Al referendum sul taglio dei parlamentari ha vinto il Sì, alle Regionali è pareggio

Al referendum sul taglio dei parlamentari ha vinto il Sì, alle Regionali è pareggio

(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

È iniziato alle 15, alla chiusura dei seggi, lo spoglio delle schede elettorali per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Dai primi risultati sul sito del ministero dell’Interno, la vittoria del sì è abbastanza schiacciante: la riforma ha ottenuto il 70% contro il 30% del No. Nello specifico, su oltre 39mila sezioni scrutinate (su un totale di 61.622), mentre scriviamo il Sì ha conquistato il 69,14% delle preferenze, mentre il No il 30,86. Il ministro degli Esteri in quota Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, ha già commentato il risultato dicendo che si tratta di “un risultato storico. Torniamo ad avere un parlamento normale, con 345 poltrone e privilegi in meno” e, ovviamente, rivendica il successo politico sottolineando che “senza il Movimento 5 stelle tutto questo non sarebbe mai successo”. Anche il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti ha sostenuto il Sì, rivendicando il ruolo del Pd nel successo al referendum e spiegando che da questo momento è necessario aprire una non meglio precisata “stagione di riforme”. Ma il 20 e 21 settembre si è votato anche per il rinnovo di sei consigli regionali: quelli di Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia, oltre che in alcuni comuni capoluogo di provincia.

I risultati delle regionali e le comunali

In Toscana, tra le due regioni più contese alla vigilia del voto (l’altra era la Puglia) le prime proiezioni (aggiornate alle 17.20) vedono la vittoria del candidato del centrosinistra Eugenio Giani contro la candidata di Lega e Fratelli d’Italia Susanna Ceccardi: 47,2 % contro 40,8% delle preferenze.

In Puglia, è in vantaggio il governatore uscente del Pd Michele Emiliano, con il 46,8% delle preferenze secondo le proiezioni delle 17.20. Michele Fitto, candidato scelto da Forza Italia e Fratelli d’Italia, si fermerebbe al 38%.

Sicuro è invece che la Campania rimarrà al centrosinistra. Vincenzo De Luca è al 66,8% delle proiezioni mentre Michele Caldoro, rappresentante della coalizione di centrodestra, è al 19, 20%.

Vincerà sicuramente il centrodestra nelle Marche. Francesco Acquaroli è al 46,7% contro il 37,5% di Maurizio Mangialardi.

Veneto e Liguria, non tradendo le aspettative e i sondaggi pre-voto, rimangono entrambe a destra. Nel primo caso, il vantaggio del presidente leghista Luca Zaia è incolmabile (74,5% nelle proiezioni, contro il 16,6% di Arturo Lorenzoni del centrosinistra). In Liguria, Enrico Toti arriva al 53,5%, mentre il giornalista Ferruccio Sansa, per il momento, è sotto il 40%.

Viste le nuvole nere che si addensavano sull’esecutivo in caso di risultati meno favorevoli, il pareggio 3-3 è un’ottima notizia per il governo. Il segretario del Pd Zingaretti, commentando il risultato del voto, ha voluto sottolineare che un’alleanza con il Movimento 5 stelle avrebbe portato a una vittoria schiacciante, soprattutto nelle regioni in cui è distacco è più contenuto (a dire il vero, tuttavia, l’unica regione in cui i due partiti si sono presentati insieme, la Liguria, ha visto una debacle della coalizione).

Da domani inizieranno anche lo spoglio delle schede in oltre 1176 città per le elezioni comunali. Si è votato, tra le altre, a Venezia, Lecco, Mantova e Trento, e l’affluenza è stata di oltre il 50%.

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Chiara Appendino è stata condannata a sei mesi per falso ideologico

Chiara Appendino è stata condannata a sei mesi per falso ideologico

(foto: Nicolò Campo/LightRocket/Getty Images)

La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è stata condannata a sei mesi per falso ideologico in atto pubblico con l’accusa di aver omesso un debito contratto con la società di gestione Ream nel bilancio della città. Insieme a lei, per omessa segnalazione, sono stati condannati rispettivamente a sei e otto mesi l’assessore comunale al Bilancio, Sergio Rolando, e l’ex capo di Gabinetto Paolo Giordana. Le tre le persone coinvolte hanno fatto richiesta di rito abbreviato e Appendino beneficerà anche della sospensione condizionale della pena. In linea al codice etico del suo partito, il Movimento 5 stelle, la sindaca ha già confermato la propria autosospensione, pur dichiarando che rimarrà in carica fino al termine del suo mandato che scadrà nel 2021.

