Gli ultimi tre o quattro colpi di scena della Brexit

Gli ultimi tre o quattro colpi di scena della Brexit

Il premier britannico Boris Johnson (foto: Pier Marco Tacca/Getty Images)

Lunedì 21 ottobre il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier, che è molto vicino alla premier Angela Merkel, ha detto nel corso di una trasmissione radiofonica che l’Unione europea potrebbe prorogare la Brexit anche per un periodo superiore a tre mesi. “Abbiamo già concesso un’estensione due volte”, ha dichiarato Altmaier. “Ho già detto che non sono ideologicamente contrario ad un’estensione di qualche giorno o settimana, se questa serve a escludere una hard Brexit”.

Altmaier ha fatto queste dichiarazioni perché sabato 19 il governo britannico ha mandato una lettera a Bruxelles per chiedere un ulteriore rinvio, l’ennesimo, cogliendo un po’ tutti di sorpresa. Pochi giorni prima, il premier Boris Johnson aveva infatti raggiunto un accordo con l’Unione Europea e sembrava che il Regno Unito sarebbe uscito dal blocco comunitario il 31 ottobre, come previsto. Ma sabato la Camera dei Comuni ha votato un emendamento che de facto rinviava il voto sull’accordo – chiedendo, per iniziativa del conservatore europeista sir Oliver Letwin, di far votare Westminster prima sulla legislazione accessoria del deal – e una legge approvata a settembre, il Benn Act, imponeva al governo di chiedere una proroga nel caso in cui il parlamento non si fosse espresso sull’accordo entro quel giorno.

Cosa succederà adesso?

Il voto della Camera ha complicato moltissimo – e di nuovo – la vicenda della Brexit. Finché Westminster non approva l’accordo, il Parlamento europeo non può ratificarlo e Brexit è di nuovo rimandata a data da destinarsi.

Il premier Johnson è fiducioso che si possa arrivare a una svolta entro la fine della settimana e per farlo si è anche concesso un trucco contestuale alla richiesta di un nuovo rinvio all’Ue – un trucco che molti osservatori hanno criticato e definito degradante per le istituzioni: sabato ha inviato a Bruxelles una seconda lettera – firmata, mentre quella principale, dovuta per legge, non lo era – per chiederle di non accettare il rinvio. Gli osservatori internazionali non sono, però, altrettanto ottimisti, dato quanto sta accadendo. Pochi minuti fa lo speaker della Camera John Bercow ha rigettato la sua richiesta di organizzare il voto oggi pomeriggio e il premier non ha ancora i numeri per far passare l’accordo: il partito nordirlandese del Dup, alleato del governo, il Partito laburista, quello scozzese, quello dei liberali e persino alcuni Tory hanno infatti annunciato che voteranno contro.

L’unica certezza che si ha per ora è che il parlamento del Regno Unito è obbligato – grazie a Letwin – ad approvare alcune leggi per assicurare l’applicazione dell’accordo e allontanare definitivamente la prospettiva di un no deal, cioè di un’uscita senza accordo, e Bruxelles resterà in attesa per capire il da farsi.

In generale, sembra che tutti i leader europei, a partire dal presidente francese Emmanuel Macron, siano favorevoli a un’ulteriore proroga, benché con la pazienza ormai giunta al limite. Arrivati a questo punto, però, non si esclude di dover tornare a occuparsi della questione in un nuovo Consiglio europeo il prossimo 27 ottobre.

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Edward Norton e il suo trionfo da regista con Motherless Brooklyn: “Ho letto quel personaggio e ho voluto farlo mio”

Edward Norton e il suo trionfo da regista con Motherless Brooklyn: “Ho letto quel personaggio e ho voluto farlo mio”

Erano anni che Edward Norton inseguiva l’idea di realizzare Motherless Brooklyn. Un film da regista dopo il modesto esordio in quel ruolo decenni fa con Tentazioni d’amore, che sentiva profondamente di dover fare. C’è di mezzo il legame con il nonno, ma anche il grande cinema del passato richiamato dall’ambientazione e dal genere, un legame potentissimo con New York e (si sente molto nel film), uniti a una voglia incredibile di raccontare questa storia e interpretare questo ruolo.

