Calibro 35: “Dobbiamo riflettere sui cambiamenti iper veloci di questo mondo”

Calibro 35: “Dobbiamo riflettere sui cambiamenti iper veloci di questo mondo”

I Calibro 35 sono materia in evoluzione. La carriera in ambito library music non li ha limitati, tutt’altro. Il percorso tra atmosfere oscure/poliziottesche li ha forgiati, facendo loro cambiare letteralmente marcia negli ultimi cinque anni, prima con S.P.A.C.E. nel 2015, poi con Decade nel 2018. Tutto quello che è successo fin lì si è trasformato: ora, con un sguardo fisso sul presente e al contempo a testa alta verso il futuro, è arrivato Momentum, ultimo lavoro-laboratorio che segna una transizione sostanziale per il gruppo. Ci siamo fatti raccontare proprio da Massimo Martellotta (chitarra e synth), Enrico Gabrielli (fiati e tastiere) e Tommaso Colliva (produttore) che cosa è veramente cambiato con il nuovo disco.

Partiamo dall’involucro, che è già una piccola rivoluzione. La copertina non è più un paesaggio, come negli ultimi due album.

Tommaso Colliva: “Abbandonare la comfort zone è difficilissimo, ma a volte – soprattutto nei percorsi artistici – diventa necessario. Alla fine delle registrazioni ci siamo trovati tra le mani un disco di calibro diverso. E dopo tre lavori magistralmente illustrati da Luca Martinotti (aka Solomacello), abbiamo pensato di riportare questa diversità anche nella grafica. Così, non senza enormi paure, abbiamo deciso di coinvolgere un’altra persona. È stato doloroso, un salto nel vuoto, perché la nostra veste ci piaceva, ci stava a pennello. Luke Insect è un illustratore dalla grande capacità di mescolare le epoche, il nuovo e il vecchio, con uno stile molto personale. Il risultato è un’ottima cover di cui posso dirmi super contento”.

Passiamo al titolo dell’album: Momentum.

Enrico Gabrielli: “È un termine inglese, ma di origine latina, che significa cogli l’attimo. Ed è molto importante per la cultura anglosassone. Io l’ho scoperto quando ero in tour con PJ Harvey: il batterista giamaicano diceva spesso catch the momentum. È un peccato che noi italiani abbiamo perso questa parola e non la utilizziamo, a differenza di altre simili, che sono tornate d’uso comune proprio dall’Inghilterra: auditoriumforum, media…”.

Quando avete iniziato a lavorare al disco seriamente?

Massimo Martellotta: “Abbiamo fatto una prima sessione terminati i live di Decade. Poi, qualche mese fa, abbiamo ripreso il materiale pensando di doverci mettere mano ancora parecchio, invece la quadra c’era”.

Che cos’altro rende Momentum così diverso?

M. M.: “Intanto, è maturato in modo differente rispetto ad altri progetti con una chiave precisa, come per esempio S.P.A.C.E., dove interpretavamo il tema dello spazio secondo i nostri modi e le nostre intenzioni. Dopo tutte le discussioni sul furgone durante l’ultimo tour – non abitando nella stessa città, non riusciamo sempre a trovarci a parlare, allora sfruttiamo quei momenti – emergeva chiara la volontà di toglierci un po’ di polvere, ovvero non di rinnegare ciò che abbiamo fatto in precedenza, ma di andare oltre il mondo rétro. È stato un percorso naturale, anche grazie ad alcuni ascolti che ci siamo scambiati. L’idea di qualcosa di rap aleggiava nella band, pur avendo posizioni lontane”.

E. G. “Momentum, poi, non è legato a un concept. E non è nemmeno un prodotto di library music come i nostri lavori degli inizi. Abbiamo sempre oscillato tra queste anime, library e concept appunto, che sono due tipologie musicali tipiche degli anni ’60 e ’70. Questa volta il progetto discografico è più astratto, anche se, a conti fatti, è il più compatto che abbiamo realizzato”.

M. M.: “A un certo punto, avevamo il dubbio che potesse venir fuori un magma di cose poco omogeneo. Invece devo dirti che questo disco si fa ascoltare molto più di altro e altri. Nella fruizione privata ha una resa migliore e ti tira dentro”.

Senza un concept, senza un tema preciso da seguire, vi siete sentiti più liberi nella fase compositiva?

E.G.: “La regola base, semmai ci fosse, era quella di fare dei brani sui quali si sarebbe poi messa una voce rap. Noi tutti abbiamo lavorato per sottrazione, ripetizione e semplificazione della forma. Musicalmente Momentum è meno libero di quello che sembra”.

