Una nuova molecola studiata contro l’influenza potrebbe avere effetti anche contro il coronavirus

Una nuova molecola studiata contro l’influenza potrebbe avere effetti anche contro il coronavirus

(foto: MisterTux via Pixabay)

Una nuova terapia contro l’influenza potrebbe essere studiata anche per combattere altri virus, incluso il coronavirus Sars-Cov-2 e l’Hiv. Ad affermarlo, oggi, è un gruppo della Purdue University, negli Stati Uniti, che ha sintetizzato una nuova molecola antinfluenzale, frutto della combinazione di due composti già noti. I due composti sono un antivirale e una piccola molecola che se legata a un’altra con particolari caratteristiche riesce a stimolare la produzione di anticorpi. Il composto realizzato, descritto in una ricerca su Nature Communications, è studiato per ora su animali per alcuni virus influenzali e non per il coronavirus Sars-Cov-2. Tuttavia gli autori indicano in una nota sulla pagina della loro università che la nuova terapia potrebbe avere effetti anche su altre infezioni, incluso il Covid-19.

Un trattamento contro l’influenza

I ricercatori hanno prodotto una piccola molecola che combina due composti già esistenti. Uno è un antivirale, chiamato zanamivir, che appartiene alla categoria degli inibitori delle neuraminidasi, enzimi espressi sulla superficie dei virus influenzali. Questo farmaco è già utilizzato nella profilassi e nel trattamento dell’influenza A e B. Il secondo composto appartiene agli apteni, piccole molecole che se legate ad altri specifici composti detti carrier (trasportatori) riescono a stimolare una risposta immunitaria e in particolare la produzione di anticorpi specifici contro i virus influenzali.

Un nuovo approccio

Gli scienziati spiegano che hanno utilizzato un approccio diverso da quello comunemente utilizzato, che intende colpire soltanto le cellule già infette e non anche quelle sane. I virus influenzali – ma non solo quelli – esportano le loro proteine sulla superficie delle cellule dell’organismo, infettandole – nel caso del Sars-Cov-2 la proteina che assume un ruolo chiave è la spike, insieme alla Ace2, che invece non fa parte del virus ma è ancorato alla cellula. Queste proteine virali, dunque, sono presenti solo sulle cellule colpite e non su quelle non infettate. L’dea dei ricercatori è di creare un composto che riconosca la presenza delle proteine dei virus influenzali e invii il farmaco in grado di stimolare la risposta immunitaria soltanto nei tessuti malati, risparmiando quelli sani.

La scelta è di partire dai virus dell’influenza. “Questo”, ha spiegato Philip S. Low, professore di Chimico alla Purdue University, “perché i risultati sui virus influenzali possono spesso essere applicati anche ad altri virus rivestiti da un involucro (in inglese envelope) – solo alcuni virus, fra cui il Sars-Cov-2, presentano questa caratteristica.

I risultati

I ricercatori hanno mostrato che la combinazione dell’antivirale con la molecola che, se legata, stimola una risposta immunitaria è efficace è efficace sia nel prevenire l’infezione sia nell’eliminazione del virus nelle cellule infettate. Somministrando a topi una dose di virus influenzale molto elevata, superiore a quella stimata come letale, il farmaco è riuscita a eradicare infezioni avanzate legate a virus influenzali di tipo A e di tipo B. “I nostri risultati – aggiunge Low – mostrano che il processo è efficace in topi con l’influenza cui è stata somministrata una dose di virus 100 volte maggiore di quella letale”.

La ricerca è preliminare, anche perché ancora condotta su animali e non su volontari umani, tuttavia fornisce una prima indicazione della validità di questo approccio, che secondo gli autori potrebbe essere studiato anche contro il Covid-19, l’epatite B, l’infezione da hiv e il virus respiratorio sinciziale umano, causa della bronchiolite e della polmonite infantile.

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La storia dietro la ricorrenza della Giornata contro la violenza sulle donne

La storia dietro la ricorrenza della Giornata contro la violenza sulle donne

Il 25 novembre 1960, esattamente sessant’anni fa, tre giovani sorelle dominicane di nome Patria, Minerva e María Teresa Mirabal uscivano di casa per fare visita ai propri mariti, che si trovavano in carcere in quanto dissidenti politici. Non fecero mai ritorno. 

