Takoua Ben Mohamed è la fumettista che lotta contro gli stereotipi razziali

Takoua Ben Mohamed è la fumettista che lotta contro gli stereotipi razziali

di Gabriella Cantafio

“Per i bianchi sono nera e per i neri sono bianca. Sono tunisina e sono italiana. Sono tutto e sono niente. Ma la cosa che mi dà più fastidio è essere categorizzata per il velo che indosso e non vedere riconosciuta la mia professionalità”. Takoua Ben Mohamed, classe 1991, è fumettista, producer e autrice della graphic novel Il mio migliore amico è fascista, edito da Rizzoli. Tra le pagine di questo suo primo libro per ragazzi è racchiusa la sua storia che l’ha portata a valicare la “porta del Sahara” per giungere in Italia, dove ad attenderla c’era il papà e tanti pregiudizi. “Sono arrivata a otto anni con mia madre e i miei fratelli più grandi, per ricongiungerci con mio padre, rifugiato politico in Italia, costretto ad andar via dalla Tunisia per aver partecipato a manifestazioni di protesta contro la dittatura di Ben Ali”, racconta a Wired ricordando i primi passi mossi nel Belpaese.

Dopo un primo anno vissuto nella piccola comunità di Valmontone, che ha subito accolto la sua famiglia, è sopraggiunto l’impatto con le sfumature contrastanti di Roma e, soprattutto, con l’11 settembre 2001, una data che ha segnato una nuova era, anche nella vita di Takoua. Prima dell’attentato alle Torri gemelle, c’era un’altra percezione di noi musulmani, dei migranti. Poi, improvvisamente, la gente ha cambiato atteggiamento nei nostri confronti, avevamo la sensazione di essere spiati dai vicini, ci guardavano come se sospettassero che tenessimo delle bombe in casa”. Così, mentre l’attacco terroristico sconvolgeva il mondo, Takoua ha deciso di imbracciare una matita e un foglio bianco per annientare gli sguardi diffidenti e tratteggiare la sua vera essenza, oltre il velo che ha deciso, liberamente, di indossare sin da bambina.

“Dalle provocazioni e dagli insulti che ricevevo, soprattutto, dal mio compagno di banco Marco [di cui parla nel libro ndr], ho iniziato a pormi delle domande su dettagli che io stessa ignoravo: per esempio, per lui ero ‘la tunisina’, ma ormai la Tunisia l’avevo dimenticata; non sapevo di essere un’immigrata o che cosa fossero i terroristi. Così, ferita ma altrettanto curiosa, cercavo il significato di queste parole in cui mi categorizzavano, prosegue illustrando come, nonostante le difficoltà che vive tuttora, questi attacchi hanno rappresentato lo sprone ad impegnarsi nell’attivismo sociale e nel volontariato.

Unendo la passione per il disegno e l’impegno per i diritti umani ha trovato nel fumetto il mezzo di comunicazione, da piccola, per superare l’ostacolo della lingua italiana, e, successivamente, per narrare con semplicità e, talvolta, ironia la quotidianità delle seconde generazioni in Italia, tra integrazione e multicultura. Diplomata all’Accademia di cinema d’animazione a Firenze, in prima linea su temi politici e sociali, dalla primavera araba al ruolo delle donne nella rivoluzione sino alla violazione dei diritt umani nei paesi arabi, Takoua è testimonial di Look beyond prejudice, campagna di sensibilizzazione contro l’islamofobia promossa dalla Fondazione L’Albero della Vita per combattere le discriminazioni che devono subire le donne musulmane. Quella discriminazione che, in quanto scura di pelle, musulmana con il velo e figlia di migranti, vive quotidianamente, soprattutto nell’ambiente professionale: “Per me è sempre stato molto complicato trovare un posto da dipendente, già quando cercavo lavoretti per mantenermi durante gli studi, non venivo mai presa in considerazione. È stato difficile, ma ammetto che, dopo tante porte chiuse in faccia, grazie alla mia intraprendenza e ai miei sacrifici, sono riuscita a costruire la mia carriera di fumettista e produttrice freelance che mi dà tante soddisfazioni”.

Insieme ad altri ragazzi, ha fondato anche M Collective Ltd, una società di produzione che realizza documentari su giovani, innovazione, cambiamenti sociali e intercultura, tra cui il docufilm Hejab Style andato in onda, lo scorso anno, su Al Jazeera. Tante, dunque, le gratificazioni con cui Takoua fortifica il suo carattere, volgendo le spalle ai pregiudizi, persino dei suoi professori che la trattavano come se non avesse nessuna prospettiva nella vita. “La scuola, purtroppo, anziché luogo laico di incontro tra diverse culture, spesso, si rivela un covo di preconcetti. Ora sono cresciuta e ho le spalle forti, ma ho provato sulla mia pelle che cosa significa essere perseguitata da atti di bullismo. Credo che l’ambiente scolastico debba essere più inclusivo, insegnare anche ad affrontare la vita, a conoscere meglio, per esempio, la storia delle religioni e la politica contemporanea per formare giovani consapevoli e rispettosi delle diversità”, commenta, non trattenendo il rammarico per le limitazioni dovute, sin dai banchi di scuola, alla mancata cittadinanza italiana.

“Non è una questione di identità, in quanto so di essere italiana e non devo convincere nessuno; si tratta piuttosto di diritti negati. La Costituzione professa l’uguaglianza, ma purtroppo se hai un reddito basso non ti puoi permettere la cittadinanza”, denuncia a gran voce, invitando tutte le ragazze musulmane, e non solo, a battersi per i propri diritti, a imparare a dire di no e soprattutto a raccontarsi, a denunciare. Takoua si ritiene fortunata, anche grazie ai genitori che l’hanno sempre sostenuta, ma per valicare la porta dell’ignoranza, in una società da lei definita “occidentalocentrica”, consiglia di utilizzare la chiave del dialogo, nel pieno rispetto della libera scelta. Come quella che l’ha portata a indossare il velo, che per lei non rappresenta affatto un simbolo di oppressione, a non dare più peso al giudizio degli altri, a impegnarsi sempre in nuovi progetti professionali perché “sarò pure diversa, ma sono ciò che ho deciso di essere”.

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Che cos’è davvero Pegasus, lo spyware di cui parlano tutti

Che cos’è davvero Pegasus, lo spyware di cui parlano tutti

di Nicola Grandis, ceo di Asc27

Pegasus, il nome che ha messo in ginocchio la politica e il giornalismo mondiali carpendo le informazioni private dei suoi protagonisti, non è uno spyware e non è nemmeno un malware. Pegasus, della società Nso è uno splendido pezzo di ingegneria del software costruito con un unico obiettivo: penetrare la frontiera di un dispositivo elettronico e raccogliere ogni possibile informazione lavorando behind the enemy lines.

