Chi è Carola Rackete, il capitano della Sea Watch 3 che ha forzato il blocco navale

Chi è Carola Rackete, il capitano della Sea Watch 3 che ha forzato il blocco navale

Carola Rackete (foto: Till M. Egen/Sea-Watch.org.)

Il 26 giugno verrà ricordata come una data in cui è successo un fatto straordinario: una nave di una ong del Mediterraneo, la Sea Watch 3, ha infranto il divieto d’ingresso imposto dal ministro Salvini ed è entrata in acque italiane. La decisione, annunciata su Twitter dalla stessa ong e confermata dai dati Gps sulla navigazione, è stata presa dal capitano della nave Carola Rackete, dopo che la Corte di Strasburgo aveva respinto il ricorso presentato dai 42 migranti a bordo della nave per sbarcare in Italia.

“Sono allo stremo. Li porto in salvo”, ha detto Rackete, aggiungendo di essere consapevole dei rischi cui va incontro: una sanzione che va da un minimo di diecimila a un massimo di cinquantamila euro – non solo per il comandante, ma anche per l’armatore e il proprietario della nave – e il sequestro dell’imbarcazione (due misure introdotte dal decreto sicurezza bis, approvato lo scorso 11 giugno dallo stesso ministro dell’Interno).

La rotta di Sea Watch negli ultimi giorni

Dal salvataggio in mare dei migranti a bordo della nave a oggi sono passati 14 giorni. Da allora, sono sbarcate solo dieci persone per ragioni mediche. Rackete ha raccontato che gli altri sono disperati. “Qualcuno minaccia lo sciopero della fame, altri dicono di volersi buttare in mare o tagliarsi la pelle”.

Chi è Carola Rackete

Trentun anni d’età, nazionalità tedesca, Carola Rackete conosce cinque lingue e ha una laurea in Conservazione ambientale, ottenuta alla Edge University nel Lancashire. Nonostante la giovane età, ha già una lunga esperienza in mare. Non ancora venticinquenne, è stata al timone di una nave rompighiaccio nel Polo Nord nell’ambito di una missione per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi. Ha poi lavorato come secondo ufficiale di bordo per la Ocean Diamond e per la Arctic Sunrise di Greenpeace, e collaborato con la flotta della British Antarctic Survey, un’organizzazione del Regno Unito impegnata in progetti di ricerca nell’Antartide.

Fa parte di Sea Watch dal 2016. In un’intervista a Repubblica, ha detto a questo proposito: “La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”.

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Un universo in 2D potrebbe esistere e ospitare la vita. La teoria di un fisico

Un universo in 2D potrebbe esistere e ospitare la vita. La teoria di un fisico

universo in 2D
(foto: Mark Garlick/Science Photo Library via Getty Images)

Lo spaziotempo in quattro dimensioni (tre spaziali e una temporale), la struttura dell’universo introdotta da Einstein, alla base della relatività, un pilastro della fisica moderna che ha ricevuto numerosissime conferme, potrebbe non essere l’unico ad ospitare la vita. Oggi, un fisico dell’università della California a Davis, James Scargill, ha formulato una nuova teoria per cui un universo in 2D, due sole dimensioni spaziali (o meglio 2+1 dimensioni, inclusa quella temporale) potrebbe non solo esistere, ma anche ospitare forme di vita. Il tutto ovviamente è in astratto e frutto di una complessa costruzione matematica. Il paper, dal titolo Can Life Exist in 2 + 1 Dimensions? è pubblicato su arXiv. Un articolo del Mit ha analizzato il testo di Scargill illustrando che questo universo potrebbe effettivamente esistere, almeno in teoria, anche se l’ipotesi della vita è più complessa da sostenere.

Universi in più o meno dimensioni spaziali

Da decenni, filosofi e fisici discutono sulla possibilità che la vita esista anche in un universo non tradizionale, con un più alto (o più basso) numero di dimensioni, un cosmo ad esempio in 4D oppure in 2D. La maggior parte degli scienziati ha concluso che universi di questo genere non potrebbero ospitare la vita. L’idea è che in un mondo in più di 3D la gravità di Newton che descrive il moto potrebbe essere soggetta a particolari perturbazioni, che potrebbero impedire la formazione delle orbite dei pianeti – ad esempio della Terra intorno al Sole. Ma anche se riduciamo di un’unità le dimensioni del nostro universo sorgerebbero problemi simili (il Sistema solare non si formerebbe) e le leggi di Newton potrebbero essere messe in difficoltà.

