca di ricreare delle persone o degli animali in movimento). Ed è per questo che chi lavora con Icons8 o Rosebud AI trascorre molto tempo a selezionare le foto meglio riuscite. Ma questo è un ostacolo temporaneo, col passare degli anni produrre volti e situazioni inesistenti diventerà sempre più rapido, economico e di qualità elevata. A quel punto, oltre a trovarci in un mondo in cui distinguere la realtà dalla finzione diventa sempre più difficile, scopriremo che l’intelligenza artificiale è riuscita ad automatizzare anche un lavoro che sembrava al riparo da qualunque pericolo: il modello.

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Nuovi modi di raccontare il Giorno della memoria

Nuovi modi di raccontare il Giorno della memoria

Il prossimo 27 gennaio si rinnova l’appuntamento con la Giornata della memoria, e come ogni volta ci si interroga sul quale possa essere il modo migliore per raccontare l’Olocausto, e anche rammentare gli altri orrori e genocidi compiuti dall’umanità, specie nel corso del Novecento. A volte le classiche arte documentaristiche e i musei della memoria paiono insufficienti a fare della storia monumentaria una storia raccontabile da tutti. Per questo è buona cosa provare a indicare una mappa di proposte alternative per nuove letture sulla memoria, tra anticipazioni e nuove uscite.

Ci ha da sempre sorpresa per la sua capacità di raccontare e scavare nella memoria con ricerche avvincenti tra fotografie, documenti, dossier-archivi e semi-autobiografia: stiamo aspettando in Italia l’arrivo dell’ultimo romanzo postumo della compianta autrice croata Daša Drndić, Eeg, pubblicato originariamente nel 2016. Anche qui, come con i precedenti Trieste e Leica Format, l’autrice – immergendosi nella voce del narratore Andreas Ban, psicologo in pensione che compie un viaggio di ritorno nelle sue terre dal Canada scoperchiando le proprie memorie e quelle dei pazienti – sembra scegliere di giocare a scacchi con il passato tremendo dell’Europa e dei suoi confini, pezzo per pezzo, accumulando liste degli stessi giocatori di scacchi suicidi o eliminati dalla guerra, criminali e vittime del nazismo, il complottismo o una lunga lista di libri sequestrati dagli ebrei jugoslavi. Giocare, tra falsificazioni e documenti, con la partita con la realtà da recuperare delle atrocità del passato, sarà per Ban – e tragicamente anche per l’autrice – giocare alla fine quell’ultima, famosa, partita con la Morte. “La realtà impone” d’altronde “il suo gioco”, dice Ban, “senza pietà e in modo crudele”.

Un racconto particolare e differente sugli anni tragici del nazismo e della persecuzione ebrea, anch’esso sospeso tra la realtà e la sua contraffazione, è quella del romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens, riproposto dopo una prima uscita in Italia da Sem, anche per via della concomitanza dell’arrivo al cinema del film tratto dal romanzo, Jojo Rabbit. Johannes, giovane aderente alla Gioventù hitleriana costretto ad abbandonare la militanza per via di un incidente che l’ha sfigurato, fa una scoperta per lui inquietante nella casa dei genitori: dietro un falso muro è segretamente protetta dai suoi una ragazza ebrea, Elsa. Lei diviene subito un’ossessione, quasi un tabù da violare, come lui, con la sua deformazione, allo stesso tempo lo diviene per lei. “Da quanto tempo sei in casa mia?”, è la prima domanda di Johannes a Elsa. “Baciarla diventò un’ossessione. Avevo superato tante prove, avevo difeso il Reich e adesso ero così codardo da non riuscire a fare un gesto così piccolo?”, si interroga dopo poco. Gli anni passano, l’ossessione amorosa aumenta, così come la segregazione necessaria.

Ma poi le cose, per le strade, a Vienna e oltre, cambiano. Elsa sarebbe sulla carta libera di uscire per strada, ma Johannes non vuole interrompere l’incantesimo. Comincia così la sua interminabile carriera di bugiardo, per difendere quel loro piccolo segreto che, alla fine, ironia della storia, lo ingabbia: “Avevo perso la nozione di casa. Quella per me era la gabbia di Elsa. Sì, era stata Elsa ad accogliermi. Non avendo più un posto mio, mi ero rifugiato nel suo territorio…”. Un romanzo che gioca sul concetto di famigliarità e di menzogna, in uno spazio intimo e segreto, per rovesciare il racconto storico dell’ascesa e caduta di Hitler, e ad un tempo rivelarlo davvero nel suo orrore.

Altrettanto particolare, e storicamente documentata, è la vicenda straordinaria raccontata dall’olandese L’Alto Nido di Roxane Van Iperen uscito in questi giorni per Bompiani. Straordinaria è innanzitutto la notizia iniziale riportate nella prefazione. “L’impensabile accade. Alla fine dell’estate 2012 io, mio marito e i nostri tre bambini, insieme a tre gatti e a un pastore tedesco a pelo lungo, ci trasferiamo in una roulotte nel giardino dell’Alto Nido e diamo inizio al lungo restauro di questa villa speciale”, che avevano appena acquistato. L’Alto Nido è un’incantevole dimora di campagna poco fuori Amsterdam, ma ben presto, nel restauro rivela un segreto: “A mani nude strappiamo via la moquette e, quasi in ogni stanza, nei pavimenti in legno e dietro tavolati logori scopriamo botole e nascondigli in cui giacciono mozziconi di candela, spartiti musicali e vecchie riviste della resistenza antifascista. Ed è così che inizia anche la ricostruzione della storia” non tanto della casa “dell’Alto Nido”. Con piglio appassionante, la scrittrice risala alla vicenda di quel luogo-comunità segreto scampato ai rastrellamenti nazisti nell’Olanda degli anni 40, grazie al volere delle due sorelle Lien e Janny Brilleslijper.

