Di cosa parliamo quando parliamo di medicina di genere-specifica

Di cosa parliamo quando parliamo di medicina di genere-specifica

medicina genere
(foto: Adobe Stock)

Lo sapevamo da tempo, ma Covid 19 e i vari vaccini realizzati per arginare la pandemia ce lo hanno ricordato in modo lampante: i corpi di uomini e donne sono diversi e diversi sono i modi in cui si presentano le patologie e le risposte ai farmaci. È questo che studia la medicina di genere, un termine che ultimamente stiamo sentendo sempre più spesso. Ma di cosa si tratta veramente? E a che punto siamo in Italia? Iniziamo col dire che in questo articolo parleremo di medicina genere-specifica perché, come spiega a Wired Giovannella Baggio, presidente del Centro studi nazionale su salute e medicina di genere di Padova e prima docente a tenere una cattedra sulla materia in Italia, dal 2012 al 2017 (all’Università di Padova), “questo termine oggi è più corretto, perché tutte le specialità, trasversalmente, devono essere declinate e praticate con un’attenzione di genere”. Non si tratta, quindi, di una branca della medicina a sé stante, o che riguarda solo le donne. È inoltre un ambito nel quale il nostro paese è all’avanguardia: siamo stati i primi al mondo ad aver approvato una legge sulla materia (la cosiddetta legge Lorenzin, del 2018) e ad aver istituito, per la sua attuazione, un Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere sul territorio nazionale e un osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità.

La sindrome di Yentl e la medicina genere-specifica

In un racconto del premio Nobel Isaac Bashevis Singer, Yentl. The yeshiva boy, la protagonista, una ragazza polacca dei primi del Novecento, si finge maschio per poter studiare il Talmud. Nel 1983 dal testo fu tratto il primo film diretto da Barbra Streisand. Qualche anno dopo, la cardiologa americana Bernardine Healy parlò per la prima volta della sindrome di Yentl sul New England Journal of Medicine: nell’articolo Healy constatava che nel suo reparto le donne affette da cardiopatie, con patologie o sintomi diversi da quelli maschili, rimanevano vittime di errori diagnostici e terapie inefficaci che potevano risultare anche fatali. Inoltre sottolineava che le donne erano per nulla o poco rappresentate nelle sperimentazioni farmacologiche.

Fu un momento molto importante, che diede un impulso fortissimo allo sviluppo della medicina genere-specifica. Ovvero, un approccio alla materia che tiene conto delle differenze fisiologiche, biochimiche e anche socioculturali legate al sesso. Un approccio disruptive, considerando che per secoli la medicina si è basata sulla convinzione che i corpi maschili rappresentassero l’umanità intera (tranne in pochi campi, come ovviamente la ginecologia). Nel caso specifico dell’infarto del miocardio, stiamo parlando della prima causa di morte tra le donne (48%), che muoiono molto più degli uomini, nonostante in questi ultimi le malattie cardiovascolari siano più frequenti (dati dal Libro Bianco Onda, Medicina di genere, 2019).

Nella donna l’infarto si presenta in modo totalmente diverso rispetto all’uomo e, siccome non tutti lo sanno, spesso i sintomi vengono ignorati – spiega Baggio–: contrariamente all’immagine che associamo all’infarto, generalmente non abbiamo dolore al petto; più frequentemente proviamo dolore posteriore o un po’ di ansia. Inoltre i fattori di rischio hanno un impatto diverso: una donna diabetica ha tre volte più probabilità di sviluppare un infarto di un uomo che ha il diabete; incidono anche il sovrappeso, il fumo o l’aver avuto parti pre termine”.

30 anni dopo: Covid visto dalla prospettiva di genere

Covid-19 è stata la conferma più recente di quanto nel decorso di una malattia ci possano essere differenze importanti tra uomini e donne. Tutti gli studi condotti finora (da Nature Communications, Science, Global Health 50/50 e dallo stesso Istituto superiore di sanità italiano, per citarne alcuni) hanno confermato che gli uomini rischiano di finire in terapia intensiva e di morire più delle donne. Solo dopo i 90 anni la situazione si ribalta, ma semplicemente perché in quella fascia di età le donne sono più numerose. Questo accade nonostante le donne si ammalino di più (probabilmente perché più coinvolte in lavori di cura, come le professioni infermieristiche, sanitarie e mediche).

Potrebbe dipendere sia da fattori biochimici (la proteina Ace2, più espressa nelle donne perché codificata dal cromosoma X, aiuterebbe le cellule a difendersi dal virus; inoltre la sua azione sarebbe stimolata dagli estrogeni) che da abitudini (le donne fumano di meno e tenderebbero a rispettare di più le regole che riducono le possibilità di contagio). “Abbiamo un sistema immunitario più forte di quello maschile, ma poi lo scontiamo con un’esposizione alle malattie autoimmuni molto più elevata”, sottolinea Baggio. Se solo ora si stanno cominciando a raccogliere dati differenziati per genere specifici sulle terapie contro Covid-19 (“all’inizio la pandemia ci ha colti di sorpresa e abbiamo avuto difficoltà a curare tutti, figuriamoci a distinguere per sesso”), è invece vero che “nella fase di sperimentazione dei vaccini entrambi i sessi erano presenti in modo bilanciato”, spiega Baggio. E questo è molto importante, in un momento in cui ancora resiste una certa diffidenza verso i vaccini.