Esistenza di un universo in 2D e presenza di vita

Il fisico Scargill ha voluto cercare di capire se effettivamente un universo in 2D non può esistere e non può supportare la presenza di vita. Nell’articolo l’autore ha considerato i due principali argomenti sostenuti dagli scienziati contrari a queste due ipotesi. Da un lato, i fisici sostengono che un universo in 2D non può esistere perché non c’è una forza gravitazionale locale in uno spazio bidimensionale. Qui non c’è la terza dimensione, ovvero la profondità, e in questo universo la gravità non funzionerebbe. Pertanto non ci sarebbero atomi e oggetti più strutturati, come i pianeti. Inoltre, in questo universo la vita sarebbe impossibile. Ma oggi Scargill l’autore prova ad aggirare questi ostacoli attraverso una complessa – e comunque solida a livello teorico, come conferma il Mit – struttura matematica.

Una complessa costruzione

Il primo punto – il problema della gravità – viene superato attraverso l’introduzione di una particolare teoria della gravità (detta puramente scalare) in questo nuovo spazio, basata su orbite intorno a sorgenti puntiformi. Questa teoria risponderebbe alla prima obiezione, andando a sostegno dell’esistenza di un universo in 2D. Per quanto riguarda la vita l’autore ha analizzato l’eventuale presenza di network bidimensionali che possano rappresentare reali reti neurali. Il fisico ha mostrato che esistono alcuni gruppi di grafi, particolari oggetti discreti che permettono di schematizzare situazioni e processi complessi, che ricordano l’assetto di reti neurali biologiche esistenti. In pratica, queste reti biologiche possono essere rappresentate attraverso speciali proprietà che questi oggetti possiedono. In particolare i grafi considerati dall’autore sono quelli planari, ovvero quelli raffigurabili in un piano in cui non vi sono archi che si intersecano (dunque non si tratta di strutture in 3D).

“È un risultato affascinante”, si legge sulle pagine del Mit, che però sottolinea come la presenza di un universo in 2D non significa che questo possa supportare la vita. Ma anche l’autore richiama la necessità di cautela rispetto all’ipotesi. “È necessario un lavoro aggiuntivo – sottolinea Scargill nel paper – per comparare i grafi presentati qui con le reti neurali viventi”. E il fisico rimarca come la possibilità di vita in 2D (o meglio in 2+1 dimensioni) richieda ulteriori indagini.

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Lo smartwatch che capisce quando sei troppo stanco per allenarti

Lo smartwatch che capisce quando sei troppo stanco per allenarti

Smartwatch Polar
(Foto: Polar)

Polar Ignite è la nuova proposta in ambito smartwatch del celebre brand finlandese. Tra le funzionalità da subito più apprezzate c’è quella che calcola con precisione lo stato fisico dell’utente arrivando ad adattare l’attività consigliata per non esagerare con un allenamento troppo intensivo, se la condizione non è abbastanza solida.

Una delle principali qualità dei campioni di qualsiasi sport è la conoscenza e la corretta gestione dei propri limiti, soprattutto negli sforzi lunghi e prolungati come possono essere le discipline di resistenza dal podismo al ciclismo fino al nuoto in mare aperto. L’appassionato occasionale spesso si spinge oltre, con risultati controproducenti soprattutto quando ci si sta allenando.

Proprio per evitare questi problemi arriva l’apprezzata funzionalità principale di Polar Ignite, che va a dare in pasto all’algoritmo interno tutti i dati che giungono dal monitoraggio del sonno per quanto riguarda il recupero dal giorno prima fino alle performance sotto sforzo, ma anche ai dati in tempo reale per comprendere al meglio la condizione e suggerire un allenamento mirato in intensità e durata.

Tutto gira attorno al personal trainer digitale e smart chiamato FitSpark pesca dal database di allenamenti adeguandoli secondo i parametri fisici del momento e, soprattutto, considerando i fondamentali tempi di recupero personali.

Non ci si deve preoccupare più di molto perché basta uno sguardo al piccolo quadrante per seguire le indicazioni sugli esercizi da eseguire con le icone e tutte le altre informazioni precise per dedicare il tempo che si ha a disposizione al meglio delle proprie possibilità. Le attività supportate sono numerose come corsa, camminata, ciclismo, palestra e così via. Viene rilevata la frequenza cardiaca al polso, il consumo calorico e tutti i dati riguardanti velocità, distanza e percorso tramite il preciso gps integrato.