Oggi, dietro mia richiesta di rito abbreviato, è stata pronunciata sentenza per la cosiddetta vicenda Ream.Le accuse…

Posted by Chiara Appendino on Monday, September 21, 2020

La Ream e l’ex Westinghouse

Il procedimento legale a carico della sindaca Appendino è stato avviato nel luglio del 2017, dopo un esposto presentato da una lista civica e dal Partito democratico, a cui aveva fatto seguito anche una denuncia del collegio dei revisori dei conti. L’accusa è che Appendino avesse eliminato dal bilancio comunale un debito del valore di 5 milioni di euro, ereditato dalla precedente amministrazione di Piero Fassino, da restituire alla società di gestione Ream. Durante i primi anni del 2000, infatti, l’area compresa tra la stazione di Torino Porta Susa e il Palazzo di giustizia, dove sorgeva l’ex Westinghouse, un’azienda di freni e componentistica per i treni, è rientrata in un piano di riqualificazione urbanistica.

Il primo progetto era di trasformare quei capannoni in biblioteche civiche, ma per mancanza di fondi si è deciso di ripiegare sulla costruzione di un ampio centro congressi con annessi parcheggi e aree ristoro. È stata bandita una gara per l’assegnazione del progetto e la Ream, società partecipata della Fondazione Crt (i principali azionisti sono le maggiori banche di Piemonte e Valle D’Aosta) per avvalersi di un diritto di prelazione sugli altri partecipanti ha versato 5 milioni di euro. A vincere, però, è stato il progetto di un’altra società, e così alla Ream sarebbe spettata la restituzione della somma versata. Ma ciò non è accaduto: la giunta Fassino ha segnalato la cosa nella voce debiti del bilancio comunale; con l’insediamento di quella Appendino la cifra, secondo l’accusa, sarebbe completamente sparita. La tesi della sindaca è che invece fossero ancora in corso le trattative con la Ream sulle modalità e i tempi di versamento (una circostanza che, a suo dire, non rendeva necessario l’inserimento della voce in bilancio). A smentire questa tesi ci sarebbe stata la nuova richiesta nel 2016 da parte del direttore della Ream di restituzione del debito, il che dimostrerebbe che non c’era alcuna trattativa.

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OnePlus 8t arriva il 14 ottobre, ecco come sarà

OnePlus 8t arriva il 14 ottobre, ecco come sarà

oneplus 8t
(Foto: OnLeaks)

OnePlus 8t sarà presentato il prossimo 14 ottobre con un evento in streaming alle ore 16 italiane. Ad ufficializzarlo ci ha pensato la stessa società cinese con un tweet e con un video teaser che vede protagonista il testimonial del brand, Robert Downey Jr. Prosegue dunque la tradizione dei modelli “T” a circa sei mesi dall’uscita di quelli standard, con alcune migliorie, ma con un design del tutto paragonabile. Come sarà OnePlus 8t?

Prima di tutto non si può ancora dare per certo che saranno due i dispositivi in uscita ovvero OnePlus 8t e OnePlus 8t Pro, perché non ci sono ancora prove definitive sul modello più grande e performante. Esteticamente non dovrebbero esserci grosse differenze con le versioni standard che abbiamo recensito al momento dell’uscita fatto salvo per un display non curvo. A livello di hardware ci saranno dei ritocchi significativi, con la sibillina anticipazione che a bordo si troveranno “Nuove e migliorate tecnologie”.

Finora le voci di corridoio hanno permesso di tracciare un’approssimativa base di scheda tecnica che dovrebbe annoverare un display con diagonale di tipo 6,55 pollici di tipo amoled a risoluzione fhd+ con frequenza di aggiornamento che salirebbe a 120 Hz, il chip dovrebbe passare a Qualcomm Snapdragon 865+ con modulo 5g per navigare sulle reti di nuova generazione e accompagnato da 8 o 12 gb di ram e 128 o 256 gb interni. Quattro le fotocamere sul retro con la principale da 48 megapixel con grandangolo da 16 megapiel e altri due sensori da 5 e 2 megapixel (zoom e profondità di campo, probabilmente). La batteria sarà da 4500 mAh con ricarica rapida a 65 watt mentre il sistema operativo sarà OxygenOs 11 naturalmente basato su Android 11.

Fra meno di un mese tutti i dubbi saranno risolti, di certo non sarà semplice ripetere l’hype del modello low-cost OnePlus Nord che ha riscontrato grande apprezzamento quest’estate al momento del lancio.

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5 drammi in costume per gli amanti dei classici della letteratura

5 drammi in costume per gli amanti dei classici della letteratura

I period drama, ovvero i drammi in costume, costituiscono un genere televisivo amatissimo e battutissimo – soprattutto nel Regno Unito – ma che ha avuto fortuna anche nel resto del mondo. Anche se persino in Italia gli sceneggiati Rai hanno saputo emulare le produzioni britanniche, la Bbc resta a oggi la regina incontrastata di questo tipo di serialità, specialmente di ispirazione letteraria. Alcuni dei period migliori di recente produzione si presentano sotto forme di scritture e di messa in scena più audaci – basti pensare a Taboo o Peaky Blinders – o con un registro più soap operistico e popolare come Downton Abbey. Il 24 settembre ricorre l’anniversario del debutto del costume drama forse più conosciuto di tutti, Orgoglio e pregiudizio: a distanza di un quarto di secolo ci ricorda che la declinazione più frequentata di questo genere resta la trasposizione dei grandi classici della letteratura non solo inglesi ma anche russi, come l’adattamento Bbc di Guerra e pace di Tolstoj del 2016 oppure del sofisticato Madame Bovary di Flaubert, trasmesso dalla Rai nel 1978. Della spropositate e quasi infinita lista di period televisivi abbiamo scelto i più memorabili, quelli che sono riusciti a entrare a far parte della cultura popolare di più generazioni.

