Il riconoscimento facciale sta creando un mondo distopico

Il riconoscimento facciale sta creando un mondo distopico

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Aaron Peskin, membro dell’amministrazione comunale di San Francisco, ha un obiettivo ambizioso: bandire dalla sua città la tecnologia per il riconoscimento facciale. Resa possibile dai network neurali alla base dell’intelligenza artificiale, questa tecnologia è in grado di confrontare i volti delle persone riprese dalle telecamere di sicurezza e confrontarli con un database, individuando in tempo quasi reale i ricercati che vengono filmati, o dando un’identità al colpevole se un crimine è stato compiuto da qualche volto noto alle forze dell’ordine.

Ma perché vietare uno strumento già utilizzato da Facebook per taggare le persone che compaiono nelle foto – o da Apple per sbloccare l’iPhone con il volto – e che le forze dell’ordine di tutto il mondo ritengono possa aumentare la sicurezza nelle città? Una delle ragioni più importanti (tanto che anche Microsoft si sta spendendo per una sua regolamentazione più severa) va sotto il nome di pregiudizio dell’algoritmo.

Come ha spiegato la ricercatrice del Mit Joy Buolamwini durante un Ted Talk, gli algoritmi per la computer vision replicano inevitabilmente i pregiudizi consci o inconsci delle persone che li creano e li addestrano: “Si dà per scontato che le macchine siano neutrali e c’è addirittura la speranza che la tecnologia che creiamo avrà meno pregiudizi di noi. Ma non abbiamo equipaggiato questi sistemi con gli strumenti necessari a sconfiggere i nostri bias”.

La questione è stata recentemente sollevata anche dalla deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ed è dimostrata da numerose ricerche. Una delle più note ha come protagonista il software Rekognition, venduto da Amazon alle forze di polizie di tutto il mondo. Un test condotto dalla Aclu (American Civil Liberties Union) ha mostrato come questo software abbia non solo confuso 28 parlamentari statunitensi con dei criminali presenti nel suo database, ma anche come i deputati di colore avessero il doppio della possibilità che ciò avvenisse.

Questo, ovviamente, non significa che l’algoritmo sia strettamente razzista, ma illustra bene come i pregiudizi della nostra società possano essere trasmessi anche alle macchine; per esempio, quando vengono addestrate utilizzando soprattutto foto di uomini bianchi (e sono infatti le donne di colore a subire le discriminazioni più frequenti).

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Un altro grosso problema è quello dei falsi positivi. Il gruppo britannico per le libertà civili Big Brother Watch ha scoperto che le correlazioni individuate dal sistema di riconoscimento facciale usato dalla polizia di Londra sono sbagliate nel 98% dei casi. Questo non solo significa che i poliziotti umani devono compiere un enorme lavoro per correggere gli errori del software, ma anche che migliaia di persone vengono schedate negli archivi della polizia senza che abbiano combinato nulla. Come vi sentireste se la polizia venisse a perquisire la vostra casa perché un algoritmo vi ha scambiato per un criminale? La presunzione di innocenza rischia di trasformarsi in presunzione di colpevolezza; scaricando sui cittadini l’onere di dimostrare di non essere le persone identificate dagli algoritmi di riconoscimento facciale.

Ma se anche questi software raggiungessero un tasso di precisione del 100%, e fossero privi di qualunque pregiudizio, il riconoscimento facciale porrebbe comunque importanti questioni etiche. Vogliamo davvero vivere in un mondo in cui siamo tutti costantemente sotto controllo? In assenza di una regolamentazione specifica, gli algoritmi di face recognition possono infatti non limitarsi a utilizzare le foto segnaletiche di criminali già condannati, ma sfruttare anche le foto della patente di qualunque cittadino, conservate dalla motorizzazione. E addirittura (almeno negli Stati Uniti, dove le leggi sono molto più permissive in materia di privacy) memorizzare le foto reperibili sui social network. In questo modo chiunque di noi, qualunque cosa stia facendo, può essere identificato nel momento stesso in cui viene ripreso da una telecamera di sorveglianza dotata di questi software.

Perché dovrebbe essere un problema? In fondo, chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere, giusto? Nelle democrazie occidentali, i nostri diritti di cittadini sono rispettati e tutelati dalla legge. Il problema, però, è che le democrazie possono anche venire meno, mentre i database conservati dalla polizia o dal ministero degli Interni restano. Immaginate se la polizia monitorasse le manifestazioni di protesta con delle telecamere per il riconoscimento facciale e poi individuasse tutti i partecipanti: cosa potrebbe succedere nel momento in cui, in quel paese, la democrazia venisse meno?

Se vi sembra uno scenario eccessivamente distopico, visto dall’Italia del 2019, potrebbero pensarla diversamente in Ungheria, dove il governo si sta dotando delle tecnologie per il riconoscimento facciale già dal 2016. Trasformatasi rapidamente da democrazia in regime autoritario, l’Ungheria di Viktor Orban sta da tempo schedando tutti i cittadini per sfruttare al meglio i suoi strumenti di sorveglianza. Protestare contro il governo, in Ungheria, potrebbe diventare un affare molto pericoloso (il che non ha comunque impedito ai cittadini, recentemente, di scendere in piazza contro le nuove leggi sul lavoro).

Ma c’è di più: è un bene per la società che, nei paesi in cui l’omosessualità è considerata un reato, i governi possano filmare e identificare due ragazze o due ragazzi che si baciano per strada convinti di non essere visti da nessuno? O che le minoranze perseguitate vengano sorvegliate in ogni loro spostamento? Se vogliamo un assaggio di come potrebbe essere un futuro di sorveglianza su vasta scala, non bisogna fare altro che guardare alla Cina.

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Esattamente un anno fa, hanno avuto grande diffusione le foto che mostravano una poliziotta cinese che indossava degli occhiali da sole dotati di una telecamera per il riconoscimento facciale. Uno strumento, stando a quanto dichiarato dalle forze dell’ordine della Repubblica Popolare, utilizzato nelle stazioni dei treni delle grandi città per identificare possibili fuggitivi o persone prive del permesso di viaggiare. In Cina, però, il riconoscimento facciale – implementato in oltre duecento milioni di telecamere di sicurezza – non viene usato solo per individuare criminali che si sono macchiati di peccati più o meno gravi, ma anche per scopi diversi.