Pegasus è una piattaforma, costituita da vari componenti. Senza scendere troppo nel tecnico, i principali sono tre. Il primo è il vettore di attacco, poi c’è la parte di agente e per ultima una interfaccia di comando & controllo. Le ultime 2 parti sono di poco conto: la vera meraviglia si può leggere negli occhi di chi guarda la prima, il vettore di attacco.

Il vettore di Pegasus è estremamente sofisticato e il suo omologo cinetico andrebbe probabilmente ricercato nel MQ-9 Reaper, drone militare d’alta quota armato. Pegasus ha un sistema di trasporto molto avanzato che non gli consente solo di raggiungere il suo target in vari modi, ma lo aiuta anche a nascondersi da numerosi controlli di sicurezza. Giunto sul bersaglio, il vettore sgancia il suo arsenale di instrumentazione

Come funziona Pegasus

Quando si parla di device come gli smartphone, il primo obiettivo di Pegasus è quello di conquistare i privilegi di root (cioè di amministratore, software di amministrazione del device), ovvero di instrumentare il device stesso. Per riuscirci, Pegasus è dotato di un bagaglio di software conosciuti sotto diversi nomi: 0-Days, vulnerabilità, talvolta anche backdoor dei produttori che sarebbero dovute servire per tutt’altro. La scalata verso la root è paragonabile a un’arrampicata senza corda su una parete a strapiombo nel vuoto, si basa sull’applicazione logica e scientifica di una serie abbastanza lunga di pioli sulla parete, tali da consentire a Pegasus di giungere in vetta. A ogni piolo, sfruttando ogni singola vulnerabilità del device, Pegasus aggiunge un tassello di device al suo controllo, man mano assoggettando diverse aree del filesystem e della memoria del target.

Non di rado, Pegasus calls home nel corso della scalata per richiedere alla base dei componenti software aggiuntivi, dedicati per il target che deve compromettere. Questo passaggio è necessario, poiché la maggior parte delle vulnerabilità più devastanti nell’arsenale di Pegasus richiedono una compilazione ad-hoc che tenga conto del device, della sua versione del firmware, del sistema operativo e talvolta anche di specifici software che Pegasus scopre installati nel corso della scalata stessa. Illustrato il meccanismo, si comprende anche che il processo di infezione può durare talvolta millisecondi, talvolta invece giorni o settimane. I fabbricanti di pioli possono essere sia reverser della Nso, che persone esterne assoldate come consulenti, talvolta anche soggetti la cui professione consiste nel fabbricare pioli per futuri attacchi e pubblicarli in marketplace dedicati, luoghi dove un singolo piolo può essere pagato anche milioni di euro.

Gli effetti immediati dell’attacco

Raggiunti i privilegi di root, nulla ha più scampo. Non importa quanto sia sicura l’app che state o stavate utilizzando, Pegasus può recuperare dati sia del presente che del passato, qualsiasi informazione presente sul target, a prescindere da quanto bene o in quale modo sicuro sia stata scritta l’applicazione o il suo database locale. Pensateci un attimo: l’app più sicura del mondo, quella che utilizza Text-Secure per la trasmissione e tutta la crypto-chain conosciuta per la memorizzazione dei messaggi, ha bisogno di mostrarvi i il testo delle chat scambiate; dunque, in qualche modo deve poter leggere le informazioni a bordo del dispositivo. Ecco: se lo fa la stessa app super-sicura, lo può fare anche un software con i diritti di root. Nei moderni sistemi operativi per smartphone ci sono moltissimi livelli di protezione, ma nulla può proteggere un sistema operativo da un software che è in esecuzione con i diritti di root, quando questo software è scritto per prendere possesso del device stesso. Questi diritti sono normalmente delegati a programmi che devono garantire la continuità di servizio del device e che devono operare in real time, non è quindi possibile metterli in sicurezza con le tecniche applicate ai software standard. Non possono essere analizzati da un antivirus, non hanno limiti nell’accesso al sistema, nemmeno alle porzioni più sensibili, lì dove sono custodite le chiavi di cifratura.

Pegasus è un agente attivo per la raccolta delle informazioni e fa molto bene il suo lavoro. La legge e la politica hanno il dovere di regolamentare l’utilizzo di software di questo tipo, in molte legislazioni già classificati come armi, strumenti di attacco cyber. Dal punto di vista tecnico, non ci sono soluzioni semplici all’orizzonte per proteggere i devices da attacchi di questa natura. Per ora, l’ultimo baluardo della sicurezza è un vecchio Nokia 6610, possibilmente scollegato da internet o con la sola possibilità di leggere la posta elettronica (ma solo in formato testuale, poiché i vettori di Pegasus possono attaccare anche l’elaborazione della preview delle immagini ricevute per email). Confidando che il 6610 della Nokia non sia così attraente per gli sviluppatori della Nso, tanto da farli mettere a lavoro anche su quello. 

Tutto ciò per dire anche che Pegasus che gira root non può essere rilevato da alcun antivirus; quando è stato trovato/rinvenuto su un device è servita un’operazione di forensic di una persona con conoscenze simili a quelle dell’autore, il quale abbia instrumentato un device che appariva sospetto per qualche motivo (generalmente perché si scaricava troppo di frequente o perché crashavano troppi giochi stupidi sul telefono). Quando Pegasus viene lanciato, entra nel teatro delle operazioni con uno 0-day 0-click, ovvero in modo impeccabile, silente, fulmineo, non lascia alcuna possibilità di rilevamento o difesa al target designato.

Giunto sul suo obiettivo Pegasus non detona, può restare silente anche per lunghissimo tempo. Pegasus ha la possibilità di non compiere alcuna azione anche per periodi lunghissimi, eseguire ricognizioni di tanto in tanto alla ricerca di tasselli di informazione importanti. Questo comportamento è determinante per distinguere uno stallone di razza purissima, dal Rat (remote Administration Tool) scritto dall’amatore della materia. Meno si muove, meno baccano produce, più risulta efficiente e nascosto Pegasus. Di solito, una lunga sequenza di possibili trigger di attivazione (uno specifico numero che chiama, uno specifico soggetto che invia una email al target, eccetera) determina la messa in opera fulminea dello strumento di attacco. Utilizzando uno strumento come Pegasus, impostandolo per attivarsi quando collegato alla rete wifi con SSID “Army” e alla ricezione di una mail con oggetto “Immediate Executive Command”, Pegasus potrebbe anche sostituire un ordine di attacco genuino con uno fabbricato ad-hoc e scatenare la III guerra mondiale. Per fortuna stiamo solo parlando per ipotesi e, naturalmente, quello sopra non è il genere di messaggio che si scambia via email tra due smartphone; allo stesso modo ricordiamo tutti come i soldati americani in jogging sull’app Strava abbiano rivelato al mondo intero posizione, forma e reticolo stradale interno di alcune tra le basi militari più segrete del mondo. Ecco: immaginate cosa si potrebbe fare lanciando batterie di Pegasus verso centinaia di smartphone posseduti da target di alto profilo, controllando e potendo così anche interferire con tutte le loro comunicazioni.

