Dall’Hygge al Còsagh: le filosofie fondate sul bello del #restareacasa

Dall’Hygge al Còsagh: le filosofie fondate sul bello del #restareacasa

Hygge, Kalsarikännit, Cosagh, Päntsdrunk… Non sono personaggi de Il Trono di Spade, bensì filosofie nordiche che promuovono da sempre lo stare a casa. E di questi tempi possono anche aiutare ad affrontare l’isolamento forzato da Covid-19. Vediamole/ripassiamole da vicino.

From Copenaghen with love… and Hygge

L’Hygge (si pronuncia “hugga”) è una delle tradizioni fondamentali della Danimarca che prescrive lo stare in casa insieme ai propri cari in un’atmosfera resa accogliente dalle candele che emettono luce soffusa, dal camino acceso e da un plaid di lana. In realtà, il termine deriva dal norvegese antico con un significato simile al nostro “benessere”. Intorno alla fine del XVIII secolo è apparso per la prima volta in un testo in danese e da quel momento è entrato a far parte della lingua e della cultura locale. Tra i suggerimenti Hygge di cui fare tesoro in questi momenti difficili: 1) circondarsi di coperte morbide e avvolgenti per un effetto-abbraccio, peluche e dettagli soffici al tatto; 2) alternare candele ai legni di Palo Alto, pianta sacra del Sudamerica. Qualora non ne aveste, poco male: optate per l’aromaterapia home made mettendo sul camino/sulla stufa/su un termos bucce di arance e di mandarino.
>>> Il libro per saperne di più: Hygge. La via danese alla felicità di Meik Wiking, Mondadori, pp. 287.

(Foto: Getty Images)

In terrazza con il Koselig

Molto simile all’Hygge, in Norvegia c’è il Koselig, la cui versione primaverile (o estiva) colloca – giustamente – la felicità in giardino oppure sui balconi, purché sempre in famiglia, s’intende. Lavorare la terra, coltivare le piante, innaffiarle e prendersene cura aiuta a innalzare le difese immunitarie, perché fa bene all’umore. E stare un po’ al sole contribuisce a un sano innalzamento della vitamina E, purtroppo ai minimi storici in questi giorni di clausura domestica.
>>> Il libro per saperne di più: Atlante della felicità di Helen Russell, Sperling & Kupfer, pp. 261.

Còsagach: il potere del calore

In Scozia il concetto di focolare è tradotto con il termine Còsagach, antica parola gaelica che traduce lo stato di grazia prodotto dalla sensazione di sentirsi protetti e al sicuro. Nella pratica, è un rito da celebrare davanti al camino scoppiettante, muniti di coperta di lana, tazza fumante di tè e, possibilmente, un buon libro. Il che è piuttosto facile da replicare: al posto del caminetto, pare sia sufficiente la borsa dell’acqua calda (anche se meno poetica), che calma mente e corpo.
>>> Il libro per saperne di più: Còsagach: The Scottish Art of Snug & Cozy di Barry Gray, Independently published, pp. 83.

(Foto: Getty Images)

Tutti “addivanati” con il Kalsarikännit

Decisamente più easy – se così si può dire – è la tradizione scandinava del Kalsarikännit, che prevede un divano, un bicchiere di vino, un dress code minimale (tradotto: essere in déshabillé). Pantsdrunk (Kalsarikanni): The Finnish Path to Relaxation (Drinking at Home, Alone, in Your Underwear) è la prima pubblicazione che mette nero su bianco questa pratica di relax a-s-s-o-l-u-t-o, socialmente utile perché permette di consumare alcolici nel comfort e nella sicurezza domestica. Se non riuscite – comprensibilmente – a pronunciare la parola Kalsarikännit, potete optare per la versione anglicizzata Päntsdrunk, che suggerisce un costume adamitico: stare nudi aiuta a rilassarsi, è benefico, senza la costrizione dei vestiti la circolazione sanguigna pare migliorare, inoltre il corpo imparare a regolare meglio il “termostato” interno.
>>> Il libro per saperne di più: Pantsdrunk (Kalsarikanni): The Finnish Path to Relaxation (Drinking at Home, Alone, in Your Underwear) di Miska Rantanen, Harper Design Intl, pp. 175.

Il decluttering alla svedese

Notoriamente gli specialisti dell’essenzialità sono gli anglosassoni e i giapponesi alla Marie Kondo. Ma anche gli abitanti di Stoccolma e dintorni non scherzano. Merito, recente, dell’artista local Margareta Magnusson che, dal 2018, teorizza un decluttering un po’ triste ma pare efficace, ovvero finalizzato a buttare via tutto ciò che non è indispensabile per non lasciare il triste compito ai famigliari (o agli eredi) al momento del proprio trapasso. Un modo divertente per procedere con un decluttering fatto bene di questi tempi è organizzare swap party virtuali tramite videochiamate, scambiando con altri che stanno facendo le pulizie di primavera ciò che avete deciso di eliminare.
>>> Il libro per saperne di più: L’arte svedese di mettere in ordine. Sistemare la propria vita per alleggerire quella degli altri di Margareta Magnusson, La nave di Teseo, pp. 149.