L’incrocio che si trova a sud del ponte di Changhong della città di Xiangyang (sei milioni di abitanti) è estremamente trafficato e parecchio pericoloso per i pedoni che devono attraversarlo. Così, la scorsa estate, la polizia ha montato alcune telecamere per il riconoscimento facciale e un maxischermo. Le foto di chi infrange il codice della strada vengono da allora proiettate su questo schermo con tanto di nome e cognome. “Se vieni ripreso dal sistema e non vedi che il tuo volto è stato proiettato, potrebbero comunque vederlo i tuoi vicini o i tuoi colleghi e questo provocherà pettegolezzi sul tuo conto”, ha raccontato al New York Times una portavoce del Comune.

La stessa tecnologia viene utilizzata in alcuni uffici (tra cui quelli di Yitu, una startup di Shanghai che si occupa, manco a dirlo, di riconoscimento facciale) per monitorare costantemente il comportamento dei suoi dipendenti: quanto a lungo vanno in pausa, quanto sostano davanti alla macchinetta del caffè, quanto spesso vanno in bagno. In una scuola media di Hangzhou, invece, è stato montato un sistema in grado di controllare constantemente il livello di attenzione degli studenti, fornendo loro un punteggio visualizzato dagli insegnanti su display. Le vittime principali di tutta questa sorveglianza, in ogni caso, sono gli appartenenti alla minoranza religiosa degli uiguri, che vengono seguiti in ogni loro spostamento attraverso i droni del programma Dove, attivo nella regione dello Xinjiang (largamente popolata dagli uiguri).

Per ora, comunque, ci sono parecchi limiti pratici all’uso di questa tecnologia. Gli occhiali utilizzati dalla polizia nelle stazioni dei treni, per esempio, possono riconoscere le persone solo se rimangono ferme per qualche secondo mentre vengono inquadrate (ragion per cui risultano utili soprattutto per controllare chi viaggia con documenti falsi). Allo stesso modo, il database cinese delle persone sottoposte a sorveglianza (20/30 milioni di individui) è troppo vasto affinché questa tecnologia possa funzionare al meglio. Ma questi sono limiti che verranno sicuramente superati, soprattutto visto che le due startup più importanti di tutta la Cina – SenseTime, valutata 4,5 miliardi di dollari, e Megvii (3,5 miliardi) – rappresentano la punta di diamante del riconoscimento facciale a livello mondiale.

Il panopticon cinese, però, non deve far pensare che questa tecnologia stia venendo implementata solo da regimi autoritari: oltre al caso dell’Ungheria, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Australia e anche l’Italia (in cui si sospetta che siano state schedate 16 milioni di persone) stanno utilizzando sempre di più questo sistema di sorveglianza; mentre la politica ancora annaspa ed è in ritardo con le necessarie regolamentazioni. Come ha raccontato David Hunt, sviluppatore dell’algoritmo di image recognition Cainthus, “se non ti senti pericolosamente minacciato la prima volta che senti parlare del riconoscimento facciale, significa che non hai ancora capito di che cosa si tratta”.

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Un’altra super Luna? Una moda con poca scienza

Un’altra super Luna? Una moda con poca scienza

super luna

Pronti per la prossima superluna? L’appuntamento è per il 19 febbraio, e a leggere i numeri sarà di quelle da record. La più grande del 2019, una luna piena a poco meno di 356mila chilometri dalla Terra. Forse, però, è il caso di ammetterlo: l’annuncio inizia a non fare più l’effetto di una volta. Cosa cambia, in effetti, rispetto a qualunque altra luna piena dell’anno? Potremmo citare le solite statistiche, che parlano di una luna il 14% più grande e il 30% più luminosa del normale. Ma la verità è che la differenza si percepirà appena. Non perché la Luna non sia veramente al punto di distanza minimo dal nostro pianeta. Ma perché, come ripetono da tempo moltissimi astronomi, a occhio nudo la differenza è praticamente impercettibile. Non a caso, lo stesso concetto di super Luna non arriva dalla scienza: ad inventarlo infatti è stato l’astrologo Richard Nolle, e per motivi che poco o nulla hanno a che fare con la grandezza della Luna nel cielo notturno. Tanto hype, un po’ di pseudoscienza, e poco altro. Ma vediamo meglio perché.

Cos’è la super Luna
Iniziamo da un piccolo ripasso. Cos’è una super Luna? Se diamo retta alla definizione più diffusa, si tratta di una luna piena che occorre quando il nostro satellite è al perigeo, ovvero il punto in cui la sua orbita lo porta più vicino al nostro pianeta. L’orbita lunare è ellittica, e la sua distanza dalla Terra varia tra i 407mila chilometri circa dell’apogeo, o punto di massima distanza, e i 362mila circa (in media, il 19 saranno di meno infatti) dell’apogeo.

Sulla definizione esatta di super Luna, però, esiste una certa confusione. Quando l’astrologo Richard Nolle propose il termine, più di 30 anni fa, sulle pagine della rivista Horoscope, una super Luna doveva essere una luna piena o una luna nuova (quando la luna è completamente in ombra) che avviene quando il satellite è entro il 90% della sua distanza minima dal nostro pianeta. E non è difficile capire dove nasca la differenza, se si pensa al motivo per cui nasce la definizione di Nolle.

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Sizigia
La scelta di coniare un nuovo termine nasceva infatti dall’esigenza di rendere più pop il concetto di sizigia, un termine che risale all’antica grecia e si riferisce a una qualunque allineamento tra tre corpi celesti. Un concetto di particolare interesse per l’astrologia, perché, per chi ci crede, gli allineamenti celesti tendono ad avere effetti importanti sulle sorti umane. Parlando della Luna, sia la luna piena che la luna nuova sono esempi di sizigia perché accadono quando Terra, Sole e Luna sono allineati. E trattandosi di un allineamento che riguarda il corpo celeste più vicino al nostro pianeta, i suoi effetti sono particolarmente importanti, almeno a detta di Nolle: l’azione combinata dell’attrazione gravitazionale del Sole e della Luna si farebbe sentire sia su di noi, che sul pianeta.

Non solo con moti di marea particolarmente accentuati. Ma anche con perturbazioni meteo estreme, e persino terremoti, maremoti, e altri eventi catastrofici. Almeno a detta di Nolle: la scienza non ha mai dimostrato che la posizione della luna sia effettivamente in grado di influenzare la sismicità del nostro pianeta, ed è quanto meno improbabile che possa farlo in modo catastrofico. Per l’astrologo Nolle invece si tratta di un fenomeno estremamente reale, tanto che andando a guardare molti dei grandi terremoti e maremoti dell’ultimo secolo, sarebbero avvenuti più o meno negli stessi giorni di una super Luna. Poco importa se di simili allineamenti celesti ne avvengono fino a sei nel corso di un anno, e ci siano quindi ampie possibilità che si presentino in concomitanza di una qualche catastrofe. Per l’astrologo è questa capacità distruttiva a rendere le superlune tanto interessanti. E a guardar bene, è stata proprio una simile coincidenza a rendere famoso il termine a diversi decenni dalla sua invenzione.