Nell’Alto Nido trovano rifugio e sollievo i bambini ebrei, mentre Lein compone musica e la condivide con gioia con gli altri abitanti di un luogo che diviene per la Resistenza olandese un luogo magico: “Il regime della potenza occupante ha condannato l’intero paese a un’esistenza spartana, ma dall’Alto Nido si sviluppa una rete sotterranea di artisti” che allietano le notti e la tristezza con la loro musica. Il libro della Van Iperen racconta di vite spezzate dall’Olocausto (le due eroine saranno deportate e incontreranno due sorelle forse più famose, Anne e Margot Frank), la Storia con la S maiuscola passa attraverso l’intimità straordinaria del magico mondo dell’Alto Nido, che dimostra che la vita è a volte più ricca e speranzosa delle crudeltà che vorrebbero annientarla.

Chi volesse invece prosegue verso lidi in lingua spagnola non potrà ignorare, benché non legato direttamente all’Olocausto, il lavoro inquietante e particolarissimo sulla memoria della guerra civile spagnola (e non solo) che apre il volume Trilogia della guerra di Agustin Fernandez Mallo, presto in Italia per Frassinelli, autore di culto iberico e famoso per aver lanciato quella che in Spagna viene chiamata la Nocilla Generation. All’apparenza i romanzi di Mallo presentano una struttura quasi caotica: sembrano mappe di esplorazioni abbastanza casuali, random perché random è in fondo il vivere contemporaneo.

Come rispolverare la memoria e le sue vittime allora, secondo Mallo? Quasi portato lì per caso, il narratore della prima parte di questa Trilogia si imbatte nell’isola di San Simon in Galizia (è lì per un convegno). Scopre piano piano, attraverso strani personaggi (in particolare due camerieri che lavorano nell’hotel del convegno) e coincidenze inquietanti, che l’isola è stato un campo di detenzione del franchismo per dissidenti e soprattutto anziani mandati lì a morire tra i peggiori stenti. Il narratore cerca così di rianimare i fantasmi del luogo attraverso una bizzarra ricerca di sintonia: si intrufola nell’isola in un periodo di assenza dell’umano, non solo fa ricerca di archivio in vecchi 486 lì disponibili, ma anche scatta foto e ascolta lynchianamente le routine silenziose della stessa isola, e quasi vi rimane intrappolato. Dopo un breve periodo lì, afferma, alla fine della prima parte una frase ricorrente nel libro: “Non ho coscienza di quel periodo”. Per Mallo, la memoria può essere riattivata solo attraverso la ricerca rabdomantica di queste coincidenze, che porteranno il narratore a viaggiare (e cambiare), tra New York, la costa della Normandia, il Vietnam. “La memoria”, ha detto l’autore in un’intervista al riguardo del libro, “non è mai un archivio né un racconto fedele, perché la memoria è sempre in prima persona, una ricostruzione fatta dal presente, molto potente narrativamente ma mai fedele”.

Muovendoci sul lato invece dei saggi recentemente usciti e cercando nuove prospettive potremmo considerare l’uscita Einaudi di questi giorni, Riflessioni sulla questione antisemita di Delphine Horvilleur, che compie un interessante rovesciamento: spiegare l’antisemitismo non dal punto di vista della tradizione antisemita di estrema destra o sinistra, ma dal punto di vista “interno”, attraverso l’analisi della Torah, del canone rabbinico e delle leggende ebraiche. Si apre con un’epigrafe feconda di Franz Kafka che recita: Che cosa ho in comune con gli ebrei? Ho a malapena qualcosa in comune con me stesso diceva Kafka. Per ricevere risposta all’essenziale domanda del Perché gli Ebrei non sono amati? dell’autore nell’Introduzione bisognerà, secondo lui stesso, andare a vedere come gli testi e leggende ebraiche abbiano rappresentato e quindi in fondo anche colpevolizzato l’ebreo. La letteratura presa in questione nel saggio non solo si prefigge di offrire agli ebrei la “possibilità di diventare soggetti della propria storia,” ma offre spesso letture originali “della psiche dell’aguzzino”, “non delimita la vittima entro i confini del suo dolore” né “il boia entro quelli del suo odio”. Capire l’antisemitismo dal punto di vista della tradizione semitica è la sfida affascinante e riuscita di questo saggio.

Andando in Francia, richiamiamo il romanzo sperimentale di George Perec, W o il ricordo d’infanzia, ripreso per i classici Einaudi di recente, grazie a un importante repechage. Il libro è diviso in due parti: la prima un racconto d’avventura attribuibile alla fantasia di un bambino; la seconda il frammentario memoir e archivio di ricordi del bambino Perec che si apre con la frase spiazzante “Je n’ai pas de souvenir d’enfance”, “non ho ricordi d’infanzia”. Entrambe le versioni del libro paiono celare l’orrore che accompagna l’infanzia del giovane Perec, segnata dalla deportazione e morte dei genitori ebrei. Un tabù che Perec sceglie di affrontare attraverso il gioco di queste due versioni e risparmiamo il ricordo ricostruito che fa della memoria personale una melensa memorialistica testimoniale.

Per concludere come sempre con fumetti e graphic novel, tra i molti libri che hanno messo in immagini e testo nuovi racconti dell’Olocausto vogliamo segnalare una chicca degli anni Ottanta: il manga La storia dei tre Adolf di Osamu Tezuka, il padre di, tra gli altri capolavori manga, Astroboy. I tre Adolf sono uno Adolf Kaufman, l’altro l’ebreo e suo amico Adolf Kamil, e il terzo l’Adolf che ahinoi conosciamo, rappresentato da Tezuka in questa storia modo assai irreale. La storia del fumetto, tra amicizie intense e dramma storico, si accende attorno all’ipotesi che una parte del Dna di Adolf Hitler provenga da una radice ebrea, segreto che costerà la vita ad un giornalista giapponese inviato in Germania nelle Olimpiadi degli anni Trenta. Sono più di 1000 pagine molto intense, tra suspense internazionale e esplorazione delle relazioni, che ci consento ancora una volta uno sguardo elaborato e nuovo sul nostro concetto di memoria storica.