Le tre donne avevano 25, 36 e 34 anni quando la loro Jeep che viaggiava veloce imboccava un ponte nella zona di Marapica, subito fuori da Puerto Plata, nel nord del paese. Su quel ponte, al centro della carreggiata, di colpo si posizionarono degli uomini armati, obbligando l’auto a fermarsi e loro a scendere. Quegli uomini erano i militari del Sim, acronimo di Servicio de Inteligencia Militar, e rispondevano agli ordini del dittatore Rafael Trujillo. Le tre sorelle furono prima divise una dall’altra, poi portate in luogo montano remoto chiamato La Cumbre, dove oggi sorge il loro monumento, e lì furono brutalmente picchiate, stuprate e infine strangolate. I sicari avevano l’ordine di simulare un incidente stradale, così i corpi senza vita furono rimessi in macchina e questa distrutta in modo da simulare un impatto. Era il 25 novembre del 1960.

Le tre giovani donne furono uccise per delle ragioni precise. Erano attiviste politiche molto esposte, inizialmente organizzavano riunioni e piccoli comitati per dare vita a un fronte di opposizione, e in tutta risposta vennero perseguitate e torturate. Successivamente quelle riunioni diedero vita a un vero e proprio fronte di resistenza democratica il Movimiento Revolucionario 14 de Junio, che, soprattutto grazie all’impegno di Minerva Mirabal e Manolo Tavárez Justo, entrambi avvocati e abili nel trovare consenso, riuscirono a far nascere una rete anti-dittatura in tutto il paese. Si trattava di uno dei regimi più sanguinosi dell’America latina, quello di Rafael Trujillo, un ex criminale dominicano che scalò le gerarchie militari fino a dichiararsi “generalissimo”. 

Trujillo, che governò il paese per oltre trent’anni a partire dal 1930, prese di mira le tre sorelle con un piano molto ben organizzato: prima un tribunale di Santo Domingo, la capitale dominicana, aveva condannato le sorelle e i loro compagni al carcere per via delle loro attività “contrarie alla sicurezza dello stato”, poi liberò le tre donne lasciando i maschi in carcere. Sembrò un atto di clemenza, ma era una trappola, l’intento era di dividere il gruppo e poter attaccare più liberamente le tre giovani, che all’interno del movimento di resistenza si facevano chiamare “las mariposas”, cioè “le farfalle”. 

Trujillo era un personaggio capace di mosse politiche feroci: fu lui a organizzare e finanziare (armando gruppi di estremisti di destra) un attentato per l’eliminazione del presidente del Venezuela Rómulo Betancourt nel giugno del 1960. Fu sempre Trujillo, nel 1937, a pianificare e dare ordine di eseguire il genocidio di haitiani che oggi conosciamo come massacro di Parsley, dove in pochi giorni morirono migliaia di persone (le stime vanno dalle 17mila alle 35mila vittime). Un massacro razzista di dimensioni tali che ridefinì la composizione etnica dell’isola di Hispaniola. Fu contro un dittatore capace di decisioni simili che fecero opposizione le sorelle Mirabal.

La data dell’omicidio delle sorelle, il 25 novembre, fu un caso: il caporale della Polizia Nazionale, Ciriaco de La Rosa, aveva ricevuto l’incarico di organizzare l’agguato. Furono scelti quattro giovani militari per portarlo a termine, Alfonso Cruz Valerio, Emilio Estrada Malleta, Néstor Antonio Pérez Terrero e Ramón Emilio Rojas Lora. Ai quattro, per muoversi in incognito, fu dato un maggiolino Volkswagen. Partirono per la prima volta il 18 novembre, ma tornarono senza aver eseguito l’ordine perché, dissero ai loro superiori, le donne avevano con sé i bambini. Lo stesso successe il 22 novembre. Il 25, però, le donne viaggiavano sole.

Vent’anni dopo la morte delle tre sorelle Mirabal, nel 1981, a Bogotà, in Colombia, si tenne uno storico convegno femminista, intitolato Primer Encuentro Feminista Latinoamericano y del Caribe. Fu in quell’occasione che si decise la data del 25 novembre per la Giornata contro la violenza maschile sulle donne che celebriamo oggi. La data ricorda l’assassinio e lo stupro di tre donne, tre giovani attiviste politiche la cui morte simboleggia centinaia di storie simili, e più in generale le vittime che ogni giorno, in tutto il mondo, subiscono le conseguenze della violenza di genere, quella maschilista e machista. Proprio per via di quel convegno colombiano, le Nazioni Unite, durante un’assemblea generale tenuta nel dicembre del 1999, decisero che la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne si sarebbe celebrata in questa data.