Un approccio di genere, per curare al meglio sia donne che uomini

Su Covid-19 nel giro di un anno abbiamo raccolto molti dati, e questi saranno utilissimi nell’affinare sempre di più i protocolli di cura. Purtroppo non avviene lo stesso con altre patologie. Caroline Criado Perez nel libro Invisibili (Einaudi) denuncia la carenza di dati diversificati nella ricerca medica (nella sperimentazione sia animale che clinica), nonostante enti e organismi scientifici internazionali impongano da tempo nelle loro linee guida e codici etici un approccio di genere. “Abbiamo un’enorme carenza di informazioni sul corpo femminile, un vuoto di dati che purtroppo continua a crescere”, scrive, un deficit che si traduce in diagnosi e cure sbagliate, e spesso anche in episodi in cui le donne non vengono ascoltate o credute dai medici quando raccontano i loro sintomi. Eppure la carenza di dati diversificati influisce negativamente sulla capacità offrire cure adeguate anche agli uomini.

Alcuni esempi, citati dalla dottoressa Baggio: “è vero che la depressione nelle donne ha un’incidenza 2-3 volte più alta rispetto agli uomini, ma in tutto il mondo questi si suicidano dalle 3 alle 4 volte in più”. E ancora: “gli uomini sopra i 75 anni possono soffrire di osteoporosi, e la loro mortalità dopo una frattura è 4 volte superiore a quella delle donne. Ma quanti uomini vengono sottoposti a una densitometria ossea o a una terapia contro l’osteoporosi?”.

A che punto siamo in italia

In Italia, con la Legge Lorenzin del 2018, ci siamo dotati di un Piano per la medicina di genere e di un Osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità per la sua realizzazione. Gli obiettivi del Piano riguardano quattro ambiti fondamentali: non solo la rivisitazione dei percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, ma anche ricerca e innovazione, formazione e aggiornamento professionale e comunicazione. La sfida che ha davanti a sé l’Italia, ora, “è applicare veramente questa legge – spiega Baggio –. Finora i passi avanti fatti si sono avuti indipendentemente dal Piano, grazie alla rete che abbiamo faticosamente creato nel tempo con ospedali, società scientifiche, enti, centri per la medicina di genere”. Eppure la nostra legge è “importantissima e unica al mondo, fondamentale per attuare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno per implementare un approccio di genere in tutte le specialità mediche”.

Ora la palla passa alle regioni: “Ce ne sono alcune che sono avanti, come Toscana ed Emilia Romagna, e altre che fanno fatica”, prosegue Baggio. “Senza uniformità sarà difficile vedere effetti concreti nell’attuazione del Piano. Ma la legge impone loro di mettersi al passo, perciò sono fiduciosa”. E allora quanto potrebbe volerci per vedere finalmente applicata una medicina genere-specifica che vada oltre i buoni propositi e curi veramente tutti al meglio? “Ho molta fiducia nei giovani medici e negli studenti di medicina, tra una generazione potremo avere finalmente la rivoluzione che i pazienti, di qualunque sesso, meritano da tempo”.

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L’Italia non ha mai fatto veramente i conti con il G8 di Genova

L’Italia non ha mai fatto veramente i conti con il G8 di Genova

Carica al G8 di Genova (foto: Ares Ferrara via Wikimedia Commons)
Carica al G8 di Genova (foto: Ares Ferrara via Wikimedia Commons)

Gli anniversari non sono graditi a tutti, figuriamoci quelli che celebrano lutti e fallimenti. Eppure, vent’anni dopo, la domanda è inevitabile: cosa è rimasto del G8 di Genova? Quello che è successo nel luglio del 2001 – la morte di un ragazzo durante gli scontri di piazza, i pestaggi della polizia su giovani inermi nelle strade e dentro la scuola Diaz, le torture subite dai manifestanti nella caserma di Bolzaneto – è una vicenda consegnata alla storia.

Al governo c’è Silvio Berlusconi. Arrivato da pochi mesi, dai precedenti governi di centrosinistra ha ereditato la scelta di tenere a Genova la riunione dei capi di governo degli otto Paesi più industrializzati della Terra. Per la sinistra di movimento italiana e internazionale il G8 di Genova è l’occasione di inchiodare i governi alle loro responsabilità: si pensa a grandi manifestazioni di piazza, ma anche tavoli di confronto dove si analizzano piattaforme alternative a quelle dei governi, happening di giovani da tutta Europa per chiedere una globalizzazione rispettosa dei diritti umani e sostenibile.

In quel luglio, però, tutto va storto. I mesi precedenti vedono una crescita continua delle tensioni. Le intelligence sfornano rapporti allarmati, i giornali li rilanciano con toni ancora più estremi. La città è letteralmente blindata, grate chiudono l’ingresso nel centro storico, muri di container la dividono. La tragedia si materializza il 20 luglio. Mentre pochi gruppi di manifestanti violenti, i black bloc, vandalizzano alcuni punti della città, la polizia perde la testa: battaglioni si disperdono per le strade della città, altri si accaniscono contro dimostranti pacifici e inermi fino a quando, in Piazza Alimonda, dove due mezzi dei carabinieri vengono accerchiati dai manifestanti, dalla pistola del carabiniere Mario Placanica (successivamente prosciolto dalle accuse) partono due colpi di pistola. Uno raggiunge Carlo Giuliani, giovane dimostrante originario di Roma, uccidendolo.

Cosa è rimasto del G8

Più scomodo è chiedersi quanto l’Italia di oggi sia figlia di quei giorni. Ed è scomodo perché equivale ad ammettere un fallimento generalizzato che ha pesato sull’avvitamento del Paese su se stesso. In quei giorni falliscono i media, incapaci di distribuire torti e ragioni confondendo l’equidistanza con l’obiettività.

Fallisce la sinistra, che aveva avuto in dono dal movimento no-global tutte le parole d’ordine per affrontare la crisi del modello capitalista e le ha buttate al vento consegnandole infine alla destra anti-mondialista.