Tutto viene poi salvato sulla piattaforma Polar Flow con le app o l’utility web. Si potrà così migliorare la capacità aerobica o aumentare la forza. Tutto è basato sulle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relativamente all’attività fisica consigliata per adulti. Ogni giorno vengono proposte 2-4 opzioni di allenamento con quella più adatta e fino a tre alternative.

Dal peso di 35 grammi e con scocca in polimeri rinforzati con fibra in vetro, Polar Ignite è impermeabile fino a 30 metri di profondità e la batteria da 165 mAh dura circa 5 giorni senza gps attivato. Il prezzo è di 199,90 euro con cinturino nero, bianco o giallo.

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Pride Month e aziende schierate per i diritti lgbt+: è solo una mossa commerciale?

Pride Month e aziende schierate per i diritti lgbt+: è solo una mossa commerciale?

pride
Il Pride 2019 a San Paolo, in Brasile (foto: Getty Images)

Come da tradizione giugno è il cosiddetto Pride Month: in tutto il mondo si celebrano le parate dell’orgoglio lgbt+ e in particolare quest’anno la data è particolarmente significativa, visto che ricorrono i cinquant’anni dai moti di Stonewall, la rivolta spontanea che fra il 27 e il 28 giugno 1969 ha dato il via al movimento di rivendicazione lgbt+. Molti passi in avanti sono stati fatti in questo mezzo secolo, molti di altrettanto importanti sono ancora da fare ma la sensazione è anche la società sia comunque progredita in un senso di accettazione più o meno diffuso. A dimostrazione di questo c’è anche il numero crescente di aziende che celebrano a loro volta i diritti delle persone queer, non senza però alcune criticità.

Da un po’ di anni a questa parte, persino in un mercato di solito ritardatario come l’Italia, molte società infatti si sono prodigate per sponsorizzare iniziative o addirittura promuovere progetti che includano nei loro programmi il sostegno dei diritti lgbt+. In passato era quasi fantascientifico aspettarsi che le aziende si muovessero in questa direzione, temendo ricadute di mercato. Invece oggi l’investimento nelle politiche di diversity, interne ed esterne ai brand, è di molto cresciuto, tanto che basta girare in questi giorni le più grandi città (Milano in particolare) per accorgersi che le bandiere arcobaleno sono ovunque.

Ovviamente ogni compagnia procede secondo il percorso che le è più congeniale. Hanno iniziato i marchi più vicini al target di riferimento (perché di questo parliamo): dagli strumenti di prevenzione sessuale ai brand di moda, dai canali di intrattenimento agli alcolici, arrivando oggi a aziende alimentari, di mobili, persino di collutori. Si trattava fin dall’inizio di parlare coi propri interlocutori di riferimento e man mano questa comunanza è diventato anche una lotta comune. È innegabile che ad esempio molte corporation globali, soprattutto nel campo dell’informatica, abbiano contribuito in modo decisivo alla lotta dei diritti civili non solo grazie a politiche interne di diversity and inclusion (questa è l’espressione ora in voga) ma anche con concrete attività di lobbying.

Ora però che il carro lgbt+, lo stesso delle parate che molti vorrebbero normalizzare in quanto eccessive e scandalose, è diventato quello dei (per molti aspetti) vincitori è ovvio che ci vogliano salire tutti, anche aziende che prima non erano affatto sensibili al tema o che oggettivamente poco c’entrano con la battaglia queer in generale. Un conto sono le realtà di business in cui le persone gay, bi, lesbiche, trans ecc. sono presenti, stimate, addirittura in posizioni apicali, un altro è quello di aziende che vendono prodotti brandizzati ma poco fanno concretamente per dipendenti e società. In inglese si chiama rainbow washing, un fenomeno simile al pink washing sperimentato sull’attenzione alla donna: i marchi cioè inseguono i trend di mercato e con essi l’opportunità di cavalcare certe tematiche sociali per mostrarsi attenti e responsabili agli occhi dei consumatori.

Milano pride 2018 (Claudio Furlan/LaPresse)
Milano pride 2018 (Claudio Furlan/LaPresse)

È indubbio infatti che di consumatori si parli, visto che qualsiasi operazione sostenuta da qualsiasi società (anche la più eticamente irreprensibile) è condizionata a logiche di mercato.  Il problema è che il supporto delle aziende a manifestazioni come il Pride è complicato tanto quanto le istanze all’interno della stessa comunità lgbt+ sono variegate e a volte discordanti. Un esempio eclatante è uno degli sponsor del World Pride newyorchese, un’azienda farmaceutica affermatasi per vendere un farmaco di profilassi preventiva (la cosiddetta Prep, il cui utilizzo costante abbatte radicalmente la possibilità di contrarre l’Hiv): ebbene questo farmaco costosissimo ha come target prediletto, proprio a livello statistico, i maschi bianchi benestanti, mentre poco fa o ha fatto per le altre fasce di popolazione che si riconoscono sotto la bandiera arcobaleno. È possibile dunque scegliere gli sponsor in modo davvero equo?