(Foto: Getty Images)

Nesting: stop a smartphone e tablet

Dal Nord agli Stati Uniti, perché è questa la patria del Nesting, ovvero un intero weekend senza uscire di casa, che a sua volta si rifà alla tendenza ultra contemporanea jomo, acronimo di joy of missing out, altrimenti detta disconnessione felice: dal web e dai social network in primis, provando una gioia autentica nel fatto di perdersi finalmente qualcosa. Perché non seguirla per un paio di giorni, magari dopo una scorpacciata di Mail da smart working, di Netflix, di Instagram e di YouTube?
>>> Il libro per saperne di più: The Joy of Missing Out di Svend Brinkmann, Polity 1 edition, pp. 128.

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Scrubs torna in formato podcast, 5 motivi per cui ci manca

Scrubs torna in formato podcast, 5 motivi per cui ci manca

Sono stati una delle coppie comiche più divertenti e significative delle serie tv degli anni 2000. Ora Zach Braff e Donald Faison, ovvero J.D. e Turk della mitica sitcom di genere “medical” Scrubs, tornano a mostrare il loro affiatamento in un nuovo contenuto inedito. Si tratta di Fake Doctors, Real Friends With Zach + Donald, podcast in cui i due attori recuperano vecchi episodi commentandoli e condividono con gli ascoltatori dettagli sulla loro preziosa amicizia.

Non si tratta solo di un’operazione nostalgica, ma anche un modo di rispondere a questi tempi di emergenza: Braff e Faison hanno ribadito che il loro obiettivo è quello di distrarre e far ridere le persone, ma anche tributare un omaggio ai tanti medici e infermieri impegnati a combattere il coronavirus: d’altronde lo stesso Scrubs era, secondo loro, una lettera d’amore ai professionisti della sanità. Tutto ciò fa tornare la voglia di rivedere le nove stagioni, adesso disponibili su Amazon Prime Video, anche perché i motivi per cui ci manca sono moltissimi. Almeno cinque.

1. La bromance

La chimica fra i personaggi di Braff e Faison è sicuramente uno degli ingredienti fondamentali della storia, creata da Bill Lawrence (Friends, Spin City) e andata in onda per nove stagioni (anche se l’ultima è da molti poco considerata, data l’assenza della maggior parte dei protagonisti). J.D. e Turk sono internisti dell’ospedale universitario del Sacro Cuore, rispettivamente in medicina generale e in chirurgia, fin dall’inizio una strana coppia, il primo sempre a fantasticare e il secondo, più “maschio”, perennemente spaccone. Nonostante le differenze, costruiscono un’amicizia inossidabile, che riusciamo a vedere nei flashback ai tempi del college e la quale ha anche una sua maturazione significativa: in generale, ci mostra un modello di mascolinità positiva, mai prevaricatrice, sensibile. L’affiatamento è palese proprio perché i due attori hanno un legame profondo nella vita vera. Fuori dal set, però, ad accompagnarli non c’era Rowdy, il mitico cane impagliato protagonista di molti siparietti comici ambientati nell’appartamento che Braff e Faison condividono nella serie.

2. La struttura

Nonostante abbia una chiara natura comica, Scrubs non ha mai lesinato momenti più drammatici e profondi, facendo riflettere su malattia, rapporti personali, famiglia e molto altro. Infatti, è stata lodata dall’American Medical Association per l’accuratezza con cui trattava i casi clinici (e, non a caso, sul set c’erano sempre medici veri). Quello che rende la serie memorabile, però, è anche la sua struttura ricorrente: J.D. è la voce narrante e stravagante (a un certo punto prenderà in giro altre serie medical che seguiranno il filone… citofonare Grey’s Anatomy) e l’intreccio delle storie dei vari protagonisti è spesso intervallata dalle sue fantasticherie, mentre si perde in pensieri bizzarri, immagina stacchetti musicali, inventa situazioni al limite della pazzia… Ciò che colpisce è davvero il mix ben riuscito di commedia, dramma appassionato, vicende cliniche accurate e una buona dose di cultura pop, veicolata anche grazie a una colonna sonora che strizza l’occhio al panorama di quel tempo.

3. L’acidità

Il collante della serie è appunto J.D. e molte delle dinamiche fra i personaggi si originano proprio per via delle sue caratteristiche peculiari. Essendo impacciato e sognatore, l’aspirante medico è spesso vittima delle angherie degli altri uomini  dell’ospedale. Fra tutti, l’Inserviente (Neil Flynn), personaggio che non troverà mai un nome se non alla fine dell’ottava stagione: burbero e vendicativo, se la prende con J.D. fin dal suo primo giorno in ospedale e continuerà a perseguitarlo in ogni modo da lì in poi. Ma J.D. è vittima anche delle sfuriate del dottor Cox (John C. McGinley), mentore iroso che lo chiama con nomi da donna: fra i due si instaura comunque una dinamica complessa e, in fondo, di affetto sfaccettato e inaspettato. A sua volta, peraltro, Cox è in continua querelle con Bob Kelso (Ken Jenkins), il primario di medicina che, sotto una facciata da dirigente senza scrupoli, nasconde a sua volta un lato tenero. Queste figure, nonostante appunto siano più umani di quanto vogliano far credere, ci regalano battute di un’acidità caustica e disarmante, una delle caratteristiche salienti della scrittura di Scrubs.