Falliscono le forze dell’ordine, che non sono state capaci di garantire la sicurezza dei cittadini nel rispetto dei loro diritti. L’uccisione di Carlo Giuliani non è l’unica tragedia di quei giorni. Il giorno dopo, il 21 luglio, nella notte i reparti mobili della Polizia, guidati da Vincenzo Canterini, fanno irruzione nella scuola Diaz, dove dormono alcuni attivisti, seminando botte e spargendo sangue. L’accusa è che nella scuola ci siano armi e persone violente e pericolose. Ma non è vero niente e in seguito, per giustificarsi, uomini delle forze dell’ordine produrranno persino prove false. E non è finita ancora. A Bolzaneto, in una caserma, iniziano a essere portati manifestanti che vengono privati dei loro diritti – non possono chiamare un avvocato, o i loro famigliari – e vengono pestati, umiliati, torturati.

Un bilancio di quel 2001

In anticipo di qualche mese sull’anniversario di luglio, Giovanni Mari, un giornalista genovese che allora era in piazza per Il Secolo XIX, quotidiano per cui lavora tutt’ora, ha raccontato tutti questi fallimenti in Genova, vent’anni dopo (People). Il ricordo dettagliato e puntiglioso che fa è doloroso per chi di quei giorni ha memoria e sarà sorprendente per chi invece è più giovane.

Doloroso e sorprendente ricordare, per esempio, che chi allora manifestava contro la riunione dei capi di governo degli otto Paesi più influenti del pianeta (già, c’era anche l’Italia) sotto le insegne del Genoa Social Forum aveva azzeccato tutti i temi che oggi sono centrali nel dibattito pubblico: lo strapotere delle multinazionali, la necessità di una fiscalità più equa con la cancellazione dei paradisi fiscali, la tutela dell’ambiente, la lotta alle diseguaglianze di reddito e di genere, la necessità di difendere la democrazia dalle pulsioni illiberali erano tutti temi che animavano una coalizione sociale che guardava naturalmente a sinistra, ma che si è persa per strada. In parte silenziata con i manganelli, in parte auto-annichilita nell’incapacità di adottare linguaggi e proposte che non fossero quelle dell’antagonismo velleitario, della testimonianza fine a se stessa.

Ancor più doloroso ricordare che l’allora segretario del più grande partito della sinistra, i Ds, Piero Fassino, ha infine ritirato la partecipazione del partito alla grande manifestazione di piazza del 21 luglio, sancendo un divorzio tra sinistra di piazza e istituzionale che non si è mai ricomposto.

Il ruolo dell’informazione

Ma Mari ricorda altri fallimenti forse ancora più gravi e che dovrebbero far riflettere chi oggi, per esempio, attribuisce il dilagare della disinformazione all’influenza dei social network. Allora non c’erano, eppure è palese il ruolo nefasto di stampa e tv che, in quei giorni, “non fanno altro che esacerbare gli animi, credendo alle storie sul sangue infetto sparato dai manifestanti sui poliziotti e ingigantendo i toni guerreschi degli sprovveduti noglobal. Poi trattando la repressione come un’opinione discettabile […]. In preda al complesso di non essere di parte (ma la verità è di parte?), il giornalismo cerca ossessivamente contraltari. E non stana, non denuncia fino in fondo le menzogne che gli interlocutori calano senza pudore sul tavolo. Temendo di apparire di parte raccontando il fallimento del sistema di sicurezza italiano, i giornali danno fiato a chi lo difende senza nessun argomento”.

È così difficile vedere in questa ossessione per l’equidistanza il pilatesco atteggiamento di buona parte del sistema mediatico italiano che avvelena ancora oggi il dibattito pubblico?

Ma è la questione della gestione dell’ordine pubblico l’aspetto più doloroso e gravido di conseguenze: la sistematica incapacità di individuare e fermare i responsabili dei disordini, i black bloc; le cariche sui manifestanti inermi, la retata alla scuola Diaz fatte per fornire un capro espiatorio all’opinione pubblica, le torture alla caserma di Bolzaneto sono una verità storica a cui non è mai corrisposto un reale esame di coscienza da parte dello Stato. Se un blitz in un dormitorio più essere un devastante errore, “lo Stato sprofonda nella vergogna più cupa se poi questo blitz cerca di motivarlo con una pesantissima serie di menzogne”, scrive l’autore.

Il fatto che l’allora capo della polizia, Gianni De Gennaro, abbia avuto una sfolgorante carriera dopo il 2001 può essere derubricato forse ad aneddoto. Ma una domanda frulla in testa, e solo in parte esula il tema del libro: se l’Italia avesse avviato allora una scrupolosa ricognizione sui guasti del suo sistema di controllo delle forze dell’ordine, sulle sue mancanze e omertà, avremmo avuto negli anni a venire il caso Cucchi? E il caso Aldrovandi?

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Il sequel del film Enola Holmes si farà

Il sequel del film Enola Holmes si farà
enola holmes

Lo si dava un po’ per scontato, dato il notevole successo, ma ora arriva la conferma ufficiale: il seguito di Enola Holmes si farà. Il film, libera interpretazione delle storie di Sherlock Holmes raccontate dalla sorella perduta, di nome Enola appunto, è comparso su Netflix nel settembre 2020, con 76 milioni di abbonati che si sono sintonizzati a guardarlo nei primi 28 giorni dall’uscita (almeno secondo le non sempre limpidissime statistiche della piattaforma di streaming). Ora, sempre Netflix, ufficializza il sequel, con la conferma di Henry Cavill e Millie Bobby Brown nei panni rispettivamente di Sherlock ed Enola.