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Ecco come sfamare 10 miliardi di persone in modo sostenibile

Ecco come sfamare 10 miliardi di persone in modo sostenibile

sostenibilità
(foto: Getty Images)

Non ce la stiamo facendo. Il nostro sistema di produzione di cibo è a dir poco insostenibile dal punto di vista ambientale e sfora ben 4 dei 9 limiti planetari – quei confini entro i quali le attività umane non nuocciono agli equilibri del pianeta. A ribadirlo è l’ultima analisi dei ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research (Germania) che hanno calcolato che se decidessimo di rispettare in modo stringente i limiti di sostenibilità senza modificare il sistema agricolo saremmo in grado di sfamare solo 3,4 miliardi di persone, su oltre 7 che popolano il pianeta. Se però riorganizzassimo le colture e cambiassimo dieta (tutti) potremmo salvaguardare la Terra e garantire la sopravvivenza di 10 miliardi di persone.

Lo studio, pubblicato su Nature Sustainability, ha riscontrato la violazione di 4 limiti planetari. Anzi basta la metà delle produzioni alimentari odierne per sforare. In particolare il nostro sistema di produzione di cibo usa troppo azoto, consuma troppa acqua dolce, abbatte troppe foreste e riduce la biodiversità.

Secondo i ricercatori, che hanno disegnato una mappa del pianeta con le regioni di criticità, qualcosa possiamo fare: ridisegnare il sistema.

Gli scienziati hanno diversi suggerimenti: spostare le aziende agricole da quei territori dove più del 5% delle specie è minacciato dalle attività umane, restituire terreno alle foreste laddove ne siano state abbattute oltre l’85%, diminuire il consumo idrico e la concimazione a base di prodotti azotati.

Non dappertutto, altrimenti non riusciremmo mai a sfamare la popolazione mondiale: essenziale è la ridistribuzione. Se per esempio nella Cina orientale e nell’Europa centrale l’uso di fertilizzanti è eccessivo e sproporzionato, lì andrebbe ridotto ma quella quota potrebbe essere spostata delle regioni dell’Africa sub-sahariana e degli Stati Uniti occidentali.

Se questi cambiamenti verranno attuati, le previsioni dicono che potremmo raggiungere una produzione sostenibile di cibo (che non sfori cioè i limiti planetari) sufficiente a sfamare 7,8 miliardi di persone, più o meno quante oggi vivono sul pianeta.

Non è tutto. Pensando al futuro, a quando la popolazione mondiale raggiungerà i 10 miliardi (cioè verso il 2050, si stima), dovremmo diminuire gli sprechi alimentari e rivedere seriamente le nostre abitudini alimentari, abbattendo per esempio i consumi di carne. Così dovremmo riuscire ad avere cibo sufficiente per 10,2 miliardi di persone.

Attenzione però: le stime dei ricercatori tedeschi presuppongono che il riscaldamento globale non superi +1,5°C. Si basano inoltre sulle tecnologie esistenti, che significa che i dati potrebbero essere diversi se venissero introdotti sistemi come l’utilizzo di elettricità da pannelli solari o l’editing del genoma applicati all’agricoltura.

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I 10 migliori piani sequenza unici (veri o finti che siano)

I 10 migliori piani sequenza unici (veri o finti che siano)

https://www.youtube.com/watch?v=uxi11hs-GMY

È un sogno vecchissimo che nel nuovo millennio è diventato solida realtà. Fare un film che si svolga nel tempo in cui lo spettatore lo guarda, che non sia alterato dai salti temporali del montaggio e che mantenga un’unità di tempo teatrale con in più tutte le altre virtù del cinema (in primis, l’assenza di limiti spaziali). Il piano sequenza, cioè la ripresa unica senza stacchi, è stata per decenni una trovata limitata a pochi minuti per via dell’ingombro della pellicola (non ci sono contenitori sufficienti per portarne così tanta da fare un film in un’unica ripresa). Con il digitale è diventata realtà.

1917, questa settimana in sala, porta l’idea del piano sequenza unico ad un altro livello, lo sposta nel campo delle grandi ricostruzioni storiche, della Prima Guerra Mondiale e degli spazi immensi. Non è un vero unico piano sequenza, ma una serie di piani sequenza uniti digitalmente per sembrare uno solo. I giunti stanno nei momenti in cui un oggetto passa davanti alla videocamera, o viene buio per poco. Il risultato è un’esperienza di un paio d’ore immerse nel conflitto combattuto nelle campagne francesi. Uno spettacolo di grandissima portata e stupefacente immersione.

Era l’occasione irrinunciabile per una classifica dei migliori 10 film girati per davvero o per finta in un unico piano sequenza, quelli cioè che hanno cercato di creare l’illusione dell’unità di tempo.

10. Timecode (2000)

Esperimento di Mike Figgis (che prima aveva diretto film di sistema come Mr. Jones o da Oscar come Via da Las Vegas), in cui quattro segmenti di storia sono filmati contemporaneamente con altrettante videocamere diverse e mostrati insieme dividendo in quattro riquadri lo schermo. Tutti in piano sequenza. La storia segue vari attori che preparano un film in un ufficio di produzione. Difficoltà: elementare, data la location unica e il numero di personaggi in ballo.

9. Blind Spot (2018)

Una madre lotta contro la malattia mentale della figlia. Questo film norvegese utilizza il piano sequenza per vivacizzare una trama che non ha a che vedere direttamente con quella soluzione formale. Sostanzialmente non ne avrebbe bisogno, non ha ragioni contingenti per usarla, ma lo fa lo stesso. Difficoltà: media, diverse location ma pochi attori.

8. A Boy. A Girl. A Dream: Love On Election Night (2018)

Un uomo e una donna si incontrano nella notte delle elezioni presidenziali del 2016, si parlano, si vogliono, si scoprono e conoscendosi capiscono di più di se stessi. Richard Linklater l’aveva fatto già nella trilogia iniziata con Prima dell’alba, lo ripete in questo film unendo lo spunto romantico all’urgenza politica.
Difficoltà: semplice, senza virtuosismi, molto recitato.