Pegasus, cavallo vs giornalisti

Abbiamo letto sulla cronaca che decine di giornalisti sono risultati positivi al Pegasus. Ora le conseguenti indagini, le interrogazioni parlamentari e le attività messe in essere dalle strutture governative e private ci diranno forse qualcosa in più sull’origine e sulla natura di questi eventi. Tuttavia, non è difficile pensare che qualcuno voglia controllare l’informazione a scopi politici, sociali e militari. Amnesty International ha condotto uno screening su un gruppo di giornalisti colpiti da Pegasus e ha divulgato l’informazione. Di tanto in tanto viene aggiornato su GitHub anche un software revealer per Pegasus, il quale partendo da un backup statico non crittografato di un device esegue dei controlli basati su RegEx per segnalare la presenza dell’indesiderato ospite; di base il tool cerca alcune stringhe di byte caratteristiche del vettore di attacco al fine di capire se il backup risulti infetto.

Ma ora ci dobbiamo chiedere se, presso la Nso, nessuno sviluppatore pagato decine di migliaia di euro al mese è al corrente del tool di revealing e non possa modificare la forma delle stringhe contenute nel software Pegasus. L’autore non ha alcun dubbio sul fatto che, non più di 30 minuti dopo la pubblicazione del codice di revealing, tutti i Pegasus in esercizio provvederanno a modificare il loro footprint applicativo per sfuggire allo strumento di diagnostica.

Successivamente ci dobbiamo interrogare sul numero di software Pegasus attualmente in esercizio nel mondo, sul numero di target infettati, sul numero di potenziali obiettivi di alto profilo monitorati da questa modern marvel della tecnica e sulla capacità strategico-operativa di chi controlla questo battaglione di cyber-software ad altissimi potenziali. Per questo l’autore non ha invece una risposta conclusiva, resta dunque una delle tante domande per cui l’universo non è in grado di fornire una risposta semplice. 

Il mondo, senza dubbio, era un posto più semplice quando i cavalli richiamavano soltanto le schedine verdi del Totip; e forse era anche un posto più sicuro.

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In Sicilia una startup vuole formare una nuova generazione di sviluppatrici

In Sicilia una startup vuole formare una nuova generazione di sviluppatrici
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Perché uno sviluppatore o una sviluppatrice siciliani dovrebbero trasferirsi per lavorare, quando potrebbero farlo da remoto? È la domanda che si sono fatti Daniele Rotolo e Marco Imperato, fondatori di Edgemony, una startup palermitana specializzata nella formazione tecnologica e digitale con programmi in sviluppo software, digital marketing e product management. Il tema centrale è quello del cosiddetto digital skills gap, ovvero il divario di competenze digitali che esiste tra la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro. In Italia nei prossimi quattro anni mancheranno all’appello circa 300mila figure professionali in questo ambito. Le università non ne sfornano abbastanza, le imprese non sanno dove trovarle e il sistema rischia di incepparsi, anche secondo i più noti head hunter.

La formazione, prima di tutto

Il primo passo è quello di creare una generazione di persone che abbia le competenze e il mindset per sfruttare a pieno le opportunità professionali che il digital ci offre ogni giorno“, ricorda Edgemony. “Ci siamo costituiti nel marzo del 2020 a ridosso del lockdown, dopo aver vagliato la possibilità di andare via dall’Italia a seguito del fallimento del progetto Mosaicon dove siamo cresciuti“, spiega a Wired il co-fondatore di Edgemony, Daniele Rotolo. Mosaicon in effetti è stata una delle prime startup (anzi scaleup) di riferimento nazionale. Nata nel 2010 affacciata sul mare di Capaci si era ritagliata un business da oltre 20 milioni di euro nel settore dei video digitali per campagne pubblicitarie virali. Con la chiusura nel 2018 oltre 100 specialisti sono rimasti a spasso, ma quell’esperienza ha attecchito, anzi è germogliata.

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Edgemony, Daniele Rotolo e Marco Imperato

Abbiamo capito che qui in Sicilia mancano le competenze e quindi aspiriamo a creare una scuola di alta formazione che per qualità possa competere con le migliori in Italia“, spiega Rotolo. In fondo le aziende del territorio, e non solo, hanno sempre più bisogno di sviluppatori e specialisti del digitale. Per questo motivo i primi master e corsi l’anno scorso hanno riguardato il digital marketing e il coding. Adesso però la sfida è di alzare ulteriormente l’asticella.

La neo-sviluppatrice

Sono partita che non avevo mai visto una riga di codice, adesso li so scrivere, so risolvere dei task e far funzionare una pagina. Posso riuscire a creare una piccola app e chi se lo sarebbe mai aspettato? Sicuramente servono anni di pratica, ma io credo di aver avuto delle ottime basi“, ammette la corsista trentatreenne Barbara Bellassai. Non aveva mai studiato informatica prima, ma voleva cambiare mestiere e quest’anno ha frequentato il primo corso online di quattro mesi di Edgemony. A meno di 60 giorni dalla fine del progetto è già in contatto con diverse aziende e, grazie ai suoi tutor, ha già fatto sei colloqui con aziende del settore. Un po’ come i suoi colleghi di corso: su venti inscritti ben quattordici sono stati assunti e tre di questi a tempo indeterminato.

sviluppatori

Il programma è vasto, si inizia con JavaScript per arrivare poi ad approfondire la libreria ReactJSe. E se non hai già delle basi è dura. Quando entri nel meccanismo poi è bello, ma ti devi impegnare, devi studiare e metterci massimo impegno. Se credi di affrontare un percorso del genere all’acqua di rose, forse non è il percorso giusto. Io non avevo nessuna borsa di studio, ora sto finendo l’iter di selezione con alcune aziende“, sottolinea.

Le imprese hanno drizzato le antenne perché possono permettersi di offrire stipendi più bassi rispetto al nord. Si parla di retribuzioni annue lorde poco sotto i 30mila euro, comunque alte per la Sicilia che viaggia sui 22/23mila (un master della startup ne costa duemila). E poi c’è il vantaggio della qualità della vita, della possibilità di non sradicare generazioni di giovani e anche di costruire un bacino di professionisti locali.