1. Orgoglio e pregiudizio (1995)

https://www.youtube.com/watch?v=hasKmDr1yrA

Questa produzione Bbc è la pietra miliare del genere per chiunque sia un accanito seguace degli adattamenti dei classici letterari. La miniserie ispirata al romanzo più celebre di Jane Austen – probabilmente l’autrice inglese più saccheggiata dagli sceneggiatori televisivi di period – è la fedele eppure innovativa trasposizione della brillante disamina della società secondo Elizabeth Bennet, alter ego di Austen, che osserva con ironia e amarezza le piccolezze delle persone che fanno parte del suo microcosmo.

La sua attrazione verso lo sfuggente Mr. Darcy, qui interpretato da Colin Firth nel ruolo più celebre (chi non ricorda la scena del tuffo nel laghetto? Chi non ricorda Bridget Jones e il suo Darcy, sempre impersonato da Firth?) che ha lanciato la sua carriera, viene minata dai pettegolezzi, dalle indiscrezioni e dal divario sociale. L’Inghilterra georgiana ricorda la società odierna e la sua pervicace diffidenza nei confronti delle donne pensanti.

2. Jane Eyre (2006)

https://www.youtube.com/watch?v=bSrpvMSuhPM

Altro splendido classico della letteratura del XIX secolo, questa volta di Charlotte Brontë (le sorelle Bronte sono anch’esse tra le più amate dagli autori di period). Se la versione più famosa delle disavventure della tutrice orfana è probabilmente il film di Zeffirelli con William Hurt, questa versione televisiva però è la più introspettiva e avvincente. La diffidente tutrice che si innamora dell’iracondo e scontroso Mr Rochester per poi scoprire che nasconde un orribile segreto, quel finale dolceamaro e tutte le prove durissime che la vita offre loro sono qui riportate nel modo più vicino all’originale.

Ruth Wilson, poi diabolica Alice di Luther, e Toby Stephens, futuro pirata cazzuto di Black Sails, allora sembrarono un errore di casting: lui troppo bello rispetto al duro Mr. Rochester, lei troppo bella (e troppo alta) per incarnare la “povera, oscura, brutta e piccola, ma con un cuore e un’anima” Jane Eyre del romanzo. Eppure, funzionano.

3. Grandi speranze (2006)

https://www.youtube.com/watch?v=sJgomNXezxQ

Negli svariati adattamenti del capolavoro di Charles Dickens – compresa una versione cinematografica di Alfonso Cuarón con Robert de Niro – la più conosciuta è probabilmente quella del 1999 con Ioan Gruffudd e Charlotte Rampling. Tuttavia preferiamo la versione di Sarah Phelps (già regista di Oliver Twist) del 2006 con Ray Winstone nei panni di Magwitch e Gillian Anderson in quelle di Miss Havisham. Nell’era dell’ossessione per gli spoiler, per il come finisce piuttosto che per il perché finisce così, decidere di guardare la trasposizione di libri di cui la trama è universalmente nota è una liberazione che ci permette di concentrarci sulla narrazione, sullo stile, sulla forma e sui contenuti.

La storia di Pip, ragazzo povero che diventa un gentleman londinese grazie a un misterioso benefattore, quella della graziosa Estella – virtualmente adottata dalla maligna, criptica Miss Havisham in nome di una folle vendetta – quella del galeotto vittima di un’incredibile ingiustizia, compongono una disamina crudele, cupa e fatalista dell’animo umano. Il motivo per cui questo adattamento è il più memorabile è la versione spaesata e fantasmagorica di Miss Havisham della Anderson.

4. Cime tempestose (2009)

https://www.youtube.com/watch?v=-sT6PUQz_HU

Il romanzo di Emily Brontë, la sorella di Charlotte, è per certi versi l’anti-Jane Eyre nel suo descrivere l’amore, quello sofferto e paziente della maturità contro quello passionale e autodistruttivo della gioventù. Tom Hardy è Heathcliff, l’epitome del giovane amante ribelle e arrabbiato, Charlotte Riley è Catherine l’eroina che si dibatte tra i due uomini che seducono le due metà della sua anima. La storia è quella di un orfanello raccolto dal benestante Earnshaw: impetuoso e istintivo, si innamora fin da piccolo della figlia del mentore, vitale e appassionata come lui, e con lei vive in simbiosi finché quest’ultima gli preferisce un uomo ricco e posato.

L’ambizione di lei e lo spirito vendicativo di lui sono le basi di un rapporto fatto di amore, odio, gelosia e tendenze autodistruttive, il manuale della love story tumultuosa. Questa versione in due parti del Peter Bowker di Viva Laughlin e World on Fire aggiunge al loro rapporto un lato sensuale e fisico che ha costituito una svolta nella messa in scena dei period.