4. Le donne forti

Non solo medici maschi, però: le protagoniste femminili sono altrettanto indimenticabili. Fra tutte, Carla (Judy Reyes) , la capo infermiera dalla lingua lunga e dal carattere forte e determinato, che ha imparato nel tempo a tenere a freno le prevaricazioni dei vari medici. C’è poi Elliot (Sarah Chalke), anche lei internista di medicina, un po’ secchiona e ossessiva, la quale inizia un immancabile tira e molla sentimentale con J.D., dando vita ad alcune delle svolte più esilaranti e assurde di sempre. Memorabile è anche il personaggio di Jordan (Christa Miller), graffiante ex moglie del dottor Cox che sembra l’unica in grado di tenergli testa e rimetterlo al suo posto. Da ricordare pure la mitica infermiera Laverne (Aloma Wright), capace di intimorire chiunque e al contempo protagonista di uno degli addii più strazianti di tutta la serie. In generale, Scrubs ci ha regalato donne complesse, spesso piene di difetti, di umanità e di forza, in un mondo (seriale e reale) spesso fin troppo dominato dall’ipertrofia maschile.

5. La parata di stelle

Fra i meriti di Scrubs c’è sicuramente il gran numero di guest star che si sono succedete con super originalità. In particolare, Lawrence e gli altri autori sono riusciti a dare una veste totalmente nuova e brillante alle stelle del passato o comunque ad attori che sembravano aver esaurito la loro fama. Da Heather Graham (Boogie Nights, Austin Powers) a Mandy Moore (ora stella di This Is Us), da Heather Locklear di Melrose Place a John Ritter prima del suo (sfortunatamente ultimo) ruolo in Otto semplici regole. Toccante è il cameo di Michael J. Fox, celebrità degli anni Ottanta e di film cult quali Ritorno al futuro poi scomparso dalle scene per via del Parkinson: in Scrubs non nasconde i suoi problemi, anzi, interpreta un dottore stravagante affetto da disturbo ossessivo compulsivo. La vetta di questi ospiti illustri è raggiunta da Brendan Fraser, tempo dopo l’apice della sua carriera con La Mummia: gli episodi che lo vedono al centro sono emotivamente sconvolgenti e forse tra i migliori della serie.

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L’Europa vara un fondo da 100 miliardi contro il coronavirus

L’Europa vara un fondo da 100 miliardi contro il coronavirus

(Photo by Thierry Monasse/Getty Images)

La querelle di questi giorni, tra gli stati membri dell’Unione europea, s’è concentrata esclusivamente su quale fosse la forma economica di sostegno più adatta per supportare gli più stati colpiti dal coronavirus.

Il fulcro del dibattito risiedeva sull’opportunità o meno di ricorrere all’emissione di titoli di debito garantiti da tutti i paesi dell’area – cioè ai “coronabond” – oppure a prestiti a tassi agevolati del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto fondo salvastati.

In attesa di dirimere la contesa, arriva Sure (Support to mitigate unemployment risks in emergency), un fondo da 100 miliardi euro che, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie dei singoli stati membri dell’Unione, permetterà di finanziare misure di sostegno al lavoro come le casse integrazioni, assegni di disoccupazione e altri meccanismi simili.

“Dobbiamo usare ogni mezzo a nostra disposizione. Ogni euro disponibile nel bilancio Ue verrà reindirizzato per affrontare la crisi, ogni norma sarà facilitata per consentire ai finanziamenti di fluire rapidamente ed efficacemente”, ha sottolineato la presidente Ursula Von der Leyen alla presentazione del nuovo fondo europeo alla stampa. “L’iniziativa – ha poi aggiunto – sarà presentata all’Eurogruppo e spero verrà adottata velocemente”.

Il piano Marshall per l’Europa

“Con questo strumento mobiliteremo 100 miliardi per mantenere le persone nei loro posti di lavoro e sostenere le imprese”, ha spiegato la Von der Leyen che ha parlato anche di “solidarietà europea” in quanto gli stati membri “stanno unendo le forze per salvare vite umane e proteggere i mezzi di sussistenza”. E proprio in quest’ottica che la Commissione vuole concentrare tutti gli sforzi dei prossimi mesi, soprattutto quelli nell’approvazione del prossimo bilancio europeo, a favore della ripresa economica dell’intera eurozona.