Fukushima
L’11 marzo 2011 un terremoto, seguito da un tremendo tzunami, provocarono una delle peggiori tragedie che abbia mai colpito il Giappone: il disastro nucelare di Fukushima. Caso volle che la settimana seguente arrivò anche una luna piena al perigeo, un particolare che non manco di sollevare un certo interesse. Di colpo, “super Luna” capeggiava nei titoli di moltissimi quotidiani di tutto il mondo, un’improvvisa celebrità che ci ha lasciato in eredità un nuovo fenomeno astronomico imperdibile. E basta un’occhiata ai grafici di Google Trends per accorgersi di come l’hype per la super Luna si ripresenti puntuale più o meno ogni anno, ma solo a partire dal 2011.

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Cosa cambia davvero
Benché la fama delle super Lune sia frutto del caso, e delle mode, si tratta pur sempre di un fenomeno fisico reale. E allora perché gli astronomi non l’hanno mai considerato particolarmente interessante? Come spiega in un articolo di qualche anno fa l’astronoma Tanya Hill, dell’Università di Melbourne, il problema delle superlune è che non sono poi tanto diverse da qualunque altra luna piena. Almeno per chi si trova ad osservarle ad occhio nudo. Tra l’apogeo e il perigeo luna c’è infatti una differenza di appena 50mila chilometri. La super Luna quindi appare sì più grande e brillante per via della minore distanza, ma la differenza è veramente minima.

Per spiegarlo, l’esperta fa un esempio pratico. Se vi trovaste a osservare la luna di notte, stendeste un braccio e sollevaste un mignolo, vedreste che questo coprirebbe quasi perfettamente il satellite all’interno del vostro campo visivo. Sia la luna piena che il mignolo avrebbero per voi un diametro di 30 minuti d’arco. Nello stesso esempio, una super Luna risulterebbe più grande di poco meno di cinque minuti d’arco rispetto a luna piena tradizionale, e questo per l’osservatore si tradurrebbe in un aumento di dimensioni paragonabile allo spessore di un’unghia. Troppo poco per essere apprezzato da chiunque, a parte forse i più assidui osservatori.

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Carnevale di Venezia, le leggende della città lagunare

Carnevale di Venezia, le leggende della città lagunare

(Photo by DeAgostini/Getty Images
(foto: DeAgostini/Getty Images)

Il 16 febbraio ha il via il Carnevale di Venezia, uno dei più noti al mondo. La tradizione è cominciata nell’XI secolo, diventando festa pubblica a partire dal 1296. La popolarità dell’evento andò crescendo, e si racconta che il massimo splendore del carnevale sia stato raggiunto nel XVIII secolo, quando durava addirittura sei mesi, differenza di quello moderno (che nel 2019 termina il 5 marzo).

In realtà questo non è esatto: a Venezia era normale che si indossassero le maschere per periodi molto più prolungati della festa stessa, di durata definita per decreto, e la moda riguardava tutte le classi sociali. Ma non significa che la città fosse in festa in per metà dell’anno e oltre, anche se un visitatore poteva avere quell’impressione. Ecco una prima piccola leggenda su Venezia. Ma la città, tra luoghi infestati, vampiri e cannibali spicca per la varietà del folklore, persino rispetto all’invidiabile patrimonio leggendario (antico e moderno) nazionale.  Mentre le calli si riempiono di maschere, ricordiamo alcune delle leggende della laguna.

Un vampiro a Venezia
Il film Nosferatu a Venezia (1988) probabilmente oggi è noto solo a veri cinefili. Seguito, ma solo per nome e protagonista, del più celebre remake di Nosferatu (1979), racconta che l’ultima apparizione del vampiro è stata nel 1786 durante il Carnevale di Venezia, e la tomba si troverebbe proprio in città. Una seduta spiritica rievocherà Nosferatu, sempre durante il carnevale, e si cercherà di farlo tornare nella tomba. Ma Venezia lo ha avuto davvero un vampiro, più o meno. Tra il 2006 e il 2008, durante gli scavi archeologici nell’isola del Lazzaretto Nuovo, l’antropologo forense Matteo Borrini ha trovato uno stupefacente reperto. I resti di una donna alla quale, post-mortem, era stato infilato in bocca un mattone: si trattava forse del tentativo di rendere innocua una vampira?. La leggenda dei vampiri, storicamente molto più varia e complessa di quella dell’immaginario narrativo e cinematografico, è molto legata alle epidemie.

Wired ha già raccontato, per esempio, della tubercolosi, in questo caso invece si trattava di peste. La malattia colpì più volte Venezia nel Medioevo e nel Rinascimento, e la cosiddetta vampira era una vittima dell’epidemia del 1576. Come in altre epidemie che colpirono Vecchio e Nuovo mondo, il presunto vampiro non era altro che un cadavere in decomposizione. Questo processo era allora misterioso quanto le cause dell’epidemia stessa, e quando si scopriva un cadavere che, per esempio, era giudicato non abbastanza decomposto, con del sangue attorno alla bocca, o con altri segni, c’era la prova che si trattava di un non-morto da esorcizzare in qualche modo, anche perché diffondeva il contagio.

Non tutti però sono d’accordo con l’interpretazione vampiresca del reperto. Nel 2012, in un commento alla ricerca pubblicata nel 2010 su Journal of Forensic Sciences, tre ricercatori suggeriscono una spiegazione più prosaica: il mattone non è stato infilato intenzionalmente nella bocca del cadavere da qualcuno, ma ci sarebbe finito durante il processo tafonomico, cioè il rimodellamento del reperto nei secoli. Altri mattoni, infatti, sono ben visibili nel sito. Vampiri o non vampiri, le epidemie veneziane di peste ancora oggi sono, in un certo senso, esorcizzate con il carnevale stesso. La maschera del medico della peste, col lungo becco, si ispira all’indumento inventato nel XVII secolo. Il becco era riempito con spezie e odori, che avrebbero dovuto proteggere dal contagio chi la indossava.