Motherless Brooklyn è stato il film d’apertura alla Festa del cinema di Roma dove l’autore e attore è venuto per presentarlo in pompa magna. E davvero è un film di quelli che a oggi è raro vedere al cinema (uscirà il 7 novembre), una storia che viene da un romanzo (Brooklyn senza madre, di Jonathan Lethem), trattata con un bilanciamento tra spettacolo e serietà che sembra esistere solo nelle serie tv. Si capisce davvero come mai l’abbia inseguito così a lungo, anche solo dalle caratteristiche del suo personaggio.

Questi sono quei film che un attore vuole dirigere per poterli interpretare o sbaglio?

“Già l’idea di un detective con la sindrome di Tourette, appena l’ho letta nel romanzo, mi sembrava una cosa perfetta per me. Poi la maniera in cui quel libro ti fa entrare nell’emotività della storia è fantastica. Già all’inizio questo personaggio ti dice tutto di sé e riesci a vederlo dall’esterno. Quando ho letto il romanzo ho capito che faceva quel che ogni film sogna: metterti dalla parte del personaggio in pochi secondi e ho pensato che, se riuscivo a farcela, avrei conquistato immediatamente il pubblico, una cosa che poi ti permette di portarlo ovunque. È quello che fa Forrest Gump: ti presenta qualcosa di strano e ti porta con sé”.

Una delle cose incredibili del film è Alec Baldwin. Sono anni che si è dato alla commedia e ci siamo dimenticati che incredibile attore drammatico sia…

“Non io, non l’ho dimenticato affatto!”.

E si vede. E stato difficile convincerlo a tornare a questo tipo di ruoli, come quello che aveva in Americani?

“Penso proprio che sia stato felice, perché mi ha risposto immediatamente dopo aver ricevuto la proposta. Sono anni che io e Alec dialoghiamo con gran rispetto, anche perché viviamo uno di fronte all’altro e ci incontriamo continuamente al café sotto casa. Pensa che quando arrivai a New York, lui era a Broadway con Un tram chiamato desiderio ed era fantastico, con il gran peso di un attore drammatico. Erano proprio gli anni di Americani. Quella è stata la maniera in cui io l’ho sempre visto”.

Ci sono Bruce Willis, Willem Dafoe e molti altri attori con cui hai lavorato in passato. È stato questo uno dei criteri che ti ha guidato? Fare film con attori che conosci bene?

“Molto del casting è stato facile, almeno nella mia testa. Questi attori già li vedevo nella parte, perché sapevo che avevano quelle qualità, per l’appunto avendoci lavorato in film o a teatro. Bruce Willis è il boss cool, il fratello maggiore che tutti vorrebbero, chi più di lui? Uno che anche solo quando gira l’angolo ti viene da dire ‘Ecco quello è l’investigatore!‘. Solo Gugu Mbatha-Raw l’ho scelta senza conoscerla, perché mi serviva un’attrice non molto nota e non volevo una pop star: volevo una persona misteriosa che si riveli con il tempo. Il protagonista è attratto da lei e vuole conoscerla. Avendo un volto non noto, anche noi riusciamo a scoprirla nella stessa maniera in cui lo fa il protagonista”.

New York è fondamentale nel film…

“E la gente non si rende conto di quanti effetti visivi ci siano. Pensi che abbiamo girato nella vera Penn station, e invece è tutto ricostruito”.

Però si capisce che è un film fatto proprio per raccontare la città.