“Molti parlano di Piano Marshall per l’Europa – ha proseguito la presidente – ma credo che per affrontare la crisi economica scatenata dal coronavirus, il bilancio europeo debba essere il nostro piano Marshall, da costruire tutti insieme”. Stando alle cifre snocciolate in conferenza stampa, fino a oggi le istituzioni europee e gli Stati membri, hanno mobilitato 2.770 miliardi di euro. “È la più ampia risposta finanziaria ad una crisi europea mai data nella storia”, ha evidenziato la Von der Leyen che, quindi, vede nella cooperazione tra gli stati l’unica risposta efficace per superare la difficile condizione economica in cui versano molti stati colpiti dal Covid-19.

A confermare questa visione è anche il commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni, che a Sky Tg24 ha parlato di “un primo esempio concreto di risposta comune dei paesi europei al coronavirus. È un passo storico e comincio a essere ottimista sul fatto che ne seguiranno altri”.

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Su Whatsapp arriva il numero anti-fake news sul coronavirus

Su Whatsapp arriva il numero anti-fake news sul coronavirus

Whatsapp e Telegram (Getty Images)
WhatsApp (Getty Images)

Anche su Whatsapp arrivano strumenti di fact-checking sul coronavirus. L’app di messaggistica, per effetto del sistema di crittografia ent-to-end, era l’unica della galassia di Facebook alla quale finora il social network non era riuscito ad applicare una stringente moderazione dei contenuti per bloccare il diffondersi di numerose fake news relative all’epidemia in corso.

Tuttavia, in tandem con l’Autorità garante delle comunicazioni, che in Italia ha acceso un faro sulla disinformazione sul coronavirus, anche WhatsApp ha sviluppato un sistema di verifica delle notizie.

Il progetto prende il nome di Facta e nasce dalla partnership con Pagella Politica, partner di Facebook Italia dal 2018 nell’ambito del suo programma globale di fact-checking. Il servizio permetterà agli utenti di WhatsApp di verificare le notizie inoltrate dai propri contatti.

“La priorità di Facebook è assicurarsi che tutti possano accedere a informazioni attendibili e accurate e fermare le bufale e la disinformazione”, ha dichiarato Luca Colombo, direttore generale di Facebook Italia: “Siamo molto felici di collaborare con Agcom e Pagella Politica per combattere la diffusione della disinformazione in Italia, soprattutto in questo periodo così delicato e critico”.

Secondo Agcom, che segue la partita al tavolo “piattaforme digitali e big data” con il commissario, Antonio Nicita, l’ha inserito questo progetto pilota potrebbe rappresentare una buona soluzione in grado di scavalcare l’ostacolo della crittografia. L’iniziativa di verifica di una notizia o di un contenuto avviene in modalità volontaria e rispettosa delle garanzie di libertà di accesso alle informazioni e ai contenuti direttamente da parte degli utenti.

Come accedere al servizio

Il servizio è simile, come funzionamento, al bot informativo dell’Oms. L’utente deve per prima cosa salvare nella propria rubrica il numero di Facta: +39 345 6022504. A questo numero, tramite WhatsApp, si potranno inoltrare i messaggi di testo, vocali, immagini o video ricevuti dei quali si desidera verificare l’autenticità. Facta risponderà all’utente una volta presa in carico la richiesta di verifica e, nel caso si tratti di una nuova fake news, ne pubblicherà l’analisi sul sito dedicato.

Il profilo di Facta fornirà agli utenti un continuo aggiornamento dell’evolversi della pandemia tramite lo stato di WhatsApp, pubblicando le ultime notizie verificate a tema Covid-19. “Chiunque utilizzerà questo servizio, condividendo su WhatsApp con il fact-checker i messaggi potenzialmente falsi, contribuirà a ridurre la diffusione della disinformazione in Italia”, commenta Luca Colombo di Facebook..

 

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Il rinvio del vertice mondiale sul clima Cop26 non è per forza una brutta notizia

Il rinvio del vertice mondiale sul clima Cop26 non è per forza una brutta notizia

Il 2020 era considerato un anno cruciale per le sorti del clima, ma l’emergenza Covid-19 ha sparigliato tutte le carte. A farne le spese è anche la 26esima Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici (Cop26), l’atteso vertice previsto a novembre a Glasgow (Scozia) che avrebbe dovuto rendere finalmente operativo l’accordo di Parigi. Dopo settimane di incertezza, è arrivato l’annuncio ufficiale: il summit è rinviato al 2021. E per quanto inevitabile nel contesto in cui ci troviamo – con l’Europa diventata l’epicentro di una pandemia che si avvicina al milione di contagi – per l’ambiente è una doccia fredda.

Dopo il sostanziale fallimento del vertice di Madrid, lo scorso dicembre, la Cop26 di Glasgow era considerata decisiva per concordare quelle politiche di mitigazione si cui abbiamo urgente bisogno. Come aveva rivelato un impietoso rapporto del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep), gli impegni presi finora per ridurre le emissioni sono infatti scandalosamente inadeguati per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. A Glasgow i governi avrebbero dovuto presentare impegni molto più ambiziosi e un piano per arrivare a emissioni nette zero entro il 2050. Insomma, il vertice era considerato l’ultima occasione (l’ennesima ultima occasione) per evitare una catastrofe climatica. Ecco perché un rinvio, anche di pochi mesi, suscita tante preoccupazioni.