La colonna perduta
Ci sono due colonne all’entrata di piazza San Marco a Venezia. Su una c’è il leone alato simbolo del Patrono, sull’altra San Todaro. Una superstizione locale invita a evitare di attraversare le due colonne, ma esiste un’altra leggenda: quelle colonne dovevano essere tre, non due. Arrivate dall’Oriente, una sarebbe caduta in acqua durante lo sbarco. Da qualche anno si parla di un’iniziativa privata, il progetto Aurora, che ottenuto il via libera dalla Sovrintendenza dovrebbe tentare di ritrovarla. Per il momento tuttavia, la terza colonna è considerata più mito che realtà.

Le fonti disponibili, per quanto datate, sarebbero state scritte dopo i presunti eventi, e non possono essere considerate una pistola fumante. Lo storico Davide Busato nota che anche la data di innalzamento delle colonne presente nelle cronache sarebbe sbagliata, due o tre che fossero le colonne. Lo stesso ricercatore Nicola Baratto, che fa parte del progetto Aurora, ha raccontato ad Atlas Obscura che non esistono prove storiche e scientifiche che supportino l’esistenza della terza colonna, così come rimane incerta la storia delle altre due. Ma il mito, sentito da secoli nella città, è in sé qualcosa di interessante da studiare. E chissà se, colonna o no, l’indagine non possa portare ad altri reperti interessanti per la storia della città.

L’isola più infestata del mondo
Diversi edifici della laguna hanno una fama soprannaturale, ma esiste un’intera isola, Poveglia, che si è guadagnata la fama di isola più infestata del pianeta. La cosa interessante è che questa fama è stata sostanzialmente costruita a tavolino negli ultimi anni, e non c’entrano i veneziani. Il giornalista Riccardo Bottazzo spiega che Poveglia è sempre stato per i locali un posto del tutto tranquillo, nemmeno i libri specializzati in luoghi misteriosi avevano mai nominato l’isola. Ma nel luglio del 2017 cinque giovani acchiappafantasmi del Colorado, spaventati a morte, sono stati soccorsi sull’isola dai vigili del fuoco.

Da quando la tranquilla Poveglia è diventata meta per cacciatori di brividi? Da quando, spiega Bottazzo, alcuni autori di pseudo-documentari hanno fatto un minestrone del folklore locale e lo hanno riversato proprio sulla innocente Poveglia condendolo con totali invenzioni. Prima è successo nel 2001, con la serie Scariest Places on Earth, poi nel 2009 col documentario britannico Death in Venice e, soprattutto, con la famigerata serie statunitense Ghost Adventures. Ed ecco servito il mito dell’isola più infestata del mondo. Scrive Bottazzo:

“Ci siamo sbarcati tutti da ragazzini, alla ricerca di avventure alla Stevenson, a bordo del nostro primo cofano, l’equivalente lagunare del motorino. Più avanti con l’età, Poveglia è tappa obbligatoria per grigliare branzini in compagnia di amici e saltare i peoci raccolti in apnea ai piedi della bricole.  Ma che l’isola fosse zeppa di fantasmi inquieti… nessuno se lo immaginava.”

Biasio il luganegher
Tornando alle vere leggende di Venezia non si può non ricordare quella di Biasio il luganegher. La luganega è un tipo di salsisccia, e il nostro Biasio, o Biagio, detto Carnico perché originario della Carnia, sarebbe stato appunto un macellaio vissuto nel ‘500. La sua popolarità è dovuta al fatto che aveva gusti particolari in fatto di ricette. Popolarissimo era il suo sguazzetto, una specie di zuppa preparata con frattaglie, finché un giorno un avventore non trovò nella sua scodella il ditino di un bimbo.

Negli stessi anni si erano verificate ripetute sparizioni di bambini, e infatti quando le autorità piombarono nella bottega di Biasio, a Santa Croce, trovarono le prove inconfutabili che il famoso piatto era arricchito con carne umana. E chissà, forse era proprio per quello che era così ricercato. Biasio sarebbe stato messo a morte, non prima di essere stato a sua volta macellato con la tortura (taglio della mani, squartamento, decapitazione).

Nei Registri dei giustiziati esiste il nome di Biasio, e la Riva di Biasio, chiamata ancora oggi così, si riferirebbe proprio a quel serial killer del Cinquecento. Per quanto ancora molto sentita, quella di Biasio rimane una leggenda. I riferimenti nei registri sono infatti successivi ai presunti eventi, e spesso fissavano su carta leggende metropolitane dell’epoca. Anche la Riva di Biasio, in realtà, era chiamata così da prima delle gesta del mitico macellaio. Come hanno spiegato Sofia Lincos e Giuseppe Stilo del CeRaVolc, la storia di Biasio il luganegher appartiene a una famiglia di leggende complessa ma ben riconoscibile, che spazia dal medioevo ai giorni nostri: quelle dove la carne umana è cucinata/lavorata alla maniera delle altre e somministrata a ignari consumatori.

Le gondole arcobaleno
In conclusione vale la pena parlare di un pesce d’aprile, se non altro per ricordarci di quando era ancora possibile ridere delle bufale dei media. Le gondole di Venezia oggi sono quasi tutte nere, ma non è sempre stato così. Si dice che il colore sia diventato tale dopo un’epidemia di peste, in segno di lutto, ma è un’altra leggenda. Il vero motivo è che nel XVI secolo si è voluto regolamentarne l’aspetto all’insegna della sobrietà, visto che si era scatenata una specie di gara a chi aveva la gondola più appariscente.

Ma chi ha detto che debba ancora essere così? Come racconta Museum of Hoaxes, il primo aprile del 1995 Il Gazzettino di Venezia annunciò che l’amministrazione comunale aveva deciso di abbandonare il nero, tutte le gondole avrebbero dovuto essere colorate, e magari anche decorate con ghirigori. La decisione sarebbe arrivata in seguito a una ricerca di mercato per andare incontro ai gusti dei turisti. Nell’articolo si raccontava che la cittadinanza era invitata ad ammirare una nuova gondola arcobaleno in mostra nel Canal Grande. Ciliegina sulla torta, le gondole avrebbero potuto essere sponsorizzate, e la prima azienda a griffare una gondola sarebbe stata Benetton.