Non si può negare, ribadiamo, che l’impegno di molti brand in questi anni è stato essenziale per veicolare un discorso sulle tematiche queer che altrimenti avrebbe fatto fatica a scardinare l’accesso a un pubblico mainstream. L’impegno di certi brand e la profondità di alcuni contenuti hanno raggiunto livelli che le associazioni di volontariato avrebbero solo potuto sognare. Vedere che il proprio marchio di vestiti preferito o la bibita che si compra sempre al supermercato o il canale che si guarda più spesso in televisione adottano lo stesso ideale di vita ha aiutato molte persone a sentirsi rappresentate, a vedersi riconosciuto un valore sociale al di là del semplice potere d’acquisto. Il coinvolgimento dei marchi ha aperto a sua volta le porte poi ai testimonial, tanto che oggi è raro trovare personalità celebri che non si schierino per l’equità di trattamento.

Non si può negare che delle preoccupazioni ci siano. C’è chi si domanda se si sia lottato duramente per tutti questi decenni, e si sia morti così in tanti, solo per permettere a certe aziende di vendere più t-shirt con l’arcobaleno stampato sopra. Ci sono molti modi però per misurare se questi progetti di business rainbow-oriented sono iniziative genuine o al contrario rappresentano un tentativo di appropriazione culturale. Ad esempio bisognerebbe valutare quando le aziende fanno al loro interno per valorizzare i propri dipendenti lgbt+ oppure se il loro merchandising proposto per i vari Pride sia finalizzato a donazioni rivolte ad associazioni ed enti che da sempre si occupano di queste battaglie. Non ci si può limitare a mettere colori iridescenti sulle vetrine dei negozi o stampigliare “Love is love” da qualche parte.

In questo argomento entra anche il paradosso del privilegio: le iniziative lgbt+ più grandi e vistose (dove quindi con maggiore probabilità s’incontrano anche grandi sponsor) sono quelle organizzate in parti del mondo, in città, in gruppi sociali che in qualche modo sono già riusciti a fare della propria rivendicazione identitaria una parte consolidata della propria vita. Il fatto che possiamo sfoggiare cappellini, magliette e calzini arcobaleno sfilando per le nostre grandi città in relativa libertà non può far dimenticare che ci sono persone e luoghi, nemmeno troppo distanti da noi, in cui tutto questo non è possibile. Il Pride è una festa, ma deve anche essere sempre una lotta radicale per ricordare chi ancora è discriminato, deriso, umiliato e ucciso per il suo orientamento: il doping capitalistico delle aziende amiche non diventi mai, dunque, un anestetico tutto esteriore rispetto a queste istanze viscerali.

Può essere avvilente da ammettere, allo stesso tempo, ma manifestazioni come il Pride riescono a essere visibili, organizzate e impattanti proprio grazie a un necessario sostegno economico (a maggior ragione, e capita sempre più spesso anche in Italia, laddove governi e autorità locali negano patrocinio e finanziamenti). Il movimento lgbt+ ha sempre avuto e sempre avrà bisogno di alleati e lo spirito di inclusione che da sempre lo caratterizza spinge ad accogliere più che ad escludere. L’importante però è sempre valutare l’impatto che queste alleanze hanno: ci deve essere un avanzamento concreto per tutti, dei progetti condivisi, uno slancio a migliorare questo mondo. Altrimenti l’arcobaleno sulle nostre magliette possiamo disegnarcelo tranquillamente da soli.

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Avengers: Endgame, anche in Italia la nuova versione con contenuti extra

Avengers: Endgame, anche in Italia la nuova versione con contenuti extra

Continua il successo di Avengers: Endgame: il capitolo collettivo dei supereroi Marvel che avvia alla chiusura di un’intera fase di questa saga cinematografica continua a conquistare il botteghino di tutto il mondo e anche in Italia è in vetta al box office di quest’anno con oltre 29,7 milioni di euro guadagnati. Non sorprende dunque la decisione di far arrivare anche nel nostro paese la re-release della pellicola, annunciata pochi giorni fa per il mercato americano.

