Carnevale di Venezia, le leggende della città lagunare

Carnevale di Venezia, le leggende della città lagunare

(Photo by DeAgostini/Getty Images
(foto: DeAgostini/Getty Images)

Il 16 febbraio ha il via il Carnevale di Venezia, uno dei più noti al mondo. La tradizione è cominciata nell’XI secolo, diventando festa pubblica a partire dal 1296. La popolarità dell’evento andò crescendo, e si racconta che il massimo splendore del carnevale sia stato raggiunto nel XVIII secolo, quando durava addirittura sei mesi, differenza di quello moderno (che nel 2019 termina il 5 marzo).

In realtà questo non è esatto: a Venezia era normale che si indossassero le maschere per periodi molto più prolungati della festa stessa, di durata definita per decreto, e la moda riguardava tutte le classi sociali. Ma non significa che la città fosse in festa in per metà dell’anno e oltre, anche se un visitatore poteva avere quell’impressione. Ecco una prima piccola leggenda su Venezia. Ma la città, tra luoghi infestati, vampiri e cannibali spicca per la varietà del folklore, persino rispetto all’invidiabile patrimonio leggendario (antico e moderno) nazionale.  Mentre le calli si riempiono di maschere, ricordiamo alcune delle leggende della laguna.

Un vampiro a Venezia
Il film Nosferatu a Venezia (1988) probabilmente oggi è noto solo a veri cinefili. Seguito, ma solo per nome e protagonista, del più celebre remake di Nosferatu (1979), racconta che l’ultima apparizione del vampiro è stata nel 1786 durante il Carnevale di Venezia, e la tomba si troverebbe proprio in città. Una seduta spiritica rievocherà Nosferatu, sempre durante il carnevale, e si cercherà di farlo tornare nella tomba. Ma Venezia lo ha avuto davvero un vampiro, più o meno. Tra il 2006 e il 2008, durante gli scavi archeologici nell’isola del Lazzaretto Nuovo, l’antropologo forense Matteo Borrini ha trovato uno stupefacente reperto. I resti di una donna alla quale, post-mortem, era stato infilato in bocca un mattone: si trattava forse del tentativo di rendere innocua una vampira?. La leggenda dei vampiri, storicamente molto più varia e complessa di quella dell’immaginario narrativo e cinematografico, è molto legata alle epidemie.

Wired ha già raccontato, per esempio, della tubercolosi, in questo caso invece si trattava di peste. La malattia colpì più volte Venezia nel Medioevo e nel Rinascimento, e la cosiddetta vampira era una vittima dell’epidemia del 1576. Come in altre epidemie che colpirono Vecchio e Nuovo mondo, il presunto vampiro non era altro che un cadavere in decomposizione. Questo processo era allora misterioso quanto le cause dell’epidemia stessa, e quando si scopriva un cadavere che, per esempio, era giudicato non abbastanza decomposto, con del sangue attorno alla bocca, o con altri segni, c’era la prova che si trattava di un non-morto da esorcizzare in qualche modo, anche perché diffondeva il contagio.

Non tutti però sono d’accordo con l’interpretazione vampiresca del reperto. Nel 2012, in un commento alla ricerca pubblicata nel 2010 su Journal of Forensic Sciences, tre ricercatori suggeriscono una spiegazione più prosaica: il mattone non è stato infilato intenzionalmente nella bocca del cadavere da qualcuno, ma ci sarebbe finito durante il processo tafonomico, cioè il rimodellamento del reperto nei secoli. Altri mattoni, infatti, sono ben visibili nel sito. Vampiri o non vampiri, le epidemie veneziane di peste ancora oggi sono, in un certo senso, esorcizzate con il carnevale stesso. La maschera del medico della peste, col lungo becco, si ispira all’indumento inventato nel XVII secolo. Il becco era riempito con spezie e odori, che avrebbero dovuto proteggere dal contagio chi la indossava.

La colonna perduta
Ci sono due colonne all’entrata di piazza San Marco a Venezia. Su una c’è il leone alato simbolo del Patrono, sull’altra San Todaro. Una superstizione locale invita a evitare di attraversare le due colonne, ma esiste un’altra leggenda: quelle colonne dovevano essere tre, non due. Arrivate dall’Oriente, una sarebbe caduta in acqua durante lo sbarco. Da qualche anno si parla di un’iniziativa privata, il progetto Aurora, che ottenuto il via libera dalla Sovrintendenza dovrebbe tentare di ritrovarla. Per il momento tuttavia, la terza colonna è considerata più mito che realtà.

Le fonti disponibili, per quanto datate, sarebbero state scritte dopo i presunti eventi, e non possono essere considerate una pistola fumante. Lo storico Davide Busato nota che anche la data di innalzamento delle colonne presente nelle cronache sarebbe sbagliata, due o tre che fossero le colonne. Lo stesso ricercatore Nicola Baratto, che fa parte del progetto Aurora, ha raccontato ad Atlas Obscura che non esistono prove storiche e scientifiche che supportino l’esistenza della terza colonna, così come rimane incerta la storia delle altre due. Ma il mito, sentito da secoli nella città, è in sé qualcosa di interessante da studiare. E chissà se, colonna o no, l’indagine non possa portare ad altri reperti interessanti per la storia della città.