“Mio nonno [James Rouse, ndr] era un urbanista abbastanza famoso, noto per essere stato uno dei pochi, negli anni ‘50 e ‘60, a dire che il tessuto dei quartieri andava preservato e che le città andavano rivitalizzate a partire dalle comunità di persone, altrimenti si sarebbe andati incontro a conflitti. Negli anni ‘70 era considerato un guru dai progressisti, perché aveva predetto molti dei danni fatto dal concentrarsi invece sulle strade. Vide quello che sarebbe successo azzerando le comunità per costruire case popolari e predisse che sarebbe risultato nelle peggiori baraccopoli del mondo. E aveva ragione. Ho lavorato per lui appena uscito dal college e molto di quel che c’è nel film l’ho imparato in quegli anni. Il personaggio di Willem Dafoe esprime i suoi valori, alcune delle sue battute vengono proprio dai discorsi di mio nonno. Penso che gli piacerebbe come il film esprime quelle che lui riteneva dovessero essere delle priorità”.

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Macbook da 16 pollici in arrivo, lo svela l’aggiornamento del sistema operativo

Macbook da 16 pollici in arrivo, lo svela l’aggiornamento del sistema operativo

macbook 16 pollici macos catalina
Foto: macg.co

I nuovi computer Apple potrebbero essere dietro l’angolo. Infatti, nonostante siano passate poche settimane dal rilascio dei nuovi iPhone e iPad, la società di Cupertino potrebbe programmare un nuovo keynote già entro la fine di ottobre, utile per introdurre numerose novità hardware nella linea dei suoi computer e accessori.

Non a caso, alcune notizie recenti ci anticipano il probabile rilascio delle AirPods di nuova generazione con cancellazione del rumore ambientale – oltre ad una completa rivoluzione del design – e, già da tempo, la presentazione di un nuovo Macbook dotato di schermo da 16 pollici.

Riguardo quest’ultimo, il sito francese MacGeneration avrebbe scovato alcuni indizi importanti all’interno dell’ultima beta di macOS Catalina 10.15.1 che mostrano – per la prima volta – un’anteprima di come potrebbe essere il nuovo portatile.

Infatti, alcuni file presenti nell’ultimo rilascio – attualmente in mano ai tester –  fanno riferimento a un MacBookPro16,1: un modello non ancora commercializzato. Nonostante il codice possa semplicemente essere un identificativo di un nuovo modello che seguirebbe la normale progressione delle varie generazioni rilasciate, la stessa fonte avrebbe scovato alcuni file di icone che, oltre a raffigurare il numero “16” nel titolo, mostrano un’anteprima del notebook in questione da cui è facile notare – a confronto con l’icona del Macbook 15 pollici – un leggero aumento delle dimensioni e la riduzione della cornice dello schermo: due modifiche sufficienti per giustificare la presenza di un display più ampio.

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Foto: macg.co

In aggiunta, MacRumors ha approfondito le indagini, facendo trapelare che il nuovo modello potrà essere rilasciato nei colori grigio siderale e argento, e già da tempo l’analista Ming-Chi Kuo – noto per le previsioni sui dispositivi Apple – aveva rilasciato alcune anticipazioni sull’argomento, confermando una nuova tastiera più resistente dotata di sistema a forbice e alcune modifiche al design.

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Come cambierà il clima nella tua città nel 2080?

Come cambierà il clima nella tua città nel 2080?

Non è facile far comprendere a tutti il concetto di cambiamento climatico. Se si escludono i negazionisti dichiarati, la gran parte delle persone è consapevole che c’è un’evoluzione – negativa – in atto ma non riesce forse a comprendere del tutto che tipo di trasformazioni produrrà sul lungo periodo. Ma per rendere gli effetti basterebbe forse partire dalle singole città, e non dal pianeta Terra in generale.