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In Vietnam c’è un ponte dorato sorretto da due mani giganti

In Vietnam c’è un ponte dorato sorretto da due mani giganti

Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam
Cau Vang, il ponte d’oro sorretto da mani giganti di Da Nang, in Vietnam

Una passerella dorata sorretta da due gigantesche mani di pietra, che si affaccia direttamente sulla rigogliosa natura di una vallata. Hanno fatto il giro del mondo le immagini di quello che il Vietnam ha già battezzato Cau Vang, un ponte dorato che si estende per circa 150 nei pressi della città di Da Nang. Un’opera tanto imponente quanto suggestiva, parte integrante di un progetto di riqualificazione turistica della zona che porterà a un investimento complessivo di oltre 2 miliardi di dollari.

Il ponte pedonale in questione è composto da 8 sezioni ed è sospeso a un’altezza di 1.400 metri sui giardini Thien Thai, presso il Bà Nà Hills resort. Le grandi mani in pietra che lo sorreggono sembrano appartenere a un qualche antico gigante addormentato nel fianco della montagna, e questo le ha già fatte diventare un’attrazione iconica, in grado di scatenare la fantasia di adulti e bambini. In attesa del prossimo viaggio in Vietnam, allora, è possibile il Cau Vang in tutta la sua bellezza sfogliando le fotografie nella nostra gallery.

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Dance your Phd 2019, il vincitore parla (in modo divertente) di superconduttori

Dance your Phd 2019, il vincitore parla (in modo divertente) di superconduttori

Giunto ormai alla sua 11esima edizione, l’ormai famoso contest dell’American Association for the Advancement of Science e ScienceDance Your PhD, in cui gli scienziati di tutto il mondo si sfidano per spiegare le loro ricerche attraverso una coreografia divertente, ha decretato il suo vincitore. Ad aggiudicarsi la medaglia d’oro quest’anno è Pramodh Senarath Yapa, un fisico dell’università di Alberta a Edmonton (Canada), che attraverso un video ha spiegato il tema della sua ricerca: gli elettroni che vagano attraverso un materiale superconduttore.

Dopo 6 settimane di duro lavoro, tra prove di coreografia e composizione dei testi, Yapa ha battuto 50 concorrenti provenienti da tutto il mondo e convinto sia da un punto di vista scientifico che artistico la giuria composta scienziati, artisti ed educatori. Vincendo così il Dance Your PhD 2019, un premio del valore di mille dollari e, naturalmente, la fama imperitura. “La superconduttività si basa su elettroni solitari che si accoppiano quando vengono raffreddati al di sotto di una specifica temperatura”, ha spiegato Yapa. “Una volta che ho iniziato a pensare agli elettroni come persone poco socievoli che improvvisamente diventano gioiose una volta accoppiate, immaginarli come ballerini è stato un gioco da ragazzi!”.

Oltre al primo premio, il contest offre altri premi, suddivisi in quattro grandi categorie: biologia, chimica, fisica e scienze sociali. La coreografia degli elettroni di Yapa, oltre ad aggiudicarsi la medaglia d’oro, ha vinto anche per la categoria fisica.

La vincitrice della categoria di biologia invece è stata Olivia Gosseries, che nell’Università di Liegi, in Belgio, ha condotto il suo dottorato di ricerca sulla stimolazione cerebrale. Ecco il suo video, Misurare la coscienza dopo un danno importante usando la stimolazione cerebrale.

Il vincitore per la categoria di chimica è Shari Finner che all’Università tecnologica di Eindhoven, nei Paesi Bassi, ha condotto la sua ricerca basata sulla teoria della percolazione, ovvero il lento movimento di un fluido attraverso un materia poroso, e sulla conduzione delle materie plastiche.

Infine, Roni Zohar del Weizmann Institute of Science, Israele, è il vincitore della categoria Scienze sociali, con il suo video Movimenti come un aiuto per imparare concetti di fisica.

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5 gatti dei fumetti

5 gatti dei fumetti

Il 17 febbraio si celebra la giornata mondiale dei gatti: una ricorrenza informale dedicata ai nostri amici a quattro zampe, che da sempre ci deliziano con fusa, sveglie mattutine e… divani rovinati. Ce ne sono di belli e di brutti, richiedono cure e attenzioni, ma in cambio donano molto, moltissimo affetto. Hanno conquistato non solo le nostre case, i nostri meme e i canali YouTube, ma anche i fumetti.  Ricordiamo anche noi gli amici felini e i loro più famosi rappresentanti (non troppo antropomorfi) nel mondo dei comics.

5. Gatti!, di Frederic Brremaud e Paola Antista

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Gatti! è una deliziosa raccolta di storielle brevi, tavole autoconclusive che ritraggono momenti di vita quotidiana di un gruppo di amiche e tre gatti: Pompelmo, Bouboule e Imnopet. Non ci sono avventure straordinarie, né fenomeni paranormali: solo scenette note più o meno a tutti coloro che abbiano mai convissuto con un felino. Caratterizzate dai disegni quasi disneyani di Paola Antista, che ricordano da vicino Monster Allergy e riescono a infondere personalità nei mici protagonisti senza troppo antropomorfizzarli. Edito da ReNoir Comics in 2 volumi, con il terzo in uscita a marzo (96 pp, 12,90 euro cad.).

4. Simon’s cat, di Simon Todfield

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Il gatto di Simon nasce come fenomeno del web nel 2008, grazie a delle brevi animazioni che spopolano su YouTube e sui social network, diventando una serie di successo. Inutile dire che il gatto pasticcione, pigro, goloso e miagolante diventa presto un fumetto. Le sue avventure lo vedono alle prese con un riccio inafferrabile e dolorosamente appuntito, un uccellino insopportabile e provocatore, e ovviamente il padrone Simon, oggetto delle angherie del felino (soprattutto se affamato). In Italia sono uscite varie raccolte di strisce, incluso Il grande libro di Simon’s cat (Tea Libri, 400 pp, 15 euro).

3. Il gatto del rabbino, di Joan Sfar e Brigitte Findakly

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Il gatto di un rabbino di Algeri si pappa un pappagallo, acquisendo così il dono della parola. Un miracolo? All’apparenza sì, almeno fino a quando il gatto inizia a sproloquiare, raccontare bugie, insultare gli ospiti e portare sulla cattiva strada la figlia del rabbino, la bella Zlabya. Dinanzi a tanta insolenza, il religioso non ha che una soluzione: insegnare le sacre scritture al gatto, convertirlo, e farlo diventare un buon ebreo. Una storia magica, ambientata nell’affascinante Algeri dell’inizio del XX secolo, da cui è stato tratto anche un riuscito film d’animazione del 2011. Il fumetto è edito in Italia in volumi da Kappa Edizioni nella collana Altrimondi (4 vol., 48-52 pp, 15 euro cad.).