5. Poldark (2015)

Eravamo indecisi se optare per un altro tragico classico, la Tess dei d’Uberville di Thomas Hardy, oppure puntare a qualcosa di meno famoso come la saga di Poldark di Winston Graham. Alla trasposizione della vita dell’eroina malcapita di Hardy e della sua desolata esistenza divisa tra il prevaricatore Alec e  il debole Angel, abbiamo preferito le avventure dell’indomito Ross Poldark, anche perché il film di Polanski batte qualsiasi adattamento televisivo. Poldark segue l’esistenza di un veterano della guerra d’indipendenza americana che torna in Cornovaglia e scopre la promessa sposa maritata a un altro. Ross ha un animo battagliero e intraprendente, con uno spiccato spirito imprenditoriale, e decide di ottenere la propria rivincita riaprendo le miniere di famiglia e investendo audacemente. Sposa la rossa Demelza, una giovane poverissima e bistrattata per la quale inizialmente non prova nessun tipo di attrazione. Di Poldark esisteva già un adattamento del 1975, ma questo del 2015 in patria, e poi nel resto d’Europa, è diventato un vero e proprio cult grazie all’approccio più sensuale e moderno (diciamo, alla Outlander) alla narrazione e alla figura del protagonista, (anti)eroe byroniano.

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Perché una giornata dura 24 ore?

Perché una giornata dura 24 ore?

giorno
(immagine: Getty Images)

A qualcuno potrà suonare strano ma la Terra non ci mette 24 ore esatte per completare una rotazione (360°) su se stessa, bensì 23 ore, 56 minuti, 4 secondi. 24 ore, in realtà, è il tempo necessario perché il Sole torni nella stessa posizione del cielo.

Un’animazione, realizzata da James O’Donoghue dell’Agenzia spaziale giapponese Jaxa, mostra bene la differenza tra giorno siderale (23 ore e 56 minuti) e giorno solare (24 ore). Eccola.

In pratica, spiega O’Donoghue,è tutta questione di punti di riferimento: il Sole o le altre stelle? Definendo una giornata come l’arco di tempo che il Sole impiega a riconquistare la stessa posizione nel cielo dal punto di vista dell’osservatore (per la precisione dovremmo parlare di tempo intercorso tra due successive culminazioni del Sole nella stessa località), abbiamo scelto il giorno più lungo, quello di 24 ore.

Perché infatti questa condizione si verifichi, dal momento che il nostro pianeta orbita intorno al Sole a una distanza media di una unità astronomica e lo spostamento della Terra non è trascurabile, la Terra deve ruotare di 360° + 1°, impiegandoci 4 minuti in più.

Conseguenza di ciò è che la Terra in un anno non compie 365 rotazioni su se stessa, ma 366.

Se invece usassimo il giorno siderale (cioè quello che prende come punto di riferimento le altre stelle nel cielo, che si trovano a una distanza tale per cui lo spostamento della Terra lungo la sua orbita risulta trascurabile), continua O’Donoghue, il Sole sorgerebbe circa 4 minuti prima ogni giorno.

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Anche Github cancella le parole “razziste” dal linguaggio di programmazione

Anche Github cancella le parole “razziste” dal linguaggio di programmazione

GitHub
GitHub

Da ottobre GitHub cambierà alcuni dei termini tecnici utilizzati dai programmatori tenendo fede alla decisione presa sull’onda delle proteste del movimento Black Lives Matter. Tutti i nuovi repository Git su GitHub saranno quindi rinominati main al posto del classico master utilizzato abitudinalmente.

Questo cambiamento avviene perché termini come master, slave, blacklist e whitelist possono essere interpretati come offensivi e razzisti, poiché richiamano il linguaggio degli schiavisti. Da qui l’idea di un intervento sui repository, ovvero gli archivi dove gli utenti e le aziende depositano e sincronizzano i propri codici sorgente. Da sempre il portale utilizza il termine master per indicare la versione principale di un codice sorgente. Gli sviluppatori che ci lavorano sopra, creano delle copie del master in locale per poi modificarle con le proprie linee di codice unendole poi in un secondo momento al repository principale.

Il primo ottobre 2020 tutti i nuovi repository che creerai utilizzeranno main come branch predefinito, anziché master”, spiega la società nella pagina di supporto.

Cambierà quindi la terminologia per i nuovi repository mentre per quelli già esistenti il termine master rimarrà tale, almeno inizialmente. Entro la fine dell’anno anche questi saranno aggiornati e tutti i documenti in cui ricorre il termine master saranno modificati automaticamente. GitHub tiene così fede alla promessa fatta dal suo amministratore delegato a giugno mostrando il proprio sostegno alla comunità nera e abbandonando termini non inclusivi che facessero riferimento alla schiavitù. Come GitHub anche altre aziende e i principali progetti open source come  Microsoft, Ibm, Twitter,  Red Hat, MySql, Linux e OpenBsd hanno accettato di apportare modifiche al loro gergo tecnico.