Ne è convinto anche lo scienziato esperto di temi ambientali, e professore associato dell’università del Maryland, Matt Fitzpatrick. In questo video, spiega al giornalista dell’edizione statunitense di Wired Matt Simon perché una mappa interattiva può contribuire a una divulgazione più immediata. La mappa risponde – per oltre 540 centri urbani statunitensi – a una semplice domanda: come sarà il clima in città nel 2080? Il confronto diretto avviene con un’altra città che attualmente rispecchia già quello scenario. Ad esempio il clima di Detroit nel 2080 somiglierà, mantenendo il tasso di emissioni attuali, sempre più a quello di Chester, in Pennsylvania: quindi più caldo, ma anche tremendamente più umido. E a Charlotte, nel North Carolina? Sembrerà di stare in Florida, con temperature ben più miti, e simili a quelle di Tallahassee.

Le simulazioni della mappa prendono in considerazione diversi parametri e modelli di previsione, e guardando a due scenari distinti (uno che vede le attuali emissioni continuare allo stesso andamento, un secondo in cui le emissioni toccano un picco e poi declinano).

Secondo Fitzpatrick la sfida maggiore, sul fronte del dibattito, non è più parlare in termini astratti ma indicare dati e suggerire approcci pratici. Lo studioso parla anche delle ovvie conseguenze di tali cambiamenti: le città e gli stati dovranno fronteggiare temperature più alte, trovare modi per proteggere le fasce più deboli della popolazione, le infrastrutture e tutto il resto.

 

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Questa oca indiana è l’astronauta del regno animale

Questa oca indiana è l’astronauta del regno animale

Se ti ritrovi ad altezze himalayane senza particolari traumi fisici, delle due l’una: o sei tra gli scalatori più forti al mondo o sei un’oca indiana. Davvero: l’uccello anche conosciuto col nome scientifico di Anser Indicus è noto per i suoi voli ad altissima quota, dato che per andare a svernare in certi luoghi, come la Birmania, deve superare alcune delle vette più alte del mondo, innalzandosi anche a 7mila metri di quota. A rendere eccezionale il tutto, c’è la capacità di questo animale di superare dislivelli pazzeschi in poche ore, con un adattamento sconosciuto ad altri esseri viventi.

Il volo di questi straordinari animali è stato oggetto di vari studi, che hanno coinvolto anche ricercatori dell’università del Texas ad Austin, come la dottoranda Julia York. In questo video York spiega a Wired come è nato il progetto scientifico che ha permesso di osservare i comportamenti delle oche. Niente trasferte intercontinentali, però: gli animali sono stati allevati negli States (con tantissima cura, eh) e gli studi sono stati condotti in una galleria del vento, imitando le condizioni tipiche delle migrazioni.

Numerosi parametri sono stati indagati, dal consumo di ossigeno alla temperatura del sangue, dal rallentamento del metabolismo alle strategie di volo adottate: gli animali indossavano delle maschere collegate a dei tubi, ma anche un piccolo zainetto sulle ali con sensori per le rilevazioni.

Ma qual è l’obiettivo di un tale studio? Comprendere come alcuni animali sopravvivono in condizioni di scarso ossigeno potrebbe suggerire nuove soluzioni in ambito medico, per tutti quei casi in cui sono gli esseri umani a fronteggiare la medesima, pericolosa situazione.

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Il primo noleggio in cui puoi cambiare auto quante volte vuoi

Il primo noleggio in cui puoi cambiare auto quante volte vuoi
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Da oggi è ufficiale Leasys CarCloud, frutto di una collaborazione tra Fca Bank e Leasys. Si tratta del primo abbonamento alla mobilità sul territorio italiano, prendendo spunto dai vari esperimenti di successo di subscription economy, ormai diventata una solida realtà in tutto il mondo e in vari ambiti.

La formula di abbonamento Leasys CarCloud si concentra naturalmente sul mondo dell’automotive con modelli di Fca. Tutto è attivabile comodamente su Amazon con due pacchetti a disposizione a canone mensile scegliendo tra un parco di sette differenti vetture, perfettamente interscambiabili tra loro. Si possono prelevare in tutte le principali città italiane.