Dal 4 luglio, infatti, il film dei fratelli Russo tornerà al cinema in sale selezionate con un versione estesa. Nel frattempo sono stati rivelati anche i contenuti inediti che arricchiranno un’esperienza filmica già di per sé sostanziosa. I fan che torneranno al cinema per rivedere Avengers: Endgame, infatti, avranno la possibilità di assistere a una introduzione speciale del regista Anthony Russo, a una scena non terminata che è poi stata tagliata dal montaggio finale e infine a un’anticipazione esclusiva del prossimo film Marvel, ovvero Spider-Man: Far From Home, in arrivo da noi a partire dal 10 luglio.

Con la rivelazione delle scene aggiuntive è stato anche diffuso un nuovo poster esclusivo per questo ritorno al cinema: senza spoilerare per chi non ha già visto, si tratta di un’allusione a un momento molto commovente. Inoltre alcuni fan si sono accorti di un’altra particolare coincidenza: aggiungendo i prossimi 127 minuti del prossimo Spider-Man alla totalità degli altri titoli, si arriva a 3mila minuti di girato arrivato nelle sale in più di dieci anni di Marvel Cinematic Universe. Un altro toccante riferimento alla frase “Ti amo 3mila” contenuta nel film.

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I Pokémon più amati (e quelli più odiati) dai fan

I Pokémon più amati (e quelli più odiati) dai fan

I Pokémon sono tanti ma non tutti sono amati allo stesso modo dagli appassionati. A provare a metter ordine nel vasto elenco di mostriciattoli ci ha provato un utente Reddit, che ha lanciato un sondaggio per scoprire quali fossero i Pokémon prediletti dalla community. All’invito di “mamamia1001” hanno partecipato oltre 52mila utenti, che hanno indicati i favoriti tra gli 809 generati nel corso degli anni dalla software house Game Freak.

Nella gallery qui sopra trovate l’elenco che forma la top 10 dei più amati, con Charizard che guarda tutti dall’alto grazie alle 1.107 preferenze ottenute. Piazza d’onore, a -51 voti, per Gengar, mentre Arcanine chiude il podio con 923 punti. Più staccati gli altri in graduatori, con Bulbasaur in quarta posizione (710 voti), davanti a Blaziken (613 punti), Umbreon (607) e Lucario (604 voti). A chiudere la speciale classifica, con meno di 600 preferenze, sono Gardevoir (585), Eevee (581) e Dragonite (551).

Con circa l’80% dei voti totali indirizzati verso il 27% dei Pokémon, ci sono otto creature che hanno ricevuto una sola preferenza: si tratta di Exeggcute, Baltoy, Skorupi, Patrat, Sewaddle, Alomomola, Trumbeak e Cosmoem. Nonostante il pessimo riscontro, questi non sono i peggiori, perché quattro Pokémon non sono stati proprio votati da nessuno. I nomi li trovate verso la fine della gallery.

E se vuoi indagare ancora più a fondo il mondo Pokèmon, guarda quali furono i mostriciattoli protagonisti della caccia su Google Maps?

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Il ritorno del Commodore 64, a grandezza naturale

Il ritorno del Commodore 64, a grandezza naturale

The C64
(Foto: The C64)

Dopo il primo tentativo non proprio così indimenticabile del C64 Mini ritorna il Commodore 64 questa volta a grandezza naturale, con più opzioni e diverse chicche. Si chiama The C64 ed è prodotta da Retro Games preparandosi a uscire per il prossimo Natale 2019.

Icona degli anni ’80 e con milioni di estimatori ancora oggi, il Commodore 64 ha davvero scritto la storia dell’informatica e ha avvicinato a questo mondo tanti futuri sviluppatori e professionisti del settore. Si pensa al C64 (che qualcuno usa ancora anche per lavorare) e subito la mente corre alla tastiera e al controller che hanno lasciato un’orma indelebile in questo segmento. Qualche tempo fa era uscita la versione Mini, ma il risultato era un po’ “meh“, basti dire che la tastiera è finta.

Proprio partendo da quella mezza delusione arriva The C64 che riprende le medesime dimensioni del modello originale con la tastiera che ripropone finalmente un’esperienza del tutto paragonabile a quella della prima versione. Non solo, arrivano le tanto richieste modalità Basic e Vic20 Basic con righe di comando, un selezione di giochi davvero molto ampia (sessantaquattro, guarda un po’) e soprattutto in alta definizione per essere riproducibili sul grande schermo in salotto e, non per ultimo, il joystick.