Coding Women Sicily

Insomma, un successo che ha convinto i fondatori di Edgemony a creare nel 2021 il Coding Women Sicily in seno al corso di programmazione informatica Coding Bootcamp. In pratica in collaborazione con Microsoft (progetto Ambizione Italia), Bending Spoons, Facile.it, Tui Musement, Subito e Uala sono state create 12 borse di studio del valore totale di 36mila euro per le donne residenti in Sicilia. Il Coding Bootcamp da quattro mesi è comunque aperto a tutti e consta in 25 posti. La fruizione è in remoto, ma unisce pratica e teoria, con simulazioni aziendali e casi studio reali. L’obiettivo è formare sviluppatori e programmatori front-end.

Ho scelto Edgemony perché è un’azienda siciliana, mi piaceva l’idea di investire dando l’opportunità alla mia gente. Di corsi simili ne avevo trovati altri in Italia, ma perché andare a investire altrove, a parità di condizioni? Siamo spesso lasciati indietro, sono queste cose che fanno la differenza e che aiutano l’occupazione, anche quella femminile. Dopo tanti anni di lavoro fuori, in giro per l’Italia e all’estero, avevo voglia di tornare a casa e con questo corso ho potuto farlo“, spiega la giovane di Sciacca.

Coding Bootcamp

La domanda di sviluppatori è altissima in tutta Europa, mentre in Italia si stima che i posti di lavoro vacanti in ambito ict siano 135mila. Il Coding Bootcamp è stato pensato proprio per formare sviluppatori professionisti e consentire loro poi di lavorare dalla Sicilia per realtà locali, nazionali o internazionali. La selezione prevede dei test ma il colloquio motivazionale è quello che conta di più. Il bootcamp dura 4 mesi, da ottobre 2021 a gennaio 2022, con lezioni teoriche e pratiche, dal lunedì al venerdì, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 17. Si parte con il linguaggio JavaScript per arrivare poi ad approfondire la libreria ReactJS. Normalmente la mattina è dedicata alle lezioni e ai live coding con i docenti, mentre nel pomeriggio ci sono esercitazioni pratiche con il supporto dei tutor. Il programma didattico termina con simulazioni reali di progetti aziendali, quindi in team con project tech leader, standup meeting e presentazione finale.

Dopo l’ultima edizione del Coding Bootcamp, conclusa ad aprile 2021, oltre il 50% dei partecipanti ha trovato lavoro nelle settimane successive alla fine del corso, alcuni a tempo indeterminato”, puntualizza Rotolo. L’edizione del Coding Bootcamp 2021 inizierà ad ottobre; ogni informazione per candidarsi è sul sito ufficiale.

Sicilia Valley

Forse la Sicilia non diventerà mai una Silicon Valley, ma ha le carte in regola per trasformarsi in un polo di attrazione per aziende, professionisti e studenti di tutto il mondo. A Palermo la copertura in fibra ha superato il 54% delle abitazioni e l’intera provincia nel 66% dei casi viaggia almeno a 100 megabit al secondo. Edgemony oggi punta sulle competenze, ma l’architettura del progetto prevede già il coinvolgimento delle imprese, anche locali. Perché l’obiettivo finale è diventare un vero e proprio hub che domani possa persino ospitare i professionisti locali in smart working. “Ci piace l’idea di diventare avanguardia per le sviluppatrici, dato che nel mondo in questo settore sono solo il 10%“, sottolinea Ruotolo.

In effetti secondo i dati le sviluppatrici sono una rarità e se si considera che in Sicilia la disoccupazione femminile sfiora il 30%, circa il doppio della media nazionale, ecco spiegata la sensibilità sul tema. Non solo digital skills gap ma anche gender gap. “Non è facile farlo in una regione in cui siamo indietro e in cui le donne, specialmente in questo campo, non vengono apprezzate – conclude Barbara -. Al corso non è stato così: ho ricevuto molti complimenti e un grande supporto dai docenti e dai ragazzi, Marco e Daniele, portando a casa non solo tante conoscenze ma anche tante belle soddisfazioni. È stata tosta, non lo nego: ma più ripida è la salita e più bella è la vista”.

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Cosa emerge da un nuovo studio sui tempi di richiamo del vaccino Pfizer

Cosa emerge da un nuovo studio sui tempi di richiamo del vaccino Pfizer

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(foto: Soumyabrata Roy/NurPhoto via Getty Images)

Ormai lo sappiamo: ricevere entrambe le dosi dei vaccini, dunque completare l’immunizzazione, è un’arma essenziale contro Covid-19 e ancora più importante per proteggersi contro la più contagiosa variante delta. Ma quanto tempo deve o può passare fra la prima e la seconda dose? Un nuovo studio inglese, a cui ha preso parte l’università di Birmingham, mostra che, nel caso del vaccino a mRna di Pfizer-BioNTech, anche se si decidesse di posticipare il richiamo, facendolo fino a distanza di 14 settimane, la risposta immunitaria potrebbe essere ugualmente sostanziosa.

I risultati, non ancora peer reviewed, sono disponibili in un testo in preprint. La ricerca però non indica in alcun modo di rimandare la seconda dose, che anzi, come recentemente confermato da un vasto lavoro sul New England Journal of Medicine, risulta essenziale (e nei tempi indicati), soprattutto per difendersi dalla variante delta. Mentre per chi ha avuto Covid-19 ed è guarito potrebbero arrivare a breve una nuova semplificazione, almeno in Italia, con la possibilità di vaccinarsi fino a 12 mesi dopo l’infezione e ricevere una sola dose. E non è tutto: oggi dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema) arriva l’autorizzazione all’uso d’emergenza per il vaccino di Moderna anche dai 12 ai 17 anni, mentre il vaccino Pfizer-BioNTech è già somministrato in Italia anche in quella fascia d’età.

Richiamo: dalle 6 alle 14 settimane dopo?

I vaccini a mRna di Pfizer-BioNTech e di Moderna prevedono un richiamo rispettivamente a distanza di 3 o 4 settimane, con un margine di tollerabilità, riconosciuto dalle autorità, fino a 42 giorni. Più di una ricerca sta analizzando se un posticipo ulteriore della seconda dose possa rappresentare una buona strategia, nell’ottica di coprire con una prima dose una quota più ampia della popolazione e poi raggiungere tutti. La ricerca del gruppo di Birmingham e Oxford (nonché di altri enti inglesi) ha confrontato la risposta immunitaria di 503 operatori sanitari sottoposti alla vaccinazione con il vaccino Pfizer-BioNTech secondo tempistiche differenti. Fra i partecipanti il 44% avevano contratto Covid-19 in precedenza. Un gruppo di volontari ha ricevuto la seconda dose nei tempi standard (dalle 3 alle 5 settimane dopo la prima dose) mentre a un altro gruppo è stata somministrata in un periodo che va dalle 6 alle 14 settimane dopo.