D’altra parte, oggi tutte le priorità sono inesorabilmente cambiate. A Glasgow erano attesi 30 mila partecipanti da oltre 200 Paesi: avrebbero dovuto riunirsi negli spazi dello Scottish Events Campus, dove oggi si sta invece allestendo un ospedale da campo per curare i pazienti affetti da Covid-19. “Il mondo affronta una sfida senza precedenti e le nazioni si stanno giustamente concentrando sugli sforzi per combattere la pandemia. Abbiamo perciò deciso di posticipare la Cop26”, ha spiegato in un tweet Alok Sharma, ministro dell’energia del Regno Unito e presidente della conferenza.

La scelta di rinviare il vertice è considerata opportuna anche dalle associazioni ambientaliste. Meglio un rinvio che una conferenza di facciata o il rischio di assistere all’ennesimo accordo annacquato se a Glasgow si fosse arrivati senza un serio lavoro di preparazione . Nel frattempo, del resto, erano già saltati diversi incontri preliminari, mentre anche il pre-vertice di Bonn, previsto a giugno, aveva subito un rinvio a causa delle restrizioni sui viaggi in vigore in molti Paesi.

Ora il timore diffuso fra gli attivisti per il clima è che la Covid-19 possa offrire un pretesto per rinviare ogni impegno sulla crisi climatica, che purtroppo sarà lì ad attenderci anche quando ci saremo lasciati alle spalle l’emergenza. Perché se è vero che il lockdown ha frenato le emissioni di gas serra, gli esperti avvertono che, in assenza di cambiamenti strutturali nel nostro modello economico alimentato dai combustibili fossili, l’effetto sarà soltanto temporaneo e impercettibile. L’esperienza passata insegna infatti che, con la ripresa delle attività economiche, le emissioni torneranno a salire in fretta recuperando anche il tempo perduto: è quel che accadde per esempio dopo la crisi finanziaria del 2008. Il calo del prezzo del petrolio potrebbe inoltre ostacolare la transizione verso le energie rinnovabili e rendere meno competitiva la mobilità elettrica, con ripercussioni a lungo termine difficili da quantificare.

Purtroppo, neppure questa terribile pandemia, che ha messo a soqquadro tanti aspetti delle nostre vite, può essere una scorciatoia per risolvere la crisi climatica, che richiede interventi strutturali e duraturi per ridurre in modo significativo le emissioni gas serra. Per questo Christiana Figueres, responsabile delle Nazioni Unite per il clima, fino all’ultimo aveva cercato di fare pressioni affinché l’appuntamento di Glasgow fosse mantenuto. Il celebre economista Nicholas Stern si era persino appellato al premier Boris Johnson, convinto che rinviare il vertice fosse una brusca frenata proprio quando avremmo avuto bisogno di accelerare gli impegni contro la crisi climatica: “È una sfida così urgente, e c’è ancora così tanto da fare che non possiamo permetterci di perdere questa occasione e vanificare il lavoro fatto finora”, aveva detto Stern.

La verità è che oggi ci troviamo di fronte a due crisi globali senza precedenti e intrecciate fra loro, dal cui esito dipende il nostro futuro comune. Nei prossimi mesi i governi dovranno stanziare enormi somme per rilanciare l’economia e potremmo avere un’occasione unica per indirizzare questi investimenti verso uno sviluppo sostenibile. “La Cop26 potrebbe diventare un’opportunità per ricostruire le economie colpite dal coronavirus e renderle più sane, più resilienti agli shock futuri e più eque”, ha detto alla Bbc Adair Turner dell’Institute for New Economic Thinking di New York.

E con lo sguardo alle presidenziali statunitensi, c’è un’altra ragione per lasciarsi cullare dalla speranza che non tutto il male venga per nuocere, e che un rinvio di qualche mese della Cop26 possa rivelarsi un vantaggio. Il summit di Glasgow era infatti previsto la settimana successiva alle elezioni americane: troppo presto per assistere a un cambio di rotta degli Stati Uniti persino se Donald Trump, strenuo oppositore degli accordi di Parigi, dovesse uscirne sconfitto. In caso di vittoria dei Democratici, un rinvio al 2021 consentirebbe invece al nuovo presidente, in carica da fine gennaio e (si spera) più sensibile alla causa ambientale, di partecipare ai negoziati sul clima. Questa, però, è una storia ancora tutta da scrivere.