“Non vedo l’ora di collaborare di nuovo con questa famiglia”, ha dichiarato la giovane attrice. “Enola ha un posto speciale nel mio cuore: è forte, senza paura, intelligente e coraggiosa”. A tornare nella nuova produzione è anche il regista Harry Bradbeeer, già premiato ai Bafta e con un curriculum che comprende Fleabag, Killing Eve e Ramy, e lo sceneggiatore Jack Thorne, noto per aver firmato gli script dell’opera teatrale Harry Potter and the Cursed Child e l’adattamento Hbo His Dark Materials. Molto probabilmente la nuova avventura prenderà il via da uno dei sei libri di Nancy Springer, che formano appunto la saga letteraria con al centro la giovane e intraprendente detective.

Sia Millie Bobby Brown sia Henry Cavill confermano così la loro collaborazione ormai consolidata con Netflix. L’attrice tornerà presto anche nella quarta stagione di Stranger Things, di cui si è visto di recente un enigmatico teaser, e produrrà e reciterà nel film fantasy Damsel: nel dicembre 2020 è stato annunciato un accordo di esclusiva fra lei e lo streaming di Los Gatos. Cavill, a sua volta, vestirà ancora i panni di Geralt di Rivia nell’attesa seconda stagione di The Witcher.

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Il nuovo sorprendente design di Google Pixel 6 e 6 Pro

Il nuovo sorprendente design di Google Pixel 6 e 6 Pro

pixel 6 pro
(Foto: Jon Prosser x Rendersbyian)

Sale l’attesa per la nuova gamma Pixel 6 e Pixel 6 Pro, che potrebbero essere presentati – o quantomeno anticipati – nel corso dell’evento Google I/O 2021 ormai imminente (18 maggio). I nuovi alfieri del sistema operativo di casa, Android, dovrebbero godere del più grande rinnovamento in termini di design dal momento del debutto della famiglia.

Fino alla passata generazione Pixel 5, i googlefonini puntavano su materiali di qualità, ma su linee piuttosto minimaliste e essenziali. Osservando i render sviluppati da Rendersviyan in collaborazione con il noto leaker John Prosser di Front Page Tech, si nota una parte posteriore che posiziona i sensori fotografici – due per il modello standard, tre per quello Pro – in orizzontale in una banda nera a contrasto leggermente rialzata. La fascia superiore è in un accattivante arancio, mentre il resto della scocca è bianco lucido.

La cornice è nera, stondata e lucida. Non è detto che le sfumature applicate ai render siano poi quelle definitive, ma di certo l’impatto visivo è molto gradevole. Sul fronte c’è poco da dire: le cornici sono presenti, anche se molto sottili, e la fotocamera per selfie e videochiamate è incastonata in un foro centrato. Il sensore delle impronte è sotto lo schermo, nella porzione inferiore.

pixel 6 pro
(Foto: Jon Prosser x Rendersbyian)

Si sa ancora poco sulla scheda tecnica dei due modelli. Le ultime voci parlavano della possibilità di un processore proprietario sviluppato da Google insieme a Samsung. Si può pronosticare una memoria non espandibile così come un compartimento fotografico di sostanza: sensore principale e grandangolo per Pixel 6 e aggiunta di un terzo occhio per il Pro, che dovrebbe contare su un sensore per la profondità di campo più che un tele. A bordo, il premiato algoritmo esclusivo dei Pixel.

Quando saranno annunciati? La speranza è di ricevere qualche informazione in più, magari proprio un’immagine definitiva, in occasione del Google I/O 2021 che sarà in streaming e partirà dal prossimo 18 maggio. C’è però da ricordare che l’anno scorso si era dovuto attendere fino a ottobre prima di scoprire la nuova gamma. Settimana prossima conosceremo la risposta.

 

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La cover per iPhone che ricarica telefono e AirPods

La cover per iPhone che ricarica telefono e AirPods

Perché avere una semplice cover quando si può coniugare la protezione dell’iPhone con la ricarica dello stesso smartphone e degli AirPods? L’interrogativo ha smosso il team di AXS Technologies, azienda di New York che dopo due anni di ricerche e prototipi ha lanciato Power1, prodotto in grado di assicurare le due funzioni grazie ai bordi rialzati che mettono il display al riparo da brutte sorprese in caso di urti o cadute e alla forma del dorso, dotato di un alloggiamento per inserire gli auricolari Apple, protetti a loro volta da una chiusura magnetica.

L’altro elemento caratterizzate è la batteria integrata da 3000 mAh, che per l’azienda può fornire 30 ore aggiuntive allo smartphone (il modello attuale è compatibile con iPhone X/Xs, Xs Max, Xr e iPhone 11 e 11 Pro, con la versione per iPhone 12 in arrivo nelle prossime settimane) e fino a 90 ore per gli AirPods, sia della prima, sia della seconda generazione. Ricaricabile in modalità wireless e tramite la porta usb-c, Power1 è disponibile in bianco o in nero e in vendita al prezzo di 148 euro, con spese di spedizione incluse e consegna, però, prevista non prima dei prossimi tre mesi.

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Recensione realme 8 5G, lo smartphone low cost che sfida il mercato

Recensione realme 8 5G, lo smartphone low cost che sfida il mercato

Altre aziende cinesi prima di realme hanno usato la stessa strategia, quella di farsi largo nell’affollato mercato della telefonia con prodotti di qualità a prezzi molto competitivi. La forma non cambia, ma ora la sostanza è tanta perché il nuovo realme 8 5G a 199 euro mette nelle mani dei consumatori un prodotto completo e di buona qualità con un investimento alla portata di tutti.

Questo smartphone infatti è stato pensato per sfidare il mercato non solo rendendo sempre più accessibile la tecnologia 5G ma anche evitando agli utenti di dover fare troppe rinunce: un low cost con caratteristiche che normalmente si trovano sui dispositivi di fasce più alte.