2. Chi, casa dolce casa, di Kanata Konami 

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Tra tutti i gattini a fumetti, Chi è forse il più dolce in assoluto. Un piccolo cucciolo indifeso si ferma per qualche istante a osservare un uccellino; gli basta tanto per perdere prima la sua mamma, e poi anche la strada di casa. Per fortuna, incontrerà un bambino, Yohei Yamada, e verrà adottato dalla sua famiglia. Le sue storie, brevissime, si intrecciano con il vissuto di casa Yamada, mostrando delle slice of life e i problemi di un gattino domestico: il bagnetto, le regole condominiali, le lotte furibonde con i lacci delle scarpe. La raccolta completa è edita in 12 volumi da Panini Comics (168-176 pp, 12 euro cad).

1. Garfield the Catdi Jim Davis

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Ed eccolo, il gatto più famoso delle strisce umoristiche, l’arancione e grasso Garfield: pigro, amante delle lasagne, è la versione cinica e nichilista di Snoopy. Le sue strisce hanno ispirato innumerevoli imitatori, ma anche parodie curiosamente filosofiche come Garfield minus Garfield  (dove il felino arancione è rimosso dalle strisce, lasciando il padrone Jon impegnato in monologhi privi di conclusione) o le abominevoli versioni retro-gaming-horror di Will Burke e LumpyTouch. Le strisce di Garfield sono state raccolte in Italia in diversi formati nel corso degli anni, tra cui alcune antologie fuori catalogo come Il ritorno di Garfield (Oscar Mondadori, 281 pp, 12 euro), ma il modo migliore per gustarsele resta il web.

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7 film che provano che Hollywood non è in grado di adattare i manga

7 film che provano che Hollywood non è in grado di adattare i manga

Ogni singola volta che il cinema americano ha provato ad adattare un manga ha fallito sia commercialmente che nel gradimento del pubblico. Nonostante gli americani siano maestri nell’adattare materiale straniero (e oggi anche più di ieri) tempi e segreti dei fumetti giapponesi continuano a sfuggir loro regolarmente.

L’americanizzazione di Alita: angelo della battaglia, nelle sale da questa settimana, è l’ultimo esempio e forse il più decente di quanta fatica il tratto nipponico imponga al cinema americano. Per tradurlo, infatti, è necessario annullarne diverse componenti che a Hollywood non sanno trattare per scuola, tradizione e gusto. Per tradurlo in maniera fedele ed efficace, infatti, il cinema americano dovrebbe rinunciare a troppe delle sue caratteristiche, in primis la sua estrema chiarezza (che mal si sposa con l’astrazione di molte trame nipponiche, spesso molto evocative). Oppure la tendenza hollywoodiana a schematizzare e semplificare i conflitti, là dove l’animazione nipponica ha dato prova di trionfare sfumando i contorni dei ruoli e delle posizioni. Senza contare poi la difficoltà nel replicare l’immaginario disturbante tramite il quale l’animazione nipponica spesso si esprime.

Nella storia di Hollywood i film che hanno seriamente provato ad adattare un manga prima di Alita sono sette e ognuno di essi è sbagliato per una ragione diversa.

7. Guyver: Dark Hero
Con questo titolo così esplicativo, il cinema americano non propriamente di serie A ha adattato Guyver nel 1995. Dietro c’è Steve Wang, un truccatore diventato filmmaker di serie B, e il risultato sta a metà tra Ultraman e Tartarughe Ninja quanto a plausibilità. Il problema, specie negli anni ‘90, è che il fumetto giapponese trabocca di abiti, tute, look e ambienti dal design stranissimo e spesso così espressionista da non poter essere reso nella realtà. In parole povere, costruire davvero certi costumi è un’impresa perdente. A prescindere.

6. Dragonball Evolution
Forse il peggior adattamento di sempre di un manga (ma anche il peggiore in assoluto). Dragonball Evolution ha tutti i difetti che si possono immaginare in un film, in più ha una caratteristica che si ritrova spesso in tanti adattamenti mal riusciti: sembra non conoscere il materiale di partenza. Come se fosse stata data solo una lettura rapida al manga, il film non sbaglia solo tutto il comparto visivo, la plausibilità e l’astrazione ma anche i temi al centro della storia, sostituendoli con altri più banali. Solo l’adattamento americano di Dylan Dog rivaleggia forse con questo quanto a sbagliato. Ma questo vince.

5. Oldboy
Prima di essere un film coreano Oldboy era un fumetto giapponese. Il fatto che sia stato rifatto due volte in due paesi diversi dà la misura delle difficoltà americane. Affidato ad un cineasta personale come Spike Lee, che ha faticato ad indossare quelle scarpe, l’Oldboy americano non riesce a comprendere i personaggi e il conflitto alla base di tutto non gli appartiene mai. Se Park Chan-Wook l’aveva fatto proprio, trasformandolo in qualcosa di personale, Spike Lee non lo sente e cerca semplicemente di mettersi al servizio della produzione ma il risultato è eseguito senza nessun’anima.

4. Speed Racer
Forse il migliore tra gli adattamenti americani: folle, colorato, esagerato, pieno di soluzioni prese dai videogiochi, ma molto autoironico e originale. Non gioca in difesa, non ha paura del materiale di partenza, ma evidentemente lo padroneggia. Le Wachowski guardavano e conoscono Speed Racer, se ne sono fatte un’idea e ne hanno tratto spunti. Il punto allora è che i personaggi non sono niente di quel che erano, il cinema americano infatti si fonda su altri conflitti rispetto alla narrazione giapponese.

3. Death Note
Adam Wingard non voleva fare gli errori degli altri e ha deciso di adattare sul serio la storia di Death Note, prendendone lo spunto molto forte, e immaginando come potrebbe svolgersi in America. Il risultato è un buon teen movie dell’orrore che tuttavia suona sempre un po’ strano, perché l’animismo nipponico (con i suoi demoni, come ragionano e come si rapportano agli umani) non ha niente a che vedere con il nostro. A questo si aggiunge che i rapporti tra adolescenti il cinema americano non li racconta con il pudore di quello giapponese, e questo cambio crea diverse frizioni in una storia nata per essere fondata sul tipico scontro tra adolescenti potentissimi.