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L’Europa è pronta a chiedere i dati dei social network nell’emergenza coronavirus

L’Europa è pronta a chiedere i dati dei social network nell’emergenza coronavirus

Le app di Facebook, Twitter e Google (foto di Volkan Furuncu/Anadolu Agency/Getty Images)
Le app di Facebook, Twitter e Google (foto di Volkan Furuncu/Anadolu Agency/Getty Images)

Ancora non c’è un accordo formale. Ma i canali della trattativa tra la Commissione europea e le grandi compagnie tecnologiche sono aperti. Perché, se le autorità sanitarie o i laboratori di ricerca lo riterranno necessario per elaborare strategie di contrasto al coronavirus, Bruxelles è pronta a chiedere dati aggregati e anonimi ai social network e ad altre multinazionali del web. Informazioni da sommare a quelle che otto operatori di telefonia, tra cui Tim per l’Italia, hanno già messo a disposizione del commissario al mercato interno, Thierry Breton. Wired lo apprende da una fonte confidenziale, che ha chiesto l’anonimato per contribuire a questo articolo.

La Commissione si muoverà solo su impulso delle autorità sanitarie internazionali e dei ricercatori che sono in prima linea nella lotta al coronavirus negli Stati dell’Unione. Se questi riterranno necessario incamerare anche dati dalle grandi piattaforme di internet, come Facebook o Google, Bruxelles farà da intermediario. Tanto che le discussioni in corso hanno già messo in contatto gli stessi colossi tech con accademici e scienziati, in modo da accelerare la condivisione delle informazioni.

I dati di Facebook

In sostanza a Bruxelles si ripete il copione dell’Italia. Come ha raccontato Wired nelle scorse settimane, Facebook ha condiviso con un’unità di ricerca dell’università di Pavia una serie di dati aggregati e anonimi, che potranno essere trasformati in analisi e proiezioni con cui studiare le contromisure al contagio da coronavirus. Il gruppo di analisti, risulta a Wired da informazioni raccolte successivamente, è guidato dal Stefano Denicolai, docente di gestione dell’innovazione alla facoltà di Economia. E componente nel quarto gruppo di lavoro della task force di 74 esperti voluta dal ministero dell’Innovazione per usare big data e tecnologie nel contrasto al Covid-19.

I dati di Facebook fanno parte del progetto Data for good, attraverso cui Menlo Park mette a disposizione di ricercatori e università set di dati, come flussi aggregati sulla mobilità o post pubblicati su Facebook e Instagram. Un portavoce del social network conferma a Wired la trattativa con Bruxelles. “Facebook sta collaborando con la Commissione europea per garantire che i ricercatori abbiano accesso alle iniziative del nostro programma Data for Good, come le mappe per la prevenzione delle malattie – fa sapere -.  Queste mappe hanno aiutato le organizzazioni a rispondere alle emergenze sanitarie per oltre un anno e sappiamo che diversi governi sono favorevoli a questo lavoro. Nel contesto del coronavirus, i ricercatori e le organizzazioni no-profit possono utilizzare le mappe, che sono costruite con dati aggregati che le persone scelgono di condividere, per capire e aiutare a contrastare la diffusione del virus.

E progetti rivolti a organizzazioni non governative e accademici sono stati avviati anche da Twitter e da Google. Big G ha annunciato di essere al lavoro con la Banca mondiale, l’università John Hopkins e Open Street map per creare un archivio di dati con cui monitorare e ricostruire la diffusione del virus.

L’analisi di queste informazioni si incrocerà con quelle ricevute dagli operatori di telefonia. La Commissione ha ottenuto l’appoggio di Vodafone, Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, Telenor, A1 Telekom Austria, Telia e Tim. Il Joint research center (Jrc), il centro studi comunitario, li userà per studiare come si sono mosse le persone, analizzando i flussi di giorno e di notte, e mettere in rapporto gli spostamenti con la diffusione del coronavirus.

I paletti del Gdpr

Tutto il progetto è in fase di costruzione. La direzione generale alla partita, la Dg Connect (che segue telecomunicazioni e digitale) ha assicurato che lavorerà con dati anonimi, che verranno distrutti non appena sarà terminata l’emergenza. L’ufficio ha già incassato il parere del Garante europeo della privacy, Wojciech Wiewiorówski, che ha ribadito che il regolamento europeo sui dati personali, Gdpr, consente deroghe in casi di urgenza, a maggiore ragione se si usano set anonimizzati. Ma i fornitori di queste informazioni, quindi compagnie telefoniche e big tech, dovranno garantire le massime misure di protezione.

Il 2 aprile, in un’audizione della commissione mercato interno del Parlamento europeo, Breton, ex manager del settore delle telecomunicazioni, ha assicurato sull’uso dei big data: “Eviteremo ogni violazione dei dati personali”. Tant’è che il commissario ha annunciato che Bruxelles indagherà sulle app sviluppate dai vari Stati dell’Unione per controllare che non violino la privacy degli utenti. Strategie tecnologiche sono allo studio di tutte le cancellerie. La Spagna, per esempio, si è affidata al tandem Google-Telefónica (il più importante operatore telefonico iberico). Il Regno Unito potrebbe lanciare un’app in poche settimane. E anche la Germania ne sta studiando una. In Italia il ministero dell’Innovazione ha ricevuto 319 proposte di tecnologie per fare monitoraggio del contagio. Che sommate a quella per la telemedicina, portano a 823 il numero dei progetti da esaminare.