Lo dimostra in primis il display Super Amoled da 6,5 pollici, mai visto a queste latitudini di prezzo. La risoluzione è solo FHD+ e la luminosità massima si ferma a 600 nit soffrendo la luce diretta del sole, ma il refresh rate arriva a 90 Hz e la qualità cromatica è più che valida per godersi qualsiasi genere di contenuto.

Un display con cornici molto sottili che aiutano ad aumentare la percezione della qualità costruttiva del realme 8 5G. È un telefono gradevole al tatto, con un look piuttosto convenzionale ma di cui si apprezza il peso contenuto (185 grammi) e lo spessore che si ferma a 8,5 millimetri.

La scocca posteriore, ovviamente in policarbonato, perde la vistosa scritta “Dare to leap”, guadagnandoci in eleganza, anche perché il modulo fotografico risulta piuttosto contenuto nelle dimensioni e con uno spessore assolutamente accettabile.

La sostanza del reparto imaging è quella di un prodotto di questa fascia di prezzo, un telefono che dispone di tre camere con un sensore principale da 48 megapixel ma con un’ottica molto luminosa (f/1.8). A fianco si trova una lente per ritratti in bianco e nero e un obiettivo macro con messa a fuoco fino a 4 centimetri.

Le foto sono piuttosto buone, anche quelle in notturna grazie al buon contributo dell’intelligenza artificiale, ma è soprattutto qui che si notano le differenze con i modelli più costosi. Manca il grandangolo, manca uno zoom ottico spinto, mancano i video in 4K. Discreta è invece la camera frontale da 16 megapixel.

Interessanti invece sono le prestazioni del processore MediaTeck Dimensity 700, un buon octa-core con velocità di 2,2 GHz e realizzato con processo a 7 nanometri. Siamo chiaramente distanti dai vertici del mercato che non possono essere presi come riferimento in questa fascia di prezzo, ma all’atto pratico questo chipset rende molto fluido e stabile l’utilizzo del telefono, evitando anche fenomeni di surriscaldamento.

Il processore lavora anche molto bene in termini di risparmio di energia, con una efficienza del 28% superiore rispetto ai chip a 8 nm, ma qui il vero asset è dato dalla batteria da 5000 mAh che porta il realme 8 5G a scollinare tranquillamente nel secondo giorno di utilizzo con una sola ricarica, a patto di non spremere il telefono eccessivamente. All’occorrenza c’è la ricarica veloce a 18W.

Altri due elementi rendono interessante questo smartphone, il primo è lo slot per tre schede, che consente di utilizzare contemporaneamente due sim ma anche di espandere la memoria con microSD fino a 1 terabyte. Il secondo è la presenza del jack audio, ormai una rarità.

Quindi in conclusione realme 8 5G è davvero un telefono completo e con un bel punto distintivo, ovvero la possibilità di sfruttare a pieno la rete superveloce, supportando sia sistemi 5G Standalone che NSA. Esteticamente accattivante in entrambe le colorazione Supersonic Black e Blue, si apprezza anche per la grande autonomia e per la fluidità assicurata dall’interfaccia UI 2.0 basata su Android 11.

L’elemento più convincente in assoluto rimane però il prezzo: 199 euro è un asset in questo momento assolutamente imbattibile. A maggior ragione lo è il prezzo scontato di 179 euro previsto per chi acquisterà questo telefono nella configurazione di partenza 4+64 GB nelle giornate del 18, 19 e 20 maggio in esclusiva su Amazon.

È disponibile anche una versione 6+128 a 249 euro, ribassata in promozione a 229 euro nelle giornate di lancio. Il nostro voto finale è quindi alto considerando che con questa spesa così contenuta è impossibile trovare di meglio. Il realme 8 5G è un prodotto low cost, ma sorprende per quello che offre.

Voto: 9

Wired: 5G per tutti, schermo Amoled, grande autonomia

Tired: reparto imaging con prestazioni standard

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Voi è lo sharing di monopattini che premia chi parcheggia bene

Voi è lo sharing di monopattini che premia chi parcheggia bene

(Foto: Voi)

“Li parcheggiano sui marciapiedi”, “Ci vanno in due”, “Sfrecciano senza guardare dove stanno andando”. Uno degli obiettivi di Voi, società svedese di mobilità elettrica sostenibile sbarcata a Milano e a Roma nel 2020, è abbattere i (pre)giudizi sui monopattini in sharing. L’altro è di partecipare al progetto delle città in 15 minuti.

La battaglia alla maleducazione stradale è nel dna di Voi, che è stata fondata nel 2018 ed è la prima società europea di micromobilità. A partire da settembre 2019 propone ai suoi clienti di frequentare una sorta di scuola guida online per imparare le regole da rispettare in strada. La scuola si chiama RideLikeVoila e permette a chi segue le sue lezioni virtuali di ottenere un credito di 5 euro da spendere per il noleggio dei monopattini elettrici in sharing.

“Circa 500mila persone hanno completato questa offerta di formazione”, spiega Magdalena Krenek, general manager della società per l’Italia. Una cifra riferita al mercato globale di Voi, che al momento è presente in 11 Paesi e 60 città. Per i dati dell’educazione stradale nostrana serve ancora tempo, visto che il lancio a Milano e a Roma è coinciso con la pandemia. Ma Krenek assicura a Wired, durante un’intervista via Zoom, che ci stiamo difendendo bene: “L’Italia è il paese con meno furti e vandalismo rispetto agli altri, va smontato il pregiudizio nei confronti degli italiani”. Certo, altri servizi di sharing (da oBike a Gobee) agli esordi hanno avuto problemi, ma Voi per il momento non ha di che lamentarsi.