Il tema dell’album emerge già dai titoli delle singole 10 tracce: AutomataThunderstorm & DataOne Nation… C’è un po’ di critica sociale, culturale e tecnologica?

T. C.: “Magari è una banalità, ma non so come sia possibile stare in questo presente e non avere un occhio in parte critico. Lungi da me voler fare il bastian contrario, però è indubbio che un mondo come quello in cui viviamo, con i suoi cambiamenti iper veloci e costanti, abbia notevoli lati oscuri: notarli – e in qualche modo rifletterci – è doveroso. La cosa molto interessante è come le rivoluzioni sociali, culturali e tecnologiche si siano trasferite praticamente in un rapporto 1:1 nel fare musica. E allora tornando ai tre esempi citati: One Nation Under a Format è andare oltre la standardizzazione, Automata è l’allontanamento dall’uso massiccio dei suoni presettati, Thunderstorm & Data è l’importanza di concentrarsi sulla qualità piuttosto che sulla quantità”.

Proprio Thunderstorm & Data, insieme a Stan Lee e Death of  Storytelling, sembra che risalti più di tutti i brani. Magari, sono queste le tre pietre miliari dell’evoluzione del vostro suono?

M.M.: “Sì, forse lo sono, perché si tratta di tre pezzi molto differenti: uno più malinconico/distopico, il secondo più massiccio e il terzo diverso a suo modo.  Però, il vero brano-manifesto del disco è Glory-Fake-Nation, messo come prima traccia proprio per questa ragione. Attacca con un suono e non si capisce subito di che cosa si tratta: sembra un organo, anche se chiaramente manipolato, invece è un piccolo campionatore. Abbiamo aggiunto qualche synth e credo che anche dal vivo Luca [Cavina, il bassista, ndr] userà qualche sintetizzatore.”.

E.G.: “Glory-Fake-Nation, che ha portato il batterista Fabio Rondanini, è uno dei primi lavori che facciamo in loop, ovviamente dal vivo, eppure sembra fatto diversamente. Nonostante quest’effetto illusorio, siamo fondamentalmente sempre noi”.

T. C. : “Realizzo adesso che non esistono canzoni che io ritenga più rappresentative in questa nostra fase. Di certo, tra quattro anni ce ne saranno alcune che saranno rimaste in testa meglio di altre. In generale, credo che in tutti i pezzi convivano elementi nuovi, non ancora sentiti da noi, e altri legati a dei nostri cliché. Chiaramente anch’io ho i miei preferiti e se devo dirne uno soltanto dico Glory-Fake-Nation”.

Insomma, dal titolo in poi Momentum è un inno al presente. Quali sono i pregi e i difetti della contemporaneità musicale?

E. G.: “Siamo cinque persone con un’esperienza solida di band, ma anche di relative esistenze e carriere personali. C’è chi vive la contemporaneità in maniera antropologica ed è curioso di vedere che cosa succede adesso senza appartenere a quel contesto; c’è chi ci sta ancora dentro e riesce a farsi prendere e chi la rifiuta definitivamente – io, per esempio, sono di questa categoria –. Poi, c’è ancora chi non ha capito da quale parte stare. Attualmente mi sto riappropriando della mia formazione classica: ascolto dalla mattina alla sera Radio3 e il programma che seguo di più è Battiti. Non ho Spotify, non sto molto dietro all’attualità musicale e mi va bene così. Ma per Max è sicuramente diverso”.

M. M.: “Sì, anche se di fondo c’è un tratto che ci accomuna, altrimenti non potremmo suonare insieme. Io sono tanto interessato al qui e ora, m’incuriosisce. Ci sono stati anni in cui quello che era di massa non mi interessava, adesso invece mi appassiona cercare di capire come e perché alcuni generi funzionano/piacciano. Non conosco mai la risposta, ma voglio andare oltre, e levarmi dai luoghi comuni dei social network, suddivisi in fazioni. Per esempio: non capisco Tha Supreme, eppure mi attira perché fa musica per diciottenni arrivando pure ai miei figli che di anni ne hanno 10. Loro, in effetti, sono un po’ il mio filtro. Pur non comprendendo nulla di quello che questo rapper dice, io avverto un senso e una forza, oltre che qualcosa di matrice blues e delle melodie che mi tornano in mente”.

E il futuro che cosa riserva alla musica?

E.G.: “Nel 2022/2023 ci sarà un cambio ulteriore e quindi noi saremo qui a vedere che succederà”.

M.M.: “Sono curioso… Dopo il ritorno degli anni ’70, ’80 e ’90, adesso con i 2000 potrebbe capitare di nuovo. La formazione dei musicisti è cambiata, e quindi ci sono un po’ di cose che ricompariranno”.



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