Il ritiro può avvenire presso il Leasys Mobility Store più vicino alla propria posizione tra i 150 convenzionati in Italia ma é anche possibile optare per la consegna al proprio domicilio come servizio aggiuntivo (a 39 euro).

Ma come funziona l’offerta? In modo molto semplice, senza vincoli di tempo né di luogo, rimanendo aperta su tutto il territorio nazionale senza limitazioni e si può utilizzare sia da privati sia da partite Iva.

Tutto è digitale e senza burocrazia, si paga l’iscrizione una tantum su Amazon al costo di 199 euro per il CarCloud 500 e 249 euro per CarCloud Renegade & Compass, si inserisce il codice di iscrizione sul sito ufficiale e si sceglie tra uno dei due pacchetti che sono anche interscambiabili tra di loro.

Leasys CarCloud 500 parte da 249 euro al mese e comprende i modelli 500, 500X, 500L, 500L Wagon, 500L Cross. Leasys CarCloud Renegade & Compass parte da 349 euro al mese e comprende i modelli Jeep Renegade e Jeep Compass. Con questo canone puoi utilizzare l’auto per un mese, con una percorrenza massima di 1500 km (puoi comunque chiederne altri 1500 extra). Quando vuoi, con un preavviso di 48 ore, puoi sostituire gratuitamente la macchina con un altro modello incluso nell’offerta oppure, previo pagamento di 99 euro, cambiare abbonamento e passare dalle 500 alle Jeep e viceversa. Si può anche lasciare l’auto in aeroporto o in stazione (nei parcheggi convenzionati Leasys) e ritirarne un’altra a destinazione.

Inclusi nell’abbonamento mensile si trovano tutti i servizi necessari come bollo, assicurazione kasko, garanzia, manutenzione, cambio pneumatici, ecc… e si possono acquistare servizi aggiuntivi come la kasko senza franchigie e la seconda guida.

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I rivenditori si sbarazzano di cibo scaduto via Amazon

I rivenditori si sbarazzano di cibo scaduto via Amazon

Consegne per Amazon (Bartek Sadowski/Bloomberg)
Consegne per Amazon (Bartek Sadowski/Bloomberg)

Amazon sta diventando sempre più grande, e controllare l’intera sua filiera, dai rivenditori alla logistica, comincia a diventare impegnativo. Così, il colosso dell’ecommerce rischia di diventare il punto di smercio anche per prodotti scaduti o non sicuri. Secondo quanto riporta Cnbc negli Stati Uniti molti rivenditori o grossisti vendono sulla piattaforma di Amazon cibo scaduto, e la compagnia viene a saperlo soltanto dalle recensioni negative dei clienti.

Dopo il caso portato alla luce dal Wall Street Journal delle migliaia di prodotti non sicuri venduti sulla piattaforma dai rivenditori, ora l’attenzione si sposta infatti sui prodotti alimentari come latte in polvere per bambini, tè confezionati, carne essiccata o barrette ai cereali, le cui date di scadenza sono spesso passate anche da alcuni mesi, secondo i commenti postati sul sito.

E al centro delle polemiche dei produttori e dei clienti c’è soprattutto il sistema di controllo della filiera di Amazon, che ormai conta circa 2,5 milioni di attività che si appoggiano al sito per la distribuzione e la vendita dei prodotti che spesso hanno in magazzino da molto tempo. Nel complesso, la rivendita di prodotti alimentari vale circa il 58% dei prodotti commercializzati su Amazon, quindi è per il colosso un business molto importante.

Secondo le stime riportate ancora da Cnbc, poi, circa il 40% dei rivenditori che operano nel settore del cibo hanno riportato almeno cinque recensioni negative relative a prodotti scaduti o mal conservati. E spesso il problema riguarda proprio il fatto che le merci vengono stoccate in magazzino per molto tempo oppure provengono da liquidazioni di altri negozi.