Parcheggi, caschetti e premi

(Foto: Voi)

La scuola guida da seguire online è solo una delle iniziative messe in campo da Voi per la sicurezza stradale. “I monopattini elettrici sono veicoli relativamente nuovi, quindi serve un approccio educativo. È importante far capire che non sono pericolosi, ma non sono nemmeno giocattoli”, continua Krenek. “Inoltre le leggi cambiano spesso”. La lotta al parcheggio selvaggio è uno degli esempi degli interventi messi in campo dalla società svedese. Da una parte l’app segnala quali sono le zone, come piazza del Duomo a Milano o piazza del Popolo a Roma, in cui è vietato lasciare il mezzo; dall’altra incentiva l’uso di aree adatte a posteggiare (hub): chi sceglie di lasciare lì il monopattino riceve 50 centesimi di credito da usare per la corsa successiva. E ancora: prima di allontanarsi dal veicolo bisogna scattare una foto che mostri dove lo si sta parcheggiando. Se è messo bene, si riceve un altro credito come premio. “Chi posteggia in modo sbagliato viene avvisato e, se lo fa spesso, viene bannato dal servizio. Ma abbiamo notato che oltre il 90 per cento di chi è stato ripreso non ha più parcheggiato male”.

Con una fotografia è possibile anche mostrare al sistema di intelligenza artificiale che si indossa il caschetto prima di cominciare la corsa. Anche in questo caso si ricevono crediti da spendere. Un caschetto viene regalato poi a chi sceglie di sottoscrivere l’abbonamento annuale open (360 euro) e durante eventi dal vivo dedicati all’educazione stradale, che per il momento sono sospesi a causa della pandemia. Sempre in tema di sicurezza, i monopattini di quarta generazione appena rilasciati da Voi hanno le frecce sia sul manubrio sua dietro, accanto alla targa. “Siamo gli unici nel campo dello sharing ad avere le frecce”, assicura Magdalena Krenek.

L’integrazione con il trasporto pubblico

(Foto: Voi / Vincent Fandos)

Le politiche di educazione e sicurezza mirano a rendere sempre più diffusi e usati i mezzi green in condivisione, partecipando attivamente alla rivoluzione delle città dei 15 minuti. “Che nel caso di Roma non significa, naturalmente, poterla attraversare tutta in un quarto d’ora”, chiarisce Krenek. “Ma creare integrazione tra monopattini, biciclette, trasporti pubblici, mezzi in condivisione”. In questo modo, oltre a limitare l’inquinamento, si possono liberare spazi occupati dalle automobili private. Che restano parcheggiate gran parte del tempo (mentre, secondo i dati di Voi, ogni monopattino viene usato da una decina di utenti al giorno e quindi è quasi sempre in movimento) o che si incolonnano nel traffico. “Roma ha un primato in tema di ingorghi, per questo ha disperatamente bisogno di mobilità alternativa, ragiona la general manager per l’Italia di Voi. Nella Capitale al momento sono presenti mille monopattini Voi, mentre a Milano la flotta è composta da 750 mezzi. Tutti sono elettrici e vengono ricaricati con energia rinnovabile.

Tra i tasselli che compongono la città dei 15 minuti messi a punto da Voi, c’è la collaborazione con le amministrazioni comunali: essenziale perché le città si adeguino che segnaletica chiara, infrastrutture come piste ciclabili e parcheggi dedicati, che oggi mancano lasciando campo libero alla sosta selvaggia. Inoltre, sono in programma progetti di integrazione con il trasporto pubblico (per esempio con sconti sugli abbonamenti), già attivi in altri Paesi. “Non ancora in Italia, ma speriamo che presto sia possibile”, sottolinea Krenek. In generale, la richiesta di mobilità alternativa c’è eccome. “A livello internazionale, dopo il lockdown abbiamo registrato che il 14 per cento dei nostri utenti ha lasciato l’auto, mentre il 68 ha ricominciato a usare i mezzi pubblici colmando il primo e l’ultimo miglio, cioè quella distanza che spesso li rende scomodi da utilizzare, con i monopattini”. Esattamente quello a cui mira la città dei 15 minuti.

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Siamo davvero pronti per rivivere in tv la storia di Vermicino?

Siamo davvero pronti per rivivere in tv la storia di Vermicino?

Un paio di giorni fa è stato caricato su Youtube il trailer di Alfredino – Una storia italiana una miniserie in due puntate prodotta da Sky e da Lotus Production e che andrà in onda su Sky Cinema e su Now a fine giugno. La storia ripercorre quei tragici giorni di 40 anni fa (era il giugno 1981) dove perse la vita il piccolo Alfredino Rampi, caduto in un pozzo artesiano vicino Roma.

Ricordo di aver letto in passato su qualche comunicato che stavano lavorando a un film sulla tragedia di Vermicino, ma un conto è leggerlo, un altro è vederlo. Quindi dopo aver visto il trailer, l’ho condiviso sulle mie pagine social, con un breve commento legato alla mia esperienza da spettatore di quell’episodio rimasto indelebile nella memoria, dicendo che forse avrei fatto un po’ di fatica a vedere la serie. Nel giro di un paio di ore mi sono arrivati una valanga di commenti di amici e conoscenti letteralmente “disturbati” dalla visione di quelle immagini e dall’idea di poter rivivere nuovamente quell’esperienza da spettatori.

Per i lettori più giovani è necessario fare una premessa: la tragedia di Vermicino fu il primo evento tragico vissuto dalla popolazione italiana in diretta tv. La notizia monopolizzò i telegiornali Rai per tre lunghi giorni e soprattutto attraverso una lunga diretta di 18 ore che seguì le ultime operazioni di soccorso per recuperare il seienne precipitato in un pozzo di 60 metri e che purtroppo furono inutili.