Ma, come scrivono le ricercatrici Lucía Fuster e Celina Penchansky, già prima che il 25 diventasse una data del calendario femminista, alcuni progressi erano già stati fatti dal punto di vista legislativo: “il primo strumento di diritto internazionale che si occupa dei diritti umani delle donne è stata la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne”. La convenzione, nota con la sigla Cedaw, e approvata poi nel 1979 dalle Nazioni Unite, afferma che la violenza contro le donne è una forma di discriminazione che interferisce con la capacità di una donna di godere di diritti e libertà. E qui sta il punto: questa violenza è sistemica, non riguarda un singolo episodio ma l’intera società. Episodi come quello delle sorelle Mirabal, però, sono utili per ricordarla, questa violenza.

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3 startup italiane impegnate in prima fila nell’emergenza coronavirus

3 startup italiane impegnate in prima fila nell’emergenza coronavirus

Il modulo Cura – foto di Max Tomasinelli

Innovazione e adattamento: la pandemia ha mobilitato anche il mondo italiano delle startup nella risposta al coronavirus e nella gestione dell’emergenza. Per esempio Cura, acronimo di Connected units for respiratory ailments, è un progetto open source per aumentare il numero di posti letto in terapia intensiva per pazienti Covid. Tema molto attuale, visto che da giorni la stragrande maggioranza delle regioni italiane ha superato la soglia di attenzione del 30% di occupazione dei posti a disposizione.

Container di emergenza

Cura è stato sviluppato in sole quattro settimane, lo scorso aprile, da un team internazionale, che ha visto la partecipazione degli architetti di Carlo Ratti Associati con Italo Rota, degli ingegneri di Jacobs, dell’azienda sanitaria Philips, che ha fornito la strumentazione medicale. Il sistema, citato in un recente report di Cariplo Factory, che riporta 150 casi di startup italiane che hanno sviluppato innovazioni per far fronte all’emergenza Covid-19, prevede la riconversione di container esistenti, all’interno dei quali vengono inseriti tutti i dispositivi medici – tra cui ventilatori polmonari e supporti per fluidi endovenosi – necessari per due pazienti affetti da coronavirus ricoverati in terapia intensiva.

Concepito per funzionare in autonomia, ciascun modulo può essere aggregato con altre unità dello stesso tipo, formando un sistema compatto. Il collegamento tra un elemento e l’altro è realizzato da un corridoio gonfiabile. Il progetto è facilmente configurabile a seconda degli spazi a disposizione e punta sulla facilità nel trasporto dei container. I container possono essere spostati, adattati e riconfigurati altrove. Il primo prototipo di Cura è stato installato lo scorso aprile nell’ospedale temporaneo allestito all’interno delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, grazie al sostegno di Unicredit. “Ma altri moduli sono già stati realizzati anche all’estero, in linea con la filosofia open source del progetto – spiega il team di Cura – Sappiamo di altre unità create in Canada e negli Emirati Arabi”.

L’app di telemedicina

DaVinci Salute è una startup di telemedicina fondata nel 2018 da Stefano Casagrande, Francesco Mainetti e Andrea Orani, tre giovani imprenditori con esperienza manageriale nell’ambito della sanità in Italia e all’estero. Dal 2018 lavorano su questa piattaforma digitale, che permette al medico di monitorare lo stato di salute del paziente da remoto, via app o via web.

Dall’inizio dell’emergenza sanitaria, DaVinci Salute ha messo a disposizione il consulto gratuito da parte dei propri medici e psicologici per tutti gli utenti che ne abbiano bisogno. In più sono stati recentemente aggiunti i consulti gratuiti con il proprio medico di fiducia per il monitoraggio dei sintomi da Covid-19. I risultati sono incoraggianti: più di 2000 consulti gratuiti erogati online, evitando quindi rischi per medico e paziente. Inoltre, sempre attraverso la piattaforma digitale, un gruppo di medici lombardi sta monitorando a distanza più di 1000 pazienti Covid, sia sintomatici che asintomatici.

L’Ai per la ricerca

Indigo.ai è una startup milanese lanciata nel 2016 da cinque studenti del Politecnico di Milano: Gianluca Maruzzella, Enrico Bertino, Marco Falcone, Andrea Tangredi e Denis Peroni. In questi mesi il team di Indigo.ai ha sviluppato due progetti speciali. Il primo è stato creato insieme al Centro Medico Sant’Agostino, in risposta a un bando dell’Allen Institute for Ai e dell’Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca. Il risultato è Record, un sistema di natural language processing in grado di abbattere il tempo necessario a selezionare e trovare le informazioni sul Covid-19 nei testi scientifici. Uno strumento utile per migliaia di ricercatori, che in questo momento se ne stanno occupando nel mondo, sia sul fronte dei vaccini, sia su quello delle terapie. Meno tempo per trovare dati e informazioni, più tempo per avvicinarsi alle soluzioni.