Ma dal momento del loro acquisto al momento della vendita possono passare anche dei mesi, e qui sta, secondo produttori e consumatori, la maggiore falla nel sistema dei controlli da parte di Amazon, che sebbene riesca ad applicare perfettamente le sue garanzie ai prodotti spediti dai suoi magazzini fa più fatica ad avere un controllo capillare su quelli spediti dai suoi rivenditori.

Dal canto loro, da Amazon fanno sapere: “Abbiamo solidi processi capaci di assicurare che i nostri clienti ricevano prodotti con una durata di conservazione sufficiente. In caso di contestazioni sulla qualità dei prodotti, incoraggiamo i consumatori a contattare direttamente il servizio clienti e aiutarci a investigare e a prendere i dovuti provvedimenti”.

Ma da parte delle associazioni si chiede maggiore controllo per evitare danni per la salute dei clienti e anche per l’immagine delle ditte produttrici, e si invita il colosso a considerare questo come un campanello d’allarme anche per altre questioni legate alla sicurezza nella filiera di un business che rischia di diventare troppo grosso.

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Perché serve una “via italiana” per le startup

Perché serve una “via italiana” per le startup

Gli incubatori aiutano le startup a crescere (Getty Images)
HGli incubatori aiutano le startup a crescere (Getty Images)

In un mondo dove è sempre più necessario innovare per agganciarsi alle catene globali del valore, le startup diventano un fattore competitivo imprescindibile. Su questo fronte la Lombardia rappresenta già un territorio molto fertile. Basti pensare all’alto tasso di natalità di startup knowledge intensive: qui ne sono nate circa 20mila tra il 2009 e il 2017, contro le circa 13mila del Baden-Württemberg e le 16mila del Rhône-Alpes, due tra le regioni a maggiore vocazione produttiva in Europa. La rilevanza delle startup knowledge intensive lombarde è anche testimoniata dal fatturato, pari a 8,4 miliardi di euro nel 2017, circa un terzo del totale nazionale, e dall’impiego di 119mila persone, un quarto del totale italiano (fonte: centro studi Assolombarda).

All’interno di questo ecosistema, per dare ulteriore slancio allo sviluppo delle startup innovative, attraverso l’interazione con le imprese, e di favorire fenomeni di open innovation e corporate venture capital, Assolombarda ha lanciato il progetto Startup Town. Oggi l’associazione è incubatore di oltre 400 nuove realtà imprenditoriali e collabora, in questo ambito, con più di 70 partner tra cui Startup Italia, Le Village By CA, Plug&Play e Invitalia, e con importanti acceleratori italiani e stranieri. In questa logica di collaborazione, proprio con Italia Startup, il prossimo 25 ottobre, in occasione dell’annuale appuntamento di networking ‘Startup Reunion’, sigleremo in Assolombarda un accordo che allargherà ulteriormente questa rete. Oltre 1000 startup e 100 partner che potranno accedere a servizi ‘su misura’ su temi che vanno dalla scelta dei contratti di lavoro al supporto all’internazionalizzazione, dall’accesso al credito alla consulenza fiscale.

Un progetto nazionale

Guardando allo scenario italiano, nonostante gli ultimi incoraggianti segnali di sviluppo, va sottolineato che le dimensioni dell’ecosistema delle startup a livello nazionale sono ancora ridotte rispetto a quelle dei nostri principali competitors europei. Infatti, secondo i dati dell’Osservatorio startup intelligence del Politecnico di Milano, sebbene gli investimenti italiani in venture capital abbiano raggiunto, nel 2018, il record assoluto di circa 600 milioni di euro, quasi il doppio rispetto all’anno precedente, risultano comunque ancora molto inferiori rispetto ai valori di Spagna (1 miliardo di euro) e Francia (2 miliardi di euro).