2. Fist Of The North Star
L’impossibile è accaduto. Con pochissimo budget e in un’era pre-grafica computerizzata in America hanno cercato di creare un film di serie B da Ken il guerriero. Il risultato è un trionfo di fondali finti e pessimo dialogo. Quello che però uccide tutto e di fronte al quale viene subito voglia di spegnere è la maniera in cui sono resi i combattimenti. Il marchio di fabbrica della serie di Buronson e Tetsuo Hara, riportato in un’ottica dal vero è intollerabile. La velocità non può essere resa senza effetti comici, la drammaticità della morte non può esistere se tutti sembrano ridicoli. Da noi è stato visto per la prima volta nel 2014 su Rai 4.

1. Ghost In The Shell
Doveva essere il film che avrebbe redento il genere e invece ha confermato il dramma. Nonostante sia uno degli adattamenti più pensati, ben finanziati e prodotti meglio visti fino a oggi, Ghost In The Shell si scontra con un originale folle. L’anime di Mamoru Oshii da cui il film pesca a piene mani è un delirio di narrazione sconnessa e poco chiara (che il cinema americano non può permettersi), in cui ciò che è evocato è più importante di ciò che si capisce. Soprattutto gli americani fanno gran fatica ad adattare per il proprio pubblico il conflitto tra spirito e macchina come lo scrive e concepisce la società giapponese. Il risultato è che Ghost In The Shell pensa di essere molto sofisticato e profondo, al pari dell’originale, quando in realtà è solo ingenuo.

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Sicurezza informatica, chi dovrà certificare i suoi prodotti dagli attacchi cyber?

Sicurezza informatica, chi dovrà certificare i suoi prodotti dagli attacchi cyber?

Cybersecurity (Getty Images)
Cybersecurity (Getty Images)

Pisa – Il conto alla rovescia è iniziato. Tra un mese circa, tra l’11 e il 14 marzo, è fissato in agenda il voto finale del parlamento europeo sul Cybersecurity act, il provvedimento che imposta una politica comune sulla sicurezza informatica. A quel punto la Commissione europea, come spiega Domenico Ferrara della direzione generale Connect a Itasec, la conferenza italiana sulla cybersecurity, stringerà i tempi perché le nuove regole entrino in vigore tra aprile e maggio, prima della chiamata alle urne, e in modo che siano pienamente operative per la fine del 2019.

Il Cybersecurity act si articola in due parti. La prima rafforza il mandato dell’Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione (Enisa), che avrà un ruolo diretto nella prevenzione e nella difesa dagli attacchi hacker allo spazio comune, coordinando le operazioni degli Stati membri. La seconda traccia le regole e gli standard con cui valutare se prodotti e servizi informatici in vendita nell’Unione europea sono sicuri e certificarli una volta sola in tutto lo spazio comune.

E questo secondo passaggio ha fatto drizzare le antenne alle aziende. Chi dovrà sottoporsi all’esame degli enti certificatori? E come? “Il sistema è complesso”, ha ammesso a Itasec Steve Purser, a capo del dipartimento per le operazioni chiave di Enisa.

Prodotti sotto esame
Alla base c’è il cosiddetto cybersecurity certification framework. Ossia le regole fondamentali per scrivere, in una seconda fase, lo schema di certificazione di ciascun prodotto o servizio. Una sorta di cassetta degli attrezzi da cui pescare, di volta in volta, gli strumenti necessari per costruire gli standard specifici, per esempio per un sensore, uno smartphone o un software di sicurezza informatica.

Sarà la Commissione europea ad assegnare i mandati a Enisa sui prodotti o i servizi da certificare. A quel punto l’agenzia stenderà le bozze degli schemi, consulterà gli organismi di certificazione degli Stati membri (come l’italiano Ocsi), aziende e altri operatori, dopodiché sottoporrà il documento definitivo a Bruxelles, a cui spetterà accendere il disco verde. Enisa dovrà negoziare su due tavoli. Il primo è quello a cui siederanno i portavoce degli Stati membri. Il secondo quello delle aziende. Ma non hanno uguali poteri: la voce della politica vale più di quella dell’industria. “Mi aspetto dei problemi”, riconosce Pursen: “Abbiamo bisogno di sistemi di voto e di arbitrato. L’obiettivo è di stimolare il mercato”.

Libera scelta
Ma questo non è l’unico nodo da sciogliere. Il secondo riguarda la volontarietà. La certificazione non sarà obbligatoria, benché abbia valore in tutta la Ue. Una strategia per abbattere i costi delle aziende, che altrimenti, come succede oggi, sono costrette a sottoporsi a un esame stato per stato. Per Bruxelles le aziende saranno stimolate a certificarsi, per una questione di risparmio e di immagine. Potranno rivendere sul mercato il bollino di qualità, è la tesi. Da dimostrare sul campo.

I costi dipendono dai laboratori. “Toccherà agli Stati fare un inventario dei centri di certificazione che potranno accreditare questi prodotti e servizi”, spiega Ferrara. E il bollino non è eterno. “Il certificato dimostra che un prodotto è sicuro? No. Riconosce che quanto è stato testato risponde ad alcuni criteri. La certificazione non risolve tutto, benché aiuti”, afferma Pursen. Per Luigi Rebuffi, segretario generale dell’Organizzazione europea per la cybersecurity (Ecso), “serve un approccio dinamico. La certificazione è data in un certo omento, il giorno dopo esce uno zero day exploit (un tipo di attacco a una vulnerabilità informatica, ndr) e tutto salta”.

Di contro, anche non definire degli standard comuni ha un costo. Enisa e la società di consulenza McKinsey hanno calcolato che rinunciare alla sicurezza informatica come leva economica potrebbe costare fino a 640 miliardi di mancate opportunità di business.

Gli standard nazionali
In aggiunta al bollino europeo, anche l’Italia introdurrà la sua certificazione. Lo prevede il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri del 17 febbraio 2017, il cosiddetto decreto Gentiloni (dal cognome dell’allora primo ministro), che delinea la strategia della cybersecurity. Al ministero dello Sviluppo economico (Mise) sarà istituito un Centro nazionale di valutazione e certificazione (Cnvc). Uno dei tasselli del piano per alzare le difese contro gli attacchi hacker evidenziati dal vicedirettore del Dipartimento per le informazioni sulla sicurezza, Roberto Baldoni.

Il Cnvc sarà dotato di “un laboratorio interno per analizzare prodotti hardware e software e si appoggerà anche a centri esterni accreditati”, ha anticipato a Itasec Rita Forsi, dirigente generale all’Istituto superiore delle comunicazioni e delle tecnologie (Iscom) del Mise. “L’avvio è imminente”, ha aggiunto.