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A lezione di onigiri che sembrano opere d’arte

A lezione di onigiri che sembrano opere d’arte

Avete presente gli onigiri, vero? Sì, i triangolini di riso con all’interno tonno, salmone o altri ingredienti, tipici della cucina del Giappone? In questi giorni in cui avete tanto tempo da impiegare a causa dell’emergenza coronavirus, potreste provare a prepararli seguendo l’esempio di Onigiri Theatre. Sul suo canale YouTube mostra come creare, passo passo, palline di riso che sembrano opere d’arte. C’è quella che ricorda perfettamente il muso di un gatto, quella a forma di foca e pure quella che pare una ciotola di riso (come si dirà meta-ricetta in giapponese?).

Non mancano, naturalmente, gli omaggi al mondo degli anime e dei manga, con gli onigiri dello Spirito senza volto (Kaonashi) della Città incantata, il capolavoro di animazione di Hayao Miyazaki, e quelli ispirati ai personaggi di Dragon Ball, a partire da Crilin e dal Maestro Muten.

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CercaCovid, come funziona il progetto della Lombardia per mappare il rischio coronavirus

CercaCovid, come funziona il progetto della Lombardia per mappare il rischio coronavirus

coronavirus
(immagine: Regione Lombardia)

In queste ore Regione Lombardia sta invitando tutti i cittadini a installare sui propri dispositivi mobili l’app della Protezione civile AllertaLom. L’applicazione, che esiste da tempo, è stata aggiornata con l‘aggiunta del progetto CercaCovid, grazie a cui esperti e istituzioni sperano di tracciare la mappa del rischio di contagio da parte del nuovo coronavirus Sars-Cov-2. Come? Ogni utente si impegna a compilare quotidianamente un semplice questionario, una sorta di triage da remoto per evidenziare la comparsa di sintomi simil Covid-19 nel tempo, zone e probabilità di diffusione in base agli spostamenti.

AllertaLom

AllertaLom è l’applicazione della Protezione civile per la Lombardia sviluppata ben prima dell’emergenza coronavirus per ricevere notifiche e informazioni sulle problematiche del territorio. Aggiornamenti meteo, rischio neve e valanghe, rischio idrogeologico, etc sono le sezioni in evidenza e una cartina della regione con una legenda cromatica mette in evidenza eventuali criticità area per area. C’è anche la possibilità di impostare comuni e zone preferite per ricevere allerte e notifiche.

Ai tempi di coronavirus, poco dopo lo scoppio dell’epidemia in Lombardia, AllertaLom era già stata aggiornata per fornire avvisi della Protezione civile circa l’emergenza, ma adesso la Regione ha fatto un passo in più e ha richiesto uno sviluppo ulteriore dell’app per la raccolta di dati.

CercaCovid

Il nuovo aggiornamento dell’app, dunque, include una sezione sul progetto chiamato CercaCovid, sviluppato insieme agli medici e ricercatori dell’Ospedale San Matteo e dell’Università degli Studi di Pavia per raccogliere dati che consentano di disegnare la mappa del rischio di contagio di Covid-19.

Aderendo al progetto (bisogna spuntare nel menù l’interesse a ricevere notifiche sul rischio coronavirus e accettare termini e condizioni, prendendo visione dei documenti relativi alla privacy), gli utenti compilano in forma anonima un questionario semplice e veloce, una sorta di triage a distanza. Si richiedono informazioni quali sesso, comune di residenza e di lavoro, se ci si sposta per recarsi sul luogo di lavoro, se si hanno avuto sintomi (perdita di gusto e olfatto per esempio) e contatti con persone risultate positive a Covid-19 nelle ultime due settimane, se si hanno condizioni patologiche pregresse (sovrappeso, diabete, ipertensione).

Dopo aver compilato il questionario la prima volta è possibile aggiornarlo al massimo una volta al giorno e segnalare quindi se le condizioni sono mutate o rimaste inalterate.

L’obiettivo – si legge sul sito della Regione – è “incrociare l’analisi dei dati raccolti con altri dati a disposizione di Regione Lombardia e, partendo delle evidenze cliniche fornite dalle strutture sanitarie e dai presidi sul territorio regionale, calcolare il grado di rischio di contagio, rafforzando così le tutele per tutti i cittadini, sintomatici e asintomatici”.

“Le informazioni raccolte contribuiranno ad alimentare una “mappa del rischio contagio” continuamente aggiornata, che permetterà agli esperti di sviluppare modelli previsionali sul contagio. Si punta infatti a fornire all’Unità Regionale di gestione della crisi elementi utili a localizzare le zone con maggior probabilità di ospitare un focolaio attivo, o a individuare la ripresa del contagio in zone considerate meno a rischio”.