Serve, dunque, trovare una “via italiana” per lo sviluppo di questo ecosistema che ha un grande potenziale e che può svilupparsi attraverso la promozione di iniziative di open innovation e corporate venture capital tra aziende e startup. Un tema che approfondiremo in occasione di Smau (24 ottobre), dove presenteremo la quarta edizione dell’Osservatorio sui modelli italiani di open innovation e corporate venture capital, realizzato in collaborazione con Italia Startup e Smau e con il supporto scientifico di InfoCamere e Politecnico di Milano.

L’indagine, tra le altre evidenze, mette per esempio in luce che in due anni, dal 2017 al 2019, sono cresciute del 23% le startup con un’azienda tra i soci, passando da 2.154 a 2.656, cioè oltre 500 imprese innovative in un biennio. Per dare ancora più forza a questo settore occorre, però, equiparare l’investimento in startup a quello in ricerca & sviluppo e aumentare il massimale di 1,8 milioni di euro che oggi si applica alla deduzione Ires riservata alle aziende che investono in startup innovative. Infine, chiediamo che venga data attuazione quanto prima al Fondo nazionale per l’innovazione inserito nella legge di bilancio 2019 che, ad oggi, è ancora senza un chiaro piano operativo. Azioni decisive per dare slancio a un ambito strategico per la competizione globale come è, senza dubbio, quello dell’innovazione.

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Festival della scienza, ecco il programma su mobilità e futuro del padiglione Go Electric

Festival della scienza, ecco il programma su mobilità e futuro del padiglione Go Electric

Padiglione Go Electric di Ford a Francoforte (foto: Ford)

L’automobile del futuro è elettrica, la città è intelligente e l’economia è circolare: si sviluppa da qui il programma degli eventi che Wired e Ford hanno organizzato per l’edizione 2019 del Festival della scienza di Genova, con una serie di talk, incontri e interviste insieme ai maggiori esperti italiani di mobilità, tecnologia e smart city. Il tutto si svolgerà presso il padiglione Go Electric, uno spazio concepito dalla casa automobilistica dell’Ovale blu per far entrare lo spettatore nel futuro della mobilità e che sarà installato a piazzale Mandraccio nell’area del Porto Antico.

Oltre alle esperienze interattive disponibili già dal primo giorno del festival (il 24 ottobre), il programma prevede 9 pomeriggi di talk, da venerdì 25 ottobre a domenica 3 novembre, con un solo giorno di pausa martedì 29. E sabato 26 ottobre ci sarà spazio anche per la musica, con gli Ex-Otago.

Tante le domande aperte a cui si tenterà di dare risposta: come evolverà nei prossimi anni la vita negli ambienti urbani? Quali caratteristiche avrà la mobilità elettrificata? Quali sono e come funzionano le tecnologie automobilistiche che si stanno affacciando sul mercato? E poi, come si potranno garantire in futuro servizi di mobilità alternativa? Dall’elettrificazione accessibile alle auto connesse si spazierà fino ai macro-temi della mobilità in chiave sharing economy, della sostenibilità globale del prossimo decennio, di come la tecnologia e le sue accelerazioni possano far bene all’umanità e di quale sia l’approccio strategico vincente per garantire innovazione positiva.

Particolarmente eterogeneo sarà il gruppo di esperti ospiti al padiglione Go Electric: scienziati, economisti, scrittori, ricercatori, imprenditori, giornalisti, musicisti ed esperti di comunicazione affronteranno il tema conduttore, l’elettrico che si fa strada, dai più disparati punti di vista. Il tutto in un’area focalizzata sul mondo dell’automobile, tra nuove tecnologie green da scoprire in anteprima e spunti di riflessione sulla mobilità che verrà.

Il programma completo degli eventi:

Venerdì 25 ottobre, ore 17:00
La strada verso emissioni zero
con Mauro Tedeschini, giornalista e co-fondatore di VaiElettrico.