Il secondo progetto, invece, si chiama Vera ed è un chatbot che aiuta le persone a informarsi correttamente sul virus e a non cadere vittima di fake news, dando informazioni verificate e funzionando da strumento di fact-checking su specifiche notizie e domande fornite dall’utente. Il progetto è in collaborazione con l’Irccs San Raffaele, il centro francese Eurecom, Pagella Politica e Facta.

La startup sta lavorando su nuovo chatbot per smartphone, che dovrebbe essere in grado di monitorare il nostro umore, semplicemente parlando con noi e capendo se abbiamo bisogno di supporto psicologico e specialistico.“Per capire come stiamo, l’Ai interagirà con noi come un amico, facendoci domande non solo sul nostro umore, ma anche sul mondo, toccando argomenti di attualità o specifici di nostro interesse – spiega il progetto Roberto Oscurato, Ux e Ui designer di Indigo.ai – La programmazione dovrà essere molto accurata e il suo utilizzo controllato, proprio per evitare di trovarsi di fronte a consigli inopportuni”.

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Il fratello di Lady Diana critica la quarta stagione di The Crown

Il fratello di Lady Diana critica la quarta stagione di The Crown
the crown

La quarta stagione di The Crown, da metà novembre su Netflix, sta conquistando il plauso del pubblico, con molti che si spingono a considerare questo ciclo di episodi come il migliore, complice l’introduzione di due figure storiche magnetiche e controverse come quella del primo ministro Margaret Thatcher, interpretata da Gillian Anderson, e soprattutto quella della principessa triste Lady Diana, a cui dà il volto Emma Corrin. Non tutti, però, sono entusiasti delle storie così come sono state raccontate nella produzione. Una critica molto pesante viene dal fratello della compianta Diana, il conte Charles Spencer.

Il nobile inglese, infatti, si è scagliato contro The Crown invitando gli spettatori, soprattutto coloro che la vedono come una riproduzione fedelissima dei fatti così come sono avvenuti storicamente, a guardarla con scetticismo e occhio critico. Durante un’intervista in un programma televisivo, infatti, il fratello di Lady Diana ha rivelato anche di aver negato l’autorizzazione a Netflix di girare alcune scene nella casa di famiglia degli Spencer nel Northamptonshire: “Mi hanno chiesto se potevano girare a Althorp e io ovviamente ho detto di no”, ha dichiarato: “La mia preoccupazione è che le persone vedano un programma come questo e si dimentichino che è fiction. Gli stranieri, soprattuto gli americani, mi dicono di aver visto The Crown come se stessero assistendo a una lezione di storia”. Secondo Spencer, invece, a dominare nelle ricostruzioni sono invece le libertà narrative: “Ci sono molte ipotesi e invenzioni, non è così? Ci si può appigliare a fatti ma i pezzi fra un fatto e l’altro non lo sono”.

Charles Spencer aveva un rapporto molto stretto con la sorella, che a un certo punto, nel suo testamento, gli affidò anche la custodia dei figli: “Sento che è mio dovere difenderla in quanto mi è possibile”, ha aggiunto. Nell’ambito della famiglia reale, o comunque di chi è stato più o meno indirettamente coinvolto con i fatti narrati, pare ci sia notevole disappunto per le ricostruzioni viste in The Crown. Anche il principe William, figlio di Diana, pare abbia espresso le sue critiche nei confronti del modo in cui i genitori vengono ritratti nella serie. Secondo la testimonianza di un amico riportata dalla rivista The Mail on Sunday, infatti, William sarebbe scontento del fatto che Carlo e Diana vengano sfruttati e mostrati in “maniera falsa e semplicistica solo per fare soldi”.

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Nonostante i lockdown, ci sono nuovi record di emissioni di CO2

Nonostante i lockdown, ci sono nuovi record di emissioni di CO2

Inquinamento
(foto: Getty Images)

Secondo la World Meteorological Organization (Wmo), l’agenzia di sorveglianza meteorologica delle Nazioni Unite, i gas che provocano il surriscaldamento climatico nel 2020 hanno raggiunto un nuovo livello record nell’aria, nonostante i lockdown per la pandemia di Covid-19. La pausa dalle emissioni inquinanti raggiunta nella prima metà di quest’anno, infatti, è stata solo una breve anomalia – secondo la Wmo – e la quantità di diossido di carbonio nell’atmosfera ha ripreso a crescere.