Per chi all’epoca era coetaneo di Alfredino, ma anche per chi era più grande, quelle immagini e quelle lunghe ore di diretta, rappresentarono una sorta di fine dell’infanzia, di esperienza collettiva dell’agonia e della morte in diretta tv. Quindi da un certo punto di vista è anche comprensibile leggere i commenti di persone che generalmente sui social dosano le parole e non si lasciano andare, scrivere “nessuna voglia di rivivere quell’esperienza traumatica e straziante”,“non lo vedo neanche sotto tortura”, “solo al pensiero scoppio in lacrime”, “questa è pornografia dei sentimenti”.

Per fortuna il pubblico televisivo non è composto solo da over 45 e saranno sicuramente in molti, più giovani e non, a volere conoscere meglio un pezzo di storia d’Italia. Peraltro la vicenda ha molte interessanti implicazioni e da qui credo anche derivi il sottotitolo Una storia italiana. Molti infatti videro questo morboso interessamento da parti della Rai come un tentativo di distrarre il pubblico da altri scandali che stavano accadendo in quei giorni, come la scoperta delle liste della loggia P2 o il processo Calvi (lo scrittore Giuseppe Genna toccò questi e altri temi nel romanzo Dies Irae). Inoltre la vicenda di Alfredino diede un impulso decisivo alla costituzione della Protezione Civile così come la conosciamo oggi e grazie alla determinazione di Franca Rampi (la madre di Alfredino, nel film interpretata da Anna Foglietta) è sorto il Centro Alfredo Rampi, con l’obiettivo di evitare che si verificassero in futuro altri eventi del genere.

Probabilmente il film parlerà anche di queste vicende, lo vedremo a giugno. Tuttavia è interessante notare la reazione un po’ fuori controllo di molte persone che in passato hanno assistito al crollo delle Torri Gemelle in diretta, visto kolossal sulla shoah e documentari sulla strage di piazza fontana, ma che considerano insostenibile l’idea di poter vedere dopo 40 anni una serie sulla tragedia di Vermicino.

Quindi forse vale la pena porci alcune domande: esistono dei temi tabù, tragedie che sono considerate ancora “intoccabili”? O forse è solo che stiamo vivendo periodo particolare di vulnerabilità?
Speriamo davvero che la serie, diretta da Marco Pontecorvo e scritto da Barbara Petronio e Francesco Balletta, tratti l’argomento con grande delicatezza, evitando di spettacolarizzare il dolore.

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Il teaser e tutte le novità sulla reunion di Friends

Il teaser e tutte le novità sulla reunion di Friends

Una semplice ripresa di spalle di David Schwimmer, Jennifer Aniston, Lisa Kudrow, Matthew Perry, Courteney Cox e Matt LeBlanc, che si allontanano al crepuscolo sulle note di un remix di I’ll Be There For You dei Rembrants. Stiamo parlando del primo breve teaser della reunion di Friends, che farà tornare insieme proprio i protagonisti della sitcom culto degli anni ’90 e che nelle ultime ore, finalmente, ha reso noto alcune importanti informazioni. A partire dalla data di debutto: lo speciale sarà diffuso sulla piattaforma streaming americana Hbo Max a partire dal 27 maggio (non a caso un giovedì, giorno storico di messa in onda della serie).

The One Where They Get Back Together è il titolo scelto per la reunion imitando la formula classica degli episodi originali. Le riprese sono state effettuate nello Stage 24 del Warner Bros. Studio a Burbank, dove appunto il telefilm era stato girato in origine. Accanto al cast, ai creatori e ai produttori storici, ci saranno anche numerose guest star: David Beckham, Justin Bieber, BTS, James Corden, Cindy Crawford, Cara Delevingne, Lady Gaga, Elliott Gould, Kit Harington, Larry Hankin, Mindy Kaling, Thomas Lennon, Christina Pickles, Tom Selleck, James Michael Tyler, Maggie Wheeler, Reese Witherspoon e persino la premio Nobel per la pace Malala Yousafzai.

Secondo quanto annunciato si tratterà di una “real-life unscripted celebration”, ovvero una celebrazione dal vero in cui gli attori, senza ricalarsi nei panni di Rachel, Joey, Chandler, Ross, Monica e Phoebe, ricostruiranno le emozioni e i ricordi del fenomeno Friends, inaugurato nel 1994 e durato per 10 stagioni. Un successo riconfermato di recente, con l’arrivo di tutti i 236 episodi sulle piattaforme di streaming, Netflix in primis, scatenando un’agguerrita battaglia per aggiudicarsi i diritti di trasmissione. Ora i fan americani avranno finalmente occasione di vedere questo speciale, mentre noi in Italia rimaniamo in attesa di capire chi lo manderà in onda.

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Tutte le tecnologie in campo per ricostruire Notre-Dame

Tutte le tecnologie in campo per ricostruire Notre-Dame

(Foto: Houpline/Sipa/1904160833)

All’indomani dell’incendio che ha distrutto due terzi del tetto della cattedrale di Notre-Dame (inclusa la guglia ottocentesca), esperti e scienziati si sono messi subito al lavoro per capire come ridare vita al monumento simbolo di Parigi. Un lavoro immenso che ha richiesto oltre due anni di sforzi solo per la messa in sicurezza e per la digitalizzazione degli spazi. Perché se il cantiere vero e proprio inizierà questa estate, quello digitale invece ha preso forma il 16 aprile 2019, dopo che le fiamme erano state domate.

Lo spiega bene Livio De Luca, direttore di ricerca nel Cnrs (Centro nazionale francese per la ricerca scientifica) e dell’unità di ricerca mista Map (Modelli e simulazioni per l’architettura e il patrimonio). Con il suo team di 30 esperti incaricati dal Cnrs e dal ministero della Cultura francese, l’architetto-informatico italiano, che da 20 anni lavora in Francia, si è occupato della ricostruzione digitale della cattedrale, utilizzando un progetto su modello 3D da lui proposto per ricreare l’immenso edificio a partire da varie risorse, tra cui nuvole di punti e fotografie.