Chi si dovrà accreditare? Il decreto identifica “le infrastrutture critiche”, come, per esempio, la rete elettrica, ma anche quelle “strategiche”. Etichette a cui dare nomi e cognomi. Per questo Forsi ha ipotizzato che “il centro avrà un’attività progressiva”, con un “programma di partenza delle certificazioni in base alla gravità della minaccia”.

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Sulle tracce di Jonap, la botnet che incastra gli hacker della Corea del nord

Sulle tracce di Jonap, la botnet che incastra gli hacker della Corea del nord

Hacker (Getty Images)
Hacker (Getty Images)

E guerra sia: gli Stati Uniti, con una pervicacia così mai ostentata nel settore della sicurezza digitale, hanno dichiarato di voler ricostruire e quindi annientare una botnet che si sospetta essere legata alla Corea del Nord. Ma cosa c’è di strano in questa decisione e cosa rappresenta, agli occhi di tutto il mondo? Per capirlo, occorre fare un passetto indietro. Innanzitutto: cos’è una botnet?

Puntare alla massa critica
Dovete sapere che quando si sferra un attacco digitale di grande portata occorrono molti, moltissimi, computer. Migliaia, decine se non centinaia di migliaia di computer. Nessun criminale informatico dispone di una simile quantità di dispositivi, così si ricorre a un espediente: infettare un gran numero di computer e assoggettarli al proprio volere, a insaputa dei legittimi proprietari. Tanto che i computer infetti, a quel punto, prendono il nome di “zombie” ed eseguono i comandi dei criminali digitali.

Questa massa di apparecchi infetti rappresenta proprio una botnet. Che ha di certo il vantaggio della quantità di computer a disposizione di chi attacca, ma anche quello di rendere difficilmente rintracciabili gli autori del misfatto. Perché, alla fine, chi si sporca davvero le mani, anzi i chip, sono gli “zombie”. È possibile effettuare un’analisi a ritroso, ma è un’operazione difficile e dagli esiti incerti, a mano di poterci investire molto tempo e molto denaro. Risorse che sono nelle disponibilità solo di un governo, e per giunto di un paese ben dotato dal punto di vista economico e tecnologico. Per esempio gli Stati Uniti. E così eccoci al dunque.

Porte aperte all’attacco
Nel 2015 impazza in rete il malware Brambul. Tecnicamente si tratta di un worm che si diffonde per internet andando a caccia di indirizzi Ip casuali, e dunque di computer da infettare. Il suo funzionamento è piuttosto semplice: sfrutta un errore di programmazione di Windows e dei dati di accesso banali (del tipo “administrator” come nome utente e “password” come password) per accedere al sistema. Nel caso ci riesca, infila nel computer un altro software. Si tratta di Jonap ed è un Remote access tool (Rat), cioè un programmino che passa il controllo dell’elaboratore a un criminale informatico, senza che il proprietario del sistema si accorga di nulla. Così, per esempio, il malintenzionato può dirottare le risorse del computer infetto verso le vittime designate.

Insomma, né più né meno di uno di quei “zombie” di cui abbiamo parlato. Solo che la botnet di cui entra a far parte, che prende il nome proprio di Jonap, in questo caso specifico è molto estesa e sfrutta un altro trucchetto per mascherare i propri autori. Anziché mettere in contatto diretto zombie e criminali, con un meccanismo chiamato C&c (command & control), utilizza un sistema P2p (peer-to-peer). Qualcosa di simile alla tecnologia che sta alla base di servizi quali torrent o del dark web. Per questo motivo, sebbene sia ormai semplice individuare la presenza di Jonap in un computer, e quindi eliminarlo, fino a oggi era quasi impossibile risalire a chi lo controllava. Fino a oggi, poiché gli Stati Uniti hanno deciso di vederci chiaro.

Caccia difficile, ma possibile
Per raggiungere lo scopo, Fbi e Air force office of special investigations (Afosi) hanno infettato alcuni computer, facendoli entrare a far parte della botnet, e raccogliendo così parecchie informazioni utili a ricostruire la sua struttura. Il fatto, poi, che nel frattempo buona parte dei computer colpiti sia stata ripulita dai software antivirus, ha agevolato gli investigatori, poiché i sistemi ancora attivi riducono la rete malevola. Quindi risalire alla sua origine è più semplice. Così, raccogliendo indirizzi Ip, numero di porte, date e orari, gli investigatori stanno risalendo la corrente e dovrebbero arrivare alla sorgente in breve tempo. I sospetti, in realtà, ci sono già e sono ben circostanziati.

parkNel settembre del 2018, sfruttando una tecnica simile, erano riusciti a scoprire che dietro ai noti attacchi hacker a Sony, in concomitanza con l’uscita del film The Interview, e la campagna a base di ransomware WannaCry, si celava il programmatore nordcoreano Park Jin Hyok. A legarlo a questa nuova indagine c’è il fatto che nei computer delle sue vittime sono stati rilevati anche Brambul e Jonap. Il che farebbe rientrare la botnet Jonap tra gli strumenti per gruppo criminale Hidden Cobra, che si pensa essere finanziato dal governo della Corea del Nord. La soluzione di questo nuovo caso potrebbe essere vicina.

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Rancore: “Finché ci saranno persone che saboteranno le regole, la musica si evolverà”

Rancore: “Finché ci saranno persone che saboteranno le regole, la musica si evolverà”

Durante la 69esima edizione del festival della canzone italiana di Sanremo, abbiamo intervistato all’interno di Casa Siae alcuni artisti che hanno partecipato al Festival. Una delle più grosse sorprese (oltre a Mahmood che è stato il vincitore), è sicuramente Rancore, che appariva come ospite del brano di Daniele Silvestri. Il rapper romano, nato da padre croato e madre egiziana, ha portato sul palco del festival un punto di vista diretto e senza sovrastrutture, creando nella composizione del brano Argentovivo, insieme a Manuel Agnelli e allo stesso Silvestri, un mix potente senza schermature. Rancore, all’anagrafe Tarek Iurcich, ha pubblicato nel 2018 il suo ultimo album, Musica per bambini.

Da Rancore come da molti altri artisti (Ex-Otago, Mahmood e molti altri), ci siamo fatti raccontare come immaginano il futuro della musica da più punti di vista che lo influenzano in un’epoca in continua evoluzione, dove tecnologia e social si modificano costantemente.

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