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Airc sostiene la Breast cancer campaign e rilancia la lotta al tumore al seno

Airc sostiene la Breast cancer campaign e rilancia la lotta al tumore al seno

Natasha Stefanenko è ambasciatrice 2020 della Breast Cancer Campaign

Migliaia di donne nel nostro paese conducono ogni giorno una battaglia contro il tumore al seno che, per il sesso femmminile, rappresenta la neoplasia più frequente in tutte le classi di età. Una lotta che in moltissimi casi vede prevalere le pazienti  (con una sopravvivenza a cinque dalla diagnosi stimata all’87%) ma che, inevitabilmente, fa paura guardando alle forme più aggressive o a quei casi in cui la malattia si manifesta mentre la donna è alle prese con altri importanti passaggi di vita (una gravidanza, ad esempio).

Un caso, quest’ultimo, al centro del primo episodio di Tits Up! Storie di donne in lotta contro il cancro al seno, una serie podcast articolata in sei episodi che è possibile ascoltare sulle principali piattaforme. Un progetto nato dalla collaborazione tra la piattaforma  Storielibere.fm e Airc, l’associazione italiana per la ricerca sul cancro. Nei vari appuntamenti, che affronteranno diversi aspetti del discorso legato al tumore al seno, interviene la ricercatrice Airc Lucia Del Mastro, che coordina la breast unit del Policlinico San Martino di Genova. L’attenzione, per le donne, deve restare alta tutto l’anno, perché la prevenzione e le diagnosi tempestive fanno la differenza. Ma ottobre si appresta ed è il mese tradizionalmente dedicato alla prevenzione di questa forma di malattia oncologica.

Anche nel 2020, Fondazione Airc sostiene la Breast Cancer Campaign, che fu lanciata da Evelyn H. Lauder e promossa da The Estée Lauder Companies nei primi anni ’90. Un appuntamento per ricordare, non solo alle donne, che è tempo di accelerare gli sforzi per raggiungere l’obiettivo di cure possibili e vincenti in tutti i casi. Un mondo libero dal tumore al seno, come da hashtag annuale #TimeToEndBreastCancer, richiede grandi sforzi, in particolare al mondo della ricerca, soprattutto nell’ambito della cura, con risposte sempre più specifiche. Grazie agli studi dei ricercatori, diventano sempre più chiari i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo della malattia, così come le specifiche alterazioni di ogni singolo tumore, al fine di garantire appunto teorie mirate.

La lotta continua, proprio con l’obiettivo, come enuncia il sito dedicato nastrorosa.it di restituire a migliaia di donne i loro progetti di vita. Sul portale, tante informazioni per sostenere la ricerca e la campagna Nastro Rosa, ma anche un test Airc&Me, per mettere alla prova le proprie conoscenze in materia. Anche il confronto con chi ha già vissuto la malattia, o è in lotta, è importante: e in generale è giusto sottoporsi ai controlli specifici per le diverse fasce d’età, fare prevenzione laddove possibile (attività fisica, alimentazione, ecc) e fare attenzione a quei campanelli d’allarme che possono manifestarsi.

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Per andare dove non sai, devi passare per dove non sai. Un racconto sulla Next Generation

Per andare dove non sai, devi passare per dove non sai. Un racconto sulla Next Generation

                                                                                                   di Mattia Insolia

Mio padre diceva che “per andare dove non sai, devi passare per dove non sai”; era il suo motto, lo ripeteva sempre. Lui però è stato stirato dal 64 che schizzava per via Polo e quindi, forse, la sua non era una gran tattica. Avevo sedici anni quand’è successo e, arrabbiato col mondo intero, il giorno del funerale ho deciso di sapere con esattezza dove stessi andando e per dove stessi passando. Ho anche fatto una lista, una sorta di piano per gli anni avvenire in cui ogni tappa della mia vita, professionale e sentimentale, era segnata e ben segnalata. Uno psicologo, pure uno scarso, avrebbe parlato di una scelta dettata dal trauma; e grazie al cazzo.

Così, dopo il liceo, mi sono laureato in Medicina e ho annunciato di voler andare via. Volevo ampliare i miei orizzonti, come dicono nelle pubblicità di auto, hotel e cellulari. Volevo roba diversa da quella che mi aveva sempre circondato. Volevo altro. E, anche se a questo altro non sapevo dare un nome, credevo che in Città l’avrei trovato. Si trattava di noia? Per questo volevo trasferirmi? Forse. In cuor mio, però, sapevo che non era così. Avevo come la sensazione di dover andare via, come fosse un’urgenza, e avevo la sensazione che fosse più una fuga che un semplice spostamento. Da chi o da cosa, però, non riuscivo a capirlo.

Fatto il test per la specialistica, fatto un punteggio alto, fatto da spalla su cui piangere a mamma che stava per perdere la sola costante della propria quotidianità, ho fatto i bagagli. Carico e cazzuto”, mi ripetevo come un mantra. Ma più si avvicinava il giorno del trasferimento e più avvertivo una morsa allo stomaco. Era paura. O magari ansia; di quella ho sempre sofferto, è una brutta bestia. A ogni modo, alla fine non mi sono tirato indietro.