I giochi saranno riproducibili in 50Hz o 60Hz di frequenza, con la magia nostalgica dei filtri crt/screen mode per far scendere qualche lacrima ai più sentimentali. Tra i titoli ci sono grandi classici come California Games, Paradroid e Boulder Dash, accompagnati da nuovi come Attack of the Mutant Camels, Hover Bovver, Iridis Alpha, Gridrunner e al recente sparatutto Galencia fino all’avventura testuale Planet of Death. Via usb si possono caricare i propri giochi C64 e Vic20 e accedere ai titoli multi disco.

Distribuito da Koch Media, la rivisitazione della l’home computer lanciato nel 1982 presenta naturalmente componenti moderni come quattro porte usb e collegamento hdmi. Uscirà in tempo per Natale 2019 (il 5 dicembre) per un prezzo suggerito di 119,99 euro.

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Come ottenere indietro i soldi se hai fatto acquisti da Mercatone Uno

Come ottenere indietro i soldi se hai fatto acquisti da Mercatone Uno

Quartier generale di Mercatone Uno a Cesano Maderno, Milano (Photo by Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images)

Il fallimento di Mercatone Uno è stato, il mese scorso, una doccia gelata per tutti i dipendenti, che ora potranno accedere alla cassa integrazione fino alla fine del 2019. Ma ci sono conseguenze anche per i clienti che hanno in corso un ordine di acquisto o che hanno già versato un acconto sui prodotti venduti dall’azienda e che probabilmente non riceveranno mai.

Per spiegare a queste persone come devono comportarsi per ottenere la merce o il risarcimento di quanto versato, l’associazione italiana difesa consumatori e ambiente (Adiconsum) ha creato una guida esplicitamente dedicata al caso dell’azienda di Imola. Secondo le stime, in questa situazione potrebbero esserci all’incirca 20mila consumatori, per un totale di quasi 4 milioni di euro tra acconti, finanziamenti e rate versate.

Un ruolo fondamentale in questa fase spetta ai curatori fallimentari, che dovranno decidere le modalità per portare a termine i contratti già stipulati oppure se far decadere i contratti sospesi per via del fallimento. In base alle modalità di pagamento scelte tra finanziamento, pagamento con carta di credito o domanda di insinuazione al passivo, l’associazione ha anche identificato diverse procedure.

Nel caso del pagamento con finanziamento, per esempio, i clienti possono chiedere il rimborso dell’anticipo o delle spese direttamente alla finanziaria. Nel caso specifico, però, si deve aspettare il parere del curatore fallimentare per intervenire sui contratti. Adiconsum ha deciso di chiedere al giudice delegato un termine di 60 giorni entro cui il curatore dovrà decidere sulla consegna dei mobili o sullo scioglimento del contratto. Nel secondo caso, passati i 60 giorni, i clienti potranno chiedere il rimborso alla finanziaria.

Chi ha pagato con carta di credito, invece, dovrà procedere alla richiesta di restituzione delle somme versate tramite la procedura “Charge Back” direttamente alla propria banca o alla società che gestisce la carta.

Nel caso in cui le somme non venissero restituite, i clienti dovranno fare domanda di ammissione al passivo entro il 20 settembre prossimo, e il 22 ottobre il giudice dovrà stabilire se accogliere o meno tali domande in base alle verifiche effettuate. Tutte le segnalazioni per accedere a una delle modalità di azione possono essere inviate all’assistenza consumatori di Adiconsum entro il prossimo 31 luglio.

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Non solo l’Italia, l’Europa intera se ne frega dei 42 migranti della Sea Watch

Non solo l’Italia, l’Europa intera se ne frega dei 42 migranti della Sea Watch

Da due settimane la nave della ong Sea Watch si trova al largo di Lampedusa. A bordo ci sono 42 persone migranti, a cui viene negato lo sbarco sulle coste italiane a causa della politica dei porti chiusi. Qualche giorno fa, la capitana della nave e i migranti a bordo hanno invocato l’articolo 2 sul diritto alla vita e l’articolo 3 sul divieto di trattamenti inumani e degradanti della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Questo per avere un via libera allo sbarco, ma la Corte europea dei diritti dell’uomo ieri ha deciso di non dare seguito alle richieste. “Anche Strasburgo conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell’Italia. Meno partenze, meno sbarchi, meno morti”, ha esultato Salvini, come se lasciare in mare un pugno di persone possa essere considerata una vittoria. Mentre lo diceva, un peschereccio al largo di Sciacca recuperava nelle sue reti da pesca il corpo di un migrante.