Il gemello digitale di Notre-Dame

Uno degli strumenti chiave del sistema sviluppato si chiama Aïoli, ed è una piattaforma di annotazione semantica collaborativa e tridimensionale che permette di riunire i dati scientifici provenienti da più attori. Il punto di partenza sono stati i diversi rilievi realizzati prima dell’incendio. “Notre-Dame era stata documentata, negli anni precedenti, da diversi studiosi. Tra questi, Andrew Tallow, professore di Arte e architettura del Vassar College di Poughkeepsie, negli Stati Uniti, che l’aveva digitalizzata con laser scanner in 3D. Tallow è venuto a mancare poco prima della catastrofe, ma sua moglie ha messo a disposizione l’intero archivio e questi dati, come anche quelli di altri rilievi successivi, sono stati preziosi per l’inizio del nostro cantiere scientifico”, racconta De Luca.

È una delle prime volte in cui si fa un uso così deciso dei dati per la ricostruzione di un monumento storico e l’ambizione finale è grande: quella di ricostruire la cattedrale identica a quella perduta. Ma per farlo bisogna fotografare il passato e renderlo digitale ed accessibile a tutti. I gruppi di lavoro che ruotano intorno al progetto di restauro sono otto, tutti con ambiti specifici. E la squadra “dati digitali” è essenziale in questa prima fase di studio.

Ricostruire le informazioni

Una slide di De Luca raffigura una chiesa galleggiante, formata da dei piccoli puntini blu che illuminano uno sfondo scuro: “Questa è la cattedrale dopo l’incendio”. Una silhouette familiare prende forma. Il buco lasciato nella navata gotica dopo la caduta della guglia infiammata è in primo piano. Così come i detriti bruciati; un cumulo di oggetti anneriti che giacciono nella navata centrale. “Dall’incendio sono state effettuate migliaia di fotografie. Volte, navate, nuclei, transetti tutto è stato repertoriato visivamente nei minimi dettagli. E questi dati sono stati integrati in un software di calcolo, progettato dal team del Cnrs, riunito per questo lavoro di ricostruzione. Questo ha permesso la creazione di algoritmi di indicizzazione dedicati, che fanno riferimento a tutti questi dati digitali e consentono la continuità tra le immagini”, spiega l’esperto.

Violette Abergel © Violette ABERGEL / MAP / Chantier Scientifique Notre-Dame de Paris / Ministère de la culture / CNRS – 2020

In sostanza, più dati vengono inseriti e più la copia tridimensionale di Notre-Dame prende forma, dando vita a un puzzle digitale riprodotto fedelmente al millimetro. In questo modo è possibile avere traccia sia della struttura medievale di Notre-Dame sia di quella moderna. Una parte della copertura della cattedrale è stata ricostruita nel XIX secolo dall’architetto Viollet-le-Duc dopo i tumulti della Rivoluzione francese.

Per fotografare ogni singolo punto del monumento, spiega De Luca, “abbiamo usato prima un drone su cui abbiamo montato una camera orientata verso l’alto che ci ha permesso di fotografare l’intradosso delle volte. E dove non erano possibile passare con il drone, abbiamo usato dei “cable cam”, ovvero dei robot collegati ad un cavo che hanno fotografato a 360 gradi tutti i resti di Notre Dame. Sia quelli caduti, che quelli rimasti integri nelle volte”.

Droni, stampa 3D e cartine digitali

Ogni fase di evacuazione è stata seguita e repertoriata, per avere un archivio utile per gli altri esperti, che così potranno capire meglio da dove e come sono cadute le pietre, le travi e i frammenti di roccia, per poi riposizionarli a dovere. Le cartografie tridimensionali sono state eseguite ogni settimana, man a mano che i detriti venivano rimossi. I resti dell’incendio saranno poi trasferiti, da qui a qualche settimana, in un hangar vicino a Parigi e messi a disposizione dei tanti ricercatori coinvolti nel progetto di restauro. De Luca fa notare una particolarità delle chiavi di volta della cattedrale che, in alcuni casi, sono rimaste “quasi intatte nonostante la caduta e che potranno quindi essere riutilizzate per la ricostruzione”.

Per capire il loro stato di conservazione, questi blocchi di pietre sono stati posti su un piatto rotante e fotografati 400 volte da uno scanner 3D molto particolare, creato da una start-up del Cnrs per ricostruire la loro composizione e la loro origine e rimodellarle grazie a una stampante 3D. Le tecnologie usate sono state concepite esclusivamente per questo cantiere. Si tratta di una prima mondiale che ha messo in contatto vari esperti da tutto il mondo, incluso il Cnr di Pisa e la Fondazione Bruno Kessler di Trento.

Un archivio digitale alla portata di tutti

Ma il lavoro del team digitale non si fermerà con la fine del restauro. Perché nei sogni di De Luca c’è anche la condivisione dei segreti di Notre-Dame, non solo per gli esperti ma anche per il grande pubblico. “Grazie a questi lavori di approfondimento sarà possibile confrontare i vari stati della cattedrale e permettere di operare le scelte riguardanti i materiali e le tecniche da utilizzare per il restauro. Per noi è importante capire come è stata eretta e come si è trasformata la cattedrale, per fornire il massimo d’informazioni a chi si sta occupando del restauro”, dice. L’obiettivo comune è quello di restituire al mondo, il prima possibile, questo immenso patrimonio culturale (per seguire l’andamento dei lavori:  https://www.notre-dame.science). Nelle scorse settimane il presidente francese, Emmanuel Macron, ha previsto una riapertura al culto entro il 16 aprile 2024.

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