7. Lost in London (2017)

Una follia diretta da Woody Harrelson (che qui esordisce alla regia) ispirata a una sua nottata turbolenta. In 100 minuti di piano sequenza in cui lui, Owen Wilson e Willie Nelson interpretano se stessi, Harrelson scappa dalla polizia e finisce in galera per poi uscire (e vale la pena ribadirlo: è ispirato a un fatto che gli è accaduto realmente). Il delirio finale è che il film è stato trasmesso nei cinema in diretta, mentre veniva girato. Difficoltà: estrema, oltre al piano sequenza anche la diretta.

6. Arca russa (2002)

La storia della Russia raccontata attraversando il museo Hermitage e viaggiando nel tempo dentro le sue stanze. Aleksandr Sokurov è il primo a riuscire realmente nell’impresa e lo ha fatto per trovare una maniera di raccontare che cosa sia il suo Paese oggi rispetto ieri, avvolgendo il pubblico. Alcuni momenti, proprio grazie al piano sequenza, hanno una qualità clamorosa, ci si sente intrusi in un fatto storico. Difficoltà: impossibile, ci sono voluti mesi di prove e cinque tentativi per realizzarlo. Centinaia di comparse coordinate, un intero museo da attraversare, milioni di cose che possono andare storte. E comunque, contiene qualche errore nascosto a fatica.

5. Hill House 1×06 (2018)

Non è la sola serie tv ad avere tentato l’esperimento (anche Mr. Robot l’ha fatto), ma Hill House l’ha portato a livelli sublimi. Tutto qui gioca tra presente, passato e conseguenze future di azioni attuali. E proprio questa puntata, che in teoria si svolge durante una veglia funebre, riesce contemporaneamente a raccontare quella e un altro evento nel passato. Il piano sequenza è falso, ma l’effetto su di noi realissimo. Difficoltà: media, visto che non è reale. Però, la pianificazione è da urlo.

4. Birdman (2014)

Dovrebbe essere la storia di un artista finito che cerca di rimettersi in piedi, ma finisce per essere un viaggio rocambolesco nei meandri della mente, annunciato da un impossibile fluttuazione, accompagnato da assoli di batteria, martoriato dalla sfortuna e graziato da interpretazioni perfette. Lo stile è tra i più influenti di tutti. Difficoltà: medio-semplice, l’unità di luogo lo aiuta, qualche sequenza però è complicata.

3. Nodo alla gola (1948)

Una serata a casa di due amici (il film non lo dice mai, ma a un occhio contemporaneo risulta chiaro che si tratta di una coppia gay) nasconde un morto. È un esperimento: uno dei due ha l’arroganza di poterlo tenere in una cassa per tutta la festa senza che nessuno lo noti. Un invitato, però, è più perspicace degli altri. Hitchcock non aveva i mezzi per un unico piano sequenza e nasconde i suoi tagli passando dietro la schiena dei personaggi (in totale sono 10), utilizza uno sfondo finto così che la luce del giorno diventi tramonto e poi sera. Incredibile. Difficoltà: magistrale. Fa tutto quello che fa il cinema digitale solo in analogico.

2. U-July 22 (2018)

L’idea è di quelle che provocano polemiche, ma che cinematograficamente non fa una grinza. Per raccontare la strage di Utoya, quella in cui persero la vita diversi ragazzi ad opera di un singolo folle armato di fucile che si recò sull’isola in cui stavano per un campo estivo e cominciò a sparare, questo film vive un’ora e dieci minuti con un personaggio inventato in mezzo a personaggi veri. L’obiettivo è raccontare l’agonia, la fatica e quanto 70 minuti possano essere pochi quando la vita è in ballo. Le accuse di sfruttamento della tragedia ed estetica della morte sono fioccate. Il film è bello. Difficoltà: media, serve grandissima pianificazione, perché ci sono molte comparse ma poche in scena contemporaneamente.

1. Victoria (2015)

Il migliore. La storia di una ragazza che, uscita da una discoteca tardissimo, verso le 4 del mattino conosce dei ragazzi. Sono a Berlino, ma nessuno di loro è di Berlino. Camminano verso casa, si lasciano coinvolgere, nasce un embrione di sentimento che viene soffocato dagli eventi. Si ritrovano in un affare grandissimo, sono costretti a correre dei rischi e il finale è clamoroso. Tutto dalle 4 alle 6 del mattino. Come una vita può essere rivoltata completamente in due ore. Un film libero che non si pone limiti, porta la videocamera ovunque, dai tetti alla strada, dai garage a dentro le macchine senza staccare ma; è interpretato benissimo e scritto anche meglio. In più, contiene una scena come quella del pianoforte contemporaneamente inspiegabile e chiarissima. Difficoltà: estrema. L’operatore fa di tutto senza perdere di vista l’inquadratura, scrittura e interpretazioni sono difficili e non vanno sbagliate, la sequenza finale d’azione poi è un delirio.

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Coronavirus, quello che abbiamo imparato dalle epidemie del passato

Coronavirus, quello che abbiamo imparato dalle epidemie del passato

Wuhan Coronavirus
(foto: Vernon Yuen/NurPhoto)

In un certo senso la storia si ripete. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni – la diffusione di continui aggiornamenti dalla Cina sul coronavirus 2019-nCoV e una crescente preoccupazione generale – sembra essere un copione già vissuto. In effetti il tipo di virus e i sintomi generati dal nuovo agente patogeno hanno molte analogie con altri due coronavirus già entrati nei libri di storia: Mers-CoV, responsabile della cosiddetta sindrome respiratoria mediorientale e che vide un aumento di casi nel 2014, e Sars-CoV, associato alla sindrome acuta respiratoria severa e il cui picco epidemico fu nel 2003. E non si può non citare un terzo importante caso di questo secolo: tra il 2009 e il 2010, infatti, si è verificata un’altra pandemia virale, questa volta associata al virus H1N1 e ribattezzata giornalisticamente influenza suina, arrivata fino alla fase 6 (la massima) dei livelli di allerta pandemica.