Cosa succede fra la prima e la seconda dose

Anche se la ricerca include solo circa 500 persone e non è ancora ufficialmente pubblicata, i dati preliminari forniscono una prima indicazione del fatto che un intervallo prolungato fra le due dosi potrebbe portare alcuni vantaggi. Da un lato il trial clinico sottolinea che nel lungo periodo fra il vaccino e il richiamo il livello degli anticorpi specifici anti Sars-Cov-2 cala in maniera significativa e più e di quanto avviene con il piano vaccinale tradizionale. Anche per questo per ora non c’è alcun consiglio di rimandare la vaccinazione, soprattutto adesso che la variante delta è più diffusa e sappiamo essere poco coperta da una sola dose. Tuttavia, una buona notizia c’è: in tutte le settimane dell’intervallo la concentrazione di linfociti T (o cellule T) – alla base dell’immunità cellulare, una parte importante dell’immunità totale – rimane elevata.

Cosa succede dopo la seconda dose posticipata

Nel piano posticipato, inoltre, dalle analisi svolte dopo la seconda dose emerge che gli anticorpi risalgono notevolmente e sono anche più presenti – fino al doppio – rispetto a quelli prodotti dopo il richiamo effettuato secondo il calendario standard. Inoltre, i ricercatori sottolineano che con un intervallo più lungo la risposta immunitaria legata agli anticorpi è ampia anche contro la delta e altre varianti “che destano preoccupazione” (secondo la classificazione dell’Oms). Le cellule T, invece, risultano più basse di 1,6 volte rispetto al piano tradizionale, anche se un particolare sottogruppo di queste, dette cellule T helper, importanti per la memoria immunitaria a lungo termine e che aiutano a stimolare la produzione di anticorpi.

Quando e con quante dosi si devono vaccinare i guariti

Il caso di chi ha già avuto Covid-19 ed è guarito è leggermente differente. Attualmente in Italia le linee guida prevedono che i guariti ricevano una prima dose di vaccino un po’ distanziata dall’infezione, almeno dopo 3 mesi ma non oltre i 6 mesi. Attualmente nuove prove e una ricerca pubblicata su Nature Communications indicano che la protezione per chi ha avuto Covid-19, sia in forma sintomatica sia senza sintomi, potrebbe durare di più, almeno 9 mesi. Non è un caso che il sottosegretario alla Salute Andrea Costa abbia detto all’agenzia Ansa che il governo sta valutando di posticipare ulteriormente la vaccinazione per i guariti, probabilmente entro i 12 mesi, e con una sola dose (e non due) – un’indicazione che era già presente (non sotto forma di obbligo) in una circolare di marzo 2021 del ministero.

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Che fantastica storia è quella delle serie tv

Che fantastica storia è quella delle serie tv

serie tv
Fra un binge watching e l’altro, vi siete mai domandati quante serie vengano prodotte nel mondo? Per una prima risposta non è necessario essere in possesso di dati precisi, basta dare un occhio alle homepage dei principali servizi di streaming: una miriade soverchiante di titoli da ogni paese del globo. Poi, una ricerca d’inizio 2020, riportata dal New York Times, ha contato solo negli Stati Uniti oltre 500 produzioni scripted all’anno, dato che va moltiplicato parecchie volte così da includere altri mercati attivi, da quello ispanoamericano a quello britannico, da quello nordeuropeo a – nel suo piccolo – quello italiano. Insomma, siamo immersi nelle serie e questo potrebbe dar sempre più adito alla cosiddetta paralisi della scelta: maggiori opzioni a disposizione e meno riusciamo a scegliere.

Nel frattempo ci sono diversi libri che cercano di sistematizzare questo mondo delle serie sempre più variegato. Anche in Italia ne sono usciti numerosi che sperimentano altrettanti format: si va da elenchi generalisti come Serial Moments di Marco Villa e Diego Castelli o Il dizionario delle serie tv cult di Matteo Marino e Claudio Gotti a studi più specialistici sui singoli generi come La sitcom di Luca Barra. Persino il Morandini, mitico dizionario del cinema, ha iniziato da qualche anno a inserire i titoli seriali. Da ultimo, in queste settimane è uscito Storia delle serie tv, due volumi pubblicati da Dino Audino e curati da Armando Fumagalli, Cassandra Albani e Paolo Braga.

L’intento è quello di “mettere ordine, ricostruire la storia, le ascendenze, i legami, le innovazioni, la creatività, l’audacia di un mondo narrativo, professionale e industriale”. Insomma, non un mero elenco di titoli, bensì un tentativo di tracciare parametri e confini di quella che non è solo una rivoluzione dei consumi culturali, ma anche un momento di grande rinnovamento dei processi di produzione e distribuzione dell’intrattenimento (d’altronde, come si legge nell’introduzione, “il cinema e la televisione sono infatti sempre arte e industria, contemporaneamente”). A compilare i capitoli sono studiosi e accademici che si occupano di televisione e di media, professionisti del settore, autori, sceneggiatori e produttori con un’esperienza di prima mano nel mercato.

I due volumi (il primo dagli anni ’50 all’alba dei Duemila, il secondo fino ai giorni nostri) seguono sia linee cronologiche, per esempio partendo dai classici esempi della serialità antologica americana con titoli come Alfred Hitchcock presenta Ai confini della realtà fino alle più recenti novità italiane Skam o Doc; sia linee tematiche di genere, dalle miniserie del cosiddetto prestige cable al teen drama passando per le sitcom e le serie kids. Si tratta di un tentativo di ordinamento che è al contempo denso e agile, strutturato su percorsi che possono essere affrontati singolarmente ma che, attraverso continui rimandi, costruiscono un tessuto molto più ampio, che ci permette di tracciare cambiamenti e rivoluzioni che stanno gradualmente modificando il panorama.

Ogni capitolo di approfondimento accademico è seguito da una scheda di analisi più puntuale di una serie specifica (da I Simpson a Lost, da Gomorra a The Mandalorian), tra curiosità e aneddoti. Per esempio, è interessante scoprire che un giallo classico come Colombo, di cui di solito si sottolineano le innovazioni narrative quali il detective trasandato e insospettabilmente acuto o l’inversione della trama con lo svelamento dell’assassino, è particolare soprattutto in quanto metafora delle contraddizioni del sogno americano, con personaggi che si macchiano di delitti perché incapaci di mantenere uno status che non merito. Oppure è suggestivo pensare che le due serie apparentemente diverse fra loro E.R. – Medici in prima linea e The West Wing condividono una specie di Dna comune, raccontando il sacrificio in nome di un ideale (etico o politico che sia). Passando in rassegna i vari titoli selezionati dagli autori si comprendono persino i limiti di un luogo comune come la morte della tv generalista.