Il Greenhouse Gas Bullettin del Global Atmosphere Watch programme, pubblicato lunedì 23 novembre sul sito della Wmo, mostra che la CO2 attualmente è aumentata del 50% rispetto al 1750, prima della rivoluzione industriale. Il diossido di carbonio intrappola due terzi del calore trattenuto sulla superficie terrestre dai gas a effetto serra oggi il 45% in più rispetto al 1990. Responsabili di questo effetto riscaldante, in particolare, sono anche il metano (prodotto da bestiame, risaie e combustibili fossili) e il protossido di azoto (prodotto dai fertilizzanti agricoli e incendi boschivi) – ugualmente aumentati negli ultimi 270 anni.

La Wmo ha stimato che, nel 2020, c’è stato un taglio dell’emissione di CO₂ compreso tra il 4,2% e il 7,5%, grazie al blocco generalizzato degli spostamenti e di altre attività inquinanti. Ma questa variazione è stata comunque inferiore a quella naturale osservata ogni anno. L’ultima rilevazione della Wmo riporta che la media mensile di CO2 presso la stazione meteorologica di riferimento di Mauna Loa, alle Isole Hawaii, nel settembre scorso era di 411,3 ppm, ossia una cifra superiore ai 408,5 ppm di settembre del 2019. Anche a Cape Grim in Tasmania, Australia, è stato osservato lo stesso risultato, con un aumento a 410,8 ppm dai 408,6ppm nel 2019.

Abbiamo superato la soglia globale [annuale, ndr] di 400 ppm nel 2015 e, solo quattro anni dopo, abbiamo superato i 410 ppm. Un tale tasso di crescita non si è mai visto nella storia dei record. La CO2 rimane nell’atmosfera per secoli. L’ultima volta che la Terra ha sperimentato una concentrazione paragonabile è stata circa 3-5 milioni di anni fa, quando la temperatura era di 2-3 ° C più calda e il livello del mare era di 10-20 metri più alto di adesso. Ma non c’erano 7,7 miliardi di abitanti”, ha spiegato al quotidiano Guardian Petteri Taalas, il segretario generale della Wmo.

Come riferisce il quotidiano britannico, secondo gli scienziati l’azione per ridurre le emissioni inquinanti a livello mondiale è ancora molto lontana da quanto sarebbe necessario per evitare i peggiori impatti della crisi climatica. Si calcola che le emissioni devono ridursi di almeno la metà entro il 2030, se si vuole limitare il surriscaldamento globale a 1,5 ° C. Superata questa cifra, centinaia di milioni di persone dovranno affrontare maggiori ondate di calore, siccità, inondazioni e, di conseguenza, povertà.

I paesi membri delle Nazioni Unite si erano impegnati ad aumentare il proprio impegno per il contrasto all’inquinamento nel corso del vertice che si sarebbe dovuto tenere a Glasgow (Regno Unito) nel novembre del 2020, ma l’incontro è stato posticipato di un anno a causa del coronavirus.

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Poco M3, batteria da 6000 mAh e tripla fotocamera a 129 euro

Poco M3, batteria da 6000 mAh e tripla fotocamera a 129 euro

poco m3
(Foto: Poco)

C’era molta aspettativa attorno a Poco M3 e la presentazione non ha tradito le attese mettendo sul piatto un design molto gradevole e una scheda tecnica solida con tanto di tripla fotocamera e batteria matusalemme da 6000 mAh a fronte di un prezzo da vero entrylevel di appena 129 euro, in promozione per il lancio.

Il brand dedicato ai dispositivi competitivi di Xiaomi svela dunque un nuovo potenziale best buy che attira l’attenzione già dal design con cornice sottile attorno a un ampio schermo da 6,53 pollici a risoluzione full hd+ ovvero 2340 x 1080 pixel in formato 19:5:9 protetto da vetro Gorilla Glass 3 e con certificazione TÜV Rheinland Low per l’adeguata protezione degli occhi; la selfie camera da 8 megapixel è piazzata al centro, nel notch a goccia.