Ecco perché ora sono in piazza Garibaldi, proprio al centro della Città. Ho dietro la stazione dei treni, dita artigliate al trolley, nelle orecchie le cuffie con The Weeknd. Mi guardo attorno, Maps mi viene in aiuto e mi incammino. Le strade della Città sono larghe, costeggiate da edifici altissimi e parecchio trafficate; macchine, moto, tram e biciclette: corrono tutti. Mi trascino per venti minuti buoni e sono alla meta. Il palazzo è tenuto bene, finestre linde e balconcini presieduti da piante fiorite. Premo il bottone sul citofono e, un rumore sordo, il portone mi lascia passare. Attraverso il cortiletto vuoto, mi ficco in ascensore e salgo al terzo; la cabina è piccola, sulle pareti Salvo ha dichiarato il proprio amore per Ines e un tipo chiede a Matteo di tornargli i suoi quarantanove milioni.

Sul pianerottolo c’è una ragazza. È carina. Infradito, pantaloncini sopra il ginocchio e canotta sformata. Capelli castani legati in uno chignon, occhiali larghi sul naso sottile, sorriso perfetto rivolto allo sconosciuto sudato e confuso di fronte a lei. “Sei Marco?”, mi chiede. Sono io. Ci stringiamo la mano, si presenta come Elena e mi fa entrare in casa. Mollo zaino e trolley sull’uscio, su un tappeto che recita Keep calm and bring some, e mi fermo lì. Espressione ebete, studio la cucina dell’appartamento in cui vivrò per i prossimi cinque anni. L’ho trovato in uno di quei gruppi Facebook dove i ragazzi si fanno una guerra bastarda per accaparrarsi stanze minuscole a cifre spropositate. Pagherò settecento caramelle al mese e dividerò la casa con tre ragazzi; Elena dev’essere una di loro. “Dunque”, dice con un misto di entusiasmo e imbarazzo, “Benvenuto! Ti faccio vedere la tua stanza, se ti va. Così puoi sistemare i bagagli”. Sorrido e annuisco.

In cucina ci sono tre porte. Quella d’ingresso, una che dà sul balcone, dalle tende leggere filtra il sole di mezzogiorno, e l’ultima, a destra, è quella che Elena apre e attraverso cui mi fa strada. “Le stanze danno sul corridoio”, spiega. “Questa è di Riccardo. È in redazione, ma torna prima così pranziamo assieme. Questa è di Niko, è al Lidl per gli hamburger vegetali. Questa è mia. Lì c’è il bagno”. Accenna alla porta in fondo al corridoio: “E questa è tua”. Apro la porta e mi trovo davanti a un panorama desolante.

La stanza è ampia, luminosa e ammobiliata; letto, comodini, scrivania e armadio. È bella, ma il suo modo di presentarmisi, sgombra di vita e asettica come una sala operatoria, mi strizza lo stomaco. Odora tutto di Ikea, lì dentro: truciolato e plastica. Voglio chiamare mamma. “Sistemati”, dice Elena. “I ragazzi tornano a minuti, il pranzo è pronto. Quand’hai fatto, vieni in cucina. Chiacchieriamo e ci conosciamo meglio”. Annuisco. Non so che dire, mi sento strano. Lei sorride e va via, lasciandomi solo a galleggiare nel vuoto. Pianto ancora lo sguardo in un punto imprecisato della stanza e ho di nuovo la sensazione che qualcuno mi stia spremendo le interiora. Mi manca mamma. Vacca troia, mi manca casa!

La nostalgia non mi è mai appartenuta. Eppure, dacché ho deciso di trasferirmi, pare una compagna fedele. È questo piccolo, gigantesco vuoto da riempire a farmi sentire come se mi trovassi nello spazio profondo. Decido di mandarmi affanculo e disfaccio le valigie. Intanto dall’altra parte del corridoio arrivano un tintinnio di posate e un chiacchiericcio allegro. In bagno, mi sciacquo la faccia. Sullo specchio c’è un post-it: “Ricky, togli il dentifricio dal lavabo”. Mi giro, ce ne sono altri. Sulla doccia: “Elena, via i capelli che si intasa lo scarico”. Sul gabinetto: “Niko, cambia ‘sto cazzo di rotolo se finisci la carta igienica”. Mi strappano un sorriso. Attraverso il corridoio e sono in cucina.