È forse, però, nella disamina delle produzioni italiane che Storia delle serie tv si distingue. Partendo dal presupposto di “non disprezzare le opere generaliste”, e quindi superando lo snobismo di certe pubblicazioni che guardano al mondo americano come unico e inarrivabile, sono molte le analisi che riguardano le serie nostrane in genere bistrattate: dalla fiction Distretto di polizia (esempio di “intreccio fra scelte editoriali, motivazioni produttive ed elementi di scenario commerciale che farà scuola nel futuro della serialità italiana”) a Don Matteo (“uno dei casi più eclatanti per l’affezione degli spettatori e per gli ascolti”), senza dimenticare Gomorra. Ma è forse nelle pagine dedicate a Un posto al sole che si trovano le chiavi per comprendere un successo mai troppo analizzato: un mix fra l’importazione di un formato produttivo molto rigido ed efficiente di stampo internazionale (quello dell’australiana Neighbours) e “le logiche di localizzazione” che sfruttano le tipicità napoletane per così dire neorealistiche.

Siamo soliti dire che una serie ci piace o meno per via della trama, dei personaggi, degli attori, del ritmo che sostiene. Eppure, capiamo leggendo Storia delle serie tv, che il nostro giudizio è frutto invece di un preciso processo culturale e industriale. Comprendere il modo in cui vi siamo immersi è forse un’ulteriore arma per orientarci in un oceano di titoli che ci può portare all’apnea. Operare scelte consapevoli, in un mercato così strabordante di proposte e stimoli è quasi un dovere da parte di noi consumatori che vogliamo essere padroni delle nostre scelte. Inoltre, approfondire come cambia la narrazione seriale significa cogliere il mondo che ci circonda e, in definitiva, come (ci) raccontiamo.

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Quanto inquina il turismo nello spazio?

Quanto inquina il turismo nello spazio?

Turismo spaziale
(Immagine: Virgin Galactic)

Lo scorso 11 luglio, sir Richard Branson, patron di Virgin Galactic, è salito fino a 80 chilometri di quota a bordo della sua Vss Unity. E appena nove giorni dopo Jeff Bezos, con un razzo targato Blue Origin, gli ha risposto raggiungendo una quota ancora maggiore, di circa 120 chilometri. All’appello manca (per adesso) soltanto Elon Musk, che ha però dichiarato che la sua SpaceX ha intenzione di offrire un pacchetto commerciale di cinque giorni di volo orbitale a bordo della Crew Dragon 2 già entro la fine del 2021.

Insomma, è ufficialmente cominciata l’era del turismo spaziale. E quindi, dietro i lustrini, è lecito (e doveroso) cominciare a pensare anche all’impatto ambientale che avranno questi lanci nel lungo termine. La comunità scientifica, effettivamente, ha già iniziato a porsi il problema. “Il turismo spaziale avrà delle conseguenze in termini di inquinamento e cambiamenti climatici?”, si è chiesta per esempio Eloise Marais, professoressa associata di geografia fisica alla University College of London, che studia da tempo l’impatto dell’industria spaziale sulla salute dell’atmosfera. “Probabilmente sì – ha aggiunto -. Se gli enti regolatori internazionali vogliono tenere il passo di questa industria nascente e controllarne adeguatamente l’inquinamento, gli scienziati hanno bisogno di una migliore e rapida comprensione dell’effetto che questi “astronauti miliardari” avranno sull’atmosfera del nostro pianeta”.

L’impatto dei lanci

Le scaramucce, d’altronde, sono già cominciate. A sentire Bezos, il suo razzo è più attento all’ambiente rispetto a quello di Branson. Dal canto suo, il proprietario di Virgin Galactic sostiene che le emissioni di anidride carbonica dei suoi voli sono equivalenti a quelli di un biglietto aereo tra Londra e New York, e che “l’azienda ha già intrapreso tutti i passi necessari ad azzerare le emissioni di anidride carbonica dei voli di test e sta esaminando la possibilità di azzerare le emissioni dai futuri voli passeggeri e di ridurre la quantità di emissioni da tutta la filiera”.

Anche Gavin Schmidt, consigliere per il clima della Nasa, non si dice preoccupato: “Le emissioni di anidride carbonica dai voli spaziali sono totalmente trascurabili rispetto ad altre attività umane e rispetto all’aviazione commerciale”. Per il momento, forse, è vero. Ma va tenuto conto che il confronto ha ancora poco senso (i decolli dei razzi spaziali sono circa 100 ogni anno, un’inezia rispetto ai 100mila voli commerciali che partono ogni giorno): cosa accadrà più avanti, quando il volume del turismo spaziale aumenterà?

Motori in orbita

Guardiamo, ancora, ai tre principali attori sulla scena. Il motore Blue Engine 3 (Be-3), che porta in orbita i razzi di Blue Origin, usa propellenti a idrogeno liquido e ossigeno liquido. La Vss Unity è spinta da un propellente ibrido a base di carburante solido (polibutiadene con radicali ossidrilici terminali, o Htpb) e un ossidante liquido, l’ossido di azoto. I razzi di Falcon, infine, funzionano con cherosene liquido e ossigeno liquido.

L’uso di propellenti di questo tipo fornisce l’energia necessaria a vincere la gravità terrestre e lanciare i razzi nello spazio, emettendo, allo stesso tempo, gas serra e altri inquinanti sia negli strati bassi che in quelli alti dell’atmosfera. Il propellente del Be-3, in particolare, rilascia grandi quantità di vapore acqueo, mentre la combustione del carburante della Vss Unity e dei razzi della Falcon produce anidride carbonica e fuliggine (oltre a vapore acqueo e diverse altre sostanze).

Ancora: l’ossidante della Vss Unity produce (ed emette) ossidi di azoto, composti notoriamente inquinanti. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Earth’s Future nel 2016, due terzi del propellente esausto sono rilasciati nella stratosfera (tra 12 e 15 chilometri di quota) e nella mesosfera (tra 50 e 85 chilometri di quota), dove possono permanere per un periodo di tempo compreso tra due e cinque anni. Le altissime temperature che si raggiungono durante il decollo e durante il rientro in atmosfera (dovute, in questo caso, all’attrito che si genera tra lo scudo protettivo delle navicelle e l’atmosfera stessa) convertono l’azoto atmosferico (che è stabile) in ossidi di azoto, che invece sono molto reattivi.