Uscirà nelle colorazioni grigio, giallo e viola. Il retro strizza l’occhio ai modelli premium con un riquadro nero in leggero rilievo con marchio a destra e fotocamera a semaforo con flash a sinistra. Il sensore principale è da 48 megapixel ed è assistito da un 2 megapixel per le foto macro e un altro 2 megapixel per la profondità. Lato software, si possono sfruttare le funzioni Movie Frame per foto dall’effetto cinematografico, il time-lapse e la modalità notte per condizioni di luce scarsa.

poco m3
(Foto: Poco)

Il chip a bordo è uno Snapdragon 662 da 11 nanometri con gpu Adreno 61, 4 gb di ram e memoria interna da 64 o 128 gb. La batteria da 6000 mAh promette 3 giorni di autonomia in uso normale e 5 in uso leggero e si ricarica velocemente a 22,5 watt. Il lettore delle impronte digitali è piazzato sul lato, l’interfaccia è l’apprezzata Miui dotata anche di modalità ludica Game Booster per monitorare le prestazioni di processore e scheda grafica.

Poco M3 debutterà in occasione del Black Friday 2020 il 27 novembre a un prezzo promozionale di 129 euro invece che 149 euro per la versione da 4 gb + 64 gb interni e a 159 euro invece che 179 euro per quella da 4 gb + 128 gb.

 

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Qualche questione in sospeso sul vaccino anti-Covid di Oxford e AstraZeneca

Qualche questione in sospeso sul vaccino anti-Covid di Oxford e AstraZeneca

vaccino-coronavirus
(foto: Getty Images)

Un’efficacia del 70%, dal 62% del dosaggio pieno al 90% della somministrazione ½ + 1. Sono un grattacapo le stime preliminari di efficacia del vaccino anti-Covid di Oxford-AstraZeneca, appena rese note attraverso un comunicato stampa. Come per i vaccini di Pfizer-Biontech e di Moderna, infatti, non ci sono ancora pubblicazioni scientifiche disponibili e all’annuncio più di un esperto ha esternato delle perplessità. Ecco cosa c’è di strano.

Che significa efficacia media?

La prima cosa che salta all’occhio è che il comunicato di AstraZeneca parla di un’efficacia media del suo vaccino contro il coronavirus del 70% circa – un dato che scaturisce prendendo in considerazione il totale dei volontari che hanno contratto Covid-19 (131) coinvolti nelle varie sperimentazioni. Sì, perché il trial non era omogeneo: non tutti i volontari sono stati trattati allo stesso modo.

Un ramo dello studio invece di utilizzare una dose intera di vaccino alla prima somministrazione ne ha data la metà ai suoi 2.741 partecipanti. Un errore lo ha definito Mene Pangalos, vicepresidente esecutivo della ricerca e sviluppo di biofarmaci di AstraZeneca, al Guardian al cui riconoscimento, però, i ricercatori hanno deciso di non interrompere la sperimentazione, di procedere con un richiamo a dose intera quattro settimane dopo, e di constatare gli effetti del diverso dosaggio. Uno sbaglio fortunato, potremmo dire col senno di poi: a queste dosi l’efficacia del vaccino sembra infatti raggiungere il 90%, contro il poco entusiasmante 62% del dosaggio intero (percentuale che comunque è in linea con l’efficacia stimata dei vaccini contro l’influenza annuale).

Hanno senso questi dati? E se sì, come si spiegano?

Dubbi statistici

Premesso che i dati non sono ancora disponibili e che non è stato detto come i 131 casi di Covid-19 diagnosticati fossero distribuiti tra i diversi rami della sperimentazione, c’è chi sostiene che il motivo per cui una dose inferiore risulti più efficace della dose intera dipenda dalla sproporzione tra le due popolazioni: il braccio a maggior efficacia ha coinvolto 2.741 volontari, mentre quello a minor efficacia 8.895. Ampliando gli studi la discrepanza potrebbe svanire e l’efficacia uniformarsi su un valore vicino al 66%, ipotizza l’epidemiologo della London School of Hygiene and Tropical Medicine Stephen Evans su Nature.

Ipotesi a confronto

Se invece le differenze venissero confermate, la questione sarebbe alquanto intrigante, almeno dal punto di vista scientifico. Sebbene i ricercatori di Oxford in alcune interviste ammettano di non essere ancora in grado di spiegare perché la mezza dose iniziale sembri fornire una protezione migliore contro il coronavirus, le ipotesi sul piatto sono diverse.

Secondo l’immunologa Katie Ewer, che sta lavorando al vaccino, per esempio, è possibile che una più bassa dose iniziale sia più efficace nello stimolare un sottoinsieme di cellule immunitarie (le cellule T) che supportano la produzione di anticorpi.