Sea Watch 3 (foto profilo Facebook Sea Watch)

In realtà la Corte, con la sua sentenza, ha comunque chiesto alle autorità italiane “di continuare a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone che si trovano a bordo della Sea Watch 3 in situazione di vulnerabilità a causa della loro età e delle loro condizioni di salute”. Il passo successivo, quello dello sbarco, non è arrivato perché da Strasburgo hanno deciso che non c’erano sufficienti motivazioni per chiedere al Governo italiano di applicare un provvedimento provvisorio in questo senso, di solito concesso “nei casi eccezionali in cui i richiedenti sarebbero esposti a un vero e proprio rischio di danni irreparabili“. La sentenza della Corte, per quanto imponga all’Italia di fornire supporto e assistenza ai migranti in contrasto al menefreghismo salviniano, lascia comunque perplessi. Se neanche uno degli organi internazionali per eccellenza in tema di diritti umani non si prende la responsabilità di difendere questi stessi diritti, viene da chiedersi come si potrà mai uscire dalla deriva di umanità che sta interessando l’Europa in questi mesi. A bordo della Sea Watch 3 peraltro ci sono anche due dodicenni, nemmeno per loro si è pensato di ordinare lo sbarco. “Le condizioni a bordo non sono facili, non siamo su una nave da crociera”, ha sottolineato la portavoce italiana di Sea Watch, Giorgia Linardi. È anche per questo che Salvatore Fachile, l’avvocato che ha seguito il ricorso alla CEDU, ha definito quello dei giudici di Strasburgo “un atto di vigliaccheria”.

Per Salvini la Sea Watch dovrebbe tornare indietro e sbarcare i suoi passeggeri in Libia, in quel porto di Tripoli che si è detto pronto ad accoglierli. Quella stessa Tripoli in cui negli ultimi giorni sono ripresi i combattimenti tra le forze del Governo di accordo nazionale (Gna) e l’Esercito nazionale libico (Lna). L’invasione dell’aeroporto cittadino, i conflitti in strada nei quartieri meridionali e le dichiarazioni di Haftar di voler andare avanti con la guerra fino alla vittoria finale. Era stato lo stesso Salvini, d’altronde, a fare marcia indietro a maggio sulla Libia, definendola “non più un porto sicuro”. Una dichiarazione strategica probabilmente, in un momento in cui gli sbarchi in Italia erano ripresi in modo consistente: era necessario allora dare una giustificazione, che oggi sembra non valere più nonostante il contesto libico sia sempre lo stesso.

In questa situazione, la capitana della Sea Watch 3, Carola Rakete, ha affermato di essere pronta a forzare il blocco italiano, nonostante le conseguenze che potrebbero colpire lei, l’equipaggio e la ong. L’umanità viene prima, anche perché quella dei porti chiusi di Salvini è in realtà una politica-farsa, più che altro una guerra propagandistica alle ong. In questi stessi 14 giorni di guerra istituzionale alla Sea Watch, in Italia sono sbarcati in modo autonomo circa 400 migranti – i cosiddetti “sbarchi fantasma”. I porti insomma sono aperti, tranne per chi salva vite. “Qui sono sbarcati in 120 due giorni fa ma solo per i 42 della Sea Watch si fa un putiferio”, ha denunciato in queste ore il sindaco di Lampedusa.

Quello che sconvolge, in tutto questo, è allora il silenzio assordante dell’Europa. La non presa di posizione della CEDU – che è organo indipendente – ma anche l’immobilismo dell’Unione europea. Da 14 giorni una nave con poche decine di naufraghi a bordo si muove a zig zag davanti alle coste di un continente di oltre 500 milioni di persone, che non vuole accoglierle. La sua unica colpa è aver salvato quelle persone e non averle riportate indietro, in quello stato disastrato da cui esse scappavano, la Libia. Ha ragione Emma Bonino, allora, quando dice che la vicenda Sea Watch non è solo una vergogna italiana, ma un’onta europea.

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Storia della foto del padre e la figlia migranti annegati nel viaggio verso gli Usa

Storia della foto del padre e la figlia migranti annegati nel viaggio verso gli Usa

Alcuni migranti cercando di raggiungere gli Stati Uniti attraversando un fiume (foto: HERIKA MARTINEZ/AFP/Getty Images)

L’opinione pubblica americana è sotto shock, e quella mondiale sta facendo i conti con un’immagine con cui è difficile fare i conti. In queste ore sta circolando sui social network e sui giornali del globo una foto molto simile a quella che anni fa ritraeva Alan Kurdi, il bambino siriano di origine curda morto per annegamento a causa di un naufragio e ritratto dalla giornalista turca Nilufer Demir, dopo essere stato ritrovato riverso su una spiaggia con la faccia sulla sabbia.