Gli effetti dell’inquinamento

Cosa fanno tutte queste sostanze nell’atmosfera? Nulla di buono, sembra. Gli ossidi di azoto e le molecole che si formano dalla “rottura” dei legami chimici del vapore acqueo nella stratosfera convertono l’ozono in ossigeno, assottigliando lo strato di ozono che protegge il nostro pianeta dalle radiazioni ultraviolette del Sole. Il vapore acqueo, invece, produce nuvole nella stratosfera che rappresentano una “superficie” che accelera ulteriormente le reazioni chimiche di cui sopra. Anidride carbonica e fuliggine, poi, intrappolano il calore nell’atmosfera, contribuendo al riscaldamento globale.

A complicare le cose, ci sono anche meccanismi che vanno nella direzione opposta: le nuvole che si formano dal vapore acqueo riflettono i raggi del Sole verso lo spazio, e uno strato di ozono assottigliato assorbe meno luce solare: entrambi fenomeni che fanno riscaldare meno l’atmosfera. Non è facile stimare l’effetto totale dei lanci dei razzi nell’atmosfera – dice ancora Marais -. Servirebbero dei modelli molto dettagliati, che tengano conto di tutti i processi chimici e della persistenza degli inquinanti negli strati più alti dell’atmosfera. E sarebbe anche necessaria una comprensione più profonda e realistica di come si svilupperà l’industria del turismo spaziale”.

Stando a quel che sappiamo oggi, Virgin Galactic ha intenzione di proporre circa 400 decolli ogni anno, mentre Blue Origin e SpaceX devono ancora rendere pubblici i loro piani. Secondo un report, le emissioni di anidride carbonica per quattro turisti a bordo di un volo spaziali sono tra 50 e 100 volte maggiori rispetto alle 1-3 tonnellate stimate per ogni passeggero di un volo a lungo raggio. E secondo un’altra stima, calcolata dall’astrofisico francese Roland Lehoucq, le emissioni di Virgin Galactic si aggirano intorno a 4,5 tonnellate per passeggero, più del doppio del budget annuale individuale di anidride carbonica raccomandato per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Non proprio trascurabili.

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Venezia non perderà lo status di patrimonio dell’umanità dell’Unesco

Venezia non perderà lo status di patrimonio dell’umanità dell’Unesco

Venezia
(foto: Pixabay)

Venezia è riuscita a non perdere lo status di patrimonio artistico dell’umanità. Dopo l’adozione del piano di allontanamento delle grandi navi da crociera dalla laguna, il Comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco ha deciso di non inserire Venezia nella lista dei siti in pericolo, dove finiscono i siti in minacciati da conflitti, dai processi di industrializzazione, dalla scarsa manutenzione o da norme insufficienti a tutelare il patrimonio culturale. Salva dalla blacklist anche la grande barriera corallina dell’Australia, mentre il porto vittoriano di Liverpool è stato cancellato dall’elenco dei patrimoni dell’umanità, perché l’amministrazione cittadina non ha accolto le richieste dell’Unesco di interrompere la costruzione di nuovi grattacieli nella zona.

Circa un mese fa, l’organo di valutazione tecnico dell’Unesco aveva avvertito l’Italia di agire quanto prima per bloccare l’ingresso delle grandi navi a Venezia, perché pericolose per l’integrità del sito, pena l’inserimento nella blacklist. Quando un sito finisce nella lista, le autorità statali devono adeguarsi alle indicazioni dell’Unesco, altrimenti si viene privati dello status di patrimonio dell’umanità. L’immediato effetto per i siti che attraversano questo processo è di perdere molti afflussi turistici e poi, in caso di cancellazione dello status di patrimonio dell’umanità, anche dei finanziamenti garantiti dalla comunità internazionale.

In questi giorni, il Comitato ha escluso anche la grande barriera corallina australiana dalla lista nera, grazie alle forti pressioni internazionali fatte dal governo di Camberra per opporsi alla valutazione dell’organo tecnico dell’Unesco. Per l’organizzazione internazionale la barriera si trova chiaramente in pericolo a causa del cambiamento climatico e le autorità australiane dovrebbero agire con maggior decisione per proteggerla. L’Australia è infatti un grande produttore ed esportatore di carbone e gas ed è ancora indietro nella transizione verso il raggiungimento delle emissioni zero. La decisione del Comitato è stata quindi molto contestata, sia dai movimenti ambientalisti che dal partito dei Verdi australiano. “Il governo ha promesso al mondo che avrebbe fatto del suo meglio per proteggere la barriera corallina” ha detto il capo di Greepeace Australia pacific, David Ritter, sul Guardian “invece ha fatto del suo meglio per nascondere la verità”. Mentre secondo il portavoce dei Verdi, Peter Whish-Wilson, l’Australia ha perso l’occasione di assumere un ruolo di leadership globale nella riduzione delle emissioni di Co2, andando invece proprio a ostacolare questo sforzo collettivo.

L’altro sito sotto osservazione era il porto vittoriano di Liverpool, già inserito nella lista nera dal 2012, era riuscito finora a evitare di perdere il suo status di patrimonio dell’Umanità. Tuttavia nonostante le raccomandazioni Unesco di non modificare l’area con nuovi edifici, l’amministrazione della città ha comunque autorizzato la costruzione di un nuovo stadio e di nuovi grattacieli nella zona limitrofa al porto. Così, il Comitato ha deciso di rimuovere Liverpool dall’elenco dei patrimoni dell’umanità. Fino a oggi solo due siti avevano perso il loro status dopo essere stati inseriti nella lista: il Santuario dell’orice d’Arabia in Oman, a causa della volontà del governo di voler sfruttare la zona per l’estrazione di petrolio e gas, e la valle dell’Elba di Dresda, a seguito della decisione della città di costruire un viadotto a 4 corsie nella zona. Con Liverpool il conto sale a tre.

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YouTube ha rimosso 15 video di Bolsonaro che disinformavano su Covid-19

YouTube ha rimosso 15 video di Bolsonaro che disinformavano su Covid-19

covid Bolsonaro
Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro durante una conferenza stampa sulla pandemia di coronavirus (foto: Andre Coelho/Getty Images)

YouTube ha rimosso 15 video pubblicati dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro, perché diffondono disinformazione sul coronavirus. La piattaforma ha affermato che la sua decisione non è stata politica, ma si è solo basata sulle sue linee guida sui contenuti.

Dall’inizio della pandemia, Bolsonaro si è espresso contro lockdown, mascherine e vaccinazioni e ha più volto proposto presunti rimedi contro il covid-19 tra i quali cocktail di farmaci non sicuri e the indigeni. Sul suo canale vengono pubblicati discorsi e conversazioni con i ministri del suo governo su varie questioni, alcuni sono anche trasmessi in streaming.