Un’altra spiegazione possibile risiede nella risposta immunitaria al vettore virale impiegato nel vaccino di Oxford-AstraZeneca: alcune componenti dell’adenovirus degli scimpanzé modificato, utilizzato per indurre le cellule immunitarie ad armarsi contro la proteina spike del coronavirus, potrebbero a loro volta indurre una reazione immunitaria collaterale. Un’iniziale dose più bassa di vaccino potrebbe aver smorzato questo effetto col risultato di portare a una protezione migliore dal coronavirus a due settimane dal richiamo a dose intera. Questa ipotesi, tra l’altro, sarebbe supportata anche da alcuni test sui topi, che indicherebbero oltretutto una più rapida creazione di cellule immunitarie della memoria.

Servono più dati

Insomma, la conclusione è che al di là degli annunci non si sa davvero quale sia l’efficacia del vaccino di Oxford-AstraZeneca né la protezione che potrebbe conferire sul lungo periodo o sulle fasce più giovani e anziane della popolazione – dati che del resto mancano anche per gli altri candidati vaccini che hanno concluso la fase 3 di sperimentazione.

Perché la comunità scientifica possa esprimersi servono dati, e molti di più di quelli ottenuti finora. Questi arriveranno col tempo.

Intanto AstraZeneca chiederà alle autorità competenti di modificare gli studi in corso per includere il regime di dosaggio che sembra più efficace. In fondo dicono dall’azienda sarebbe una follia utilizzare più vaccino del dovuto ottenendo oltretutto un’efficacia inferiore.

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L’universo visto dal giardino di casa

L’universo visto dal giardino di casa

Sebbene si definisca ancora un fotografo amatoriale, basta digitare il suo nome su Google per scoprire che Andrew McCarthy è ormai una star nel campo della fotografia astronomica. A testimoniare il successo del suo lavoro ci sono i 335mila follower che lo seguono sull’account Instagram dall’emblematico nome cosmic_background.

Proprio puntando lo sguardo e gli obiettivi verso il cielo nel giardino di casa è nato l’interesse di McCarthy, che concilia nei suoi scatti la curiosità dell’appassionato senza velleità accademiche e strumenti sempre più sofisticati che gli permettono di immortalare in maniera eccellente galassie, pianeti e stelle lontane. Per farvi conoscere meglio il suo lavoro abbiamo raccolto nella nostra gallery alcuni degli scatti più recenti da lui pubblicati.

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L’acqua esiste in due diversi stati liquidi

L’acqua esiste in due diversi stati liquidi

acqua
(foto: via Pixabay)

Più voluminosa e densa nello stato solido che in quello liquido, l’acqua presenta delle proprietà chimiche e fisiche del tutto peculiari, che sono anche alla base della vita. Oggi un gruppo di ricerca, di cui fa parte l’università di Stoccolma, ha dimostrato che in specifiche condizioni di laboratorio l’acqua esiste in due stati liquidi diversi. E questi due liquidi non si possono mescolare fra loro, un po’ come se accanto all’acqua che conosciamo avessimo l’olio. L’ipotesi, già avanzata in precedenza, era difficile da provare sperimentalmente. Ma oggi il gruppo di Stoccolma, già per la seconda volta, c’è riuscito. I risultati sono pubblicati su Science.

Anche il ghiaccio assume due forme

L’acqua assume più forme del previsto: non c’è solo il ghiaccio, l’acqua liquida e il vapore acqueo. Da tempo è noto che anche il ghiaccio – dunque l’acqua nel suo stato solido – può esistere in due forme, il ghiaccio che conosciamo, un materiale cristallino in cui gli atomi assumono una struttura ordinata, e il ghiaccio amorfo, in cui le molecole di acqua sono disposte casualmente e in maniera disordinata come avviene nel vetro. I ricercatori si sono chiesti se questa differenza possa manifestarsi anche nello stato liquido. E nel loro esperimento non hanno proceduto a casaccio: l’ipotesi che l’acqua liquida a queste condizioni esistesse in due stati era già nota da 30 anni ed era stata studiata e provata (qui uno studio su Pnas del 2017 dallo stesso gruppo).

Un esperimento estremo

Liquida e trasparente, l’acqua che conosciamo è quella che esiste a temperature normali a cui siamo abituati, ad esempio a 25 °C, a temperatura ambiente. Tuttavia, anche da liquida, l’acqua non assume una sola forma. Per studiare le forme dell’acqua, i ricercatori si sono chiesti cosa succede a temperature bassissime, in particolare a -63 °C? Normalmente l’acqua è solida ed è un blocco congelato. Ma se si applica una trasformazione, in particolare la si riscalda un po’, è possibile rilevare, su scale di tempo piccolissime, la transizione anomala oggetto dello studio e l’esistenza (o addirittura la coesistenza, per tempi ancora più brevi) di due liquidi distinti, con caratteristiche diverse. Per rilevarne la presenza i ricercatori hanno studiato questa transizione a -63 °C, riscaldando l’acqua e bombardandola con un fascio laser a raggi X.