La gestione dei focolai epidemici è un insieme di complesse procedure che toccano ambiti quali la ricerca scientifica, la gestione dei flussi di persone, le strategie sanitarie nazionali e internazionali, l’attività di organizzazioni mondiali e l’attivazione degli enti locali. Il tutto in un contesto in cui con grande velocità le persone tendono a spostarsi di Paese in Paese e a entrare in contatto con moltissimi individui.

Per dare la misura di quanti siano i fattori da considerare, già nel 2006 il nostro ministero della salute aveva diffuso un lungo documento su come preparare una risposta nazionale a una pandemia virale. Secondo un protocollo ormai ben consolidato, le fasi chiave dell’azione consistono dapprima nell’identificazione dei casi, poi nell’attivazione di misure che riducano i contagi, quindi nella creazione di procedure per garantire il funzionamento dei servizi sanitari essenziali anche in un’eventuale fase critica e infine nel continuo monitoraggio dell’evoluzione dell’epidemia.

Ciascuna di queste fasi è a sua volta un insieme di azioni combinate. L’identificazione, per esempio, passa attraverso l’isolamento dell’agente patogeno, lo studio delle sue caratteristiche, l’analisi dei sintomi peculiari che fa insorgere e la messa a punto di un sistema di diagnosi accurato e rapido. Ciò è essenziale non solo per identificare le persone contagiate e predisporre misure di contenimento, ma anche per capire quali trattamenti o farmaci possano essere sviluppati e impiegati per arginare o bloccare l’epidemia.

Come ha spiegato anche Nature, però, la storia ci insegna che la probabilità di avere un vaccino disponibile in tempi rapidi è piuttosto remota. Se si dovesse idearlo da zero, infatti, sarebbero necessari anni di studi e sperimentazioni, e l’unica speranza concreta è che si possano sfruttare i risultati ottenuti nella produzione di altri vaccini per virus simili a 2019-nCoV. In Cina, infatti, si è ancora al lavoro dopo anni di ricerche per ottimizzare un vaccino contro la Sars, e il tipo di azione che questo trattamento dovrebbe garantire (ossia il blocco dei recettori usati del virus per infettare le cellule) potrebbe in linea teorica funzionare anche per il nuovo coronavirus. Per il momento, però, le uniche strategie che si possono mettere in atto consistono nella somministrazione di farmaci che contrastino e attenuino i singoli sintomi dell’infezione (senza però fornire una vera cura) e soprattutto nel ridurre il più possibile le occasioni di trasmissione da persona a persona, confidando che il sistema immunitario di sani e malati possa fare il resto.

Come è avvenuto il controllo della malattia?

Il caso che sembra essere più simile a quello d’attualità è proprio la Sars, prima vera minaccia globale alla salute pubblica di questo millennio. A suo tempo, nel già citato 2003, la strategia numero uno per in contenimento dell’infezione è stata la quarantena: migliaia di persone vennero isolate, nelle città più colpite (Singapore e Hong Kong, ad esempio) le scuole restarono chiuse per settimane, a chiunque fosse entrato in contatto con un malato fu imposto di restare chiuso in casa per 10 giorni, aumentati a 21 per i pazienti dimessi dall’ospedale. Per verificare il rispetto delle regole, fu istituito un sistema di controllo della presenza in casa tramite telefonate casuali, telecamere e l’istituzione di un dipartimento ad hoc delle forze dell’ordine.

In seguito ad alcune violazioni, i controlli furono ulteriormente inaspriti con braccialetti elettronici, fu imposta la distruzione degli oggetti contaminati, fu creato un sistema dedicato per il trasporto delle persone contagiate, fu istituito il reato di falsa testimonianza sulla propria condizione e furono individuate aree contaminate off limit e centri di trattamento separati per i pazienti colpiti dalla Sars.

Anche in Canada furono attivate misure eccezionali, e fu sconsigliato di intraprendere viaggi arei verso il Paese. In alcuni aeroporti strategici vennero installati degli strumenti per la misura della temperatura dei passeggeri, inclusi scanner termici, e a Singapore studenti e insegnanti furono equipaggiati con termometri digitali per controllare la temperatura corporea più volte al giorno. A livello globale, poi, l’Organizzazione mondiale della sanità creò un network di medici e ricercatori per condividere più rapidamente possibile informazioni sui pazienti e dettagli sul virus.

Per quanto riguarda l’Italia, ci furono solo 9 casi probabili (poi ridotti a 4), tutti di ritorno dalla Cina, e le misure di isolamento funzionarono, evitando ulteriori contagi. Nessuno manifestò la malattia vera e propria, e l’unica vittima italiana fu il medico italiano Carlo Urbani, che fu anche colui che, in Vietnam, identificò la minaccia e la portò all’attenzione mondiale. L’epidemiologo Giovanni Rezza spiegò che il nostro Paese (così come l’Europa in generale) fu fortunato, perché sul nostro territorio il virus non arrivò nei giorni precedenti alla diramazione dell’allerta globale.

Diversa è la situazione nel caso della Mers, che non è mai sfociata in un vero picco epidemico, probabilmente per il livello di contagiosità inferiore da persona a persona e la scarsa resistenza del coronavirus all’esterno del corpo umano. In quel caso non sono mai state attivate speciali procedure di contenimento, e ancora oggi non è chiaro da dove continuino a generarsi i pochi casi che si manifestano (pipistrelli e cammelli sembrano essere il serbatoio naturale del virus).

Quello che abbiamo sbagliato, e forse imparato

Nel 2007 l’Organizzazione mondiale della sanità pubblicò un libro e un documento di sintesi sulle azioni intraprese durante il picco della Sars, evidenziando anche le lezioni apprese. La prima è che le pratiche zootecniche e del commercio animale hanno in grande impatto sulla salute umana. Le evidenze scientifiche hanno mostrato che un ruolo determinante in quell’occasione è stato svolto della civetta delle palme nella Cina meridionale, e soprattutto che lo stretto contatto tra persone e animali ha favorito il passaggio del virus all’uomo. Proprio come nel caso dell’influenza aviaria e della suina, un grande passo avanti consisterebbe nell’abbandonare le pratiche veterinarie e zootecniche più vecchie e meno igieniche. Anche nel caso del nuovo coronavirus, peraltro, il luogo ritenuto più probabile come punto di avvio del contagio è un mercato dove si trovano molte specie animali (a Wuhan). In generale tutti i luoghi dove gli animali vengono venduti o allevati possono diventare potenziali luoghi di partenza di nuove epidemie, soprattutto se viene meno il rispetto di una serie di precauzioni sanitarie.