Secondo l’agenzia di stampa brasiliana O Globo, un video mostra Eduardo Pazuello, ex ministro della Sanità brasiliano, che confronta il coronavirus con l’Aids. In un altro video di una trasmissione della Cnn, un medico brasiliano raccomanda l’idrossiclorochina, un farmaco per la malaria, e il farmaco antiparassitario ivermectina. La loro efficacia nel trattamento del virus non è stata ancora dimostrata.

YouTube ha affermato che non consente contenuti sulla sua piattaforma che promuovono entrambe le sostanze come trattamento efficace. L’azienda ha anche detto che le sue regole vietano i video in cui si afferma che le mascherine non aiutano a prevenire la diffusione del virus.

Questa non è la prima volta che le principali piattaforme digitali rimuovono i video del presidente brasiliano. L’anno scorso Twitter e Facebook hanno rimosso i video di lui che inveiva contro le misure di distanziamento sociale e affermava che un grande numero di casi avrebbe reso il Brasile immune al Covid. La stessa YouTube aveva già cancellato 5 video di Bolsonaro ad aprile e 12 a maggio.

Il presidente è stato molto criticato in patria per la sua gestione della pandemia e ​​ad aprile il congresso brasiliano ha avviato un’inchiesta ufficiale sulla risposta del governo all’emergenza. L’ipotesi è che Bolsonaro abbia sottostimato la pericolosità del virus facendo diventare il Brasile uno dei più gravi focolai a livello mondiale.

Al momento nello Stato sudamericano ci sono oltre 54.500 casi di covid confermati e 1.424 decessi. Il numero totale di contagiati in Brasile ha superato i 19 milioni, con 545.000 morti.

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Le colonne sonore dei videogame alla cerimonia d’apertura di Tokyo 2020

Le colonne sonore dei videogame alla cerimonia d’apertura di Tokyo 2020

final fantasy
(Foto: Square Enix)

Gli appassionati di videogame più attenti hanno subito riconosciuto una serie di melodie famigliari come sottofondo musicale orchestrale alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Prima è stato il tema principale di Dragon Quest, poi è toccato a un brano di Final Fantasy e via con musiche da Monster Hunter, persino da Pes. Casualità?

In realtà, come è facile immaginare, era tutto progettato ad hoc dal comitato organizzatore che ha voluto rendere un piccolo omaggio a una delle società più importanti del Giappone – l’industria videoludica, appunto – scegliendo brani musicali presi da videogiochi molto famosi.

Ecco la lista completa come svelata dal portale Nikkansports:

Dragon Quest “Introduction: Lotto Theme”

Final Fantasy “Victory Fanfare”

Tales of Series “Sley’s Theme-Guru-“

Monster Hunter “Proof of Hero”

Kingdom Hearts “Olympus Coliseum”

Chrono Trigger “Frog Theme”

Ace Combat “First Flight”

Tales of Series “Royal Capital-Dignified”

Monster Hunter “Wind of Departure”

Chrono Trigger “Robo’s Theme”

Sonic the Hedgehog “Star Light Zone”

Winning Eleven (Pro Evolution Soccer) “eFootball walk-on theme”

Final Fantasy “Main theme”

Phantasy Star Universe “Guardians”

Kingdom Hearts “Hero’s Fanfare”

Gradius (Nemesis) “01 ACT 1-1”

NieR “Initiator”

Saga Series “Makai Ginyu Poetry-Saga Series Medley 2016”

Soul Caliber “The Brave New Stage of History”

Una scelta curiosa, ma di sicuro effetto che è diventata virale sin da subito grazie al tam tam sui social network. Tra i brani più apprezzati durante la cerimonia di apertura c’è proprio la Victory fanfare di Final Fantasy che è tra le più coerenti, mentre è piuttosto sorprendente la presenza di un tema da Winning Eleven, nome giapponese delle prime edizioni del gioco da noi conosciuto come Pro Evolution Soccer (Pes) che ora si chiama eFootball.

Salta inevitabilmente all’occhio, anzi all’orecchio, la mancanza di brani da giochi Nintendo come quelli da Super Mario, Pokémon oppure Legend of Zelda. Probabile che non si sia trovato un accordo commerciale.

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La curiosa saga della Dc Comics contro il Batman del Napoli

La curiosa saga della Dc Comics contro il Batman del Napoli

batman-adam-westL’americano Batman contro Pino Bat da Ischia. Sono i supereroi protagonisti di una saga iniziata nel 1995 tra i cori dei tifosi allo stadio San Paolo di Napoli e terminata a colpi di carte bollate per la contesa su un marchio. Quello ideato da Giuseppe “Pino” Taglialatela, portiere (riserva) della squadra azzurra negli anni ’80  e ’90, che per i suoi prodigiosi salti tra i pali era stato soprannominato “Batman” dai tifosi. L’immagine stampata a quei tempi sulla sua divisa di gioco personalizzata secondo la Dc Comics ricorderebbe troppo da vicino l’iconica sagoma del personaggio creato da Bob Krane e Bill Finger, ma il diretto interessato si difende così: “In realtà ero appassionato di Goldrake e quel marchio ricorda l’alabarda spaziale”.

È stato lo stesso Taglialatela a raccontare la vicenda, durante una trasmissione su Radio Marte riferita da Sport Mediaset: “Inizia tutto nel 1995 e dal soprannome di Batman: la Dc Comics ci ha aggredito e il vero Batman si è scagliato contro di me. Mi hanno detto di rimuovere il marchio, che non è quello di Batman ma di Pino Bat. Volevamo registrarlo ma la cosa ha dato fastidio”. L’ex calciatore ha spiegato di non aver “creato maglie o altre cose da mettere in vendita, non lo farò mai” e che “non abbiamo fatto e non facciamo merchandising, quella maglia è stata unica: chi ce l’ha, ce l’ha. Volevo registrare il marchio con l’agenzia che mi segue perché l’ho creato io. E poi non è proprio un pipistrello”.

Poi sono arrivate ancora sollecitazioni a rimuovere marchio e immagini: “Ci hanno scritto da ogni parte d’Europa, ci è stato intimato persino di togliere le immagini dal sito. Il Pino Bat lo rimuoveremo, ma non voglio perdere il marchio: è una questione affettiva, fa parte della mia carriera. Come sono arrivati a me? Non ne ho idea”. La foto profilo Instagram (@pinobat) accosta proprio i due personaggi e il profilo Facebook è pieno di ricordi con quella maglia. Nonostante tutto, Taglialatela non abbandona le speranze: “Cercheremo un modo di comunicare con la DcComics sperando in una soluzione”.

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