Elena è ai fornelli. Con lei, due ragazzi. Uno ha i capelli pettinati in modo perfetto, è magro e ha modi delicati: è Niko. L’altro, in una camicia azzurrina elegante, zazzera tagliata di fresco, occhiali costosi sul naso adunco, è Riccardo. Mi dicono di prendere posto a tavola, obbedisco. I tre, intanto, si danno da fare per il pranzo. Li guardo girare nella stanza e penso che i loro movimenti si incastrino in modo perfetto sia con lo spazio sia tra loro stessi. C’è una bella intesa. “Prima cosa da imparare qui”, mi dice Niko indicando i cestini per l’immondizia, “è che la differenziata è sacrosanta”. Elena sbuffa e scuote la testa. Leggi bene le etichette, mi raccomando”. Guardo i cestini, sopra ognuno c’è un pezzo di nastro adesivo con su scritto che osa buttarci dentro. Accanto, appiccicato alla parete, una foto sgranata di una ragazzina; “Greta ti guarda, idiota”, è la frase che sta sotto. “Perdonalo”, mi sussurra Riccardo mettendomi davanti un piatto di polpette al sugo, “è un ecotalebano, ride. “Tra 50 anni, quando i tuoi figli boccheggeranno per un po’ di aria pulita, mi darai ragione”, conclude Niko.

I tre prendono posto e insieme attacchiamo il pranzo. “Sono vegano”, mi spiega Niko quando vede che sto curiosando nel suo piatto; lui di polpette non ne ha, mangia delle robe tonde e verdissime. “Quindi…”, – tento io, “che fate voi tre?”. Elena manda giù e dice: “Sono laureata in giurisprudenza, lavoro in uno studio, ora. Tempo indeterminato. Un sogno”, sorride. “Sono di un paese in provincia di Palermo, sono qui da otto anni e…”. “… e viene da una famiglia pessima, conclude Niko per lei. Elena lo colpisce a un braccio e ride, poi spiega: “I miei sono… be’, li definirei all’antica. È brava gente, solo che mi vorrebbero… ”. “ … a scodellare cuccioli come una coniglietta da allevamento e a fare cannoli alla ricotta da mattina a sera”. Lei si stringe nelle spalle e mi guarda: “Hanno una concezione della donna un po’ superata. È per questo che sono dovuta andare via da lì”“È per questo che sei dovuta scappare via da lì”, la corregge Niko. “Eddai”, fa lei, “così sembrano peggio di quello che sono”. “Vero”, si inserisce Riccardo. “E comunque, in fondo, tutt’e tre siamo scappati da qualcosa”. “Sì?”, mi sento dire; li ho appena conosciuti, ma sono curioso.

“Oh, sì”, fa Niko. “I suoi lo avrebbero voluto commercialista”, indica Riccardo con la forchetta, “ma il poveretto non riesce a fare pure le somme in colonna. E quindi se l’è battuta veloce”. Riccardo ride:
“Sono di Torino e in famiglia sono tutti commercialisti da prima che arrivassero i Savoia”, ride di nuovo. “Solo che a me i numeri fanno schifo. Mi piacciono le parole, con quelle ci so fare. Sono laureato in Lettere e oggi faccio il giornalista. Ho pure un romanzo in testa, ma…”,  scuote il capo, “è difficile. Si vedrà!”.

Mi congratulo e, senza accorgermene, pianto lo sguardo su Niko come a dirgli: “E tu?”. Lui pare cogliere, manda giù un sorso di vino e parla. “Io faccio un master in Design e, al contrario di Cip e Ciop davanti a me, ai miei, di che lavoro voglio fare, non frega niente”. “Oh”, faccio io, quasi deluso, “sei andato via e basta, quindi?”. Niko fa una pernacchia, gli altri ridono: “No. Come ha detto Riccardo, siamo scappati tutt’e tre da qualcosa, “Io da Roberto”. Chiedo spiegazioni con lo sguardo. “Roberto ha quarantacinque anni, è sposato da dodici, ha due figli e gli ho fatto da amante per quello che definirei un lasso di tempo esagerato. Annuisco. Che fosse gay l’avevo capito già, credo.

Beve di nuovo e agita le mani come a scacciare una mosca: Relazione tossica. Uomo di merda. Tutto qui. Me ne sono dovuto andare da Roma per questo, avevo bisogno di dimenticarlo. Ed è andata bene, direi. Adesso sono tranquillo, sto con un tipo già da un po’, ormai”“Vedi”, dice Elena. “Scappiamo tutti da qualcosa per trovare altro”. “Bisogna capire il passato, per comprendere il presente e orientare il futuro”, filosofeggia Riccardo. “Barbara D’Urso?”, fa Niko. “Tucidide. Imbecille!”. “E tu?”, mi domanda Elena: “Verso cosa è orientato il tuo futuro?”. Io li guardo. Mi inumidisco le labbra per parlare, ma di parole non ne vengono fuori. Tutto ciò che so adesso è che sto passando per dove non so.

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Twitter ha problemi di razzismo con l’algoritmo che seleziona le foto?

Twitter ha problemi di razzismo con l’algoritmo che seleziona le foto?

Per essere meno offensivo e usare un linguaggio inclusivo Twitter è al lavoro per rimuovere termini tecnici potenzialmente razzisti (immagine: Porro Gabriele/Wired)

Il modo con cui Twitter sceglie di mostrare l’anteprima delle foto sul social network darebbe involontatariamente esiti razzisti, prediligendo la visualizzazione di volti che hanno la pelle chiara a dispetto di quella scura.  A notare la spiacevole preferenza della rete neurale che seleziona le anteprime è stato un utente di Twitter, che ha notato che in due foto pubblicate, il suo collega di origini africane non compariva nelle anteprime nella versione mobile. In quelle foto, anche se erano ritratti entrambi, sembrava esserci solo lui: un uomo bianco.