Un secondo aspetto, che tende a essere sempre meno vero più passa il tempo, è che sono le conquiste della medicina e della biotecnologia del secolo scorso a darci gli strumenti per affrontare le epidemie dal punto di vista clinico e della ricerca, mentre le ultime scoperte faticano a tradursi in qualcosa di concreto o si limitano a qualche miglioria di dettaglio. Questo, almeno, si diceva 13 anni fa analizzando gli anni della Sars, ma oggi siamo consapevoli che nuove tecniche hi-tech ci forniscono strumenti più potenti per il sequenziamento genico e lo sviluppo di farmaci. Già allora, però, era netta la consapevolezza che la cooperazione della comunità scientifica mondiale in uno sforzo congiunto è determinante per contrastare al meglio, e in fretta, le minacce di salute pubblica in una realtà globalizzata.

In cima alla lista degli errori del passato c’è un tema che ha pochissimo a che fare con la scienza, che è la comunicazione. Mancanza di trasparenza, tentativi da parte delle autorità nazionali di negare il problema e report parziali o falsificati per paura di danneggiare l’economia sono solo alcuni esempi di pratiche non solo scorrette ma anche determinanti nella propagazione di epidemie che si sarebbero potute contenere in modo migliore. E oggi è chiaro che la comunicazione scorretta da parte di un singolo Paese può creare confusione a livello mondiale, far diffondere il panico e creare danni alla salute pubblica a livello mondiale. Ecco perché la trasparenza e l’onestà intellettuale nel raccontare chiaramente che cosa si sa e che cosa ancora non si sa sono ritenute strategie chiave nella gestione effettiva di un’epidemia, tanto dal punto di vista clinico quanto a livello sociale.

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5 cose da sapere su Davide Toffolo

5 cose da sapere su Davide Toffolo

La nomina del magister del Comicon è un momento atteso per gli appassionati del who’s who del fumetto italiano. Da anni infatti, tradizione vuole che la fiera del fumetto di Napoli sia presieduta da un autore d’eccezione in grado di indirizzarne alcuni aspetti del programma culturale. Se sul trono dell’edizione 2019 sedeva il gigante Gipi, nel 2020 è stato appena annunciata la nomina di un personaggio più eclettico, ma non di minor peso: Davide Toffolo. Ecco tutto quel che c’è da sapere per scoprire l’autore sotto la maschera da teschio.

È tra i nomi più importanti del fumetto indie italiano

La nomina a magister di Napoli ne cementa la statura mainstream, ma Toffolo resta uno dei paladini e dei pionieri del fumetto italiano indipendente. La sua gavetta nasce da lontano, e ne è passata di acqua sotto i ponti da quando inchiostrava le storie di Giuseppe Palombo sulla rivista antologica Cyborg (Star Comics). Proprio da quella esperienza nei primi anni ’90, Toffolo trae dal cilindro l’idea di Dinamite insieme al fumettista Giovanni Mattioli, un nuovo magazine in 12 numeri (di cui ne sarebbero poi usciti solo due) edito dalla bolognese Granata Press. E poi saranno gli anni di Mondo Naif della Star Comics, nata come miniserie nel 1996 e diventata poi (anche dopo l’abbandono dello stesso Toffolo) una vera e propria vetrina per i più promettenti giovani autori di fumetti italiani tra il 1998 e il 2005 per le edizioni Kappa. Ci sarà poi il passaggio a Panini Comics per l’etichetta Cult Comics! con la rivista Fandango, sempre però mantenendo i pieni diritti intellettuali sui propri personaggi e fumetti, un mantra caro a Toffolo che gli ha permesso, sempre, di restare un autore indipendente.

A bottega con i maestri del fumetto

Anche se Davide Toffolo è sostanzialmente un autore autodidatta, il suo stile e la sua arte si sono affinati nel corso degli anni, prendendo direzioni ben precise, anche grazie al supporto dei maestri presso cui ha studiato e fatto bottega. Dopo aver frequentato un corso di disegno anatomico per chirurghi all’università di Bologna, Toffolo è stato ammesso nella Scuola di disegno Zio Feninger fondata da Igort e Daniele Brolli, con insegnanti del calibro di Magnus e Lorenzo Mattotti e con compagni di banco come Giuseppe Palumbo e Otto Gabos. Igort è rimasto una presenza costante nella vita professionale di Toffolo, fornendogli consigli severi ma preziosi, diventando un suo mentore in diverse avventure editoriali, e prendendolo poi nella scuderia Fandango Editore.

È (ancora) un allegro ragazzo morto

Attribuzione Creative Commons. Autore: Simone Celestino

Giovanissimo, Davide Toffolo si è scoperto enfant prodige del disegno a fumetti, ma anche della musica. Due espressioni artistiche che sono a lungo rimaste parallele, per poi intrecciarsi nella serie Cinque allegri ragazzi morti e soprattutto nel volume Graphic novel is dead. La carriera musicale di Toffolo inizia negli anni ’70 nel movimento punk The great complotto, cui si era unito inizialmente come illustratore, rimanendo irretito dall’energia e dal senso di condivisione che invece sembravano carenti nel mondo dei disegnatori di fumetti. Ma è la fondazione dello storico gruppo indie Tre allegri ragazzi morti, nel lontano 1994, a cementare la figura di Toffolo come musicista nel corso di oltre venti anni di sonorità punk-rock alternative.