Sabato 26 ottobre, ore 17:00
La musica del pianeta
con il gruppo musicale Ex-Otago

Domenica 27 ottobre, ore 17:00
Come si muove una Smart City: mezzi pubblici green e mobilità condivisa
con Gabriele Grea, senior research fellow presso Certet, il Centro di economia regionale, trasporti e turismo dell’università Bocconi

Lunedì 28 ottobre, ore 16:00
Evoluzione sostenibile: a che punto è l’agenda 2030 dell’Onu?
con Enrico Giovannini, economista e portavoce Asvis – Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile

Mercoledì 30 ottobre, ore 16:00
Creare valore dai rifiuti. La scommessa dell’economia circolare
con Marcello Somma, ingegnere e direttore ricerca e sviluppo sostenibile di Fater Spa

Giovedì 31 ottobre, ore 11:30
Utopie urbane. Trasformare i luoghi, immaginare l’uomo
con Luca Ballarini, Founder & creative director di Studio Bellissimo e ideatore del progetto Torinostratosferica

Venerdì 1 novembre, ore 17:00
Come pensano le persone che cambiano il mondo
con Massimo Temporelli, fisico, scrittore, storico della tecnologia e fondatore di TheFabLab

Sabato 2 novembre, ore 17:00
L’innovazione al servizio dell’uomo: vivere nell’epoca dell’accelerazione tecnologica
con Nicolò Andreula, economista, scrittore, consulente e visiting lecturer presso la Chinese University di Hong Kong

Domenica 3 novembre, ore 17:00
E-mobility, rivoluzione elettrica
con Ezio Nini, ingegnere, giornalista ed Energy & communication consultant presso Smartitaly

Tutti gli eventi del programma qui sopra, moderati dai giornalisti di Wired, sono gratuiti e ad accesso libero, fino a esaurimento posti. Per gli altri eventi dedicati alle scuole, invece, è necessaria la prenotazione.

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Twitch lancia il test per guardare film in gruppo

Twitch lancia il test per guardare film in gruppo
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Twitch inizierà a testare questa settimana la funzione denominata Watch Party, che permetterà agli streamer di trasmettere sui propri canali dei film da guardare assieme ai loro follower. Il test della nuova funzionalità sarà dedicato solamente a un gruppo ristretto di streamer che potranno attingere dai film presenti nel catalogo di Amazon Prime Video.

La visione di un film in gruppo sarà accessibile ai soli utenti che sono iscritti a Twitch tramite l’account di Amazon Prime. Non si tratta quindi di una visione non autorizzata e pubblica, come purtroppo accade spesso sul portale, bensì una visione di un contenuto a pagamento con degli utenti che effettivamente hanno il diritto di vederlo, poiché possessori di un abbonamento Amazon Prime.

Normalmente la visione di un qualunque contenuto su Twitch non richiede un abbonamento. Gli utenti che hanno sottoscritto l’abbonamento Twitch Prime ottengono però dei privilegi che gli utenti free non hanno, come, per esempio, partecipare alle chat di gruppo con gli altri spettatori e lo streamer laddove sia riservata ai soli iscritti al canale.

Grazie all’abbonamento di Amazon Prime, gli utenti possono iscriversi a un canale di Twitch gratuitamente per un mese. Collegando l’account di Amazon Prime a Twitch, gli utenti potranno quindi partecipare al Watch Party avviato dallo streamer a cui sono abbonati.

Per il momento Twitch sta testando la funzionalità con un gruppo ristretto di streamer e mettendo a disposizione solo una piccola parte dei titoli presenti nel catalogo di Amazon Prime Video, tra cui la serie Jack Ryan di Tom Clancy , Mission: Impossible – Fallout e Pokémon. Good Omens e The Marvelous Mrs. Maisel potrebbero essere i prossimi titoli a entrare a far parte della lista a cui si potrà attingere per il Watch Party.

Essendo una funzionalità in test non si sa ancora quando e se Twitch deciderà di implementarla sulla piattaforma. Nel frattempo, però, la società ha aperto una casella di posta elettronica alla quale è possibile scrivere i titoli di Amazon Prime Video che si desiderano vedere tramite il Watch Party

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