Ma è solo il primo passo del progetto CercaCovid, ha dichiarato Fabrizio Sala, vicepresidente di Regione Lombardia. Seguiranno ulteriori aggiornamenti della app che potrebbero richiedere all’utente più informazioni ma anche rilasciarne.

Qualche difficoltà iniziale

Dopo l’annuncio e il tutorial di Sala, però, non è andato proprio tutto liscio. L’aggiornamento per l’aggiunta della sezione del progetto CercaCovid avrebbe dovuto essere subito disponibile, ma alcuni utenti hanno segnalato sui social delle difficoltà, come l’impossibilità a aggiornare o un po’ di macchinosità del sistema.

Qualcuno solleva già problemi di privacy e poca trasparenza. A tal proposito Regione Lombardia e Aria Spa, la digital company che ha sviluppato l’applicazione, rassicurano: i questionari sono anonimi, i dati e i sintomi segnalati non sono collegati all’utenza telefonica e non è prevista la localizzazione dell’utente. Almeno per ora.

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Netflix annuncia un fondo per il sostegno ai lavoratori di cinema e tv

Netflix annuncia un fondo per il sostegno ai lavoratori di cinema e tv
netflix

Netflix e Italian Film Commissions, l’associazione che riunisce 19 commissioni dei professionisti del cinema diffuse su tutto il territorio italiano, hanno annunciato in queste ore la creazione di un fondo per il sostegno della televisione e del cinema nell’ambito dell’emergenza scatenata dal coronavirus. L’obiettivo è quello di fornire supporto concreto e a breve termine alle maestranze dell’industria audiovisiva italiana direttamente colpite dallo stop alle produzioni a causa del Coronavirus, che si trovano quindi in immediata necessità economica.

La piattaforma di streaming ha stanziato un milione di euro per la costituzione del fondo, che sarà gestito da Italian Film Commissions per supportare economicamente ogni professionista, dagli elettricisti ai montatori ai truccatori, il cui lavoro è stato maggiormente colpito dalla pandemia in corso, dato che la maggior parte dei set e delle produzioni sono stati chiusi o rinviati. Questo contributo al fondo da parte di Netflix rientra nella più ampia iniziativa globale lanciata dalla società di Los Gatos lo scorso 20 marzo, con la creazione di un fondo di 100 milioni di dollari totali destinato ai lavoratori dell’audiovisivo in tutto il mondo.

Tale iniziativa era stata varata per aiutare direttamente i lavoratori impegnati nelle produzioni originali Netflix nei paesi in cui lo streaming è presente, Italia compresa. A questi stanziamenti, sono stati aggiunti 15 milioni di dollari, di cui fa parte anche il contributo a Italian Film Commissions, che l’azienda ha messo a disposizione anche di terze parte, proprio per sostenere l’industria audiovisiva nel suo complesso. Fra le altre attività di solidarietà, Netflix ha assicurato due settimane di paga ai cast artistici e tecnici delle sue serie in produzione in Italia e nel mondo, che appunto si sono dovute interrompere per limitare il contagio. In queste ore, altre media company internazionali, come Sony e Comcast, stanno elargendo contributi simili a sostegno dell’industria dello spettacolo.

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Il cast di Riverdale ti racconta cos’è davvero Riverdale

Il cast di Riverdale ti racconta cos’è davvero Riverdale

Il teen drama è un genere che non conosce crisi, ma evolve. Lo dimostra Riverdale, sceneggiato basato sui personaggi dell’editore di fumetti Archie Comics, in onda dal 2017 e sempre rinnovato con nuove stagioni: la serie racconta la vita in una cittadina fittizia dell’East Coast in cui vanno in scena non solo i soliti amori e scontri generazionali, ma anche omicidi.

In questa puntata del format Autcomplete Interview, il cast della serie scende in campo per rispondere a Google: gli attori Lili Reinhart, Cole Sprouse, Casey Cott, Vanessa Morgan, Madelaine Petsch, Skeet Ulrich e Madchen Amick rispondono a tutte quelle domande che i fan fanno ai motori di ricerca, non potendo farle direttamente agli attori e agli sceneggiatori.

Per cominciare, Riverdale è una serie vampire free: non ci sono vampiri di sorta, e guai a chi si confonde con altri sceneggiati come The Vampire Diaries e True Blood. I fan, pare, vorrebbero anche sapere in che anno è ambientata la serie, perché non si evince mai dalle puntate che vanno in onda, che si svolgono in un presente generico. Ma gli attori non sembrano intenzionati a svelare l’arcano, dato il successo si basa su un mix di contemporaneo e gusto retrò. Ma c’è anche il momento delle domande ai singoli protagonisti: Lili Reinhart, che veste i panni di Betty Cooper nella serie, non ha mai preso parte a Gossip Girl; la collega di set Madelaine Petsch è vegana; l’attore Casey Cott invece vive a New York: non sarà Riverdale, ma è pur sempre East Coast.

Riverdale tornerà, come già annunciato, per una quinta stagione: se volte recuperare le prime tre, fareste bene a sapere che sono su Netflix.

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