Ha un’identità segreta, come un supereroe

Attribuzione foto Creative Commons. Autore: Niccolò Caranti

Nelle sue apparizioni pubbliche nella band I tre allegri ragazzi morti, Toffolo assume un’identità segreta, un alter ego che si nasconde dietro una maschera da teschio e un ingombrante costume da yeti. La maschera, condivisa da tutti i membri della band, non viene (quasi) mai tolta durante le esibizioni, salvo richiesta di non scattare foto ai volti dei musicisti. Introdotta inizialmente per dare un’identità più riconoscibile al gruppo, è diventata ben presto qualcosa di più, il simbolo di una visione collettiva che vuole includere la società intera. E il costume da yeti? È stato trovato da Toffolo per caso, in un mercatino di Livorno, ed è in realtà una mimetica militare.

Ha contribuito a fondare, e a uccidere, la graphic novel italiana

Piera degli Spiriti è il primo fumetto pensato da Toffolo per diventare, una volta concluso, un vero e proprio romanzo grafico. Questo accadeva più di venti anni fa, quando il fumetto italiano era rappresentato principalmente dagli albi Bonelli, dalle storie Disney, e dalle grandi riviste d’autore come Linus. Insomma, ben prima del boom della graphic novel moderna. Non pago di aver contribuito a fondare il genere, Toffolo ha realizzato nel 2014 l’opera semi-autobiografica intitolata Graphic novel is dead (Rizzoli Lizard, 143 pp, 16 euro): una dichiarazione che equivale a dire “Il re è morto, lunga vita al re” o, in altre parole, che la graphic novel è nata, è cresciuta, e si è evoluta ben oltre i suoi confini di genere e stile. Una morte, seguita da una rinascita sotto altra forma.

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Quanto sta costando a Boeing la crisi dei 737 Max

Quanto sta costando a Boeing la crisi dei 737 Max

Un Boeing 737 (foto Stephen Brashear/Getty Images)
Un Boeing 737 (foto Stephen Brashear/Getty Images)

Il prossimo 29 gennaio il nuovo amministratore delegato di Boeing, David Calhoun, fresco di nomina, avrà il suo primo incontro ufficiale con gli investitori per i risultati finanziari dell’azienda. Il centro dell’incontro però sarà il caso 737 Max, la vicenda che ha messo in ginocchio i conti del gruppo: finora sono 10 miliardi di dollari le perdite sostenute da Boeing e, se davvero il blocco dei voli verrà tolto tra giugno e luglio di quest’anno (come la società stessa ha comunicato), il conto finale per l’azienda sarà probabilmente di 20 miliardi di dollari, sostengono gli analisti.

Cos’è successo?

Facciamo un passo indietro per capire cosa è successo. A marzo dell’anno scorso due incidenti ravvicinati hanno provocato la morte di 346 persone. Colpevole: il Boeing 737 Max 8, una delle sei varianti della nuova linea Max dell’aereo di medio raggio dell’azienda. Il prodotto più importante per l’azienda statunitensi. Per la casa produttrice di aerei è il modello più venduto di sempre: ce sono in servizio 387 (prodotti da maggio 2017 a marzo 2019), e da quando undici mesi fa l’aereo è stato messo a terra ne sono stati prodotti circa altri 400.

All’inizio del 2020 Boeing ha deciso di fermare la linea di produzione: l’azienda aveva letteralmente finito lo spazio dove parcheggiare i velivoli, visto che oltre al divieto di volo ci sono anche molte compagnie aeree che hanno sospeso gli ordini già effettuati in attesa di capire cosa succederà. Sul piatto c’è il rischio che l’aereo debba essere certificato di nuovo e che i piloti debbano fare un percorso diverso da quello (meno costoso e complesso) di semplice adeguamento a una nuova variante del tipo 737.

Il vero problema dei 737 Max

Il nodo della questione infatti è questo: il costo di messa in linea e gestione degli aerei. Per essere più competitiva e avere utili e altri indicatori economici più elevati, Boeing ha sostanzialmente preso una “scorciatoia”. Ha costruito un buon aereo ma differente dai modelli precedenti (per rispondere ai requisiti del mercato) e, grazie al software, ha fatto in modo che si comportasse virtualmente come i modelli precedenti della serie.

Però, per non far crescere i costi delle compagnie aeree (o per una combinazione di altri motivi che non conosceremo mai sino in fondo, compresa la finanziarizzazione dopo l’acquisizione di McDonnell-Douglas di una delle aziende più “ingegneristiche” che ci fossero in America) Boeing ha anche deciso di non comunicare ai clienti alcuni aspetti invece rilevanti della “trasformazione” dei Boeing 737 Max.

Fino a quando, nel 2017, Boeing ha cominciato a commercializzare i 737 Max, i cui primi 150 ordini risalgono al 2011, l’azienda ha sempre cercato di vendere un velivolo che sulla carta non richiedeva particolari transizioni per i piloti già addestrati ai modelli precedenti. Cosa che, nel caso dei due incidenti mortali dell’anno scorso, è risultata non veritiera e ha scatenato la messa a terra di tutti gli altri velivoli e, a gennaio, il blocco della produzione.

Il colpo per Boeing

Adesso emerge che questi primi undici mesi di stop stanno costando molto cari all’azienda. Tra penali per le compagnie aeree clienti, risarcimenti per le famiglie e le compagnie aeree coinvolte nei due incidenti, e altri danni e oneri accessori, l’azienda è già andata sotto di 10 miliardi, bruciando gli utili di tutto l’anno fiscale. Nel 2018 Boeing ha fatturato 101 miliardi di dollari circa con un utile operativo di circa 11 miliardi di dollari, pari a poco meno di 10 miliardi e mezzo di utile netto.

Secondo altri analisti, fino al momento in cui l’azienda potrà rimettere in circolazione gli aerei già prodotti, forse riaprire la catena di montaggio e cominciare di nuovo a ricevere i materiali ordinati ai terzisti (o perlomeno, di quelli che non saranno falliti per via del blocco della produzione), il costo totale potrebbe arrivare a superare i 20 miliardi di dollari.