L’immagine – che è stata scattata dalla fotografa Julia Le Duc e non mostriamo per rispetto della sensibilità, ma che potete vedere qui – mostra un uomo e una bambina sulla riva di un fiume, a pancia in giù, con il viso dentro l’acqua. La bimba è infilata nella maglia dell’uomo e ha un braccio intorno al suo collo. Sono padre e figlia. Si chiamavano Oscar Alberto Martinez Ramirez e Valeria. Lei aveva 23 mesi. Erano originari del Salvador e stavano cercando di raggiungere gli Stati Uniti a nuoto. Speravano di fuggire dalla miseria e di rifarsi una vita, lontano dal loro quartiere di San Salvador, Altavista, in mano alle gang tra le più feroci del Sudamerica.

La storia di Oscar e Valeria

Oscar viveva con la figlia Valeria e la moglie, Tania Vanessa Ávalos, in Salvador. La donna lavorava come cameriera in un ristorante cinese ma si era licenziata dopo la nascita della piccola. Da allora, andavano avanti con 350 dollari al mese, troppo poco persino in un paese dove il costo della vita è molto più basso rispetto all’Europa e agli Stati Uniti.

Due mesi fa, la famiglia aveva deciso di inseguire il sogno americano e provare a rifarsi una vita. Erano partiti per il Messico e avevano fatto richiesta per il visto umanitario, un permesso speciale che consente ai migranti di vivere e lavorare nel paese per un anno. Le loro condizioni non erano migliorate, però. Vivevano in un centro dove non c’era abbastanza cibo e il termometro segnava spesso 43 gradi. Domenica scorsa erano saliti su un pullman direzione Matamoros, una città al confine con gli Stati Uniti, per andare all’ufficio immigrazione, ma lo avevano trovato chiuso. Colti dalla disperazione, avevano deciso di attraversare il Rio Grande e raggiungere gli Stati Uniti a nuoto.

E ce l’avevano quasi fatta: Oscar era riuscito a nuotare fino alla riva opposta con la bimba sulla sua schiena. La moglie era rimasta indietro ma non era molto lontana. L’uomo si era così gettato di nuovo in mare per aiutarla. La piccola, che non sapeva nuotare, l’aveva imitato. Sono morti entrambi per affogamento, trascinati dalla corrente. La donna, invece, è riuscita a salvarsi e ha raccontato la storia alla polizia che ha ritrovato i cadaveri lunedì sera.

La politica di Trump sotto accusa

L’immagine non è diventata virale solo perché è decisamente straziante, ma anche perché è stata pubblicata il giorno dopo le dimissioni dei vertici della Dogana e Polizia di frontiera degli Stati Uniti, seguite a uno scandalo sulle terribili condizioni igieniche dei bambini nei centri di accoglienza, ed è collegata alla politica sull’immigrazione di Donald Trump.

Come spiega Vox, negli ultimi mesi la Casa Bianca ha adottato misure per fermare l’immigrazione, sia quella legale sia quella illegale. Per esempio, ha deciso di ammettere solo un certo numero di rifugiati al giorno e di smettere di applicare un trattato in base al quale gli adulti che arrivavano negli Stati Uniti come clandestini (i cosiddetti Dreamers) potevano rimanere coi figli e non venivano perseguiti legalmente. Motivo per cui, oggi i bambini vivono separati dai genitori che vengono fermati e detenuti in una prigione federale in attesa di essere processati per le leggi che hanno violato. Mentre sono lì, i piccoli non possono ricevere nulla, compresi giocattoli, pannolini e medicine. Lo stabilisce una legge nota come Antideficiency Act, in base alla quale il governo non può accettare regali né spendere soldi in più rispetto a quelli che gli ha assegnato il Congresso.

Trump ha inoltre stretto un accordo col Messico dopo aver minacciato il paese di applicare nuovi dazi se non avesse fermato l’immigrazione clandestina. Da allora, il governo di Andes Manuel Lopez Obrador ha dispiegato 20mila militari al confine per evitare sconfinamenti.

Per questi motivi, tutti i migranti che fuggono dal Sud America e vogliono chiedere asilo, devono aspettare mesi e mesi in Messico e accontentarsi di vivere, nel frattempo, in centri di accoglienza che sono spesso sovraffollatati e sporchi. Alcuni non resistono e cercano di fuggire, come Oscar Martinez e sua figlia.

 

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