L’isola più infestata del mondo
Diversi edifici della laguna hanno una fama soprannaturale, ma esiste un’intera isola, Poveglia, che si è guadagnata la fama di isola più infestata del pianeta. La cosa interessante è che questa fama è stata sostanzialmente costruita a tavolino negli ultimi anni, e non c’entrano i veneziani. Il giornalista Riccardo Bottazzo spiega che Poveglia è sempre stato per i locali un posto del tutto tranquillo, nemmeno i libri specializzati in luoghi misteriosi avevano mai nominato l’isola. Ma nel luglio del 2017 cinque giovani acchiappafantasmi del Colorado, spaventati a morte, sono stati soccorsi sull’isola dai vigili del fuoco.

Da quando la tranquilla Poveglia è diventata meta per cacciatori di brividi? Da quando, spiega Bottazzo, alcuni autori di pseudo-documentari hanno fatto un minestrone del folklore locale e lo hanno riversato proprio sulla innocente Poveglia condendolo con totali invenzioni. Prima è successo nel 2001, con la serie Scariest Places on Earth, poi nel 2009 col documentario britannico Death in Venice e, soprattutto, con la famigerata serie statunitense Ghost Adventures. Ed ecco servito il mito dell’isola più infestata del mondo. Scrive Bottazzo:

“Ci siamo sbarcati tutti da ragazzini, alla ricerca di avventure alla Stevenson, a bordo del nostro primo cofano, l’equivalente lagunare del motorino. Più avanti con l’età, Poveglia è tappa obbligatoria per grigliare branzini in compagnia di amici e saltare i peoci raccolti in apnea ai piedi della bricole.  Ma che l’isola fosse zeppa di fantasmi inquieti… nessuno se lo immaginava.”

Biasio il luganegher
Tornando alle vere leggende di Venezia non si può non ricordare quella di Biasio il luganegher. La luganega è un tipo di salsisccia, e il nostro Biasio, o Biagio, detto Carnico perché originario della Carnia, sarebbe stato appunto un macellaio vissuto nel ‘500. La sua popolarità è dovuta al fatto che aveva gusti particolari in fatto di ricette. Popolarissimo era il suo sguazzetto, una specie di zuppa preparata con frattaglie, finché un giorno un avventore non trovò nella sua scodella il ditino di un bimbo.

Negli stessi anni si erano verificate ripetute sparizioni di bambini, e infatti quando le autorità piombarono nella bottega di Biasio, a Santa Croce, trovarono le prove inconfutabili che il famoso piatto era arricchito con carne umana. E chissà, forse era proprio per quello che era così ricercato. Biasio sarebbe stato messo a morte, non prima di essere stato a sua volta macellato con la tortura (taglio della mani, squartamento, decapitazione).

Nei Registri dei giustiziati esiste il nome di Biasio, e la Riva di Biasio, chiamata ancora oggi così, si riferirebbe proprio a quel serial killer del Cinquecento. Per quanto ancora molto sentita, quella di Biasio rimane una leggenda. I riferimenti nei registri sono infatti successivi ai presunti eventi, e spesso fissavano su carta leggende metropolitane dell’epoca. Anche la Riva di Biasio, in realtà, era chiamata così da prima delle gesta del mitico macellaio. Come hanno spiegato Sofia Lincos e Giuseppe Stilo del CeRaVolc, la storia di Biasio il luganegher appartiene a una famiglia di leggende complessa ma ben riconoscibile, che spazia dal medioevo ai giorni nostri: quelle dove la carne umana è cucinata/lavorata alla maniera delle altre e somministrata a ignari consumatori.

Le gondole arcobaleno
In conclusione vale la pena parlare di un pesce d’aprile, se non altro per ricordarci di quando era ancora possibile ridere delle bufale dei media. Le gondole di Venezia oggi sono quasi tutte nere, ma non è sempre stato così. Si dice che il colore sia diventato tale dopo un’epidemia di peste, in segno di lutto, ma è un’altra leggenda. Il vero motivo è che nel XVI secolo si è voluto regolamentarne l’aspetto all’insegna della sobrietà, visto che si era scatenata una specie di gara a chi aveva la gondola più appariscente.

Ma chi ha detto che debba ancora essere così? Come racconta Museum of Hoaxes, il primo aprile del 1995 Il Gazzettino di Venezia annunciò che l’amministrazione comunale aveva deciso di abbandonare il nero, tutte le gondole avrebbero dovuto essere colorate, e magari anche decorate con ghirigori. La decisione sarebbe arrivata in seguito a una ricerca di mercato per andare incontro ai gusti dei turisti. Nell’articolo si raccontava che la cittadinanza era invitata ad ammirare una nuova gondola arcobaleno in mostra nel Canal Grande. Ciliegina sulla torta, le gondole avrebbero potuto essere sponsorizzate, e la prima azienda a griffare una gondola sarebbe stata Benetton.

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