La cifra è enorme ma comprensibile, se si guarda al volume degli ordinativi. Attualmente Boeing ha 4.912 ordini per il 737 Max. Una cifra pazzesca che però sta calando: 93 ordini sono già stati cancellati e e il 2019 ha visto solo 57 consegne (mentre altri 400 aerei sono rimasti fermi al produttore) rispetto ai 256 velivoli consegnati nel 2018. L’azienda insomma stava accelerando la produzione per raggiungere volumi mai visti prima nel settore dell’industria aeronautica, quando il doppio incidente l’ha letteralmente messa in ginocchio.

La serie Max dei 737, a seconda della variante (7, 8, 200, 9 e 10) può costare da 99 milioni a 135 milioni di dollari a velivolo. È un prezzo di listino che di solito si riduce a seconda degli sconti applicati alle differenti compagnie aeree acquirenti. Però questo è il moltiplicatore che fa capire cosa voglia dire per Boeing avere 400 aerei fermi e ordini per quasi cinquemila che potrebbero dimezzarsi. O anche peggio.

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Gli esperimenti sui macachi di Torino e Parma sono stati sospesi dal Consiglio di stato

Gli esperimenti sui macachi di Torino e Parma sono stati sospesi dal Consiglio di stato

macachi torino
(foto: Patrizia Cortellessa/Pacific Press/LightRocket via Getty Images)

La sentenza del Consiglio di Stato ferma la sperimentazione sui sei macachi coinvolti nel progetto LightUp, lo studio delle università di Torino e di Parma per comprendere meglio (e magari in futuro curare) una particolare forma di cecità. Secondo l’ordinanza 230, infatti, “È l’Ente che sperimenta a dover provare che non esistono alternative a una sperimentazione invasiva sugli animali e foriera di sofferenze che la normativa europea e nazionale sul benessere animale, anche nelle sedi di sperimentazione, prescrive di evitare o ridurre entro rigorosi parametri fisiologici”. La Lega anti vivisezione (Lav) canta già vittoria, ma in realtà si tratta di una sentenza cautelare, un verdetto provvisorio che congela gli esperimenti in attesa del pronunciamento del Tar del Lazio.

La vicenda dei macachi di Torino (che poi in realtà si trovano a Parma) è finita su tutti i media italiani (e non solo, anche Science ne ha parlato) a giugno scorso, quando la Lav ha lanciato una petizione per la sospensione dello studio LightUp, per salvare – a detta loro – sei macachi che altrimenti sarebbero stati resi ciechi.

Diciamolo subito, però: le cose non stavano proprio così. Come ha chiarito diverse volte Marco Tamietto, professore all’università di Torino e responsabile scientifico di LightUp, i sei primati coinvolti non sarebbero stati resi ciechi, ma con un intervento chirurgico sarebbe stata creata una micro zona d’ombra sull’occhio allo scopo di studiare metodi di cura per forme di cecità umana causate da lesioni al cervello (“più di 100mila nuovi casi ogni anno solo in Italia“, aveva dichiarato il ricercatore alla Stampa nell’agosto scorso).

Come vi avevamo raccontato in dettaglio qui, a quella prima azione della Lav sono seguiti cortei e manifestazioni di protesta degli animalisti di tutta Italia, fino ad arrivare a minacce e intimidazioni rivolte ai ricercatori (e alle loro famiglie) coinvolti nel progetto.

LightUp però non è un progetto raffazzonato: ha permessi e autorizzazioni da parte dei comitati etici e dei ministeri responsabili, è stato revisionato da decine di studiosi internazionali e ha ricevuto un finanziamento dall’European Research Council (Erc).

Ha le carte in regola, quindi. Tant’è che la prima richiesta della Lav al Tar del Lazio perché sospendesse in via d’urgenza la sperimentazione era stata respinta nel novembre 2019. La Lav avrebbe dovuto dimostrare che vie alternative alla sperimentazione animale per il raggiungimento dell’obiettivo scientifico esistono.

L’ordinanza del Consiglio di Stato del 23 gennaio (a firma del presidente di sezione Franco Frattini, politico noto anche per le sue posizioni ambientaliste e animaliste) ribalta quel primo pronunciamento, decretando lo stop agli esperimenti. In particolare secondo la terza sezione del Consiglio di Stato, è il ministero della Salute che “deve, con massima urgenza, fornire tale prova sull’impossibilità di trovare alternativa ad una sperimentazione invasiva sugli animali nonché depositare una dettagliata relazione sulla somministrazione agli animali oggetto di sperimentazione di liquidi e cibo sufficienti, astenendosi da misure che finiscano per trasformare la doverosa erogazione di cibo e liquidi in forma di premio per asservire la volontà di animali sensibili come i primati”.

“Un vero e proprio attacco alla scienza”, ha tuonato la senatrice a vita e farmacologa Elena Cattaneo commentando la decisione del Consiglio di Stato. “Nell’ordinanza, che contraddice quanto stabilito dal Tar del Lazio lo scorso novembre, si inverte l’onere della prova, pretendendo che sia il ministero della Salute a dover dimostrare l’inesistenza di metodi alternativi alla sperimentazione su animali. Stupisce come il Consiglio di Stato non offra alcuna argomentazione a sostegno della decisione di ribaltare la decisione del Tar”.

“Come sa, o dovrebbe sapere, chiunque si occupi o si trovi a decidere di delicati temi di ricerca, è la stessa direttiva europea sulla sperimentazione animale a prevedere che né l’Erc, né il ministero della Salute, né le rispettive Università possano autorizzare un progetto in tal senso, se esistono metodi alternativi che la scienza ha certificato come altrettanto validi”, ha precisato Cattaneo. “In altre parole, è già obbligo di legge che i progetti debbano includere la prova dell’assenza di alternative alla sperimentazione animale: vengono giudicati anche su questo”.

Finisce così? Proprio no. Quello del Consiglio di Stato è infatti un provvedimento provvisorio, una sentenza cautelare, finché il Tar del Lazio non si pronuncerà in merito al ricorso ancora pendente degli animalisti.

Alla prossima puntata.

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