Il caso ha scatenato la curiosità di molti utenti, che hanno immediatamente provato a giocare con l’algoritmo caricando delle immagini molto lunghe. L’intenzione era quella di legare due foto, una di un volto con la pelle chiara e uno con la pelle scura, separate da un grosso spazio bianco in modo che l’immagine non ci potesse stare per intero nell’anteprima proposta dal social network.

Un utente ha fatto questo esperimento separando le foto di Barack Obama e di Mitch McConnell. Nella prima immagine la foto di Obama stava nella parte alta, nella seconda occupava la parte bassa. In entrambi i casi, però, nell’anteprima del post troneggiava il faccione sorridente di McConnell.

Un altro test è stato fatto con i personaggi dei Simpson, Lenny e Carl. Con lo stesso metodo i due soggetti sono stati separati da uno spazio vuoto alternandone la posizione nell’immagine. Il risultato? Anche con dei personaggi disegnati Twitter ha preferito mostrare nell’anteprima il volto più chiaro.

I numerosi test pubblicati dagli utenti hanno immediatamente attirato l’attenzione del social network, che ha deciso di far luce sul modo di agire del suo algoritmo. “Il nostro team ha testato i pregiudizi prima di spedire il modello e non ha trovato prove di pregiudizi razziali o di genere nei nostri test”, ha spiegato Liz Kelly, del team di comunicazione di Twitter sulle pagine di Mashable:Ma è chiaro da questi esempi che abbiamo più analisi da fare. Stiamo esaminando questo aspetto e continueremo a condividere ciò che apprendiamo e le azioni che intraprendiamo. Renderemo open source il nostro lavoro in modo che altri possano rivederlo e replicare”.

Secondo Twitter la motivazione principale che spingerebbe l’algoritmo che seleziona le anteprime a comportarsi involontariamente in modo razzista, sarebbe dettata da un’impostazione che guarda la luminosità e il contrasto delle foto. Così facendo, però, la pelle di tonalità più scura viene penalizzata.

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Come Chiara Ferragni punta a far crescere i suoi marchi

Come Chiara Ferragni punta a far crescere i suoi marchi

Che non si tratti soltanto di un’influencer è ormai dimostrato dai numeri e ora l’imprenditrice Chiara Ferragni nel futuro delle sue società vede la quotazione in Borsa di un brand in grado di muoversi in diversi settori. La strategia passa dal potenziamento e dalla diversificazione dei mercati di riferimento e dal consolidamento degli assetti delle società di cui la stessa Ferragni è amministratrice delegata: The Blonde Salad (Tbs Crew) e Serendipity, che controlla anche il marchio Chiara Feragni Collection.

Un’altra possibilità per il gruppo potrebbe anche essere quella di “confluire all’interno di un gruppo del lusso, riferisce l’influencer in un’intervista rilasciata al Corriere Economia. A questi obbiettivi contribuisce il fatto che agli attuali soci Pasquale Morgese (Mafra), licenziatario per la parte di calzature, e alla società Alchimia di Paolo Barletta, si aggiunge un accordo stretto con Swinger International per quanto riguarda i settori di abbigliamento, borse e accessori, e relativa distribuzione.

Inoltre, insieme alla partnership con la veronese Swinger, che nel settore moda e lusso possiede il marchio Genny, è licenziataria di Versace Jeans Couture e Automobili Lamborghini e conta 200 dipendenti per 80 milioni di euro di fatturato nel 2019, Serendipity sta valutando anche accordi con diversi partner “su tutte le categorie merceologiche, dalle fragranze al beauty, dal ready to wear all’underwear, al bambino”, così da potersi posizionare come marchio di riferimento in un mercato sempre più ampio.

Sul fronte del beauty, altro settore di riferimento per Serendipity, dal 2021 Ferragni annuncia anche una nuova fase della collaborazione con il colosso Lancôme, controllato da L’Oréal. Per quanto riguarda invece la parte relativa al cibo e bevande, oltre alle partnership con il produttore Oreo e quella criticata con Evian per la distribuzione di edizioni limitate dei loro prodotti, il gruppo punta ora a incrementare le relazioni anche con altri brand.

A questo piano strategico fa anche seguito un piano economico che punta in alto, e prevede un aumento di capitale di 3,5 milioni di euro. Con Serendipity, inoltre, la società mira a mettere a segno ricavi per 15,4 milioni di euro nel 2025, con un utile netto di 4,4 milioni. E nel frattempo i ricavi per la società Tbs sono saliti dai 3,3 milioni di euro del 2016 ai 6,4 milioni del 2019, grazie al completamento di una ristrutturazione interna che ha portato gli utili dell’anno scorso a quota 450mila euro (+359% rispetto al 2018).

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