L’uso del laser serve per rilevare la transizione, un fenomeno della durata dell’ordine di nano e micro secondi (miliardesimi e milionesimi di secondo). La finestra temporale in cui è stata scattata questa fotografia dell’acqua va da 50 nanosecondi a 3 microsecondi. Per fare un paragone, la solidificazione dell’acqua in ghiaccio avviene su scale di tempo da 3 a 50 microsecondi.

Due liquidi immiscibili

Il risultato? Effettivamente l’acqua esiste in due stati liquidi differenti e questi liquidi sono differenti e immiscibili fra loro. Uno, infatti, è un liquido è a bassa densità e a bassa pressione e un altro ad alta densità e pressione. Fino a pochi anni fa questo esperimento era soltanto ipotetico. “Questa ipotesi controintuitiva ha rappresentato uno dei più importanti problemi della chimica e della fisica dell’acqua”, sottolinea Nicolas Giambattista, ricercatore dell’università della Città di New York, “nonché alla base di uno scenario controverso fin da quando è stata avanzata. Questo perché gli esperimenti per accedere ai due stati liquidi sono davvero ardui da realizzare a causa del fatto che la formazione del ghiaccio risultava finora apparentemente inevitabile alle condizioni in cui i due liquidi avrebbero dovuto esistere”.

Il risultato della ricerca non rimarrà una pura curiosità scientifica. Sappiamo che l’acqua è all’origine della vita e consente la sopravvivenza nonché è essenziale in diversi settori della scienza, dalla scienza dei materiali alla chimica, dalla fisica all’ambiente, dalla crioconservazione alla criobiologia. Per questo studiare meglio questa proprietà inedita dell’acqua sarà importante e potrà essere utile anche per varie applicazioni in tutti questi settori.

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Chi è Charli D’Amelio, la prima influencer con 100 milioni di follower su Tiktok

Chi è Charli D’Amelio, la prima influencer con 100 milioni di follower su Tiktok

Charli D’amelio a 16 anni è la prima TikToker a raggiungere i 100 milioni di follower (foto: Instagram di Charli D’amelio)

Charli D’Amelio è la prima creator che su TikTok raggiunge il traguardo dei 100 milioni di follower. Solamente un anno fa Charli ne aveva circa 6 milioni ma con l’aumento della popolarità di TikTok è cresciuta esponenzialmente anche quella della D’Amelio permettendole così di essere, a 16 anni, la tiktoker più popolare del mondo.

@charlidamelio

#duet with @charlidamelio

♬ Opaul – Freddie Dredd

Classe 2004, Charli D’Amelio è approdata su TikTok a maggio 2019 dopo che si era già fatta conoscere sul web grazie a YouTube. Cento milioni di follower raggiunti in meno di un anno sono un traguardo impressionante se paragonato ai 14 anni impiegati da T-series, canale di Bollywood che su YouTube per primo ha toccato soglia 100 milioni di iscritti, per raggiungere lo stesso numero.

Con 100 milioni di follower Charli aumenta il distacco dalla seconda tiktoker più popolare, Addison Rae che rimane a quota 69,9 milioni. Nonostante la sua giovane età D’amelio ha creato un ecosistema mediatico che le permette di guadagnare circa 100mila dollari per ogni contenuto sponsorizzato su TikTok e contando le visualizzazioni, i contratti con altri sponsor e gli introiti provenienti dalle altre piattaforme social, secondo Forbes il patrimonio della ragazza si aggirerebbe attorno ai 4 milioni di dollari netti all’anno.

Nonostante l’enorme popolarità su TikTok, nell’ultimo periodo forse complici le minacce provenienti dall’amministrazione Trump nei confronti della piattaforma di ByteDance, Charli sembra essere tornata a occuparsi di produrre più contenuti per YouTube. Infatti assieme ai suoi genitori e alla sorella Dixie, anch’essi diventati popolari grazie al web, Charli sta lavorando alla creazione di un nuovo podcast sulla piattaforma video di Big G.

Recentemente, inoltre, il rivale americano di TikTok, Triller, ha firmato un accordo con la creator per portarla sulla sua piattaforma. La ragazza ha colto la palla al balzo e si è portata appresso l’intera famiglia, già popolare su TikTok, ampliando così il suo ecosistema mediatico.

 

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